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L'Archivio
di Metaforum
Forum
di politica, cultura, società - 2008
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16-05-2006, 12.05.12
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La luna

Nuovamente,
intorno alla Luna, così splendida e piena,
celano le stelle il loro volto luminoso,
mentr'essa diffonde la sua argentea luce
su tutta la vasta terra.
Saffo, Plenilunio
Nella notte, una dea dà forma all’oscurità con la sua luce incerta e inquietante: è la Luna, Selene degli antichi greci. Venerata come una delle manifestazioni della dea vergine Artemide – e come lei bellissima e talvolta crudele - la luna è il costante riferimento per chi vive la veglia e la solitudine, e a lei si rivolge per esprimere la propria umana fragilità.
Ma il suo volto pallido ha da sempre suscitato anche la curiosità e la nostalgia per mondi lontani e inconoscibili, così presenti però nella nostra esperienza quotidiana da far immaginare possibilità di vita e di contatti umani in qualche modo simili ai nostri e sperimentabili.
Dagli inni religiosi dell’antica Grecia le due ‘facce’ della luna – il suo essere divinità e insieme luogo dell’immaginario - trovano grande spazio nel percorso espressivo di moltissimi scrittori e poeti.
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16-05-2006, 13.03.39
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La luna e il mito
http://littleblackspot.no.sapo.pt
Non c'è simbolo astrale o personaggio mitologico che abbia il misterioso fascino della Luna.
Tutto ciò che riguarda questo simbolo ha che fare con cose mutevoli e sfuggenti.
Per i greci era Selene (da Sèlas = splendore), nata dalla titanessa della luce Theia, chiamata anche Tia o Tea oppure Euryphaessa, "colei che splende fin lontano"; Theia si era unita al fratello Iperione, forma contratta d'Iperionide (quello di sopra), identificato con la luminosità del cielo. "Teia, risplendendo a tutti i mortali e agli dei immortali che possiedono l'ampio cielo, giacendo con Iperione in amore, generò Elios, il grande Sole, Selene, la splendida Luna, ed Eos, la luce dell'Aurora."
http://www.uwm.edu
Era spesso raffigurata nel firmamento alla guida del carro lunare trainato dai candidi buoi che Pan le aveva donato per consolarla dell'inganno grazie al quale era riuscito a sedurla: nascosto il pelo irsuto e nerastro sotto il vello di una bianca pecora, aveva potuto avvicinarla convincendola a salire sulla sua groppa per poi godere di lei, ormai consenziente. Questo racconto cela probabilmente la traccia di un antico rito orgiastico, che aveva per scenario il chiaro di luna della magica notte di Calendimaggio, quando la regina della festa cavalcava in piedi un maschio prima di congiungersi con lui in un sacro amplesso.
Un'altra versione racconta la travolgente passione del dio Pan, tanto brutto e oscuro quanto Selene era bella e splendente, ma Selene amava l'oscurità ricevendone l'abbraccio ogni notte.
A lei si congiunse nel talamo una volta Zeus dall'amplesso nacque Pandia, la fanciulla che, tra i beati del cielo ha forma tanto avvenente. Si narrava, inoltre che ogni sera Elios adagiava la sua aurea quadriga sull'Oceano, dove sorgeva Selene, con la quale giaceva nella notte. Poi si salutavano e, mentre il dio solare dormiva nella coppa forgiata da Efesto aspettando l'arrivo della sorella Eos, la dea dell'Aurora, Selene percorreva il cielo stellato in compagnia delle nove sacerdotesse che badavano al suo argenteo cocchio. Per venticinque giorni i due fratelli amanti s'incontravano, ma gli altri cinque Selene, all'insaputa di Elios, si recava dietro la catena montuosa del Latmo, in Asia Minore, per dedicarsi all'amato Endimione col quale giaceva per tre giorni (quelli del novilunio quando la Luna non'è visibile). Questo è il racconto più ricco di particolari suggestivi, il nome Endimione significa "colui che dimora dentro" e il "dentro" in questo caso è il grembo di una grotta, dove la dea lo vide per la prima volta, innamorandosene perdutamente. Così sdraiatasi al suo fianco, lo baciò sulle palpebre e da quel momento i suoi occhi non si riaprirono più, suggellando un sonno eterno.
Si racconta inoltre che da Selene ed Endimione nacquero cinquanta figlie, tante quanti sono i mesi di un Olimpiade. Ciò è da mettere in relazione alla tradizione secondo la quale Endimione sarebbe stato un Re dell'Elide, la terra dove vennero fondati i giochi Olimpici.
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16-05-2006, 13.22.39
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La trama è semplice e bella. La Luna è vicina alla Terra, "L'avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata": così vicina che quando era plenilunio quasi si bagnava nel mare, perché anche le maree erano particolarmente alte, non quelle poche decine di centimetri a cui siamo abituati oggi.
E se Terra e Luna si sfiorano, che cosa c'è di più naturale per Qfwfq, suo cugino sordo, il capitano e sua moglie, se non prendere una scaletta, andar sotto la Luna con una barca e, proprio quanto il satellite è alla massima vicinanza, salirvi agilmente sopra? Ma c'è persino di più: la Luna, nel suo passar vicino al mare e alle terre emerse, attira sulla sua superficie piccoli animaletti, erbe, radici, che si fermano sotto le sue scaglie - scaglie di Luna - e fermentando danno origine a un latte, un po' acido forse, ma nutriente e buonissimo. Andar sulla Luna è come andar per fattorie a ricavare del buon latte fresco - certo di Luna, ma non meno ghiotto.
E se anche questo non bastasse, pensate allora alla Luna, alla cui luce è così semplice innamorarsi. E sotto quella Luna così immensa, così grande, che cosa c'è di più naturale se non un grande amore? Specialmente se la moglie del capitano, la signora Vhd Vhd suona l'arpa "aveva braccia lunghissime, argentate in quelle notti come anguille (…)".
"Così cominciò la storia del mio innamoramento per la moglie del capitano, e delle mie sofferenze. Perché non tardai ad accorgermi a chi andavano gli sguardi più ostinati della signora: quando le mani di mio cugino si posavano sicure sul satellite, io fissavo lei, e nel suo sguardo leggevo i pensieri che quella confidenza tra il sordo e la Luna le stava suscitando, e quando egli spariva per le sue misteriose esplorazioni lunari la vedevo farsi inquieta, stare come sulle spine, e tutto ormai m'era chiaro, di come la signora Vhd Vhd stava diventando gelosa della Luna e io geloso di mio cugino."
Qfwfq è innamorato della moglie del capitano, che a sua volta ama il cugino sordo del protagonista, il quale ha una sua sintonia naturale con la Luna, e neanche si accorge di aver destato l'attenzione della signora. O forse sì, ma non se ne cura.
Ecco dunque che la Luna esercita due forme di attrazione: gravitazionale e "animale", per dir così. Quest'ultima in qualità di nutrice (il latte lunare) e di donna (oggetto di desiderio da parte dello zio). E in entrambi gli aspetti, la Luna è antagonista di Madre Terra (nutrice degli uomini) e di una donna, nel contendere l'attenzione del cugino alla signora Vhd Vhd.
