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di politica, cultura, società - 2007
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12-04-2007, 20.55.34
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Rivolta cinese a Milano
Cariche della polizia, feriti, auto distrutte. La rivolta di circa 300 cinesi è scoppiata nella piccola "Chinatown" di Milano nella zona di via Sarpi. I disordini sono scoppiati dopo che la polizia ha multato una commerciante cinese che aveva scaricato merci fuori orario. La protesta della donna ha scatenato la reazione violenta dei suoi connazionali.
Fonte: http://www.skylife.it/videoTg24/29982
Ultima modifica di Basch : 12-04-2007 alle ore 20.57.48.
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13-04-2007, 12.10.23
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Guerra a Chinatown
GUERRA A CHINATOWN
di Luca Galassi
Scontri tra cinesi e poliziotti nel quartiere Paolo Sarpi: 10 feriti. Lo sfogo di tensioni che durano da mesi.
Una violenta guerriglia urbana tra forze dell'ordine e residenti cinesi ha sconvolto stamani, intorno alle 12.30, il quartiere milanese di Paolo Sarpi. Gli scontri hanno avuto origine da un episodio in apparenza banale, ma spia di un malcontento che cova da tempo a Chinatown: una pattuglia di vigili urbani ferma una donna per alcuni controlli. Da tre mesi la polizia municipale sta attuando una rigida politica contro i carrelli e le operazioni di carico-scarico nella trafficata via Paolo Sarpi. La donna fermata, sui 30 anni, sarebbe stata multata perchè in doppia fila. Secondo alcune testimonianze, si sarebbe rifiutata di pagare la multa. Uno dei vigili avrebbe tentato di introdurla nella vettura utilizzando le maniere forti e, sempre secondo le varie voci raccolte in loco, anche la bambina di 2 anni che portava con se' sarebbe stata strattonata se non addirittura colpita.
Lanci di bottiglie. Alle grida della donna, alcuni cinesi sono accorsi e un numero ingente di persone ha circondato l'auto dei vigili urbani. Da quel momento in poi, la situazione è andata degenerando: circa 300 cinesi hanno 'bloccato' l'auto, che è riuscita a ripartire solo dopo l'intervento della polizia, giunta celermente in soccorso dei vigili. I cinesi hanno ingaggiato battaglia con i poliziotti. Al termine degli scontri tre persone sono state trasportate in ospedale, mentre alcuni agenti sono rimasti contusi. Le proteste sono continuate per tutto il pomeriggio nel quartiere. I cinesi hanno inscenato un corteo lungo via Nicolini, via Paolo Sarpi e via Bramante, reclamando più diritti e più rispetto. Qualche piccolo strascico di violenza si è verificato intorno alle 15.30, con scaramucce tra gli automobilisti che si lamentavano per il traffico bloccato e alcuni lanci di bottigliette all'indirizzo della polizia da parte di alcuni giovani cinesi.
Ci vogliono mandar via. "La picchiavano, ho visto io che la stavano picchiando", racconta Lisa, commerciante cinese che ha assistito al primo episodio. "Picchiavano lei e la bambina piccola, poi l'hanno portata via nella macchina, ce l'hanno spinta dentro a forza". Un altra commerciante, Bao, dice che negli ultimi tre mesi la polizia municipale ha reso la vita impossibile ai cinesi. "Gli italiani che girano con i carrelli non vengono fermati, noi cinesi sì". Stefania, che ha un bar in via Paolo Sarpi 17, ha raccontato che dal 15 aprile la strada verrà chiusa, e il traffico limitato ai soli bus e alle auto dei residenti, lasciando solo alcune fasce orarie per il carico e lo scarico. "Si tratta di un tentativo non solo di cacciare i cinesi che hanno bisogno di caricare e scaricare la loro merce negli esercizi lungo la strada, ma anche di cacciare via noi italiani rimasti, che abbiamo bar e negozi qui e dobbiamo fare lo stesso". Le fa eco Mario, dal banco del caffé: "Tutta colpa di Vivisarpi, sono loro i veri razzisti, noi con i cinesi andiamo d'accordo, sono di indole tranquilla e non danno problemi. Ma loro di Vivisarpi sono xenofobi". Vivisarpi è un comitato di cittadini nato alcuni anni fa per contrastare la vendita all'ingrosso dei commercianti cinesi e ripristinare la 'legalità e l'ordine' nel quartiere.
