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Forum di politica, cultura, società - 2007

 
Vecchio 20-07-2007, 15.32.13
Roderigo
 
Anoressia, i maschi dimenticati

Aumentano i casi: soprattutto giovani. Spot contro la malattia
Colpiti il 2% I sintomi gli stessi delle donne Uno su due guarisce


Anoressia, i maschi dimenticati
"Per loro neanche un reparto"



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Dopo il suicidio del ragazzo in ospedale a Roma, l'allarme dei medici: per gli uomini diagnosi tardive e poche strutture a disposizione così finiscono in psichiatria



MARIA NOVELLA DE LUCA


ROMA - Captare i segnali. Per non arrivare troppo tardi. Perché di anoressia (e bulimia) si guarisce, ma bisogna fare in fretta, prima che il disturbo diventi malattia, e la malattia un dramma. Come per Matteo, che aveva soltanto 18 anni, due giorni fa a Roma non ce l´ha fatta più, e ha detto addio alla vita. Le statistiche dimostrano che il 50% delle persone affette da anoressia guarisce, il 30% migliora, il 20% resta prigioniero del proprio male, il 10% muore, purtroppo, e spesso la causa del decesso, spiega Riccardo Dalle Grave, primario dell´Unità di Riabilitazione Nutrizionale della casa di cura "Villa Garda", è proprio il suicidio. E la tragedia di Matteo dimostra quello che da tempo segnalano medici, esperti e soprattutto pediatri: l´anoressia nervosa non è soltanto una "sindrome" femminile che colpisce bambine, ragazze e donne alla ricerca ossessiva di un corpo sempre più magro, (il 5% della popolazione femminile), ma una patologia che oggi attacca in misura crescente anche i maschi (il 2% della popolazione, soprattutto giovani e giovanissimi).

«Il vero problema - dice Riccardo Dalle Grave, che è anche il presidente dell´Aidap, l´Associazione italiana disturbi dell´alimentazione - è che nei maschi la diagnosi viene fatta tardivamente. Se oggi infatti molte madri sono attente ai sintomi delle loro figlie, al loro rapporto con il cibo, di fronte ai maschi si tende a non vedere, a non considerarlo un problema. Così quando finalmente un ragazzo arriva alle cure è perché la situazione è diventata gravissima. Certo su 10 casi di anoressia nervosa uno soltanto è maschile, ma questo non giustifica il fatto che nei centri di recupero, negli ospedali, siano previste unicamente stanze femminili, e così i maschi finiscono nei reparti psichiatrici...». Un dramma sottovalutato insomma, soprattutto in famiglia, anche se in realtà i sintomi della malattia, ricorda Dalle Grave, sono gli stessi, per i maschi come per le femmine. «Per entrambi c´è il desiderio, che diventa ossessione, di controllare l´efficienza del proprio corpo, per le ragazze si traduce in una ricerca della magrezza a tutti i costi, per i maschi in un potenziamento dei muscoli, che li porta a sfinirsi di jogging o esercizi in palestra, e poi piano piano si trasforma in un totale rifiuto del cibo».

Dietro questa plateale protesta contro la vita, un passato di obesità, l´essersi sentiti esclusi dal gruppo di coetanei, una depressione inespressa e inascoltata. «E´ molto difficile individuare le cause che portano all´anoressia. L´interiorizzazione del mito della magrezza ha fatto molti danni, e questo ce lo dimostrano i dati: in Italia negli anni Cinquanta - aggiunge Dalle Grave - quando gli ideali di bellezza erano ben diversi da quelli di oggi, su centomila abitanti soltanto lo 0,4 soffriva di disturbi alimentari, contro i 5 casi ogni centomila degli anni Settanta. A questi si devono aggiungere altri fattori sociali, come i cambiamenti legati al cibo, sempre meno cucinato in casa e consumato a tavola, e sempre più divorato da soli, davanti alla Tv. Poi ci sono fattori di relazione, più profondi, ma le abitudini contano non poco: di certo non è salutare per una bambina o per un´adolescente vedere, ad esempio, che sua madre è sempre a dieta...».

La famiglia è un nodo centrale. Perché l´anoressia, come la bulimia, ossia il mangiare compulsivamente per poi vomitare tutto, più e più volte al giorno, sono patologie che possono far saltare ogni equilibrio del nucleo affettivo. Fabiola De Clercq è la fondatrice di Aba, associazione che anni si occupa della prevenzione e della cura dei disturbi alimentari. «Succede come quando c´è un figlio o una figlia che si droga: il dramma coinvolge tutti - spiega Fabiola De Clercq, per lunghi anni lei stessa ammalata del rifiuto del cibo - e l´unica strategia è quella di intervenire in tempo. Invece le persone arrivano alle cure, ossia riconoscono di avere un problema dopo nove, dieci anni di malattia silenziosa, nascosta. Il motto della nostra associazione è che di anoressia si può guarire e molto spesso di guarisce. Spero che il dramma di Matteo, il dramma di un ragazzino, serva a far aprire gli occhi su un´emergenza che oggi riguarda senza distinzione maschi e femmine. Nel nostro centro spesso arrivano mamme con bambini di dieci, undici anni che i pediatri definiscono inappetenti, e invece iniziano già a respingere il cibo per motivi più complessi e profondi». E che i disturbi alimentari siano diventati una patologia sociale sempre più diffusa lo dimostra lo spot che sarà trasmesso in tv e pubblicizzato sui giornali firmato sempre dall´Aba, con il patrocinio del ministero delle Politiche Giovanili, che invita i "malati di cibo" a chiedere aiuto.

Perché si può guarire. Basta capire, agire, decodificare i sintomi. «Ci sono dei tratti comuni, uguali per le ragazze e i ragazzi - avverte Riccardo Dalle Grave - come il voler mangiare da soli, il rifiutare di uscire con gli amici per paura di andare al pub o in pizzeria, il correre al bagno subito dopo pranzo, il controllo ossessivo su tutto ciò che si ingerisce. Spesso queste tendenze si manifestano in una transizione: all´inizio di una storia d´amore, nel passaggio tra la scuola media e le superiori, in tutti quei tratti della vita cioè dove è possibile sentirsi inadeguati, e si cerca così di controllare tutto, soprattutto le pulsioni». Come la fame, il gusto, piacere. Fino alla tragedia.


Repubblica 13 luglio 2007



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