Inesorabilmente le maree fanno il loro lavoro e arriva il giorno in cui la Luna è sì abbastanza vicina da salirci sopra, ma i protagonisti hanno una solo tentativo per scendere con un tuffo e tornare sul pianeta natale. Non possono sbagliare. Rischiano di rimanere confinati su quel satellite destinato ad essere un'isola nello spazio. "Ed ecco, appena mio cugino era salito su per la scala, la signora Vhd Vhd disse: - Oggi ci voglio andare anch'io, lassù!
Non era mai successo che la moglie del capitano salisse sulla Luna. Ma Vhd Vhd non s'oppose, anzi quasi la spinse di peso sulla scala, esclamando: - E vacci!-"
Dunque la moglie del capitano e il cugino sordo sono sulla Luna. Ma il cugino non desidera altro che appartarsi con lei, la Luna. E si nasconde in una piega lunare. Finché non è il momento di tornare, e rieccolo sulla Terra con la sua consueta capriola. Senza neanche curarsi della sua innamorata terrestre, la povera signora Vhd Vhd.
E la moglie del capitano? Può tornare sulla Terra? Al centro di un triangolo di un marito deluso da lei, lei delusa dal folle amante della Luna e di un innamorato da lei respinto? Decide d'istinto. E rimane sulla Luna: è il tentativo estremo, violento, di identificarsi con il satellite, oggetto di desiderio del cugino sordo: "Se quel che ora mio cugino amava era la Luna lontana, lei [la moglie del Capitano, ndr] sarebbe rimasta lontana, sulla Luna".
È lei, la moglie del capitano, che conferisce un'anima alla Luna, popolandola di se stessa: una Luna altrimenti deserta e inospitale. È la moglie del Capitano che "rende Luna la Luna e che ogni plenilunio spinge i cani tutta la notte ad ululare, ed io con loro" - dice Qfwfq.
Sono quindi il desiderio, il sogno, le speranze umane che rendono Luna la Luna: una donna innamorata (l'umano) che si identifica in un oggetto inanimato, ma amato da colui che lei ama, nel trasferimento totale - estremo, appunto.
Una doppia metamorfosi, dunque, della donna che si fa Luna, innervando di se stessa il satellite, e della Luna che si fa donna, acquisendo un'anima.
Di mito, qui, ce n'è di che sfamarsi.
Stefano Sandrelli
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16-05-2006, 13.44.49
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Il dio-luna dei Babilonesi
A Babilonia invece la Luna era chiamata Sin ( Nanna per i Sumeri) ed era considerata una divinità maschile, il "Padre degli dei" e "Signore della conoscenza e della saggezza".
Se la Luna, o meglio il Luno, appariva come supremo reggente, ciò era dovuto a un dottrina maturata astronomicamente.
Luna e Sole sono, infatti, due opposti: nella loro posizione perfetta, quando la prima è piena, stanno l'una di fronte all'altro; essa, infatti, sale nel cielo quando il Sole tramonta, a mezzanotte allorché il secondo si trova al punto più basso, è al culmine mentre cala al suo sorgere; quanto più si avvicina al Sole, tanto più perde splendore fino a quando, novilunio diventa invisibile. Se dunque cerchiamo una posizione ottimale per i due astri maggiori cioè una posizione nella quale la loro essenza si manifesti, che agisca nel modo più intenso, questa è per entrambi la posizione di mezzanotte, quando la Luna piena è in culminazione. Al Sole in quel momento appartiene il punto opposto del cielo, esso si trova cioè in quella posizione in cui è invisibile: è agli inferi; ne consegue che, dei due appartiene alla Luna il mondo superiore, al Sole l'inferiore: assai in contrasto con il nostro sentimento, ma astronomicamente esatto.
http://www.mesopotamien.de D'altronde la luce dei pianeti, la "luce degli dei", risplende di notte mentre di giorno scompare a causa del Sole: " Esso è dunque la forza delle tenebre, degli inferi. In effetti, come la Luna diviene invisibile man mano che si avvicina al Sole ed entra nel suo campo per poi sprofondare addirittura nel modo infero, così si comportano gli altri pianeti e persino le stelle fisse". Per questo motivo nell'astrologia babilonese la Luna era posta in primo piano rispetto al Sole, al contrario di quanto avveniva in Egitto, dov'era il secondo a primeggiare; era chiamata "il frutto che si riproduce da se stesso". Sin, dio maschile e trino, simboleggiava la manifestazione di quel principio individuato nelle sue tre forme di vita, morte e rinascita. Era rappresentato sul battello lunare mentre navigava attraverso la volta celeste.
Il dio-luna è per eccellenza il dio della gente nomade, essendo la luna loro guida e protezione di notte quando, per gran parte dell'anno, intraprendono le loro migrazioni, così come il dio-sole è il dio principale delle popolazioni dedite all'agricoltura. Il culto una volta introdotto tenderebbe a perseverare e lo sviluppo dell' astrologia, che culmina nell'invenzione del calendario ed in un sistema dell'interpretazione dei movimenti degli astri nel cielo stellato, sarebbe un fattore importante nel mantenere la posizione di Sin nel pantheon.
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16-05-2006, 14.16.53
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Il primo ricordo...
Alla luna

http://aac.sunrise.it
O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, nè cangia stile
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l'etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l'affanno duri!
Giacomo Leopardi
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16-05-2006, 16.49.23
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LA LEPRE SULLA LUNA

http://www.bloggers.it
In un tempo lontano,
una lepre e una scimmia
fecero amicizia
con una volpe.
durante il giorno,
giocavano nei campi,
al tramonto del sole,
tornavano nella foresta.
In questo modo
passarono gli anni,
fino a quando
il Re del Cielo,
udito il fatto,
per sapere la verità,
in sembianza di vecchio,
viene barcollando
e disse agli animali:
"Ho sentito che voi tre
giocate assieme,
pur essendo
di specie diversa.
Se questo è vero,
salvate un vecchio
che muore di fame."
E gettato il bastone,
si mise a riposare.
"È molto semplice,"
risposero gli animali.
Senza esitare,
la scimmia tornò
dal bosco vicino
portando della frutta;
la volpe con un pesce
preso nel ruscello.
Anche la lepre
girò attorno,
ma non trovò niente
da offrire al vecchio.
Disprezzata, soffriva,
nel suo cuore.
Infine, disse:
"Tu, o scimmia,
porta legna dal bosco;
e tu, o volpe,
accendi il fuoco."
Avendo le due
eseguito l'ordine,
la lepre si gettò
in mezzo al fuoco,
offrendosi in dono
al vecchio affamato.
A questa vista,
il vecchio levò
gli occhi al cielo
e si accasciò al suolo,
in lacrime.
Battendosi il petto,
disse agli animali:
"Tutti e tre,
da buoni amici,
avete agito bene.
Ma la lepre
mi ha commosso."
Ripresa la forma
di Re del Cielo
raccolse dal fuoco
i resti della lepre
e li depose
nel Tempio della Luna.
Questa è la storia
della lepre sulla luna,
tramandata fino ad oggi.
Quando la sento,
la mia veste
si bagna di lacrime.
maestro zen Ryokan (1758-1831)
(dal libro: Poesie di Ryokan. La Vita Felice)
http://www.poiein.org
Angelo Branduardi inseime a Luisa Zappa dedicarono a questa leggenda giapponese una bellissima canzone.