"Rispetto per tutti". Paolo Sarpi è il quartiere di Milano che negli ultimi anni ha assistito ad una massiccia immigrazione di cittadini cinesi, facilitata dall'acquisto di immobili in contanti. Sarebbero oltre 7 mila i residenti provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese, ma sono cifre incerte. C'è che si sostiene che siano addirittura 10 mila. Da alcuni mesi, i 'ghisa' combattono una vera e propria battaglia contro le auto che portano i prodotti all'ingrosso ad alimentari e altri negozi cinesi, elevando multe e sequestrando i famigerati 'carrellini'. Il console generale cinese, Limin Zhang, intervenendo dopo i tafferugli, ha parlato di 'episodio non casuale'. "Sono due mesi che i miei compatrioti sono sottoposti a una forte pressione. Ci vuole più rispetto per i commercianti, i cinesi sono da sempre persone civili e tranquille, pertanto andrà chiarito chi ha sbagliato. Io ribadisco che così come noi osserviamo le regole della convivenza, anche gli italiani devono fare altrettanto".
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13-04-2007, 12.49.51
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"Quelli ci multano e intascano i soldi"
I commercianti immigrati in rivolta, "Vogliamo lavorare, contro di noi c'è solo razzismo"
FABIO POLETTI
MILANO
Il vecchio Romanin che tutti chiamano così perché dalla città di Wenshou era scappato fino a Roma, sarà l’ultimo ad essere contento di queste bandiere rosse della Repubblica popolare cinese che sventolano all’angolo tra via Paolo Sarpi e via Bramante. Romaninche ha 85 anni e che tutti dicono sia molto malato è uno dei tanti fuggiti dalla Cina di Mao e chissà cosa deve pensare della bandiera che impugna Zhao, ma lei preferisce farsi chiamare Alba, il negozio di bigiotteria cinese a poco prezzo in fondo a via Paolo Sarpi. «Le abbiamo prese da casa o dai negozi, solo per riconoscerci tra di noi», dice con un italiano più che accettabile dopo dieci anni, un marito e un figlio a casa, la Cina oramai troppo lontana.
Zhao si è tinta i capelli di biondo. Enrica ha una maglietta griffata con le paillettes. Jian che si fa chiamare Marco ha una t-shirt americana. Mei che si volta solo se lo chiamano Andrea ha gli occhiali da sole all’ultima moda. Tutti hanno il telefonino. Molti ostentano l’i-Pod. Fanno finta di conoscere poco l’italiano ma è solo una forma di difesa. La tv cinese di quartiere Euro China ha chiuso da anni. Il giornale China News è soprattutto un bollettino di annunci. Oramai - soprattutto i più giovani - si sentono italiani, anzi milanesi. Ed è così che capisci la rabbia che leggi nei loro occhi e che non trattengono più. «Un vigile che mi voleva dare la multa perché scaricavo un carrello pieno di scatoloni mi ha fatto capire che si poteva trovare un accordo: “Sono 70 euro, ma se paghi cash senza verbale fanno 30...”», denuncia Alba-Zhao, parole pesanti come montagne avrebbe detto il presidente Mao.
