L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2007

 
Vecchio 02-01-2007, 02.56.21
Roderigo
 
L'indulto e la condizione carceraria

Prosegue da: Indulto e amnistia


L’indulto funziona, ecco perché



I numeri (e non solo) dicono che chi è uscito non si è rimesso a delinquere

di CLAUDIO CERASA

Nicola ha passato ventinove anni in carcere. Era il 1977, Nicola aveva diciotto anni, finisce coinvolto in un omicidio, va in galera, ha un permesso, poi scappa, comincia a fare delle rapine, rientra ancora e sconta la sua pena. Nicola, ora, ha quasi quarantanove anni e da due anni si trova in regime di semilibertà. Cinque mesi fa, poi, arriva l’indulto, che per chi se lo fosse dimenticato ha escluso tutti coloro che sono stati detenuti per terrorismo, mafia, rapina aggravata e abusi sessuali. Nicola doveva uscire nel 2011, ora uscirà definitivamente nel 2008.

Fino a quella data, Nicola convivrà con la sua condizione in semiregime di libertà. La mattina alle 9.30 al lavoro, si stacca la sera, il tempo di vedere la sua compagna (l’unica tra i due a poter usare un telefonino, Nicola non può ancora averlo), poi alle 21.45, si torna in cella. Nei ventinove anni passati nel carcere di Padova, Nicola ha imparato a usare il computer, ha fatto alcuni corsi di informatica, ha finito le scuole medie, ha preso un diploma da geometra e – poco prima dell’indulto – frequentava il primo anno del corso di laurea in Scienze politiche. Il 2 agosto, due giorni dopo l’indulto, Nicola si trovava in Sardegna e i primi due ex detenuti diventati subito nuovi detenuti per aver alzato il gomito in un pub e per aver aggredito verbalmente alcune forze dell’ordine, lui li aveva conosciuti. Già dal giorno dopo, leggendo i giornali, Nicola aveva capito che si sarebbe scatenata la caccia mediatica all’ex detenuto.

Subito dopo l’indulto, Nicola, così come la maggior parte degli ex detenuti, non si è messo a rubare, non si è messo a rapinare, non si è messo a uccidere non si è messo a fare quello per cui era già finito in carcere. Nicola, dopo l’indulto, ha trovato un posto fisso. Ora guadagna circa ottocento euro al mese, lavora allo sportello Sos Indulto di Padova, fa l’avvocato di strada ed è uno dei fondatori dell’associazione “Ristretti orizzonti” (una rivista realizzata dai detenuti della Casa di reclusione di Padova).

La storia di Nicola è una delle tante storie positive nate grazie all’indulto. Una di quelle storie che, però, sui giornali non compaiono quasi mai, perché dopo l’indulto la cosa importante era dimostrare a tutti i costi il lato negativo di quell’atto di clemenza, cioè chi esce e poi subito rientra. Perché, in realtà, nelle settimane successive all’indulto, il ragionamento il più delle volte è stato questo: più ex detenuti in giro significano più criminalità, più criminali, più pericolo, meno sicurezza. Perché nell’immaginario comune, condiviso anche da qualche esponente dell’attuale maggioranza di governo, gli ex detenuti non sono soltanto ex detenuti, sono soprattutto nuovi potenziali detenuti.

Ma le cose non stanno così. Di storie come quelle di Nicola se ne trovano tante, di storie come quelle del presunto killer tunisino di Erba che avrebbe sterminato una famiglia (e che poi invece non c’entrava nulla con gli omicidi), sono pochissime. Certo, esistono e sarebbe stupido ignorarle, ma sono poche. Perché non è vero che l’indulto porta a aumento diffuso della criminalità, anche se – ovviamente – la possibilità di recidiva esiste. Ma leggendo bene i dati si scoprono alcuni aspetti molto interessanti. Una certa percentuale di recidiva (circa del nove per cento) si ha sempre quando un detenuto esce di prigione. Sempre. Esiste solo un modo per evitare una recidiva ed è quello di aumentare le carceri, metterci dentro più gente possibile e buttare via le chiavi delle celle.

Gli indultati con una pena inferiore a un anno erano più della metà di quelli usciti lo scorso agosto: 11.370. Ma non solo. Uno dei dati più interessanti è senz’atro questo: dopo gli ultimi provvedimenti di clemenza (cioè indulto e amnistia a cavallo del 1990), i detenuti usciti furono 12.237 su un totale di circa 31.000 detenuti presenti nelle carceri. Ora, è vero che dal 1990 a oggi le carceri si sono riempite sempre di più. Ma non è vero che si sono riempite per nuovi delitti. Non si sono riempite perché gli ex detenuti sono tornati a fare i delinquenti. Si sono riempite soprattutto perché sono arrivate leggi più severe (come la Russo Iervolino sugli stupefacenti o come il 41bis) e perché chi è finito in cella in questo arco di tempo, è rimasto per più tempo in carcere. Non a caso, dopo gli ultimi provvedimenti di clemenza, il numero totale dei condannati dai tribunali è continuato a scendere sempre di più. Era di 292.980 nel 1998 e di 235.239 tre anni dopo. Lo stesso vale per il numero delle rapine che, nello stesso arco di tempo, è continuato a scendere: da 49.207 a 45.665. La situazione non è cambiata neanche dopo l’indulto di agosto. In pochi lo sanno, perché è più semplice parlare di un ex detenuto che torna a essere detenuto piuttosto che di un ex detenuto che non torna in carcere.

Perché è più semplice dire che ad Erba c’era un tunisino indultato che ha fatto uno strage, piuttosto che provare a pensare che forse non era così. Da agosto a ottobre i reati – complessivamente – sono calati di circa 5.200 unità rispetto al 2005. Sono calati anche i reati a sfondo sessuale. Oltre a questo c’è un però, c’è un altro dato di estrema importanza. Perché subito dopo l’indulto, dopo cinque mesi, la percentuale di recidiva è intorno al sette per cento, media inferiore rispetto al nove per cento preventivato nei palazzi del ministero della Giustizia prima di agosto. Il nove per cento è, tra l’altro, la media standard delle recidive postcarcere.

Anche se questo non viene raccontato spesso, nella percentuale di recidive successive all’indulto di luglio, sono moltissimi gli stranieri (778 su un totale di 2.070, fino al 5 dicembre) rientrati in carcere per un reato amministrativo. La maggior parte di questi sono rientrati perché non in regola con la Bossi-Fini, non per aver commesso altri reati.

Un dato che potrebbe tornare utile anche al ministro Antonio Di Pietro, molto contrario all’indulto. Ma quando Antonio Di Pietro per spiegare perché l’indulto sia un fallimento prende come esempio il sovraffollamento tuttora presente nel carcere di Regina Coeli a Roma (dichiarazione del 2 novembre), il ministro Di Pietro cade in una doppia trappola. Se il ministro crede che le carceri siano ancora sovraffollate, forse senza volerlo, fa capire che un indulto non basta per risolvere il problema del sovraffollamento. Ma soprattutto, in questo caso, il ministro Di Pietro non ricorda neppure che il carcere di Regina Coeli, essendo un carcere di primo accesso, è inevitabilmente sempre più pieno delle altre carceri.

Ma un esempio per meglio comprendere la strana percezione della realtà degli ultimi mesi, è quello portato da uno dei viceministri di Clemente Mastella, Fabio Guerrazzi. Prendiamo il caso di Erika De Nardo di Novi Ligure. Erika era stata condannata a 27 anni. Dopo gli appelli, i ricorsi e le istanze, la pena le è stata ridotta a 17 anni. Con l’indulto le sono stati tolti altri tre anni. Ma secondo l’immaginario comune, i tre anni dell’indulto sono uno scandalo, gli altri dieci anni di riduzione della pena sono sempre uno scandalo, ma un po’ meno. Il ragionamento è molto pericoloso, perché seguendo questa idea sarebbero da condannare anche i permessi premio, le condizionali, le prescrizioni, i difetti procedurali o le assoluzioni in terzo grado. Cioè, tutti i casi in cui un potenziale detenuto non si trova in cella.

Ma il vero problema è probabilmente un altro. Se il numero di detenuti usciti con l’indulto è così alto è semplicemente perché da sedici anni le celle non hanno mai smesso di riempirsi di carcerati. Spostare ancora più avanti la data dell’indulto avrebbe voluto dire peggiorare la situazione, aumentare il numero di detenuti presenti in carcere e aumentare di conseguenza il numero di detenuti beneficiari dell’indulto, dando la possibilità a chi non sa leggere i dati di dire: “Ma perché tutti questi ex detenuti in giro?”.

Ed è proprio per una questione statistica che, per la prima volta nella storia della Repubblica, un indulto non verrà seguito da un’amnistia. Il discorso è semplice. Rispetto al penultimo provvedimento di clemenza, apparentemente i detenuti beneficiari dell’indulto di luglio sono quasi il doppio. Il numero degli scarcerati con pena definitiva, dopo agosto, è stato di 17.499 più 7.178 che si trovano attualmente in attesa. Tra questi ultimi c’è anche Nicola. Ma c’è anche Gennaro, quarant’anni, di Civitavecchia, che racconta al Foglio come sia stato assunto a capo del settore risorse umane di un’azienda della sua città e che da capo delle risorse umane abbia avuto il via libera dalla stessa azienda per assumere altri venti ex detenuti che erano da poco usciti dalle celle. Rispetto al 1990, ciò che è cambiato è l’universo di riferimento. Nel 1990, in carcere, come detto, si trovavano 31.000 detenuti, mentre ad agosto 2006 i detenuti erano il quasi doppio, 60.710. Ed è per questo che il numero degli indultati di luglio è stato maggiore rispetto ai 12.237 del 1990. E’ per questo che la percezione comune porta a pensare “basta, va bene così”.

Ma se nell’indulto vanno cercati i problemi, i problemi non sono quelli legati alle recidiva, che – ripetiamolo – è un elemento comune a ogni provvedimento che dia la possibilità a un detenuto di uscire dalle carceri.