La Lepre Nella Luna
Viveva già molto tempo fa
la lepre con la volpe e la scimmia...
non ricordo chi ne raccontò la storia,
molti anni fa
Per tutto il giorno giocavano felici
su per colline e giù per i prati
e a sera si stringevano vicinì,
per affrontare il buio della notte,
Chissà chi me lo raccontò...
Veniva per la stessa via
un vecchio che a sè li chiamò:
"Chi di voi tre mi aiuterà
sarà da me premiato".
Volpe e scimmia si diedero da fare,
mentre la lepre continuava a giocare:
correva per i prati spensierata
e dai suoi stessi amici fu tradita.
Chissà chi me lo raccontò...
Davanti al cibo che gli fu servito
il vecchio certo penso:
"Povera lepre ti han tradita
gli amici che tu amavi".
Volpe e scimmia si gurdavano stupite
mentre la lepre col vecchio se ne andava
da allora sempre gioca spensierata
là in alto, nel palazzo della luna.
viveva già, ma è tempo fa...
la lepre con la volpe e la scimmia.
non ricordo chi mi raccontò
la storia, molti anni fa
di come la lepre un giorno li lasciò
e nella luna a vivere se ne andò:
Correva per i prati spensiereta
e dai suoi stessi amici fu tradita.
Angelo Branduardi dall’album La Pulce D'acqua , 1977
Secondo Branduardi: "I Giapponesi sono soliti vedere una lepre nella luna. In effetti il colore tendente al bianco e la curva del dorso possono richiamare un'analogia tra la lepre e la luna. C'è però anche un'affinità più profonda che ha a che fare con il silenzio, l'inafferrabilità e l'impalpabilità. Simile alla luna, la lepre appare e scompare in silenzio, imprendibile, e la sua pelliccia morbida ricorda qualcosa di lunare, di impalpabile, come la polvere bianca che ricopre la luna."
http://guide.supereva.com
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17-05-2006, 00.49.15
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Citazione:
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Originalmente inviato da Alex Svoboda,May 16 2006, 13:22
La Luna nella fantascienza comica e poetica di Italo Calvino
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E, a proposito di viaggi sulla luna, c'è un film che mi piacerebbe molto vedere: " Le Voyage dans la lune" di Georges Méliès (1902). Primi novecento, surreale. Come dello stesso genere è Metropolis, anch'esso un desiderio ancora insoddisfatto. Ma, considerato il livello di quello che trasmettono ora in televisione, posso anche metterci una pietra sopra e orientarmi invece sul meno pratico, ma più sicuro noleggio. bubble.gif
Le Voyage dans la lune
http://www.racine.ra.it
Il viaggio nella luna è considerato il primo film di fantascienza della storia del Cinema.
Il regista francese Georges Melies (prestigiatore e direttore del teatro parigino “Robert Houdin”, nel quale si rappresentavano spettacoli d’illusionismo) fece tutto da solo: sceneggiatura, fondali, costumi, direzione, fotografia, produzione e... vi recitò pure.
http://www.irc.at
Al Club degli Astronomi il prof. Barbenfouillis (G. Méliès) illustra il progetto del suo viaggio sulla Luna. Sei scienziati entrano con lui in un obice che, sparato da un cannone, si conficca nell'occhio destro del satellite. I viaggiatori sono catturati dai seleniti, metà insetti e metà uccelli. Fuggono, rientrano nell'obice che precipita verso la Terra, sprofonda nel mare e viene recuperato da un battello. Trionfo finale.
Trasse ispirazione dal romanzo di Giulio Verne Dalla terra alla luna (1865) per i primi dieci quadri, e da quello di H. G. Wells First Men in the Moon (1901) per quanto riguarda il seguito, con i seleniti, curiosi abitanti della Luna aventi forma di insetti. Potrebbe inoltre essere stato influenzato dal capitolo del manuale di magia di Hopkins, in cui viene descritto un gioco per lanterna con lo stesso titolo. Il tema lunare era già presente in una delle sue prime opere ( La Lune à un mètre, 1898) e sarà un motivo ricorrente in molta della sua successiva produzione.
Ma, frutto di una lunga tradizione letteraria (Ariosto, Cyrano de Bergerac, Poe, Verne, H.G. Wells), il tema del viaggio fantastico sulla Luna era diffuso nel teatro e negli spettacoli di fiera dell'ultimo Ottocento (è del 1875 “Le Voyage dans la Lune”, operetta di J. Offenbach).
Alcuni esperti i di cinematografia affermano che il film è un adattamento cinematografico di uno spettacolo da fiera che aveva lo stesso titolo e che era stato prodotto dallo stesso Méliès.
http://frenchfilms.topcities.comMelies rielabora in modo originale i due racconti da cui trae ispirazione, stemperandone la solennità e aggiungendovi una vena grottesca e ironica: gli astronauti che intraprendono il viaggio verso la Luna sono borghesucci che dispongono alacremente i preparativi del gigantesco razzo, concludono il loro viaggio schiantandosi sul volto lunare, sognano durante il loro riposo attrici di varietà, e infieriscono stizziti sui Seleniti, gli abitanti della luna.
E' in scene come queste che si dispiegano l'umorismo grottesco e il gusto per l'esagerazione scenografiaca, elementi esseziali del barocchismo di Méliès, per cui il cinema è un balletto di stampo teatrale, intriso di sarcasmo e di un'inesauribile vena fantastica.
http://astrocultura.uai.itMelies racconta:
"Ricordo che la Luna (la donna nel crescente lunare) era Bleinette Bernon, una cantante di una music hall, le stellle ballerine dello Chatelet e tra gli uomini c'erano cantanti d'operetta e io stesso. I Seleniti erano acrobati del circo Folies-Bergère."
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17-05-2006, 13.29.27
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CASPAR DAVID FRIEDRICH
Un uomo e una donna davanti alla luna
Olio su tela,
1830-35.
Berlino, Nationalgalerie.
Un uomo e una donna di spalle, con ogni probabilità l'artista e la moglie, contemplano insieme il pallido chiarore lunare. Negli elementi naturalistici che incorniciano la scena si ravvisano espliciti riferimenti simbolici: a destra la quercia sradicata e in bilico sul crinale richiama la morte, alla quale sulla sinistra si oppongono le rigogliose fronde di un abete, segno di vita e di speranza. Seppur chiuso ai lati dall' avvolgente spirale boschiva, lo spazio della tela si approfondisce a cannocchiale sul cielo…
http://www.testimoniare.org
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18-05-2006, 14.05.41
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jumk.de
... e di notte esco per la campagna e specie quando c’è una grossa luna che sale sulla pianura gelata o al di là dei filari di pioppi l’estate mi prende come un’ansia di totale catastrofe. Ora la luna è esattamente un mondo lontano e per lo più inutile se si eccettuano le espressioni dei poeti e degli innamorati, e io non sono poeta né innamorato, Dio mio non essere innamorato a vent’anni né poeta ed egualmente traboccare di febbre sconfinata di fare mio il mondo o di morire e preferibilmente morire, e dicevo che fai tu luna in ciel dimmi che fai mai più che al quesito sulla luna avrei voluto trovare risposta su me stesso che ci stavo a fare al mondo, e non c’era risposta convincente e ancora sentivo voglia di morire, però altre volte se la luna era proprio grande avevo chissà l’impressione che sarei diventato grande anch’io, qualche segno del mio passaggio sulla terra l’avrei pur lasciato,…
G. Berto, Il male oscuro
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15-06-2006, 22.37.54
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La luna

photos1.blogger.com
C'è tanta solitudine in quell'oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l'hanno colmata
di antico pianto. Guardala. E' il tuo specchio.