Un’accusa diffusa in questo quartiere, dieci strade in croce quasi in centro, cinquecento negozi made in China contro i duecento ancora in mano agli italiani. Jiian che lavora come magazziniere giura che i criminali sono quelli con la divisa: «Quando leggo che in via Paolo Sarpi c’è la Triade mi viene da ridere. Al massimo c’è qualche banda di ragazzini che cerca di farsi dare i soldi dai negozianti. Il vero problema sono i vigili urbani che si fanno pagare le multe in contanti e poi intascano i soldi». Se è così si capiscono le bandiere, gli striscioni, le botte con la polizia, i megafoni e la voglia di dire basta di questo quartiere con le insegne sui negozi che parlano una lingua sola: Trattoria Ottimo fiore, Oriente Store, Max e Lin import export, Xin Xing trading, Bai Yi Dian Fashion, Chang Shung Trading, Da Zhang formaggio di soia. Dei venditori di cravatte di seta e di pelletterie di oltre un secolo fa non c’è quasi più traccia. Scomparsi anche i laboratori clandestini con i cinesi alla catena di montaggio dodici ore al giorno. «Costa meno importare le merci direttamente dalla Cina», spiega uno che almeno una volta al mese fa arrivare i container a Genova. I cinesi che lavorano e producono e vivono quasi sempre tra di loro - «Ma adesso c’è anche qualche coppia mista», assicura Mei - sono la maggioranza. Poi ci sono le attività criminali, le uniche che finiscono sui giornali. L’ambulatorio dietro a una anonima vetrina dove si praticavano pure gli aborti, la banca illegale che hanno chiuso un anno fa e che faceva girare i soldi di qualche traffico ma soprattutto raccoglieva i risparmi degli abitanti della zona. E poi il commercio dei passaporti per dare una vita nuova ai clandestini, gli uomini invisibili che i cinesi chiamano spregiativamente renshe, serpi umane, o le prostitute fuggite dal Dongbei.
Ma questo è solo il lato oscuro di Chinatown che non è più nemmeno qui. Nel quadrilatero tra via Sarpi e via Bramante ci sono i negozi. Ma tutti abitano tra via Padova e via Monza, i più ricchi in viale Majno nei palazzi ottocento con il marmo tirato a lucido. «Vogliamo solo vivere e lavorare in pace. Chissà perché i vigili le multe le fanno solo a noi. Questo è razzismo...», accusa il rispettabilissimo signor Jubin che come tutti oggi tiene abbassata la saracinesca del suo ristorante. Su un balcone sulla sua testa c’è lo striscione dell’Associazione commercianti di via Paolo Sarpi dove si denunciano il «commercio all’ingrosso e l’illegalità». Uno striscione sbiadito che una volta doveva essere arancione, troppo pallido davanti a queste bandiere rosse con le stelle gialle della Cina.
articolo de LA STAMPA del 13/04/2007
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14-04-2007, 19.15.13
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Occhio ai luoghi comuni (nel caso, razzismo, repressione, diversità, etc.). Il problema della comunità cinese deve essere letto con qualche accorgimento in più.
Vi faccio grazia di una serie di esperienze personali di relazione con quella comunità vissute per via dei miei figli e della naturale propensione al gioco con coetanei cinesi, perchè finirei inevitabilmente troppo lontano.
Mi limito a dire che, per la mia storia personale, ho avuto modo, soprattutto negli anni dell'università, di svolgere un ruolo di mediazione e d'integrazione con le comunità straniere e spesso nell'ambito di momenti di "crisi", dove la soluzione più scontata sembrava andare verso conflitti freddi o caldi (o caldissimi). In quei momenti le comunità interessate (europee, asiatiche, mediorientali, sudamericane) esprimevano sempre degli interlocutori che, parlando con me o con altri, riconoscevano sempre un ruolo più o meno importante all'elemento locale. Con la comunità cinese questo non avviene e, alla lunga, l'autosufficienza e l'autoreferenzialità diventano inevitabilmente motivi di contrasto anche serio con il paese ospitante.
In soldoni: la "tolleranza zero" è una cagata, ma se questi non si motivano ad una relazione decente con gli ospitanti, la vedo ben dura...
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16-04-2007, 23.52.29
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Di tutta questa storia mi ha colpito soprattutto l'improvvisa emersione di gente invisibile. Non posso negare che, aldilà dei fatti, mi ha fatto piacere.
Purtroppo la "diversità" manifesta la propria visibilità spesso in modo dirompente e pagando sempre cari prezzi, ma questo obbliga sempre ad un confronto che male non fa.