Semmai, il problema vero del post indulto è stata la gestione del passaggio dallo stato di detenzione a quello di libertà. Il governo ha stanziato diciassette milioni di euro per il reinserimento. Undici milioni sono arrivati dal ministero del Lavoro, tre milioni dal ministero della Salute e tre dalla cassa Ammende. A questi vanno poi aggiunti i finanziamenti arrivati danon bastano. La stragrande maggioranza degli indultati, una volta uscita, si è trovata senza nulla, senza casa, senza soldi, senza famiglia, senza conoscenti e soprattutto senza lavoro, con il risultato paradossale che molti detenuti, uscendo di prigione, hanno perso il lavoro che avevano prima. Cosa è successo. In Italia esiste una legge che si chiama Smuraglia. Molto sinteticamente, la legge dice che alcune aziende e alcune cooperative hanno la possibilità di usufruire di una particolare ritenuta di imposta nel caso in cui facciano lavorare un certo numero di persone che rientrano nella denominazione di quelle “considerate in difficoltà”. Un detenuto è una persona considerata in difficoltà. Un ex detenuto, invece, lo è soltanto per i sei mesi successivi all’uscita dalle carceri. Sei mesi sono molto pochi. Ed è per questo molte cooperative hanno deciso di non lavorare più con delle persone che sei mesi dopo avrebbero dovuto mandare comunque via.

Tutto questo, però, non sarebbe mai accaduto se il governo avesse provato a mettere in pratica – come ammettono allo stesso ministero – l’articolo numero 88 del decreto 230 del 2000, “Trattamento del dimittendo”, che rientra nel regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario promulgato sei anni fa. Quest’articolo non è stato preso in considerazione, se fosse stato riapplicato avrebbe permesso certamente una migliore assistenza nell’uscita dei detenuti.

Ma c’è qualcuno che – almeno in parte – è riuscito a risolvere la situazione. Nicola è uno di questi. Il comune di Padova insieme allo sportello già citato di Sos Indulto, ha fatto sua una postilla di un regolamento comunitario (il numero 2204 del 2002) grazie al quale viene ampliata la definizione di quei “soggetti svantaggiati” inseribili nelle cooperative sociali di tipo B. Tra questi sono stati inseriti anche gli ex detenuti, ma per un periodo non superiore ai sei mesi. In questo modo a Padova in molti sono tornati a lavorare. O almeno c’è chi spera di poterlo fare al più presto. Tra questi c’è Nabil.

Nabil è tunisino, abita a Padova, è finito dentro per spaccio, ha trentanove anni e gli ultimi nove anni e mezzo li ha passati in carcere. Ora, anche lui, è in regime di semilibertà, ma al contrario di Nicola e al contrario di Gennaro, non ha trovato nessun lavoro. Uscito dal carcere, Nabil, non ha trovato nessuno. Ha trovato i suoi vecchi amici. Gli hanno proposto un colpo, lui ha detto di no. Non li ha più visti, ha dormito alcune notti per strada, poi ha trovato un lavoro. Al momento, però, solo in nero.

Ora un altro elemento di riflessione è ovviamente ciò che il governo riuscirà a fare dopo l’indulto. Che, come già detto e come più volte è stato ripetuto, da solo non basta. Perché all’interno delle carceri attualmente solo il dieci per cento dei detenuti svolge un lavoro, perché – prima di luglio – solo duemila detenuti avevano seguito un corso professionale e solo quattro di questi erano iscritti al cosiddetto “sportello per l’orientamento al lavoro”. Il primo provvedimento del ministero di Giustizia è stato quello di aumentare di 1.400 gli attuali posti letto nelle carceri. Perché aumentare i posti letto è importante, ma non per buttare dentro più detenuti possibili, ma solo per migliorare – ancora – la distribuzione della popolazione carceraria. Ma oltre ai 1.400 posti in più, un gruppo di lavoro istituito dal sottosegretario alla Giustizia, Luigi Manconi, ha realizzato un documento in cui vengono indicate le linee guida di una possibile riforma da realizzare nei prossimi anni. Le riforme dovrebbero essere articolate in questo modo. Verrà creata una conferenza nazionale sull’esecuzione penale, cioè una struttura periodica che darà la possibilità di confrontarsi sulla programmazione del lavoro da fare nelle carceri. Verrà diversificato il trattamento tra adulti e giovani adulti, in maniera tale che per chi non ha ancora compiuto venticinque anni sarà previsto un reinserimento diverso dalla normale detenzione. Verranno aumentati gli istituti penitenziari femminili. Verranno potenziate le forme di custodia attenuata e questo in particolare andrà a incidere le sezioni di lavoro riservate ai detenuti semiliberi. Verranno aumentate le case destinate a quelle madri che non possono godere delle misure alternative alla detenzione per l’assistenza ai figli minori e sarà creato una sorta di tavolo dei volenterosi, cioè una commissione di esperti bipartisan che lavorerà a un piano triennale di adeguamento delle carceri e verrà modificata la legge Smuraglia, grazie alla quale gli incentivi fiscali e previdenziali per i detenuti verranno prolungati per i ventiquattro mesi successivi alla scarcerazione. Oltre a questo il ministero della Giustizia insieme a quello della Salute, potrebbe mettere a punto un censimento delle strutture ospedaliere presenti nelle carceri italiane e, attraverso l’attuazione della “riforma Bindi”, passare le competenze di assistenza sanitaria nelle carceri completamente allo stesso ministero della Salute.

Il Foglio 21 dicembre 2006
 
Vecchio 04-01-2007, 14.48.59
Roderigo
 
Indulto, meno morti nelle carceri.
«Ma non basta»




DAVIDE MADEDDU

I dati elaborati dall'assosciazione dei detenuti Ristretti con il dossier «Morire di carcere» parlano chiaro: dietro le sbarre i detenuti continuano ad uccidersi. Nel 2006 sono stati 42 i carcerati che hanno deciso di farla finita impiccandosi o soffocandosi con le buste di nylon. Non sono comunque gli unici. Se a farla da padrona sono ancora i suicidi non bisogna comunque trascurare le morti per malattia e quelle classificate con «cause da accertare». Dati ridotti, almeno sino al 2005 quando in carcere sono morte 110 persone, che registrano una variazione al ribasso a partire da agosto, quando si è registrato l´esodo dalle carceri per l´entrata in vigore dell´indolto. Per la precisione, sino al 31 luglio, quando la popolazione carceraria raggiungeva le 60mila unità sono morti di galera 43 detenuti. Ventotto suicidi, 3 morti da accertare, 2 incidenti e 11 per malati. Negli ultimi cinque mesi, a leggere i dati elaborati da Ristretti, sono morte 24 persone, 14 suicidi, 4 per cause da accertare e 4 per overdose.

«Quello che emerge dall´analisi di questi dati è sicuramente confortante - spiega Fabrizio Rossetti, responsabile della Funzione pubblica della Cgil - anche perché i numeri parlano chiaro e c´è poco da barare. E i numeri hanno sempre dato ragione a chi sosteneva questa iniziativa». Un primo passaggio cui, a sentire il sindacalista, dovrebbero seguire altri interventi. «Adesso, anche alla luce di questi dati e sarebbe opportuno che si aprisse una discussione sugli interventi e riforme». Ossia? «Pensiamo alla cancellazione delle leggi vergogna, e agli interventi che dovrebbe fare il governo e il parlamento per l´assistenza in carcere».Tra questi interventi il rappresentante della Cgil ricorda l´emergenza sanitaria. «Bisogna risolvere il problema dei tagli all´assistenza ai detenuti ammalati - ricorda - einoltre si devono trovare soluzioni per coloro che finiscono dietro le sbarre ma in carcere non ci devono stare». Come è successo, giusto per fare un esempio, qualche mese fa a Rebibbia dove si è ucciso un detenuto di 56 anni. (link) A puntare il dito contro il parlamento per «quello che non si sta facendo» è Riccardo Arena, conduttore di Radiocarcere su Radio Radicale. «Il mio è un gesto di denuncia - dice - perché vorremmo sapere cosa si sta facendo concretamente».

Parla di «occasione da non sprecare» Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l´associazione che si occupa di difesa dei diritti dei detenuti. «Con l´indulto abbiamo avuto un´occasione importante, come dimostrano anche i dati sulle morti dietro le sbarre - dice - è necessario però evitare di sciuparla». Per questo motivo il rappresentante dell´associazione ricorda quali sono le priorità da compiere per evitare che i numeri sui detenuti e sulle morti riprenda a crescere. «Si devono cancellare la Cirielli, la Bossi Fini e la Giovanardi Fini - dice - altrimenti siamo al punto di partenza. E non è escluso che nell´arco di poco tempo si ritorni ai numeri del passato».

03.01.07
http://www.unita.it
 
Vecchio 21-02-2007, 00.45.00
Roderigo
 

Indulto, un successo
I reati non crescono




Per il ministero della Giustizia solo l'11% dei detenuti scarcerati è recidivo. L'allarmismo sociale scatenato dalle destre non ha alcun fondamento.
Antigone: dati tranquillizzanti


CHIARA DE STEFANO

Ma quale allarme sicurezza. A sei mesi dall'entrata in vigore della legge sull'indulto, dalle carceri italiane arrivano ottime notizie: su 25.694 ex-detenuti usciti di prigione grazie al provvedimento di clemenza, solo l'11,11% di loro è tornato in cella. Un dato molto basso rispetto al tasso ordinario di recidiva: la media in precedenza era del 60% di rientri in carcere per nuovi reati commessi dopo il rilascio. E il successo appare ancora più evidente se si vanno a rispolverare i dati dell'indulto del 1990: in quell'occasione vennero lasciate libere circa 10 mila persone, ma altrettante, dopo solo un anno, furono quelle riarrestate. Possono, dunque, tirare un sospiro di sollievo quanti non hanno trascorso un'estate tranquilla.

La ricerca dell'Università di Torino «Per un buon uso dell'indulto», presentata ieri al ministero della Giustizia, mostra risultati più che confortanti. A tracciare il bilancio «estremamente positivo» sono stati il sottosegretario alla Giustizia, Luigi Manconi, e il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Ettore Ferrara, insieme a un pool di sociologi dell'ateneo piemontese. La prima scoperta che è emersa raccogliendo i dati (dal 31 luglio 2006 al 16 febbraio scorso) sulle uscite dal carcere, i rientri di chi ha beneficiato dell'indulto e il flusso normale di ingressi nei penitenziari, riguarda proprio il tasso di recidiva. Non solo sono diminuiti i ritorni in prigione, contrariamente a ogni previsione fatta dai media all'indomani del varo del provvedimento. Ma non sono neppure aumentate le denunce all'autorità giudiziaria nel periodo tra luglio e dicembre 2006. Il numero dei reati, dopo l'indulto, è quindi rimasto stabile: 1.308.113 denunce tra luglio e dicembre 2005 contro 1.310.888 nello stesso periodo dell'anno dopo.