Jorge Luis Borges
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28-06-2006, 19.14.30
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Tristezza della Luna
Questa sera la luna sogna più languidamente; come una
bella donna che su tanti cuscini con mano distratta e leggera
prima d'addormirsi carezza il contorno dei seni,
e sul dorso lucido di molli valanghe morente, si abbandona
a lunghi smarrimenti, girando gli occhi sulle visioni
bianche che salgono nell'azzurro come fiori in boccio.
Quando, nel suo languore ozioso, ella lascia cadere su questa
terra una lagrima furtiva, un pio poeta, odiatore del sonno,
accoglie nel cavo della mano questa pallida lagrima
dai riflessi iridati come un frammento d'opale, e la nasconde
nel suo cuore agli sguardi del sole.
Charles Baudelaire
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29-06-2006, 18.58.51
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http://www.wallboundfineart.com
Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
sì che il più lieve ramo ti nasconde
e l'occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pel sogno che l'appanna,
Luna, il rio che s'avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d'erba ti sorride,
solo a te sola.
da Lungo l'Affrico, Alcyone
Gabriele D'Annunzio
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29-06-2006, 19.32.17
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Ora la luna d'ottobre allaga il cielo; e io vedo a traverso i vetri le punte dei cipressi, nere e immutabili, che in quella notte toccavano le stelle.
Gabriele d'Annunzio, libro II, Il piacere
http://tabinosora.sunnyday.jp
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29-06-2006, 23.48.03
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La luna sta dove si trovano tutti i tempi perduti, le promesse infrante, le intenzioni che non sono mai state messe in atto e dove finiscono tutti i desideri inappagati.
http://free.imd.it
Della luna si dice:
Volere la luna
mostrare la luna nel pozzo
con questi chiari di luna
ululare alla luna
sono passate molte lune da allora
luna di miele
essere di buona luna
mal di luna
vivere nella luna
essere lunatici
faccia da luna piena
avere la luna storta.
http://free.imd.it
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16-09-2006, 01.56.34
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Io ho un rapporto ambivalente con la Luna.
Stasera le ho scritto dei versi e questa mi sembra la tendina più appropriata (umilmente...)
Tra lenzuola di stelle brinderemo all'estate
Un cielo scarlatto
veste la tua malizia
che ad occhi ingenui
appari sobria e casta
Ma che c'importa Luna
veleno dei poeti
e regina della notte
spogliamoci ora
Giacchè nelle mie vene
brucia la via lattea
e la mia carne saturnina
con te vuole peccare
Dai tuoi mille seni
mi sazierai d'ambrosia
e tra lenzuola di stelle
brinderemo all'estate
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18-09-2006, 01.33.42
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Dolceluna
Tra migliaia di stelle,
splende la mia luna...è dolce
e la festa s’accende al suo arrivo.
D’amicizia risplende ed arrossisce di sera,
quando culla dei sogni si accinge ad avverarli.
È bella la mia luna, rischiara le notti
e dà calore a chi come me, ne resta incantato.
Sa essere birichina, simpatica da morire,
intrigante quel po’... da effondere magia.
Sa essere quel che è, un ruscello
che si fa oceano, sino a divenire,
l’unica... mia... Dolceluna!
http://www.incontroallapoesia.it/
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24-10-2006, 22.41.48
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Sotto la luna, un festino solitario
Seduto lì tra i fiori, con la brocca di vino
- festino solitario, privo di amici intimi -,
elevo il mio boccale e invito il chiar di luna.
Insieme all'ombra, poi, saremo in tre,
giacché la luna non si negherà al bere.
E mentre l'ombra seguirà il mio corpo,
intanto, al fianco suo, io scorterò la luna.
La via della gaiezza termina a primavera;
mentre la luna ondeggia, al mio canto, qua e là.
Ed ha un sussulto l'ombra, fremendo, alla mia danza.
Da sobri, noi viviamo di una gioia comune;
quando poi, nell'ebbrezza, ciascuno si disperde.
Noi tre, per sempre uniti, vagando senza affetti,
infine, in lontananza, saremo alla Via Lattea.
Li Po
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24-10-2006, 23.19.14
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Mmmmh!
Se non ci fossi tu, foglie, bisognerebbe inventarti!
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25-10-2006, 11.26.46
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Citazione:
Originally posted by alessandra@Oct 24 2006, 23:19
Mmmmh!
Se non ci fossi tu, foglie, bisognerebbe inventarti!*
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La stessa cosa che penso di te!!
Altri versi di Li Po...
Pensieri in una notte quieta
Marcella Fusco
Davanti al mio letto il luccichio dei raggi della luna
fanno sembrare brina il pavimento.
Alzo la testa e osservo la luce lunare,
abbasso la testa e ripenso al paese d'un tempo.
Li Po
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07-11-2006, 14.24.03
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Nell’agorà d’un Logos
In un languido languire
l'angelo del peccato
mi logora un occhio
e nell'agorà d'un Logos
perdo misera la colpa
Ed ora dimmi Luna
cieca mendicante
siamo soli nella notte
Ho fatto bene?
Dimmi pure
ho benefatto la mia parte?
O sverna
che pure tu languisci
E fa ch'io dorma
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04-12-2006, 14.23.15
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Mi svendo al Caos
È dicembre, la notte.
Mi svendo al Caos,
liquidandomi al buio,
e l’affare migliore
lo fa la luna piena.
È dicembre, la notte,
e siamo finalmente saldi.
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04-12-2006, 17.34.20
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Alla Luna
Sei pallida perché
sei stanca di scalare il cielo
e fissare la terra
tu che ti aggiri senza compagnia
tra le stelle che hanno una differente
nascita, tu che cambi
sempre come un occhio senza gioia
che non trova un oggetto degno della
sua costanza?
Percy Bisshe Shelley
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01-02-2007, 16.55.49
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www.randybrewer.net
La luna col suo raggio ha strappato la veste alla notte
Bevi del vino perché un attimo simile a questo non è dato.
Vivi gioioso e sappi che molti chiari di luna
Sulla terra, a uno a uno, torneranno a brillare.