Mi sono piaciute in particolare le interviste ai ragazzi cinesi. Tutti li hanno potuti vedere ed ascoltare e loro hanno avuto voce.
Molto meno mi piace la trita demagogia con cui al solito la Lega cavalca la tigre del momento. Oggi hanno organizzato una piccola manifestazione in quel quartiere fasciando provocatoriamente il palco con una grande bandiera tibetana. Fino a ieri non sapevano nemmeno dov'è il Tibet. Se non fossero pericolosi, sarebbero pietosi.
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17-04-2007, 00.00.23
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figurati se non coglievano la palla al balzo per far vedere quanto ce l'hanno duro... scusate la battuta scandalosa ma non potevo evitare! 
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17-04-2007, 14.00.00
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beh ci sono le elezioni amministrative tra poco
e chiusi tra i loro "colleghi" cattolici, forzisti e post fascisti...
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18-04-2007, 10.29.58
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Citazione:
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Originalmente inviato da alessandra
Di tutta questa storia mi ha colpito soprattutto l'improvvisa emersione di gente invisibile. Non posso negare che, aldilà dei fatti, mi ha fatto piacere...
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Questa di Alessandra è una delle parti del discorso che deve essere fatta, la mia sarà complementare a questa.
Anni fa ebbi una discussione viva e interessante con alcuni amici a proposito della questione dei nomadi. In breve, a fronte delle difese di principio sui diversi etc, io e un'altra persona difendevamo invece tutt'altro concetto che qualificava il nostro modo d'intendere la politica, cercando di superare certi pericolosi luoghi comuni: prima di ogni altra cosa viene l'attenzione alla struttura sociale di una comunità (o di una zona geografica o di una nazione) e, una volta individuati gli elementi fondamentali di questa, capire per quale diavolo di motivo se sono contrario, ad esempio, allo sfruttamento delle donne e dei bambini a tutte le latitudini, e per di più dedicandoli ad attività illegali, per mantenere un gruppo dirigente privilegiato e parassitario (gli uomini dellla comunità), nel caso dei nomadi devo anteporre la diversità ad una struttura sociale peggio che reazionaria e oscurantista. Mistero.
Nel caso della comunità cinese di Milano (o italiana o internazionale, non cambia nulla) i dati da considerare sono molti e diversi. La voglia di celodurismo dell'allegra brigata che si raduna sotto le sottane della Brichetto è deviante: il dato, in questo caso, è vero ma non è centrale.
Per essere ancora più chiari: quel problema, come amministratore della città, me lo dovrei porre anch'io. Per accorgermi, poi, che lì come nel resto d' Italia quella comunità ha caratteristiche che, non dico per un uomo di sinistra, ma semplicemente per un progressista o anche soltanto per una persona equlibrata e non schierata, sono assolutamente preoccupanti e inaccettabili. Tra i tanti esempi:
- La gerarchizzazione estrema della società, in primis, con gruppi dirigenti che dispongono della vita degli strati sociali inferiori nel peggiore dei modi (molti poveracci vengono letteralmente "importati" come merce a scadenza, con fenomeni di schiavismo e paraschiavismo)) e la gerarchizzazione del lavoro (i ritmi, l'organizzazione e gli aspetti retributivi dello stesso sono allucinanti).
- L'autoreferenzialità e l'isolamento della stessa (è uno dei casi in cui si ribalta l'assunto per cui è l'elemento locale che disprezza l'immigrato: vi garantisco che è esattamente l'opposto, e l'atteggiamento di fondo è la premessa ideologica, quanto mai curiosa, di "colonizzazione clandestina") per cui la gente della zona d'insediamento con loro non ha rapporto e viene tenuta lontana con tutti i mezzi (anche qui, sul lavoro e nella vita civile, non parlo per sentito dire)
- Il controllo crescente sulle altre comunità immigrate, spesso sottomesse per bisogno allo strapotere economico dei cinesi (perchè di questo si parla) e, nel caso della delinquenza organizzata, in dimensioni e forme da emergenza vera.