Oggi nelle carceri italiane, a sei mesi dall'approvazione della legge 241, ci sono 39.827 detenuti. Vale a dire 980 in più rispetto a quanti erano ad agosto, subito dopo lo svuotamento. Da quel momento grazie all'indulto sono state liberate 25.694 persone. Di questi sono di nuovo dietro le sbarre 2.855 detenuti (11,11%). Il provvedimento ha riguardato però anche 17.290 condannati a pene alternative alla detenzione. I ricercatori di Torino hanno preso tra questi un campione di 5.869 adulti: solo 352 di loro risulta abbiano commesso nuovi reati, ossia il 6%.

E se i numeri non dovessero bastare, lo studio torinese fornisce, nella seconda parte del lavoro, ulteriori dati di fatto e spunti di riflessione per capire il fenomeno. I sociologi hanno analizzato l'età, la nazionalità e il genere dei soggetti che sono rientrati in carcere dopo aver beneficiato dell'indulto. Risultato: i più giovani, tra i 18 e i 20 anni, hanno ceduto più di tutti alla tentazione di commettere un nuovo reato. Con l'avanzare dell'età invece,dai 24 verso i 70 anni, la lezione sembra sia stata appresa meglio: i recidivi sono sempre di meno. E se, proseguendo con l'analisi, il dato regionale non stupisce (tra le regioni è infatti in Campania che avvengono più arresti post-indulto) una vera sorpresa arriva dall'analisi della nazionalità. L'uomo nero non è poi il più cattivo: tra le persone uscite di galera per l'indulto (61,86% italiane, 38,14% straniere) a tornare a delinquere sono stati più gli italiani (12,28%) che gli extracomunitari (10,59%). Se poi tra questi ultimi, che nell'immaginario comune sono i più pericolosi, c'è chi è tornato dentro, in un caso su cinque è avvenuto per la violazione della Bossi-Fini o della legge Fini-Giovanardi sulle droghe.

In quest'analisi «non si tiene però conto del fatto che il 90% dei reati commessi rimane senza colpevole», è stata la critica del capogruppo di An in commissione Giustizia alla Camera, Giuseppe Consolo, per il quale l'indulto rimane «un clamoroso flop». Il suo collega di partito Alfredo Mantovano suggerisce invece di «costruire nuove carceri invece di fare altri danni».

Al contrario, grande soddisfazione esprime l'associazione Antigone, secondo la quale l'indulto «ha fatto tornare le carceri nella legalità numerica: non accadeva da vent'anni - ha detto il presidente, Patrizio Gonnella - che il numero dei detenuti fosse inferiore a quello dei posti regolamentari». Ora il primo passo è fatto. Ma «l'indulto da solo non può portare a una riforma del sistema penitenziario - ha osservato Manconi - adesso occorre abolire la Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex-Cirielli sulla recidiva».


il manifesto 20 febbraio 2007
http://www.ilmanifesto.it
 
Vecchio 10-04-2007, 21.32.44
Nihil
 
Indulto: per non dimenticare

Nel luglio dello scorso anno è stato approvato l'indulto - il condono penale di tre anni per i colpevoli di crimini i più disparati ed odiosi, quali omicidio, tentato omicidio, sequestro di persona, associazione per delinquere, truffa, estorsione, voto di scambio mafioso, rapina, lesioni, molestie sessuali, disastro ambientale, delitti contro la pubblica amministrazione e molti altri ancora.



Per effetto di questa legge, sono stati scarcerati quasi trentamila criminali: hanno beneficiato del provvedimento un numero rilevantissimo di boss ed appartenenti ad organizzazioni mafiose (tra i quali il cognato di Bernardo Provenzano), alcuni terroristi (rossi ed islamici) e perfino pluriassassini pedofili (Luigi Chiatti, il mostro di Foligno).


Per effetto di questa legge - approvata con i voti del centrosinistra tutto (eccezion fatta per il movimento di Antonio Di Pietro, l'Italia dei Valori), di Forza Italia e dell'UDC; unici partiti ad essersi opposti Alleanza Nazionale e Lega Nord - è stato inferto il colpo fatale al già debole residuo di senso della legalità che ancora sopravviveva, miracolosamente, nel nostro Paese.


Per effetto di questa legge, tre cittadini onesti sono stati uccisi: Salvatore Buglione, Antonio Pizza e Luigia Polloni, vittime della ferocia di delinquenti liberati anzitempo e della scelta sciagurata delle forze politiche sopra elencate.


Per effetto di questa legge, quasi il 90 per cento dei processi, nei prossimi cinque anni - secondo le stime del Consiglio Superiore della Magistratura - si concluderà con una pena totalmente amnistiata, garantendo l'impunità all'intera platea dei condannati.


Per effetto di questa legge, hanno goduto della clemenza insperata i criminali più ricchi e potenti: i corrotti e corruttori, i politici collusi con la mafia, gli affaristi d'assalto (Ricucci, Cragnotti, etc.) e i grandi truffatori (Callisto Tanzi, Wanna Marchi), le multinazionali coinvolte in processi su morti bianche e danni all'ambiente (Eternit), addirittura gli schiavisti (la trafficante di esseri umani Madame Gennet).


Per effetto di questa legge - alla quale era e resta contrario il 70 % degli italiani - enormi e difficilmente calcolabili sofferenze sono state create a danno di persone innocenti, e la più vasta, intollerabile, assurda ingiustizia legislativa degli ultimi venti anni si è compiuta.







"Sono più il ministro vostro che non dei magistrati; questa è un’occasione per sentirsi più solidali. So che aspettate da me parole, ho visto un cartello con su scritto: «Amnistia, indulto»; vi prometto che promuoverò il provvedimento.", Clemente Mastella, ministro della giustizia, rivolgendosi ai detenuti riuniti del carcere romano di Regina Coeli, 2 giugno 2006.


"Si tratta di un provvedimento necessario, che non avrà ricadute sulla sicurezza dei cittadini.", Massimo Brutti, responsabile politiche della giustizia dei DS, 26 luglio 2006.


"Oggi è una bella giornata per le istituzioni.", Fausto Bertinotti, nel giorno dell'approvazione dell'indulto alla Camera, 27 luglio 2006.


"Vedrete che l'indulto passerà anche al Senato: se non passa, il governo cade.", Clemente Mastella, nel giorno della votazione finale sul provvedimento di clemenza, 30 luglio 2006.


"Nessun mafioso uscirà per l'indulto!", Francesco Forgione, presidente della commissione antimafia, 1 agosto 2006.


"Ho votato l'indulto con gioia.", Massimo D'Alema, ministro degli esteri, 12 settembre 2006.


"Era indispensabile approvare l'indulto: bisognava mantenere la promessa fatta.", Anna Finocchiaro, capogruppo Ulivo al Senato, 9 novembre 2006.


"Mi assumo, a nome del governo e del ministero della giustizia, tutta la responsabilità politica dell'indulto.", Romano Prodi, presidente del consiglio dei ministri, 1 Dicembre 2006.
 
Vecchio 10-04-2007, 22.51.02
alessandra
 
L'indulto non è l'annientamento di pene e condanne come si vuole far credere. E' esclusivamente una riduzione delle condanne in un determinato periodo ed in questo caso una riduzione di tre anni della pena cui si è stati condannati per reati commessi prima del 1 maggio 2006.
Il motivo per cui si è realizzato questo indulto era il sovraffollamento ormai intollerabile delle carceri stracolme, peraltro, prevalentemente di persone che hanno commesso reati di lieve entità.
Se qualche criminale che ha commesso reati gravi è uscito per effetto di questo indulto, significa che stava finendo di scontare la sua condanna ed invece di uscire dopo 30 anni, è uscito di carcere dopo 27 anni.
Nessun'assassino è uscito appena entrato in carcere per effetto di questo indulto. Questo dev'essere chiaro una volta per tutte.
Con l'indulto sono uscite in molti casi solo qualche mese, in alcuni casi al massimo tre anni prima della scadenza naturale della loro condanna, persone che comunque dopo qualche tempo sarebbero uscite comunque.
Non è che una volta che le hai messe in carcere le persone le hai tolte definitivamente dalla circolazione. Escono normalmente a scadenza della condanna e spesso prima della scadenza per effetto di riduzioni di pena previste dalla legge legate al comportamento tenuto ed in casi molto rari, per indulto e amnistia.
Se l'indulto ha messo fuori persone che hanno continuato a delinquere, sarebbe successo anche a scadenza della loro condanna.
La priorità era il sovraffollamento delle carceri, giunto ormai a livelli inumani.
Poi critiche se ne possono fare molte altre, ad esempio che forse un'amnistia avrebbe almeno sfoltito anche molto del lavoro delle cancellerie penali.
La critica principale sta forse nel fatto che se non si pongono le basi per politiche sociali a lungo respiro, le carceri si riempiranno come prima nel giro di poco tempo. Infatti non sono piene di colletti bianchi, ma solo di poveri.
 
Vecchio 10-04-2007, 23.20.17
Basch
 
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Nihil, benvenuto su questo forum!

Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
L'indulto non è l'annientamento di pene e condanne come si vuole far credere. E' esclusivamente una riduzione delle condanne in un determinato periodo ed in questo caso una riduzione di tre anni della pena cui si è stati condannati per reati commessi prima del 1 maggio 2006.
E ti pare poco!!

Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Il motivo per cui si è realizzato questo indulto era il sovraffollamento ormai intollerabile delle carceri stracolme, peraltro, prevalentemente di persone che hanno commesso reati di lieve entità.
Costruire altre carceri no eh?

Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Se qualche criminale che ha commesso reati gravi è uscito per effetto di questo indulto, significa che stava finendo di scontare la sua condanna ed invece di uscire dopo 30 anni, è uscito di carcere dopo 27 anni. Nessun'assassino è uscito appena entrato in carcere per effetto di questo indulto. Questo dev'essere chiaro una volta per tutte.
Ma se ci sono stati un sacco di processi che si sono rivelati inutili proprio perché l'indulto riduceva gli anni di carcere! Una persona che si doveva fare 4 anni è uscita dopo solo uno, ci rendiamo conto??