Omar Khayyâm, Quartine (Ruba`iyyât)
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03-02-2007, 23.22.14
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http://nullpo.2log.net
Mi aggiro tra le stanze. E’ grande il silenzio e dà risalto ai rumori della forza che ho dentro e che mi monta a folate improvvise come la nebbia padana che ti assale di notte e ti precipita nel limbo umido dell’invisibile. Mi sento strano. Molto strano. Brividi improvvisi mi attraversano il corpo con vampate di calore e danno vita propria ad ogni mia cellula e a me pare di sentirle vive tutte una per una frizzanti urticanti come se ognuna avesse un suo da fare un suo da vivere un suo da crescere come la luna che mi pare sempre più bianca più forte più grande e così anch’io mi figuro prima e mi sento poi più bianco più forte più grande e così grande che non ci sto dentro nello specchio grande dell’armadio in camera e neanche in quello a parete del bagno che mi rimanda un’ immagine bellissima e bianchissima e ora quella cosa che ho dentro assomiglia alla gioia incontenibile delle mie felicità bambine quelle delle scoperte di una meraviglia assoluta come la prima neve con la prima grandissima luna che si alzava là dietro il monte e tutto imbiancava e io gridavo con tutta la forza che avevo e che non sapevo mia e che scoprivo e le mie grida rimbalzavano nella valle e si accordavano al torrente e con quello facevano coro e io mi sentivo un io immenso che tutto prendeva monti valli torrenti boschi paesi cielo luna e non c’era un dio che non fosse io e sapevo perché sentivo come ora sento perché so che nulla può fermare il dentro che vuole uscire e che questa forza questa potenza è cosa mia e della luna e di chi queste cose le può vivere per una libertà che non è idea e non ideale è nella tua pelle è in quei lunghissimi e morbidi peli bianchi che tutto ti ricoprono come il manto dei più serici abbandoni come il nevaio dei tuoi rotolamenti più pagani e liberati ed è in quelle dita pelose lunghe e forti e in quelle unghie che hanno i balenii dell’acciaio più temperato è nel candore di quei denti forti e di quei canini lunghi ed affilati che ridono sulle labbra e sulla lingua rosse come le bacche sane d’agrifoglio e tutto dentro che ti canta gli inni eterni della bestia che è in tutti noi ma che in pochi pochissimi riesce a liberarsi e tutto allora dev’ essere il cantare alla stesa il cantare grande fuori alla luna del mondo e al mondo della luna…
E a nessuno può sembrare strano che dalla veranda di un periferico condominio metropolitano uno stupendo esemplare di pastore maremmano enorme fortissimo e bianchissimo levi il suo canto antico libero e liberato e di quello faccia coro con un cane.
Perché questo, di questa notte, è un amore di luna.
...da Un amore di luna - Ivan Della Mea
...che cosa voglion dire gli occhi tristi...
Mi piace ricordare questo cantautore che vive da sempre nella mia città e che oltre alla musica, ha scritto alcune appassionanti storie come il brano precedente, parte di un racconto dal quale prende il titolo il libro citato (l'assenza di punteggiatura non ricorda un po' le ultime 40 pagine dell'Ulisse?)
Il passaggio di maggior effetto, ritengo sia quello che descrive il grido, come "...l'immenso io che tutto prendeva...", sensazione liberatoria provata in una situazione analoga, fra i monti che più amo.
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22-02-2007, 12.53.20
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Sulla Luna
Sulla Luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.
Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.
Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.
Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella Luna
lui da un pezzo ci sa stare...
A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.
Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla Luna e sulla Terra
fate largo ai sognatori!
Gianni Rodari
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06-03-2007, 15.29.23
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È tutta colpa della luna,
quando si avvicina troppo alla terra
fa impazzire tutti.
William Shakespeare
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05-04-2007, 18.55.31
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Tramonto di luna

Seduta alla finestra del tramonto;
il gomito allo stipite imperlato,
e la candida guancia nella mano
bianca: il respiro mattutino stanco;
povera sedia in cui sognò al ricamo
- è già l'alba che spunta; tumefatti
dal sopore notturno dormono i campi -,
seduta ella rimira sopra il poggio
il tramonto lunare e una memoria
divina d'oltrecuna, dolce arcano,
le riempie lo sguardo. Sopra il fiume
- d'acque sí calme che somiglia a un lago -
delle sue brame, dorme nell'oblio
la brezza dell'amore. Nel tramonto
nube è la luna nel suo denso disco.
Che sogna la fanciulla? Sogna invano;
anzi dorme il suo sogno. Il suo respiro
con l'alba si confonde; e dentro il concavo
bianco mare del cielo l'infinito
respira calmo. Ecco, la luna alfine
s'è sepolta. Rinasce il sole. Al nido
riede l'uccello della notte. L'ultime
lucciole si son spente. La fanciulla
cerca riposo; chiude il passo al sole
e si stende a dormire. Il letto nitido
amoroso l'avvolge. Sta sognando
la Luna sottoterra un sogno mistico.
Miguel de Unamuno
Ultima modifica di foglie di acqua : 05-04-2007 alle ore 20.08.47.
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09-04-2007, 18.40.33
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C’était dans la nuit brune,
sur le clocher jauni,
la lune
comme un point sur un i.
Era nella notte bruna
sul campanile ingiallito
la luna
come un puntino su un’i.
Alfred de Musset

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24-04-2007, 14.48.57
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[...]
La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l'uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d'uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell'uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. I fantasmi degli antichi Baroni scendevano dalle rovine del castello sopra il paese di Galte, su, all'orizzonte a sinistra di Efix, e percorrevano le sponde del fiume alla caccia dei cinghiali e delle volpi: le loro armi scintillavano in mezzo ai bassi ontani della riva, e l'abbaiar fioco dei cani in lontananza indicava il loro passaggio.
Grazia Deledda, Canne al vento.
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31-05-2007, 11.07.43
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31-05-2007, 11.12.27
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il Sole è calore, luce, vitalità,
mentre la Luna è un valore notturno,
e brilla di luce fredda
nella sua lontananza dalle vicende umane.
ARTHUR SCHOPENAUER
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31-05-2007, 12.05.57
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Sono proprio questi valori immaginativi che Schopenhauer intende proiettare sulla nozione della ragione, come logica del pensiero razionale.
Finché si muove sul terreno dell'intuizione concreta, l'uomo è interamente immerso nel presente, ed è tutt'uno con la natura e con il mondo e quindi anche con la volontà che lo anima. La ragione strappa l'uomo da questo sicuro (e ingenuo) sentimento della vita e lo getta in una nuova dimensione dell'esistenza, più fredda e priva di colore e di vitalità .
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31-05-2007, 17.46.13
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Raggi di luna
Un'accesa rotondità lunare
cade frammentaria
adagiandosi sulle acque increspate
di un'illusione finita.
Non più un volto
che mi dia conforto.
Solo il ricordo evanescente
di una luce surreale
si riverbera ora nei miei occhi
sospesi in un delicato equilibrio
di infinite distanze.
Paola Carrozzo
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28-02-2008, 13.46.09
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VI
La bianca luna
della sua luce
i boschi inonda;
da ogni ramo
parte una voce
sotto il fogliame...
O tu che amo.
Lo stagno argenteo
specchio profondo
sdoppia la sagoma
del nero salice
da dove il vento
geme ed implora...
Sogniamo, è l'ora.
Un vasto e tenero
appagamento
sembra discendere
dal firmamento
ch'empie di polvere
l'astro, iridata...
L'ora incantata.
Paul Verlaine, La Buona canzone
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28-02-2008, 14.30.12
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Mia (di quando avevo 9 anni e mezzo...).
Vinse anche un concorso regionale, ma... lo vinse mio cugino, al quale l'avevo passata!
Alla Luna
Oh splendida luna,
tu brilli nelle notti stellate
sopra l'acre desero,
sulle montagne verdi,
sulle pianure fertili.
La tua immagine splendente si riflette sul mare,
sulle teste ricce dei bimbi
facendoli sognare.
Abbracci, col tuo fascio di luce,
parte della terra.