Potrei procedere per un bel po', ma credo che sia inutile. Il vero nodo della discussione è, secondo me, di metodo: non esistono colpe o innocenze in via genetica o razziale, e questo lo considero acquisito da qualche secolo di illuminismo, teoria democratica e progressismo senza scomodare il movimento operaio. Quindi il giudizio va dato sull'organizzazione economica e suoi comportamenti sociali della comunità interessata: in questo caso, prima di cadere nella trappola di trascurare il problema vero per farne solo un elemento di lotta politica interna. Calderoli, gli ex missini & company sono, in gran parte, un pessimo effetto del problema di Milano, ma solo in piccola parte la causa.
Ultima modifica di Michi : 18-04-2007 alle ore 10.32.44.
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18-04-2007, 23.55.36
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Da più di 20 anni lavoro con gli zingari e da oltre 15 anni anche con gli stranieri immigrati. So molto bene di cosa parli, ma so anche altrettanto bene che fino ad ora si è sempre fatto finta che quella gente non esistesse per evitare di interrogarci su un confronto che avrebbe portato inevitabilmente a prendere impegni e si è sempre agito solo (e non sempre nemmeno in quella) nell'emergenza con settoriali interventi tappabuchi e fine a se stessi se non spesso addirittura controproducenti.
Gente che diventa visibile solo quando mette in pericolo la nostra sicurezza o spesso anche solo il nostro senso estetico e che torna nella nebbia dell'indifferenza generale quando educatamente consuma le proprie miserie e tragedie al proprio interno.
Ed in un guizzo improvviso e tardivo di legalità e rigore di tutela, non puoi ora togliere tutti i bambini agli zingari, come non puoi chiudere tutti gli esercizi commerciali ai cinesi. Cosa otterresti?
E' un lavoro che va fatto dal basso, con le persone. Un lavoro di confronto difficilissimo che deve necessariamente partire da basi concrete, da politiche sociali certe, solide. Chiedi regole a tua tutela, chiedi che le regole che tu devi rispettare le rispettino anche loro, ma perchè queste pretese siano efficaci, di tutele ne devi garantire con la stessa fermezza anche per loro.
Non puoi imporre improvvisamente regole se sei stato tu il primo a lasciarli marcire in quelle condizioni per anni senza mai occupartene derogando così alle stesse regole che ti eri dato. Non puoi pretendere il rispetto da parte loro solo delle regole che ti fanno comodo o che improvvisamente ti diventano irrinunciabili e non rispettare tu quelle per la garanzia di loro diritti.
E cosa più importante, devi essere consapevole di avere di fronte delle persone, non delle categorie. Basta semplicemente entrare in relazione con loro personalmente per scoprire che ci sono madri zingare e persone cinesi per cui togliersi tanto di cappello. Ci sono innumerevoli persone in quelle comunità con cui sarebbe possibile e fruttuoso lavorare per creare ponti.
Ma non in modo semplicistico ed improvvisato. Tanti piccoli progetti con le migliori intenzioni sono naufragati per l'assenza totale di un quadro generale di sostegno in quella direzione.
Purtroppo gli unici progetti veramente efficaci sono costosi e a lunga scadenza. Elettoralmente impraticabili.
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19-04-2007, 00.02.43
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E' esplosa una delle tante polveriere a cielo aperto della città e non mi stupirei se dopo la questione della "Stecca degli artigiani" smantellata proprio ieri dopo un primo tentativo fallito, la protesta degli abitanti di viale Monza di qualche settimana fa, venisse la volta anche di Via Padova...vivere e lavorare in queste porzioni di città ove ogni etnia si fa le proprie regole e con le proprie ragioni, non è per nulla facile.
La comunità cinese di via Sarpi ha costituito un territorio quasi inaccessibile dall'esterno e questo grazie all'inadeguatezza (convenienza?) delle varie amministrazioni che si sono succedute man mano, a partire dall'ex sindaco Formentini, famigerato sgomberatore d'attitudine e null'altro (ricordo vivamente quando mandò le ruspe al Centro Leoncavallo)
Bisognava occuparsi delle varie esigenze e creare le condizioni ideali per tutti gli abitanti del/i quartiere/i già diversi anni fa...c'è da tenere in considerazione che Via Sarpi, nonché la cosiddetta Isola dove è stata sgombrata la Stecca, negli ultimi anni sono diventate di grande interesse per speculatori e investitori 
Ultima modifica di sarahkerrigan : 19-04-2007 alle ore 00.05.21.