Lo ha scritto anche il nuovo arrivato: Per effetto di questa legge, quasi il 90 per cento dei processi, nei prossimi cinque anni - secondo le stime del Consiglio Superiore della Magistratura - si concluderà con una pena totalmente amnistiata, garantendo l'impunità all'intera platea dei condannati.

Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Con l'indulto sono uscite in molti casi solo qualche mese, in alcuni casi al massimo tre anni prima della scadenza naturale della loro condanna, persone che comunque dopo qualche tempo sarebbero uscite comunque.
Non è che una volta che le hai messe in carcere le persone le hai tolte definitivamente dalla circolazione. Escono normalmente a scadenza della condanna e spesso prima della scadenza per effetto di riduzioni di pena previste dalla legge legate al comportamento tenuto ed in casi molto rari, per indulto e amnistia.
Per buona condotta è uscita molta gente che poi una volta in libertà si è rivelata nuovamente capace di commettere reati. Anche questo è un aspetto che andrebbe rivisto.

Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Se l'indulto ha messo fuori persone che hanno continuato a delinquere, sarebbe successo anche a scadenza della loro condanna.
Non è un ragionamento questo! C'è gente che fa ricorsi su ricorsi per ottenere uno sconto di pena anche di un solo anno, non può arrivare il primo Mastella che capita per concederlo a tutti!! Ma dove viviamo?

Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
La priorità era il sovraffollamento delle carceri, giunto ormai a livelli inumani.
In uno Stato in cui si spendono miliardi per realizzare le notti bianche dovrebbero esserci anche i soldi per costruire nuovi carceri...


Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Poi critiche se ne possono fare molte altre, ad esempio che forse un'amnistia avrebbe almeno sfoltito anche molto del lavoro delle cancellerie penali.
Questo credo che sia il problema minore...

Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
La critica principale sta forse nel fatto che se non si pongono le basi per politiche sociali a lungo respiro, le carceri si riempiranno come prima nel giro di poco tempo. Infatti non sono piene di colletti bianchi, ma solo di poveri.
Questo è un altro discorso.

Ultima modifica di Basch : 11-04-2007 alle ore 00.17.32.
 
Vecchio 11-04-2007, 00.51.44
alessandra
 
Citazione:
Originalmente inviato da Basch
Nihil, benvenuto su questo forum!

Questo è un altro discorso.
A mio parere invece è l'unico discorso dal quale non si può prescindere.
Quando si penalizza prevalentemente la povertà e l'emarginazione, giustizia non è fatta.
 
Vecchio 11-04-2007, 13.58.04
Basch
 
A finire in carcere deve essere tutta la gente che commette reati punibili penalmente, sia essa ricca o povera.

Se ciò non accade bisogna trovare una soluzione per risolvere il problema; non credo che l'indulto sia servito a molto in questo senso. Ecco perché ho detto che è un altro discorso!

Ultima modifica di Basch : 11-04-2007 alle ore 14.00.59.
 
Vecchio 19-04-2007, 20.02.25
Nihil
 
Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
L'indulto non è l'annientamento di pene e condanne come si vuole far credere. E' esclusivamente una riduzione delle condanne in un determinato periodo ed in questo caso una riduzione di tre anni della pena cui si è stati condannati per reati commessi prima del 1 maggio 2006.
L'indulto è una riduzione della pena di tre anni, che sommandosi ad altre leggi ipergarantiste e lassiste (rito abbreviato, Gozzini, Simeone-Saraceni) ha portato all'estinzione totale di condanne fino a nove anni di carcere, nonché alla scarcerazione di malfattori di ogni sorta (mafiosi, omicidi, terroristi, estorsori, rapinatori) a migliaia e migliaia.


Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Il motivo per cui si è realizzato questo indulto era il sovraffollamento ormai intollerabile delle carceri stracolme, peraltro, prevalentemente di persone che hanno commesso reati di lieve entità.
Vi sarebbero state molte altre vie, volendo, per ovviare al problema del sovraffollamento carcerario, che non fossero condoni penali o esodi di massa di ladri ed assassini: utilizzare le strutture penitenziarie dismesse, tanto per dirne una (e ve ne sono); grande responsabilità, a proposito dell'incapienza degli istituti di pena, è sulle spalle del legislatore di centrosinistra che tra gli anni 1996-2001 provvide a chiudere ben sei penitenziari (tra i quali, quelli di massima sicurezza di Pianosa e dell'Asinara, tanto aborriti dai mafiosi).


Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Se qualche criminale che ha commesso reati gravi è uscito per effetto di questo indulto, significa che stava finendo di scontare la sua condanna ed invece di uscire dopo 30 anni, è uscito di carcere dopo 27 anni.
Vale quanto sopra in relazione all'effetto impunitario garantito dalla miscela indulto/rito abbreviato/Gozzini/Simeone-Saraceni:

http://archivio.panorama.it/italia/a...0001038037.art


Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Nessun'assassino è uscito appena entrato in carcere per effetto di questo indulto. Questo dev'essere chiaro una volta per tutte.
Altra menzogna; ti smentisco con un esempio, orribile, di responsabili di infanticidio che hanno avuto l'intera pena condonata, e mai hanno messo piede in galera (potrei portarti decine di episodi simili, ed altrettanto agghiaccianti):

http://www.politicaonline.net/forum/...ferrerid=10150


Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Con l'indulto sono uscite in molti casi solo qualche mese, in alcuni casi al massimo tre anni prima della scadenza naturale della loro condanna, persone che comunque dopo qualche tempo sarebbero uscite comunque.
Non è che una volta che le hai messe in carcere le persone le hai tolte definitivamente dalla circolazione. Escono normalmente a scadenza della condanna e spesso prima della scadenza per effetto di riduzioni di pena previste dalla legge legate al comportamento tenuto ed in casi molto rari, per indulto e amnistia.
Grazie alla legislazione iperpremiale italiana, i condannati scontano - se sono molto, molto sfortunati - la metà della pena effettiva loro comminata (quest'ultima, grazie all'indulto, si è svuotata ulteriormente).


Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Se l'indulto ha messo fuori persone che hanno continuato a delinquere, sarebbe successo anche a scadenza della loro condanna.
Secondo questo principio, la funzione della carcerazione sarebbe inutile tout court, e tanto varrebbe abolire le sanzioni pena stesse: senza certezza della punizione, e quindi del diritto, cosa dovrebbe far desistere dal suo intento chi si prodiga per delinquere?


Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
La priorità era il sovraffollamento delle carceri, giunto ormai a livelli inumani.
Poi critiche se ne possono fare molte altre, ad esempio che forse un'amnistia avrebbe almeno sfoltito anche molto del lavoro delle cancellerie penali.
La critica principale sta forse nel fatto che se non si pongono le basi per politiche sociali a lungo respiro, le carceri si riempiranno come prima nel giro di poco tempo. Infatti non sono piene di colletti bianchi, ma solo di poveri.

Queste sono priorità personali, non quelle della collettività - della collettività sana - la quale ha interesse affinché vengano tutelati il diritto dei probi cittadini alla sicurezza e la certezza della pena per chi questo diritto lede.

Ultima modifica di Nihil : 19-04-2007 alle ore 22.02.39.
 
Vecchio 28-04-2007, 11.38.40
Nihil
 
Uccise un uomo: per effetto di indulto e rito abbreviato, non andrà in carcere

Palermo, 27 apr . - (Adnkronos) - Tre anni fa uccise un uomo con un pugno per un banale incidente d'auto, adesso la condanna a sei anni di reclusione e' diventata definitiva, ma l'omicida, con ogni probabilita', non andra' in carcere. E' l'incredibile vicenda che vede protagonista Salvatore Mannino, 72 anni, titolare di un negozio di pompe funebri nei pressi della stazione centrale di Palermo. La sentenza del giudice per l'udienza preliminare Maria Elena Gamberini, come racconta oggi 'Il Giornale di Sicilia', e' diventata definitiva dopo che la prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Palermo, ha respinto il ricorso. La vittima del delitto fu Simone La Mantia, 42 anni, operaio dell'Azienda del gas, sposato con figli.


La vedova della vittima, Irene Librera, un anno fa lascio' Palermo in segno di protesta, per manifestare contro la condanna ritenuta "troppo mite". E adesso, la possibilita' che l'uomo non faccia nemmeno un giorno di carcere, la fa andare su tutte le furie: "Me l'aspettavo che finisse cosi' - ha detto al telefono - E' una storia assurda che ha distrutto la mia vita e quella dei miei figli". Al delitto assistette anche la figlia di appena quattro anni, che rimase scioccata. La prospettiva che Mannino non torni in carcere o che ci rimanga solo per poco tempo e' concreta, perche' l'applicazione del'indulto dimezzera' la pena di altri tre anni, poi tenuto conto che ha gia' fatto sei mesi di carcere e dell'eta' avanzata, potrebbe non fare piu' ritorno in galera.



http://it.news.yahoo.com/27042007/20...n-carcere.html


Segue in: Al via la riforma della Bossi-Fini

Citazione:
Originalmente inviato da Basch
Che dire? Grazie Mastella!

Grazie anche a Prodi... ora si preparano pure a cancellare la Bossi Fini... governo di disfattisti!

 
Vecchio 30-04-2007, 11.28.23
Roderigo
 
Citazione:
Originalmente inviato da Nihil
Queste sono priorità personali, non quelle della collettività - della collettività sana - la quale ha interesse affinché vengano tutelati il diritto dei probi cittadini alla sicurezza e la certezza della pena per chi questo diritto lede.
La certezza della pena deve riguardare esclusivamente la pena stabilita dalla sentenza di un processo. Nessun supplemento di pena è ammissibile. Nessuna pena può costituire una violazione dei diritti umani del detenuto. Essere condannati non significa perdere ogni diritto. Il sovraffollamento delle carceri ha causato condizioni di vita subumane in molti penitenziari. Questo è senz'altro un problema della collettività, tant'è che Il Comitato Ue per la prevenzione della tortura, nel 2003, ha avvertito l'Italia: il sistema penitenziario italiano è a un passo dalla condanna per violazione dei diritti umani.