I bimbi ti amano,
ti ammirano,
credono che tu abbia naso bocca ed occhi.
Gli uomini ti hanno conquistata,
sul tuo dorso una bandiera hanno piantata.
Al mattino cedi il posto al sole
che ti copre con il suo splendore.
Ciao luna, ci rivedremo stanotte.
Ricordo ancora l'ebbrezza con cui avevo scovato termini come "acre deserto" e "pianure fertili", e il vanto di sapere che la luna, di notte, abbraccia solo una parte della terra... Mi sentivo fighissima.
La verità è che, fin da molto piccola, mi sono sempre persa ad ammirarla, la luna, tutte le volte che mi è capitato di vederla. Da piccolissima mi chiedevo come mai, viaggiando in auto, ti venisse dietro...
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22-05-2008, 14.41.31
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Luce di luna
- chiara
Ombra di sassi
- scura.
Cani abbaiano lontano
pochi grilli
- l'ultima rosa gialla?
satya - 1986
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22-05-2008, 15.14.55
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...scioglie il miele
salpando l"oceano,
mutevolmente...
*now
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21-06-2008, 09.28.00
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22-06-2008, 11.46.03
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LAMENTO PER IGNACIO SÁNCHEZ MEJÍAS (1935)
Alla cara amica
Encarnación López Júlvez
2
Il sangue versato
Non voglio vederlo!
Di’ alla luna che venga,
ch’io non voglio vedere il sangue
d’Ignazio sopra l’arena.
Non voglio vederlo!
La luna spalancata.
Cavallo di quiete nubi,
e l’arena grigia del sonno
con salici sullo steccato.
Non voglio vederlo!
Il mio ricordo si brucia.
Ditelo ai gelsomini
con il loro piccolo bianco!
Non voglio vederlo!
La vacca del vecchio mondo
passava la sua triste lingua
sopra un muso di sangue
sparso sopra l’arena,
e i tori di Guisando,
quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli
stanchi di batter la terra.
No.
Non voglio vederlo!
Sui gradini salì Ignazio
con tutta la sua morte addosso.
Cercava l’alba,
ma l’alba non era.
Cerca il suo dritto profilo,
e il sogno lo disorienta.
Cercava il suo bel corpo
e trovò il suo sangue aperto.
Non ditemi di vederlo!
Non voglio sentir lo zampillo
ogni volta con meno forza:
questo getto che illumina
le gradinate e si rovescia
sopra il velluto e il cuoio
della folla assetata.
Chi mi grida d’affacciarmi?
Non ditemi di vederlo!
Non si chiusero i suoi occhi
quando vide le corna vicino,
ma le madri terribili
alzarono la testa.
E dagli allevamenti
venne un vento di voci segrete
che gridavano ai tori celesti,
mandriani di pallida nebbia.
Non ci fu principe di Siviglia
da poterglisi paragonare,
né spada come la sua spada
né cuore così vero.
Come un fiume di leoni
la sua forza meravigliosa,
e come un torso di marmo
la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa
gli profumava la testa
dove il suo riso era un nardo
di sale e d’intelligenza.
Che gran torero nell’arena!
Che buon montanaro sulle montagne!
Così delicato con con le spighe!
Così duro con gli speroni!
Così tenero con la rugiada!
Così abbagliante nella fiera!
Così tremendo con le ultime
banderillas di tenebra!
Ma ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.
Oh, bianco muro di Spagna!
Oh, nero toro di pena!
Oh, sangue forte d’Ignazio!
Oh, usignolo delle sue vene!
No.
Non voglio vederlo!
Non v’è calice che lo contenga,
non rondini che se lo bevano,
non v’è brina di luce che lo ghiacci,
né canto né diluvio di gigli,
non v’è cristallo che lo copra d’argento.
No.
Io non voglio vederlo!!
Federico García Lorca -
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22-06-2008, 18.08.16
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Luna Sciantosa..luna Difforme
Luna Triste,indifferente
Cala Lenta La Tapparella
Sul Languore Che Mi Pervade...
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22-06-2008, 20.28.28
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sandro bondi?
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22-06-2008, 22.53.53
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Santa Lucia
Sul mare luccica
Sul mare luccica
l'astro d'argento.
Placida è l'onda;
prospero è il vento.
Venite all'agile
Barchetta mia!
Santa Lucia, Santa Lucia
Con questo zeffiro
così soave,
oh! com'è bello
star sulla nave!
Su passeggeri
venite via!
Santa Lucia, Santa Lucia.
In' fra le tende
bandir la cena,
in una sera
così serena.
Chi non dimanda,
chi non desia;
Santa Lucia! Santa Lucia!
Mare sì placido,
vento sì caro,
scordar fa i triboli
al marinaro.
E va gridando
con allegria:
Santa Lucia! Santa Lucia!
O dolce Napoli,
O suol beato,
Ove sorridere,
Dove il creato,
Tu sei l'impero
Del armonia,
Santa Lucia, Santa Lucia!
Or che tardate,
bella è la sera.
Spira un auretta
fresca e leggiera.
Venite all'agile
barchetta mia!
Santa Lucia, Santa Lucia.
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23-06-2008, 00.26.22
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L'uomo in frack
Domenico Modugno
È giunta mezzanotte
si spengono i rumori
si spegne anche l'insegna di quell'ultimo caffè
le strade son deserte
deserte e silenziose
un ultima carrozza cigolando se ne va
il fiume scorre lento
frusciando sotto i ponti
la luna splende in cielo
dorme tutta la città
solo va un uomo in frack
ha il cilindro per cappello
due diamanti per gemelli
un bastone di cristallo
la gardena nell'occhiello
e sul candido gilet un papillon
un papillon di seta blu
s'avvicina lentamente con il cedere elegante
ha l'aspetto trasognato malinconico ed assente
e non si sa da dove vien
ne dove va
chi mai sarà
quell'uomo in frack
Buona notte
a dicendo ad ogni cosa
ai fanali illuminati
ad un gatto innamorato
che randagio se ne va
È giunta ormai l'aurora
si spengono i fanali
si sveglia a poco a poco tutta quanta la città
la luna si è incantata sorpresa impallidita
pian piano scolorandosi nel cielo sparirà
Sbadiglia una finestra sul fiume silenzioso
e nella luce bianca galleggiando se ne van
un cilindro un fiore e un frack
galleggiando dolcemente lasciandosi cullare
se ne scende lentamente sotto i ponti verso il mare
verso il mare se ne va
chi mai sarà
chi mai sarà
quell'uomo in frack
Addio al mondo
ai ricordi del passato
ad un sogno mai sognato
ad un attimo d'amore che mai più
ritornerà
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23-06-2008, 13.40.31
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Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l'ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e piú e piú s'affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu vòlto:
abisso orrido, immenso,
ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell'umano stato:
altro ufficio piú grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sí pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l'ardore, e che procacci
il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
spesso quand'io ti miro
star cosí muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?
Cosí meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell'innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d'ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell'esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors'altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
quasi libera vai;
ch'ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma piú perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
tu se' queta e contenta;
e gran parte dell'anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
e un fastidio m'ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sí che, sedendo, piú che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
se tu parlar sapessi, io chiederei:
- Dimmi: perché giacendo
a bell'agio, ozioso,
s'appaga ogni animale;
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale? -
Forse s'avess'io l'ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.