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22-04-2007, 12.34.23
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Citazione:
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Originalmente inviato da alessandra
...Purtroppo gli unici progetti veramente efficaci sono costosi e a lunga scadenza. Elettoralmente impraticabili.
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Il senso generale del tuo post è condivisibile e di buon senso. Credo però che il nodo del problema sia proprio nel criterio con il quale oggi, da tutti settori dell'opinione, e anche se non soprattutto a sinistra, (non) vengono affrontati i fatti importanti di cronaca dai quali desumere indicazioni politiche, come appunto nel caso dei cinesi a Milano.
Rispetto ad un fatto simile sono scattate immediatamente le generalizzazioni: quelle dei celoduristi, dei cittadini dell'ordine, dei somari qualunque "miodiodoveandremoafinire", del pietismo e dell'ipocrisia e, da sinistra, la pressochè istintiva automatica assegnazione dei cinesi, in quanto extracomunitari, alla generica ed indistinta massa degli immigrati afflitti da miseria, rifiuto, diversità e difficoltà d'integrazione che vanno difesi a tutti costi.
Errore diffuso in molti altri casi che ci costa ogni volta consenso e credibilità perchè, ripeto, io non devo dimostrare che sono in grado di governare ma semmai sono "loro" a dover dimostrare il contrario. A patto, ovviamente, di abbandonare i luoghi comuni e saper distinguere in una comunità, a maggior ragione se di vaste dimensioni, la diversa stratificazione sociale di chi la compone, la storia e le ragioni dell'insediamento, le relazioni con il paese ospite, la capacità economica.
A Genova siamo andati avanti per anni con cattocomunisti di cuore tenero o "antagonisti" da operetta infatuati dal mito romantico della malavita che, in quanto esterna alla società civile, è in qualche modo assimilabile alle ragioni di chi è "contro". Tutta questa gente non ha mai colto (o voluto cogliere, ché questo comporterebbe un problematico reset esistenziale) il passaggio dal vecchio contrabbando e della prostituzione di via prè (e della via del campo di Fabrizio) nel dopoguerra alla nuova classe di potere che ha comprato immobili e fondato imprese commerciali e logistiche abbandonando le sigarette per l'eroina e il traffico d'armi e ammazzando tutto l'ammazzabile; con una manovalanza di poveracci senza presente nè futuro che vengono dai quattro angoli al mondo al soldo dei nuovi padroni.
Per questo mi suona fastidioso il generico parlare di "cinesi",e altrettanto avviene quando si parla di "italiani", quasi che al mondo, una volta che esco dai confini di casa mia, io entri automaticamente a far parte di un macrogruppo sociale insieme, chessò, a Berlusconi, Ruini e Provenzano. Ma quando mai?
Ora può darsi che a me questo discorso venga più facile per la lontananza assoluta da patrie, bandiere, etc, e mi senta ben vicino invece alla comunità internazionale di chi lavora e non ruba, ma vorrei capire che diavolo di timore c'è a prendere posizioni ferme quando è giusto e necessario senza regalare consenso a qualche cialtrone in camicia verde.
Ultima modifica di Michi : 22-04-2007 alle ore 13.55.55.
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22-04-2007, 19.24.27
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Citazione:
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Originalmente inviato da alessandra
Da più di 20 anni lavoro con gli zingari e da oltre 15 anni anche con gli stranieri immigrati.
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Per me sono quasi quattro anni di scambi quotidiani con immigrati di culture diverse e ritengo di aver accumulato una discreta esperienza, così come spero di riuscire a passare semplici regole di ordine pubblico, evidentemente inderogabili ( quindi a rifiuto di collaborazione, passo all'azione) per una convivenza migliore, soprattutto in quelle zone dove la concentrazione di stranieri è superiore o quasi alla popolazione autoctona: il lavoro di confronto e d'informazione viene fatto da tanti e dal più che basso, tutti i santi e non santi giorni e con pochissime tutele da parte del più che alto.