La questione poteva essere affrontata in modo diverso. Per esempio, con una amnistia, che avrebbe risparmiato molti processi inutili, con una sentenza destinata ad essere vanificata dall'effetto dell'indulto, nel caso prevedano condanne inferiori ai tre anni, per reati precedenti al 1 maggio 2006. Oppure con un indulto concentrato sui reati minori, che avrebbe permesso di svuotare le carceri da detenuti condannati grazie a leggi liberticide come la Russo Jervolino-Vassalli e la Bossi-Fini. Invece, per poter avere i voti necessari, dal centrodestra lo si è dovuto persino estendere ai reati di corruzione politica.

Tuttavia, non è serio fare dell'indulto l'occasione di una campagna psico-terroristica sulla sicurezza dei cittadini. Le ragioni le ha già spiegate Alessandra e sono documentate negli articoli postati più sopra. Tanto meno ha senso attribuire all'indulto la responsabilità di pene miti per reati gravi. Non facciamo confusione: le sentenze sbagliate sono indipendenti dall'indulto.
 
Vecchio 30-04-2007, 11.43.09
Roderigo
 
Sette mesi dopo l'indulto




LUIGI MARINI


Di cosa parliamo quando parliamo di indulto?

Parliamo di un provvedimento che ha quasi dimezzato le presenze nelle carceri italiane, riavvicinando queste strutture a una dimensione di legalità che si era definitivamente smarrita a causa di un sovraffollamento inarrestabile. Un po’ come se, non riuscendo a garantire la stessa salubrità degli ospedali si decidesse di dimettere tutti i ricoverati salvo quelli non trasportabili.

Tante questioni dietro una parola

Parliamo di un provvedimento di clemenza che ha abbattuto le pene per quasi tutti i condannati, compresi i rei di crimini che, tradizionalmente esclusi, un non sotterraneo accordo tra le forze politiche ha permesso di "recuperare". Come dire: tu puoi liberare i disgraziati, io i corrotti. Il che, tanto per fare un facile esempio, ha offerto su un piatto d’argento al Parlamento la possibilità di non far decadere un onorevole che grazie ai tre anni di sconto della pena inflitta si trova a beneficiare di misure alternative e a conservare ancora (e per sempre?) lo status e i benefici del mandato elettivo.
Parliamo di una scelta politica che, alleggerendo la pressione sulle carceri, era stata prospettata da una parte dell’attuale maggioranza come lo strumento indispensabile per un’operazione di intervento sul sistema delle pene e sul recupero della loro funzione costituzionale. Operazione in realtà mai avviata e ormai impraticabile. Il che dimostra che la maggioranza ha molte anime e che le cosiddette derive securitarie hanno molti padri e fratelli.
Parliamo di un provvedimento che, votato a larghissima maggioranza parlamentare, è divenuto strumento di una campagna di stampa che ha seminato paure basate su fatti in larga parte mistificati e su valutazioni infondate. La recente ricerca coordinata e presentata da Claudio Sarzotti ha fornito a questo proposito numeri e comparazioni che gettano una luce assai triste sul comportamento di tanta stampa, asservito ai peggiori luoghi comuni, se non agli interessi politici del momento.
Parliamo di un provvedimento che in modo eclatante ha segnato la crisi dei rapporti fra il processo penale e il suo stesso scopo, che non si limita all’accertamento dei fatti, ma anche a vedere eseguite le decisioni prese al termine di anni di indagini e di udienze. La rottura di quel rapporto è stata massiccia e, si badi bene, solo in apparenza emergenziale, così che è apparsa chiara a tutti gli operatori la circostanza che gran parte degli sforzi del sistema giudiziario sono destinati a naufragare nelle acque dove confluiscono politiche, culture e strategie fra loro non compatibili e ormai prive di una sintesi.
Parliamo di un provvedimento che ha messo i magistrati di fronte a scelte inevitabilmente politiche in presenza di politiche pubbliche incoerenti, che non danno alcun valore aggiunto e hanno esclusivamente la capacità di de-strutturare il sistema giuridico e i suoi strumenti operativi.
Di tutto questo parliamo parlando di indulto, e altri argomenti ancora potremmo introdurre. Tuttavia, dovendo scegliere proverei a spendere due parole su stampa e magistratura, questi poteri di cui la politica e la società non possono fare a meno, e che insieme temono e cercano di strumentalizzare.

La stampa e l’indulto

Dopo aver votato la legge sull’indulto molti dei nostri esponenti politici si sono premurati di prendere le distanze da essa. Del resto una linea, per quanto italiana, di law and order non sembra poter metabolizzare e giustificare credibilmente 25mila scarcerazioni. Meglio, allora, scaricare le responsabilità della scelta sulla maggioranza e, nello stesso tempo, rafforzare i numeri ed enfatizzare le conseguenze "gravissime". Ogni singolo reato che urtasse le facili sensibilità della gente, quella stessa gente da un decennio destinataria di campagne della paura, e ogni statistica presentabile, per quanto incerta e forse non vera, sono stati oggetto per mesi di una amplificazione mediatica che nessuno ha saputo contrastare efficacemente. L’equipe di Sarzotti ci dice ora che nei cinque mesi successivi al vigore della legge i rientri in carcere ammontano all’11,9 per cento dei 25.608 beneficiari (i cosiddetti "indultati"). In passato le ricerche hanno quantificato attorno al 31-32 per cento la quota dei recidivi rispetto ai beneficiari dei provvedimenti di amnistia-indulto. Ci dice, poi, che i rientri di persone straniere ammontano in tutto a 833, in gran parte per reati connessi alle norme sull’immigrazione illegale. Insomma, pur con tutte le cautele dovute alle differenze fra le ricerche, ci dice che ogni allarme è stato talmente infondato da apparire sospetto.

Le reazioni della magistratura

Sul versante giudiziario molto si è detto delle ripercussioni di un indulto non accompagnato da un provvedimento di amnistia. Molti uffici si sono dati, più o meno espressamente, criteri di priorità nella trattazione di indagini e processi, cercando di salvare l’effettività dei casi che non saranno oggetto di indulto. Ma ci sono anche uffici, come la procura di Torino, dove una ricognizione sulle conseguenze dell’indulto ha messo in luce una verità che non si vuole affrontare davvero: il numero dei casi penali è così elevato (siamo nell’ordine di 3 milioni di nuovi fascicoli ogni anno) che senza periodiche amnistie il sistema va al collasso. La scelta di non accantonare i procedimenti "minori" (e anche qui: minori per chi?) adottata da qualche anno dalla procura torinese ha messo in crisi le sue stesse strutture (ci si è accorti che per gli adempimenti successivi alla chiusura delle indagini passano mediamente 3 anni e mezzo) e ha affogato di carte il tribunale, incapace di fronteggiare il carico di lavoro e ormai costretto a fissare nel 2009 i processi monocratici.
Di fronte a questa vera e propria bancarotta il procuratore di Torino ha deciso di bloccare tutti i processi che fra indulto e probabile prescrizione sono ritenuti "inutili". Una inutilità che colpisce la stragrande maggioranza dei procedimenti per fatti anteriori al giugno 2006 e li destina così a restare senza una risposta giudiziaria.
Tutto questo è tollerabile, oltre che terribilmente ancorato alla realtà? Si può non condividere in radice la scelta torinese, e si può non condividere soluzioni simili adottate altrove con toni di minore drasticità. Ma i fatti sono fatti.
Una politica che in questo paese ha rinunciato a interventi strutturali (ammesso che ci abbia mai provato seriamente) si condanna da sola a interventi emergenziali, che rinviano i problemi e sempre li aggravano. Se una conferma possiamo trarre dalla legge sull’indulto, non è certo la presenza nel paese di differenze culturali difficili da far convivere, quanto la debolezza di un sistema che, tutto, ha paura di perdersi e per questo a perdersi appare destinato.


8 marzo 2007
http://www.lavoce.info/
 
Vecchio 30-04-2007, 13.26.56
Nihil
 
Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
La certezza della pena deve riguardare esclusivamente la pena stabilita dalla sentenza di un processo. Nessun supplemento di pena è ammissibile. Nessuna pena può costituire una violazione dei diritti umani del detenuto. Essere condannati non significa perdere ogni diritto. Il sovraffollamento delle carceri ha causato condizioni di vita subumane in molti penitenziari. Questo è senz'altro un problema della collettività, tant'è che Il Comitato Ue per la prevenzione della tortura, nel 2003, ha avvertito l'Italia: il sistema penitenziario italiano è a un passo dalla condanna per violazione dei diritti umani.
Come già precisato, grande responsabilità riguardo l'incapienza del sistema penitenziario è da addebitare al centrosinistra che, tra il 1996 e il 2001, ha provveduto a chiudere ben sei istituti di pena (tra i quali, Pianosa e Asinara, i supercarceri dei quali Totò Riina chiedeva la dismissione nel famoso papello); va ricordato anche che la popolazione reclusa, sempre nel 2001, era di 55000 unità, mentre l'anno scorso, quando è stato approvato l'indulto, era di 61000 - la soluzione lapalissiana (per il mondo civile) è costruire più carceri, non chiuderli o effettuare liberazioni di massa di assassini e mafiosi.



Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
La questione poteva essere affrontata in modo diverso. Per esempio, con una amnistia, che avrebbe risparmiato molti processi inutili, con una sentenza destinata ad essere vanificata dall'effetto dell'indulto, nel caso prevedano condanne inferiori ai tre anni, per reati precedenti al 1 maggio 2006. Oppure con un indulto concentrato sui reati minori, che avrebbe permesso di svuotare le carceri da detenuti condannati grazie a leggi liberticide come la Russo Jervolino-Vassalli e la Bossi-Fini. Invece, per poter avere i voti necessari, dal centrodestra lo si è dovuto persino estendere ai reati di corruzione politica.

In galera per effetto della BossiFini, al momento del condono penale, erano detenute 900 persone secondo i dati del ministero della Giustizia: quindi, la legge sull'immigrazione non ha avuto alcuna rilevanza, dati alla mano, relativamente al sovraffollamento carcerario - le affermazioni contrarie sono erronee.