Giacomo Leopardi
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23-06-2008, 14.29.22
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Citazione:
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Originalmente inviato da ggiu
sandro bondi?
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E tu la Bindi ? 
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23-06-2008, 14.41.34
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Si, hai vissuto il sogno di un rospo che attende la luna fuoriuscire da una nuvola, per gracchiare il suo canto d’amore. In quello attimo ha sognato per intero la tua vita, anche quella che tu dovrai ancora vivere. E svegliandosi ha pianto non riuscendo a trattenere con la sua zampa quel sogno che s’allontanava tra l’erba dei campi e l’azzurro del cielo. Tu eri… Tu sei quella immagine archetipo scappata, cercata, trovata e poi fuggita. Ora sei tu che tenti d’afferrarmi, pensi che sono un rospo, e lo sono! In questo mondo delle apparenze dove gli angeli hanno pure le mutande made in Paradise.
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23-06-2008, 14.43.02
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  *non avevo notato quest'assonanza trasversale
(*faccine alle quali dire: risus a-BUND-at in ore stultorum)
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17-07-2008, 15.36.38
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and in ore capsae misticae
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17-07-2008, 15.39.32
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17-07-2008, 15.46.28
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18-07-2008, 15.12.30
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luna erotica
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18-08-2008, 16.43.33
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Invettiva contro la luna
Io potrei dire: Luna, frutto di ghiaccio
tra i rami azzurri della notte.
Ma così tanti gemiti stanno nascosti nelle pietre
e lotte mute si librano nell’ombra,
che dico: La luna è solo un pozzo
di pianto delle ombre.
Così tante lacrime rotolano per le tombe
così tante lacrime scorrono per la fame
di occhi senza età, da secoli,
che la pioggia non cessa sopra il mondo
e della luna non vedo che farina
e il suo piatto vuoto e il suo sudario.
Potrei dire. La luna è una miniera
d’argento favolosa,
la luna va a passeggio in guanti bianchi
a cogliere margherite. Ma ci sono così tanti morti
senza fiori, così tante mani gelide di bimbi
che dico: La luna è il Polo del cielo.
Strega azzurra, incantava il sonno degli uomini,
inventava alle ragazze il primo amore,
se ne andava per boschi in pantofole di vetro
nei tempi felici. La luna era un cuscino
di piume strappate agli angeli
per addormentare l’eternità celeste.
Luna: getta la tua maschera nell’acqua,
spartisci le tue farine, le tue lenzuola, i tuoi pani
tra tutti gli uomini.
Che tu non sia solo un pozzo di pianto, un timpano
o un isolotto di sale, ma un granaio
per la fame infinita della terra.
Jorge Carrera Andrade
Traduzione di Chiara De Luca
Un forestiero smarrito nel pianeta
a cura di Chiara De Luca
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10-10-2008, 17.20.20
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8 - DIALOGO DELLA TERRA E DELLA LUNA
Terra. Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere; per essere una persona; secondo che ho inteso molte volte da' poeti: oltre che i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e che lo veggono essi cogli occhi propri; che in quell'età ragionevolmente debbono essere acutissimi. Quanto a me, non dubito che tu non sappi che io sono né più né meno una persona; tanto che, quando era più giovane, feci molti figliuoli: sicché non ti maraviglierai di sentirmi parlare. Dunque, Luna mia bella, con tutto che io ti sono stata vicina per tanti secoli, che non mi ricordo il numero, io non ti ho fatto mai parola insino adesso, perché le faccende mi hanno tenuta occupata in modo, che non mi avanzava tempo da chiacchierare. Ma oggi che i miei negozi sono ridotti a poca cosa, anzi posso dire che vanno co' loro piedi; io non so che mi fare, e scoppio di noia: però fo conto, in avvenire, di favellarti spesso, e darmi molto pensiero dei fatti tuoi; quando non abbia a essere con tua molestia.
Luna. Non dubitare di cotesto. Così la fortuna mi salvi da ogni altro incomodo, come io sono sicura che tu non me ne darai. Se ti pare di favellarmi, favellami a tuo piacere; che quantunque amica del silenzio, come credo che tu sappi, io t'ascolterò e ti risponderò volentieri, per farti servigio.
Terra. Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti coi loro moti?
Luna. A dirti il vero, io non sento nulla.
Terra. Né pur io sento nulla, fuorché lo strepito del vento che va da' miei poli all'equatore, e dall'equatore ai poli, e non mostra saper niente di musica. Ma Pitagora dice che le sfere celesti fanno un certo suono così dolce ch'è una maraviglia; e che anche tu vi hai la tua parte, e sei l'ottava corda di questa lira universale: ma che io sono assordata dal suono stesso, e però non l'odo.
Luna. Anch'io senza fallo sono assordata; e, come ho detto, non l'odo: e non so di essere una corda.
Terra. Dunque mutiamo proposito. Dimmi: sei tu popolata veramente, come affermano e giurano mille filosofi antichi e moderni, da Orfeo sino al De la Lande? Ma io per quanto mi sforzi di allungare queste mie corna, che gli uomini chiamano monti e picchi; colla punta delle quali ti vengo mirando, a uso di lumacone; non arrivo a scoprire in te nessun abitante: se bene odo che un cotal Davide Fabricio, che vedeva meglio di Linceo, ne scoperse una volta certi, che spandevano un bucato al sole.
Luna. Delle tue corna io non so che dire. Fatto sta che io sono abitata.
Terra. Di che colore sono cotesti uomini?
Luna. Che uomini?
Terra. Quelli che tu contieni. Non dici tu d'essere abitata?
Luna. Sì, e per questo?
Terra. E per questo non saranno già tutte bestie gli abitatori tuoi.
Luna. Né bestie né uomini; che io non so che razze di creature si sieno né gli uni né l'altre. E già di parecchie cose che tu mi sei venuta accennando, in proposito, a quel che io stimo, degli uomini, io non ho compreso un'acca.
Terra. Ma che sorte di popoli sono coteste?
Luna. Moltissime e diversissime, che tu non conosci, come io non conosco le tue.
Terra. Cotesto mi riesce strano in modo, che se io non l'udissi da te medesima, io non lo crederei per nessuna cosa del mondo. Fosti tu mai conquistata da niuno de' tuoi?
Luna. No, che io sappia. E come? e perché?
Terra. Per ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti politiche, colle armi.
Luna. Io non so che voglia dire armi, ambizione, arti politiche, in somma niente di quel che tu dici.
Terra. Ma certo, se tu non conosci le armi, conosci pure la guerra: perché, poco dianzi, un fisico di quaggiù, con certi cannocchiali, che sono instrumenti fatti per vedere molto lontano, ha scoperto costì una bella fortezza, co' suoi bastioni diritti; che è segno che le tue genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali.
Luna. Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono. Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente da per tutto. Io dico di essere abitata, e tu da questo conchiudi che gli abitatori miei debbono essere uomini. Ti avverto che non sono; e tu consentendo che sieno altre creature, non dubiti che non abbiano le stesse qualità e gli stessi casi de' tuoi popoli; e mi alleghi i cannocchiali di non so che fisico. Ma se cotesti cannocchiali non veggono meglio in altre cose, io crederò che abbiano la buona vista de' tuoi fanciulli; che scuoprono in me gli occhi, la bocca, il naso, che io non so dove me gli abbia.