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24-04-2007, 01.05.54
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Prendere posizione si può ed è efficace quando il confronto è alla pari. Se non lo è, se hai la coscienza sporca o sei ambiguo e non mantieni i patti, non funzionerà mai.
Lavoro nell'ambito del penale. Lavoro con ragazzi che hanno commesso reati durante la minore età e sono sottoposti a procedimento penale sia in forma detentiva, sia in varie forme di attenuazione della libertà.
Ormai da molti anni oltre il 50% di loro è straniero. Nei carceri minorili gli starnieri sono oltre il 90%. Ma in realtà non sono aumentati i reati con l'affluenza dell'immigrazione. Gli stranieri privi di altre risorse hanno semplicemente sostituito (per ora solo nel nord Italia) la bassa manovalanza della malavita.
I carceri minorili del sud sono invece ancora piene di italiani.
E il fatto che nel sud dell'Italia le cose vadano ancora diversamente, la dice lunga sulle condizioni sociali, culturali e personali su cui si fonda questo tipo di criminalità.
Come scrive Michi, in via Prè le cose in fondo non sono tanto cambiate se non per le tipologie di reato e la nazionalità dei poveracci che ora delinquono in strada. Sono loro i visibili, quelli che rischiano di finire ammazzati o in galera.
I nostri ragazzi italiani del nord, oltre a qualche ovvio inciampo nella legge sugli stupefacenti per avere esagerato nelle scorte estive e negli acquisti di gruppo, ormai sono dediti solo alle violenze sessuali, ai matricidi, padricidi, fratricidi e nonnicidi.
Fortunatamente piccoli numeri, anche se sembrano sempre troppi.
Dagli anni 80' quando ancora le sacche dell'immigrazione del sud concentrate solo in alcuni quartieri, sfornavano ancora piccoli ed italianissimi rapinatori di tutto rispetto, spacciatori, tossicodipendenti, rissosi e ladri, le cose sono molto cambiate sia per la nazionalità dei ragazzi dediti ai reati di strada, sia per la tipologia degli stessi reati.
Quegli italiani di allora erano armati. Pistole vere, a volte pistole finte contraffatte per farle sembrare vere. Le rapine le facevano alle banche, nei negozi e pure ai portavalori.
Poi le banche si sono attrezzate e sono comparsi i taglierini e le siringhe infette.
Poi lentamente i ragazzi italiani di quei quartieri hanno smesso di rapinare, rubare, rissare, spacciare in strada, perchè quei quartieri hanno cominciato lentamente a mescolarsi con il resto della città ed a popolarsi non solo di problemi sociali. Merito delle scuole che in quegli anni hanno fatto un ottimo lavoro, merito di politiche sociali ancora minimamente attente e merito di quelle famiglie che nelle generazioni successive hanno cominciato a desiderare una vita nella legalità visto che era diventato concretamente possibile per tutti loro.
Ed hanno fatto spazio ai nuovi immigrati.
Di fronte ad un reato, io prendo posizione e stringo con quei ragazzi dei patti di ferro. Ma sono patti che entrambe le parti devono poter rispettare. Se chiedo loro di abbandonare la vita di strada, gli devo offrire la possibilità di un'alternativa abitativa dignitosa e concretamente possibile. E se sono clandestini e non hanno alcun titolo per lavorare, non posso pretendere che lavorino in nero, ma devo potergli prospettare la possibilità di una regolarizzazione.
Se il patto invece prevede che io prenda solo severamente posizione nei confronti del reato che hanno commesso, senza che loro siano messi nelle condizioni di poterlo rispettare, la mia presa di posizione perde immediatamente di credibilità, oltre che di efficacia. Non funziona.
Con le organizzazioni criminali italiane e straniere non si scende a patti, ma queste si sa si nutrono delle persone con cui noi potremo stringerne se solo volessimo farlo.
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