L'indulto è stato votato dal centrosinistra (esclusa Italia dei Valori), da Forza Italia e UDC, mentre Alleanza Nazionale e Lega Nord hanno votato contro: la tesi del "ricatto" (secondo la quale, l'Unione sarebbe stata vittima delle pretese berlusconiane) a proposito dell'indulto, oltre ad essere completamente falsa, ed oltre ad essere stata smentita da voci autorevoli e trasversali (Marco Travaglio, Vittorio Grevi, Flores D'Arcais) ha come obiettivo quello di attenuare le colpe del centrosinistra stesso, e per questo va doppiamente censurata:

"Conseguire l'obiettivo di «alleggerire l'attuale insostenibile situazione delle carceri», fatto proprio dal Presidente Prodi nel suo discorso sul programma di Governo: ma per alleggerire le carceri sarebbe bastata una legge ordinaria, si sarebbe potuto puntare su una normale legge ordinaria, volta a disporre la sospensione della esecuzione delle pene (fino ad un massimo di due o tre anni di pena residua) nei confronti dei soli condannati detenuti che ne avessero già scontato una certa frazione, subordinandola all'adempimento di alcune ben definite prescrizioni: il tutto secondo uno schema analogo, anzi più snello, rispetto a quello già seguito per l'«indultino» varato nell'estate 2003.
In questo modo, non essendovi alcun vincolo di maggioranza qualificata, una legge siffatta avrebbe potuto essere approvata dai soli partiti dello schieramento governativo, sulla base delle scelte ritenute più opportune circa i soggetti ed i reati da escludersi dall'area del beneficio. Perché non si sia percorsa questa, od altra consimile, strada, che avrebbe consentito al Governo di conseguire in modo molto più lineare il proprio obiettivo di sfoltimento della popolazione detenuta (e senza subire "ricatti" da altre forze politiche), è un quesito al quale riesce difficile rispondere."


Vittorio Grevi, La favola del ricatto, Il Corriere della Sera del 29 luglio 2006



Sull'inclusione dei reati finanziari, dunque, nessun "ricatto" (la parola va cancellata dal dibattito sull'indulto, poiché funzionale alla propaganda di una parte politica); vi è stato un accordo tra pari, tra l'Unione e i berluscones: questo è un fatto (altri fatti, più gravi, sono che l'inclusione nel condono penale del crimine più odioso - omicidio - è stata voluta dalle sinistre, e che non si è voluto depennare reati precipuamente mafiosi come l'estorsione e il voto di scambio).



Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Tuttavia, non è serio fare dell'indulto l'occasione di una campagna psico-terroristica sulla sicurezza dei cittadini. Le ragioni le ha già spiegate Alessandra e sono documentate negli articoli postati più sopra. Tanto meno ha senso attribuire all'indulto la responsabilità di pene miti per reati gravi. Non facciamo confusione: le sentenze sbagliate sono indipendenti dall'indulto.

L'indulto è andato a depotenziare un sistema penale già debolissimo (falcidiato da legge Gozzini, rito abbreviato, Simeone-Saraceni, patteggiamenti, sospensione della pena), ed oltre ad aver reso effettive condizioni di impunità le più estreme, ha avuto drammatiche conseguenze di ogni tipo per la vita dei cittadini onesti (tutto già puntualmente documentato, senza possibilità di smentita, nel mio intervento iniziale).


Va preservata la memoria, in particolare, riguardo le storie più tragiche delle vittime dell'indulto: Salvatore Buglione, assassinato nel corso di una rapina; Antonio Pizza, caduto per mano di un criminale slavo; Luigia Polloni, uccisa da un plurirecidivo graziato tanto dal provvedimento di clemenza quanto da una decisione infausta del magistrato.
 
Vecchio 02-05-2007, 01.00.23
Roderigo
 
Pianosa e Asinara erano carceri speciali per detenuti sottoposti a regime restrittivo. Vi erano reclusi 250 detenuti. Tutti insieme, i supercarceri speciali ospitavano 400 detenuti. Dunque, la chiusura di queste strutture non può aver inciso sull'incapienza del sistema penitenziario.
Nel 2001 il numero dei detenuti nelle carceri italiane era di 43.000 unità. Al 31 dicembre 2005 quel numero risultava pari a 59.523 unità. Cosa è successo nel frattempo? Sono aumentati i delinquenti o è stato usato il carcere come discarica sociale? Le statistiche dicono che i reati sono in diminuzione.

Secondo il ministero della giustizia, nel solo anno 2005 le ipotesi di reato introdotte dalla Bossi-Fini hanno provocato 13.654 ingressi in carcere, per 11.519 è stata contestata la violazione delle disposizioni sull'espulsione, quasi sempre come unico reato.
Secondo le statistiche pubblicate dall'Amministrazione Penitenziaria, al 31 dicembre 2005 erano detenuti 19.836 cittadini stranieri (solo 1034 dei quali comunitari), un terzo del totale della popolazione carceraria.

Marco Travaglio non nega vi sia stato ricatto da parte di Forza Italia.
Piuttosto contesta al centrosinistra e ai sostenitori dell'indulto, messi di fronte a quel ricatto, di essersi piegati.
Si veda la sua polemica con Adriano Sofri (l'Unità 28 luglio 2006).
«Sofri scrive che avremmo dimenticato di dire che «Previti non è in carcere e non ci andrà mai più». In realtà l’abbiamo scritto mille volte: ma abbiamo aggiunto che è ai domiciliari in virtù di una legge ad personam (la ex Cirielli) e che, con l’indulto ad personam, tornerà a piede libero. Non è forse questa la ragione per cui Forza Italia ricatta l’Unione imponendo l’inclusione della corruzione giudiziaria nei reati da condonare? Ma Sofri, a questo proposito, difende Forza Italia («l’indignazione sul ricatto di Forza Italia in pro di Previti è fuori tempo, e largamente pretestuosa e demagogica») con un triplo salto logico carpiato: secondo lui, la responsabilità delle polemiche sull’indulto non è di chi ha preteso di includervi la corruzione giudiziaria, ma di chi ha chiesto - del tutto ragionevolmente - di escluderla visto che per quel reato in carcere non c’è nessuno».
L'opinione di Travaglio, secondo cui «per sfollare le carceri, anziché (...) era preferibile un indulto di uno-due anni per i reati che incidono maggiormente sulla popolazione carceraria, esclusi dunque quelli che non vi incidono per nulla (quelli dei colletti bianchi)», è una opinione che io condivido (e tu?).
Al dato sulla Bossi-Fini aggiungiamo quello dei detenuti tossicodipendenti che costituiscono il 30, forse il 40% della popolazione carceraria.
In tal caso, il centrosinistra avrebbe dovuto avere più coraggio, assumersi da solo la responsabilità del provvedimento ed affrontare la canea demagogica che, sicuramente, la destra avrebbe scatenato contro la liberazione di «drogati ed extracomunitari».
Questa mancanza di coraggio, in un paese dove si fa politica sui sondaggi e sulle campagne securitarie, è una risposta molto probabile alla domanda di Vittorio Grevi. In queste situazioni, si preferisce scegliere di condividere le responsabilità, anche a costo di sbagliare di più.
 
Vecchio 02-05-2007, 01.52.56
Roderigo
 
Si enfatizzano sempre alcuni casi di recidiva, ma generalizzare è sbagliato...

LA VITTIMA ERA USCITA DAL CARCERE GRAZIE ALL’INDULTO

Ex detenuto ammazzato per un gesto di coraggio

ALESSANDRIA. E’ stato ucciso, sabato sera, nei giardini davanti alla stazione di Alessandria. Vittorio Franzoi, 43 anni, era uscito dal carcere in agosto, con l’indulto. E’ stato ammazzato a tradimento. Era intervenuto per difendere una donna, una volontaria, che aiuta gli emarginati e che si era rifiutata di dare cinque euro a un bosniaco. Il gesto non è piaciuto allo straniero. L’uomo, di cui carabinieri e polizia hanno nome e cognome, ha aggredito l’italiano spaccandogli in testa una bottiglia. Un coccio gli ha reciso la giugulare. Vittorio Franzoi è morto poco dopo, in ospedale, per choc emorragico. I carabinieri hanno trascorso la notte interrogando i testimoni, cercando l’assassino. I funzionari della squadra mobile conoscono bene l'entourage dei giardini. Il capitano Giuseppe Bertoli, il tenente Carlo Giordano e il dirigente Domenico Lopane hanno ricostruito il delitto e inviato in diverse regioni la foto del bosniaco. Di lui si sa che è arrivato ad Alesssandria un anno fa. È clandestino, ha un nome e un cognome ma anche tanti alias. È senza fissa dimora, ormai potrebbe essere ovunque, in uno dei tanti rifugi dei senza tetto, in Piemonte come altrove. Per tutta l’altra notte ai giardini sono arrivati gli amici di Franzoi. Hanno detto: «Se i carabinieri non trovano chi ha ucciso Vittorio ci penseremo noi a prenderlo, e allora non avrà più occhi per vedere».

La Stampa 30 aprile 2007
 
Vecchio 02-05-2007, 11.14.50
Nihil
 
Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Pianosa e Asinara erano carceri speciali per detenuti sottoposti a regime restrittivo. Vi erano reclusi 250 detenuti. Tutti insieme, i supercarceri speciali ospitavano 400 detenuti. Dunque, la chiusura di queste strutture non può aver inciso sull'incapienza del sistema penitenziario.
Certo la chiusura di istituti di pena - in un Paese con un problema cronico di sovraffollamento carcerario quale è l'Italia - non è cosa apprezzabile (tanto più se gli istituti di pena in questione sono proprio quelli aborriti dai mafiosi ed inseriti esplicitamente nella lista, il papello, delle richieste di Cosa Nostra allo Stato).


Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Nel 2001 il numero dei detenuti nelle carceri italiane era di 43.000 unità.
Falso; nel 2000 la popolazione detenuta era di 53000 unità, un anno dopo di 55000.

http://www.ristretti.it/areestudio/d...di/suicidi.htm


Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Secondo il ministero della giustizia, nel solo anno 2005 le ipotesi di reato introdotte dalla Bossi-Fini hanno provocato 13.654 ingressi in carcere, per 11.519 è stata contestata la violazione delle disposizioni sull'espulsione, quasi sempre come unico reato.
Secondo le statistiche pubblicate dall'Amministrazione Penitenziaria, al 31 dicembre 2005 erano detenuti 19.836 cittadini stranieri (solo 1034 dei quali comunitari), un terzo del totale della popolazione carceraria.
Nell'intero anno 2005, i detenuti per effetto della Bossi-Fini sono stati 11000; ma questo numero ha inciso in maniera minima sull'affollamento carcerario, poiché l'arresto a seguito di quella norma ha una durata media di 30 giorni - difatti, al momento dell'indulto, come già riportato in precedenza, i clandestini presenti nelle strutture penitenziarie ammontavano a 900 unità (un'inezia).


Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Marco Travaglio non nega vi sia stato ricatto da parte di Forza Italia.
Piuttosto contesta al centrosinistra e ai sostenitori dell'indulto, messi di fronte a quel ricatto, di essersi piegati.
Si veda la sua polemica con Adriano Sofri (l'Unità 28 luglio 2006).
«Sofri scrive che avremmo dimenticato di dire che «Previti non è in carcere e non ci andrà mai più». In realtà l’abbiamo scritto mille volte: ma abbiamo aggiunto che è ai domiciliari in virtù di una legge ad personam (la ex Cirielli) e che, con l’indulto ad personam, tornerà a piede libero. Non è forse questa la ragione per cui Forza Italia ricatta l’Unione imponendo l’inclusione della corruzione giudiziaria nei reati da condonare? Ma Sofri, a questo proposito, difende Forza Italia («l’indignazione sul ricatto di Forza Italia in pro di Previti è fuori tempo, e largamente pretestuosa e demagogica») con un triplo salto logico carpiato: secondo lui, la responsabilità delle polemiche sull’indulto non è di chi ha preteso di includervi la corruzione giudiziaria, ma di chi ha chiesto - del tutto ragionevolmente - di escluderla visto che per quel reato in carcere non c’è nessuno».
L'opinione di Travaglio, secondo cui «per sfollare le carceri, anziché (...) era preferibile un indulto di uno-due anni per i reati che incidono maggiormente sulla popolazione carceraria, esclusi dunque quelli che non vi incidono per nulla (quelli dei colletti bianchi)», è una opinione che io condivido (e tu?).
Bisogna interpretare nel modo corretto: Travaglio usa il termine "ricatto", postillando che a questo il centrosinistra "ha ceduto" volentieri... dunque, "ricatto" non è stato (che estorsione è, quella alla quale la vittima "cede volentieri"?) - si è trattato chiaramente di uno scambio, di un mercimonio (come dichiarato anche dal deputato comunista Caruso, a caldo dopo le votazioni sul provvedimento).

Tra l'indulto di tre anni come quello votato l'anno scorso - di cui hanno beneficiato assassini, mafiosi, camorristi, 'ndranghetisti, rapinatori, estorsori, terroristi e pure pedofili come Luigi Chiatti - e uno di portata inferiore, la scelta cade inevitabilmente sulla seconda opzione (tra uno schiaffo e una pugnalata, chi preferirebbe la seconda?); in un Paese civile, i condoni (fiscali ed edilizi, e tanto più penali) non avrebbero ragione d'essere.


Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Al dato sulla Bossi-Fini aggiungiamo quello dei detenuti tossicodipendenti che costituiscono il 30, forse il 40% della popolazione carceraria.
Detenuti non in qualità di tossicodipendenti, ma poiché autori di reati comuni.


Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
In tal caso, il centrosinistra avrebbe dovuto avere più coraggio, assumersi da solo la responsabilità del provvedimento ed affrontare la canea demagogica che, sicuramente, la destra avrebbe scatenato contro la liberazione di «drogati ed extracomunitari».
Questa mancanza di coraggio, in un paese dove si fa politica sui sondaggi e sulle campagne securitarie, è una risposta molto probabile alla domanda di Vittorio Grevi. In queste situazioni, si preferisce scegliere di condividere le responsabilità, anche a costo di sbagliare di più.
In ogni caso, lo sdegno nella cittadinanza è stato enorme (due italiani su tre sono contrari al provvedimento), e l'obiettivo "mediatico" fallito, poiché l'opinione pubblica ha individuato nel governo e nella maggioranza di centrosinistra (giustamente) i principali responsabili del vergognoso condono penale.
 
Vecchio 02-05-2007, 16.28.42
Roderigo
 
Citazione:
Originalmente inviato da Nihil
Falso; nel 2000 la popolazione detenuta era di 53000 unità, un anno dopo di 55000.
Ok, per il dato sul 2001. Ho scritto 43.000 invece di 53.000.

Citazione:
Originalmente inviato da Nihil
Nell'intero anno 2005, i detenuti per effetto della Bossi-Fini sono stati 11000; ma questo numero ha inciso in maniera minima sull'affollamento carcerario, poiché l'arresto a seguito di quella norma ha una durata media di 30 giorni - difatti, al momento dell'indulto, come già riportato in precedenza, i clandestini presenti nelle strutture penitenziarie ammontavano a 900 unità (un'inezia).
La durata di trenta giorni riguarda la permanenza nei CPT. Che può essere prorogata di altri trenta giorni "qualora l’accertamento dell’identità e della nazionalità, ovvero l’acquisizione di documenti per il viaggio presenti gravi difficoltà".
Riguardo alla reclusione in carcere, invece, sempre l'articolo 13 della Bossi-Fini stabilisce che:
"Lo straniero che senza giustificato motivo si trattiene nel territorio dello Stato in violazione dell’ordine impartito dal questore ai sensi del comma 5-bis è punito con l’arresto da sei mesi ad un anno.
Lo straniero espulso ai sensi del comma 5-ter che viene trovato, in violazione delle norme del presente testo unico, nel territorio dello Stato è punito con la reclusione da uno a quattro anni."
E' molto improbabile che gli 11.000 stranieri arrestati nel 2005, a causa della Bossi-Fini, possano essere scesi come numero di detenuti fino a 900 al momento della promulgazione dell'indulto, mentre quella stessa legge tuttora in vigore continuava a infornare le carceri per tutto il 2006."

Citazione:
Originalmente inviato da Nihil
Tra l'indulto di tre anni come quello votato l'anno scorso - di cui hanno beneficiato assassini, mafiosi, camorristi, 'ndranghetisti, rapinatori, estorsori, terroristi e pure pedofili come Luigi Chiatti - e uno di portata inferiore, la scelta cade inevitabilmente sulla seconda opzione (tra uno schiaffo e una pugnalata, chi preferirebbe la seconda?); in un Paese civile, i condoni (fiscali ed edilizi, e tanto più penali) non avrebbero ragione d'essere.
Un certo complesso di legittimazione spesso induce il centrosinistra a fare scelte sbagliate. Come ho già detto, concordo con Travaglio sul fatto che l'indulto dovesse concentrarsi sui reati minori.

Dall'indulto 2006, una parte dei reati che citi è comunque esclusa.
L'indulto, prevede il testo, "è concesso per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006 nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10mila euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive". Escluse, invece, dai benefici dell'indulto le pene accessorie temporanee.
L'indulto non si applica per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale: associazione sovversiva; associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico; arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale; addestramento ad attività con finalità diterrorismo anche internazionale; attentato per finalità terroristiche e di eversione; atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi".
Lo sconto di pena è escluso anche per i "delitti di devastazione, saccheggio e strage; sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione; banda armata; associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602 del codice penale; associazione di tipo mafioso; strage; riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù".
Esclusi dai benefici dell'indulto anche coloro che si sono resi responsabili di delitti come "prostituzione minorile; pornografia minorile; detenzione di materiale pornografico; iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile; tratta di persone; acquisto e alienazione di schiavi; violenza sessuale; atti sessuali con minorenne; corruzione di minorenne; violenza sessuale di gruppo".
L'indulto non si applica nemmeno per gli autori di "sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione; riciclaggio, limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope. Il provvedimento di clemenza non si applica per i "delitti riguardanti la produzione, il traffico e la detenzione illeciti di sostanze stupefacenti, previsti dall'articolo 73 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza nonchè per il delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope".
Escluso dai benefici dell'indulto anche il reato di usura.
I benefici, prevede ancora il testo, sono "revocati di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni". (Tutti i reati esclusi dall'indulto - Repubblica 29 luglio 2006)
L'indulto del 2003, il cosiddetto "indultino" prevedeva la sospensione degli ultimi tre anni di pena per i condannati di reati non gravi, che avessero tenuto un buon comportamento in carcere e già scontato un quarto della propria condanna. Tuttavia, ne usufruì un numero limitato di detenuti, circa 2.500, a fronte degli 8-10 mila previste dai promotori, poichè il provvedimento escludeva i detenuti stranieri, reclusi "per essersi trattenuti nel territorio dello Stato senza avere richiesto il permesso di soggiorno prescritto", cioè i nuovi detenuti della legge Bossi-Fini.

Citazione:
Originalmente inviato da Nihil
Detenuti non in qualità di tossicodipendenti, ma poiché autori di reati comuni.
Nel 1990, al momento dell'approvazione della legge Jervolino-Vassalli, che introduce la punibilità per la detenzione di una “modica quantità” di sostanza finalizzata al consumo personale i detenuti tossicodipendenti erano 7.299. In sei mesi salirono a 9.623 per arrivare a ben 14.818 il 31 dicembre 1992. Da allora, non di meno, circa 30.000 persone tossicodipendenti hanno continuato a entrare in carcere ogni anno: per detenzione e spaccio, vero o presunto, nonché per altri reati connessi.
 
Vecchio 02-05-2007, 18.35.40
Nihil
 
Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Ok, per il dato sul 2001. Ho scritto 43.000 invece di 53.000.
Nel 2000 erano 53000, nel 2001 55000: si trattava di un'ulteriore precisazione.


Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
La durata di trenta giorni riguarda la permanenza nei CPT. Che può essere prorogata di altri trenta giorni "qualora l’accertamento dell’identità e della nazionalità, ovvero l’acquisizione di documenti per il viaggio presenti gravi difficoltà".
Riguardo alla reclusione in carcere, invece, sempre l'articolo 13 della Bossi-Fini stabilisce che:
"Lo straniero che senza giustificato motivo si trattiene nel territorio dello Stato in violazione dell’ordine impartito dal questore ai sensi del comma 5-bis è punito con l’arresto da sei mesi ad un anno.
Lo straniero espulso ai sensi del comma 5-ter che viene trovato, in violazione delle norme del presente testo unico, nel territorio dello Stato è punito con la reclusione da uno a quattro anni."
E' molto improbabile che gli 11.000 stranieri arrestati nel 2005, a causa della Bossi-Fini, possano essere scesi come numero di detenuti fino a 900 al momento della promulgazione dell'indulto, mentre quella stessa legge tuttora in vigore continuava a infornare le carceri per tutto il 2006."

Dati del ministero della giustizia:

Tabella 15. Tipologie di reato ascritte ai beneficiari del provvedimento. Periodo agosto 2006-gennaio 2007.