Terra. Dunque non sarà né anche vero che le tue province sono fornite di strade larghe e nette; e che tu sei coltivata; cose che dalla parte della Germania, pigliando un cannocchiale, si veggono chiaramente.
Luna. Se io sono coltivata, io non me ne accorgo, e le mie strade io non le veggo
Terra. Cara Luna, tu hai a sapere che io sono di grossa pasta e di cervello tondo; e non è maraviglia che gli uomini m'ingannino facilmente. Ma io ti so dire che se i tuoi non si curano di conquistarti, tu non fosti però sempre senza pericolo: perché in diversi tempi, molte persone di quaggiù si posero in animo di conquistarti esse; e a quest'effetto fecero molte preparazioni. Se non che, salite in luoghi altissimi, e levandosi sulle punte de' piedi, e stendendo le braccia, non ti poterono arrivare. Oltre a questo, già da non pochi anni, io veggo spiare minutamente ogni tuo sito, ricavare le carte de' tuoi paesi, misurare le altezze di cotesti monti, de' quali sappiamo anche i nomi. Queste cose, per la buona volontà ch'io ti porto, mi è paruto bene di avvisartele, acciò che tu non manchi di provvederti per ogni caso. Ora, venendo ad altro, come sei molestata da' cani che ti abbaiano contro? Che pensi di quelli che ti mostrano altrui nel pozzo? Sei tu femmina o maschio? perché anticamente ne fu varia opinione. È vero o no che gli Arcadi vennero al mondo prima di te? che le tue donne, o altrimenti che io le debba chiamare, sono ovipare; e che uno delle loro uova cadde quaggiù non so quando? che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico moderno?che sei fatta, come affermano alcuni Inglesi, di cacio fresco? che Maometto un giorno, o una notte che fosse, ti spartì per mezzo, come un cocomero; e che un buon tocco del tuo corpo gli sdrucciolò dentro alla manica? Come stai volentieri in cima dei minareti? Che ti pare della festa del bairam?
Luna. Va pure avanti; che mentre seguiti così, non ho cagione di risponderti, e di mancare al silenzio mio solito. Se hai caro d'intrattenerti in ciance, e non trovi altre materie che queste; in cambio di voltarti a me, che non ti posso intendere, sarà meglio che ti facci fabbricare dagli uomini un altro pianeta da girartisi intorno, che sia composto e abitato alla tua maniera. Tu non sai parlare altro che d'uomini e di cani e di cose simili, delle quali ho tanta notizia, quanta di quel sole grande grande, intorno al quale odo che giri il nostro sole.
Terra. Veramente, più che io propongo, nel favellarti, di astenermi da toccare le cose proprie, meno mi vien fatto. Ma da ora innanzi ci avrò più cura. Dimmi: sei tu che ti pigli spasso a tirarmi l'acqua del mare in alto, e poi lasciarla cadere?
Luna. Può essere. Ma posto che io ti faccia cotesto o qualunque altro effetto, io non mi avveggo di fartelo: come tu similmente, per quello che io penso, non ti accorgi di molti effetti che fai qui; che debbono essere tanto maggiori de' miei, quanto tu mi vinci di grandezza e di forza.
Terra. Di cotesti effetti veramente io non so altro se non che di tanto in tanto io levo a te la luce del sole, e a me la tua; come ancora, che io ti fo gran lume nelle tue notti, che in parte lo veggo alcune volte. Ma io mi dimenticava una cosa che importa più d'ogni altra. Io vorrei sapere se veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che ciascun uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità, le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati dagli altri, nell'indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere le instituzioni utili; tutto sale e si raguna costà: di modo che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si parte dagli uomini. In caso che questo sia vero, io fo conto che tu debba essere così piena, che non ti avanzi più luogo; specialmente che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose (verbigrazia l'amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine), non già solo in parte, e l'uno o l'altro di loro, come per l'addietro, ma tutti e interamente. E certo che se elle non sono costì, non credo si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo insieme una convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano in mano, tutte queste cose; donde io penso che tu medesima abbi caro di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa costì un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli anni una buona somma di danari.
Luna. Tu ritorni agli uomini; e, con tutto che la pazzia, come affermi, non si parta da' tuoi confini, vuoi farmi impazzire a ogni modo, e levare il giudizio a me, cercando quello di coloro; il quale io non so dove si sia, né se vada o resti in nessuna parte del mondo; so bene che qui non si trova; come non ci si trovano le altre cose che tu chiedi.
Terra. Almeno mi saprai tu dire se costì sono in uso i vizi, i misfatti, gl'infortuni, i dolori, la vecchiezza, in conclusione i mali? intendi tu questi nomi?
Luna. Oh cotesti sì che gl'intendo; e non solo i nomi, ma le cose significate, le conosco a maraviglia: perché ne sono tutta piena, in vece di quelle altre che tu credevi.
Terra. Quali prevalgono ne' tuoi popoli, i pregi o i difetti?
Luna. I difetti di gran lunga.
Terra. Di quali hai maggior copia, di beni o di mali?
Luna. Di mali senza comparazione.
Terra. E generalmente gli abitatori tuoi sono felici o infelici?
Luna. Tanto infelici, che io non mi scambierei col più fortunato di loro.
Terra. Il medesimo è qui. Di modo che io mi maraviglio come essendomi sì diversa nelle altre cose, in questa mi sei conforme.
Luna. Anche nella figura, e nell'aggirarmi, e nell'essere illustrata dal sole io ti sono conforme; e non è maggior maraviglia quella che questa: perché il male è cosa comune a tutti i pianeti dell'universo, o almeno di questo mondo solare, come la rotondità e le altre condizioni che ho detto, né più né meno. E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi udita da Urano o da Saturno, o da qualunque altro pianeta del nostro mondo; e gl'interrogassi se in loro abbia luogo l'infelicità, e se i beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il sole medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.
Terra. Con tutto cotesto io spero bene: e oggi massimamente, gli uomini mi promettono per l'avvenire molte felicità.
Luna. Spera a tuo senno: e io ti prometto che potrai sperare in eterno.
Terra. Sai che è? questi uomini e queste bestie si mettono a romore: perché dalla parte della quale io ti favello, è notte, come tu vedi, o piuttosto non vedi; sicché tutti dormivano; e allo strepito che noi facciamo parlando, si destano con gran paura.
Luna. Ma qui da questa parte, come tu vedi, è giorno.
Terra. Ora io non voglio essere causa di spaventare la mia gente, e di rompere loro il sonno, che è il maggior bene che abbiano. Però ci riparleremo in altro tempo. Addio dunque; buon giorno.
Luna. Addio; buona notte.
Operette Morali - Leopardi
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03-11-2008, 21.03.44
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Ghiannis Ritsos
Sera grigia
Mi duole in petto la bellezza: mi dolgono le luci
nel pomeriggio arrugginito; mi duole
questo colore sulla nube – viola plumbeo
viola repellente; il mezzo anello della luna
che brilla appena – mi duole. Passò un battello.
Una barca; i remi; gli innamorati; il tempo.
I ragazzi di ieri sono invecchiati. Non tornerai indietro.
Serata grigia, luna sottile, – mi fa male il tempo.
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