Tipologia di reato Percentuale
Contro il patrimonio 38,63%
Legge droga 14,50%
Contro la persona 12,03%
Legge armi 8,17%
Fede pubblica 5,69%
Pubblica amministrazione 5,05%
Amministrazione della giustizia 4,79%
Contravvenzioni 2,37%
Legge stranieri 2,37%
Altri reati 2,34%



I detenuti per il reato di immigrazione clandestina beneficiari del provvedimento di indulto rappresentano il 2,37 % del campione (forse anche meno di 900 unità, quindi: ricordavo per eccesso).

http://209.85.129.104/search?q=cache...lnk&cd=1&gl=it


Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Dall'indulto 2006, una parte dei reati che citi è comunque esclusa

Sebbene il condono nominalmente escludesse dall'estinzione di pena determinati reati, grazie ai criteri di fungibilità ed alla disciplina del cumulo di pene anche migliaia di condannati per delitti di mafia, camorra e usura (e taluni per terrorismo, come la Baraldini, o per omicidi a sfondo pedofilo, come Chiatti) ne hanno usufruito:


http://www.uaar.it/news/2006/08/03/i...isti-islamici/

http://it.news.yahoo.com/07022007/20...erra-clan.html

http://www.cuntrastamu.org/mafia/new...php?insid=6994

http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=304352

http://espresso.repubblica.it/dettag...ferita/1382313

http://murrus.wordpress.com/2006/10/...ro-di-foligno/



Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Nel 1990, al momento dell'approvazione della legge Jervolino-Vassalli, che introduce la punibilità per la detenzione di una “modica quantità” di sostanza finalizzata al consumo personale i detenuti tossicodipendenti erano 7.299. In sei mesi salirono a 9.623 per arrivare a ben 14.818 il 31 dicembre 1992. Da allora, non di meno, circa 30.000 persone tossicodipendenti hanno continuato a entrare in carcere ogni anno: per detenzione e spaccio, vero o presunto, nonché per altri reati connessi.
Nonché per altri delitti connessi, appunto; detenzione e spaccio sono in ogni caso reati comuni, in base alla disciplina vigente (una discettazione sul proibizionismo è in gran parte altra questione, rispetto all'indulto).
 
Vecchio 02-05-2007, 19.25.11
Daruma
 
Certo, certo, triplichiamo, decuplichiamo le carceri, e magari già che ci siamo riapriamo anche i manicomi, poi ficchiamoci dentro tutti quei barboni sporchi e fastidiosi che parlano ad alta voce nei bus, tutti quei Rom puzzolenti e ladri, tutti i tossicodipendenti (compresi i nostri figli che di nuovo - bel passo avanti! - possono andar dentro per una càccola!), tutti i porci barbuti (direbbe Borghezio) e poi via via tutti gli altri... i cinesi e gli indiani che essendo miliardi aumenteranno sempre più - sempre colpa del centrosinistra! - e cominciano a ribellarsi...ecc..ecc..

E poi viva l'America - il meraviglioso paese che ci ispira questi sogni se non forcaioli, almeno "carcerofili" - quella meravigliosa società con due record: la più alta popolazione carceraria (quasi tutti poveri, neri e chicanos) al mondo ed contemporaneamente il più alto tasso di criminalità ! Un vero modello da imitare!

Ma ragazzi, oltre che leggere meglio gli articoli di giornale, dovreste dare una letta perlomeno a "Sorvegliare e punire" di Michel Foucault!
 
Vecchio 03-05-2007, 17.08.12
dehehi
 
Rinuncia Nihil! Qui non è questione di dati e considerazioni fattuali, è questione di tifo politico!
Ciò che fa la propria squadra è sempre bene!
 
Vecchio 03-05-2007, 18.15.40
alessandra
 
Citazione:
Originalmente inviato da dehehi
Rinuncia Nihil! Qui non è questione di dati e considerazioni fattuali, è questione di tifo politico!
Ciò che fa la propria squadra è sempre bene!
Dovresti rileggere tutte le risposte ai tuoi post ed a quelli di Nhil e poi avere ancora il coraggio di scrivere quello che hai scritto.
 
Vecchio 04-05-2007, 01.20.18
Roderigo
 
Citazione:
Originalmente inviato da Nihil
Dati del ministero della giustizia:

Tabella 15. Tipologie di reato ascritte ai beneficiari del provvedimento. Periodo agosto 2006-gennaio 2007.

Legge stranieri 2,37%

I detenuti per il reato di immigrazione clandestina beneficiari del provvedimento di indulto rappresentano il 2,37 % del campione (forse anche meno di 900 unità, quindi: ricordavo per eccesso).
Innanzitutto voglio evidenziare la ricerca che hai segnalato su "Indulto e recidiva", poichè oltre alle tabelle statistiche contiene considerazioni e informazioni molto interessanti sulle dimensioni reali del fenomeno della recidiva (assai ridotto), sulla strumentale campagna mediatica condotta contro il provvedimento e sull'inutilità dell'innasprimento delle pene contro i reati che riguardano l'area sociale dell'emarginazione.

Indulto e recidiva
Uno studio dopo sei mesi dall'approvazione del provvedimento
Giovanni Jocteau, Giovanni Torrente
http://www.giustizia.it/newsonline/d...media/1960.pdf

Il dato del 2,37% riguarda il numero di coloro che hanno usufruito dell'indulto. Non è affatto detto corrisponda al numero di coloro che per il medesimo reato si trovassero reclusi al momento dell'entrata in vigore dello stesso.
Se oltre 11 mila stranieri vengono arrestati nel corso del 2005 per aver violato la legge sull'immigrazione e sono stati condannati alle pene detentive previste dalla stessa legge; se, presumibilmente, altrettanti sono stati arrestati e condannati nel 2006, al momento dell'entrata in vigore dell'indulto, essi non possono essersi ridotti al solo numero di 900 o ad una cifra persino inferiore, ad agosto 2006.
Sul quel dato si possono fare viare ipotesi. Due in particolare.
1) molti stranieri arrestati perchè irregolari, erano detenuti ancora in stato di custodia cautelare, custodia revocata formalmente non per effetto del condono, ma per autonoma decisione dell'autorità giudiziaria (secondo il DAP, oltre 7.000 detenuti sono stati liberati in questo modo e non rientrano nelle statistiche dell'indulto).
2) molti stranieri, come è probabile e come è accaduto per l'indulto del 2003, sono rimasti in carcere.

Si veda a quest'ultimo proposito quanto denuncia l'associazione Antigone:
Gli immigrati e in generale i cittadini stranieri sono stati i meno coinvolti dal provvedimento di indulto varato lo scorso anno dal governo Prodi.
Il fenomeno li ha riguardati in modo secondario rispetto agli altri italiani sia dal punto di vista degli effetti pratici del provvedimento sulle uscite dal carcere, sia dal punto di vista dei cosiddetti "rientri", ovvero dei casi in cui le persone che hanno beneficiato dell'indulto sono state poi di nuovo arrestate.
Per quanto riguarda il totale dei beneficiari dell'indulto solo una parte è straniera.
Non ci sono ancora le ultimi elaborazioni, ma il rapporto dovrebbe essere di meno di un terzo.
Secondo le elaborazioni di Antigone, l'associazione che si occupa di carceri da molti anni, sulle cifre ufficiali fornite dal Dap, delle 25.256 persone uscite dal carcere a causa dell'indulto al 25 ottobre dello scorso anno, 9187 erano straniere.
Se prima dell'entrata in vigore del provvedimento di indulto gli stranieri in carcere erano 20.088, pari al 33% della popolazione detenuta totale, al settembre del 2006 erano 12.369, pari cioè al 32%.
Sia secondo Antigone, sia secondo altri osservatori e studiosi delle carceri, ci si sarebbe potuti aspettare uno scarto maggiore tra queste percentuali, essendo - come scrive Susanna Marietti di Antigone - "i detenuti stranieri con reati ascritti di bassa gravità proporzionalmente di più dei detenuti italiani".
Si può presupporre quindi che data l'alta percentuale di detenuti in custodia cautelare tra gli stranieri, in pochi abbiano visto cessare la misura cautelare grazie all'indulto.
Si suppone anche che non sono tanto le condizioni di applicazione della legge sull'indulto, che poi sono uguali per tutti, ma qualche altro fattore esterno.
Uno dei fattori che sicuramente fa la differenza è quello relativo alla difesa.
Si conferma cioè anche per gli immigrati l'ipotesi che l'indulto, al di fuori dei casi più ovvi, sia stato applicato solo in situazioni giuridicamente tutelate dalla presenza di un avvocato di fiducia.
L'altro elemento molto interessante che differenzia gli effetti dell'indulto e il dopo indulto tra italiani e stranieri è il dato relativo ai rientri in carcere.
da Redattore Sociale - Milano, 15 gennaio 2007
Citazione:
Originalmente inviato da Nihil
Sebbene il condono nominalmente escludesse dall'estinzione di pena determinati reati, grazie ai criteri di fungibilità ed alla disciplina del cumulo di pene anche migliaia di condannati per delitti di mafia, camorra e usura (e taluni per terrorismo, come la Baraldini, o per omicidi a sfondo pedofilo, come Chiatti) ne hanno usufruito
Migliaia? Anche questo è un dato del ministero della giustizia?

Sono 4.757 coloro che hanno usufruito del provvedimento di clemenza per uno o più titoli di detenzione, ma che sono rimasti in carcere per altre condanne.

La liberazione di persone accusate di terrorismo, magari solo sulla base di teoremi e concorsi morali, che non hanno mai ucciso, ferito o rapinato nessuno, è sacrosanta.

Vediamo di capire meglio riguardo i casi di scarcerazione di persone condannate per reati di mafia, secondo quanto scrive, in un articolo contro l'indulto, Giovanna Maggiani Chelli, Vice Presidente Portavoce Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili:
1) «La legge non prevede agevolazioni per i boss, ma il legislatore quando ha preparato il testo dell’indulto, non ha considerato che l’aggravante per i fatti di mafia è stata introdotta nel 1991
Luppino è stato condannato per mafia nel 1988, ed è stato il primo mafioso a beneficiare dell’indulto.
Noi temiamo che questo fatto sia soltanto il primo, destinato ad aprire una breccia.
E questo possiamo certamente considerarlo un errore del legislatore.
2) In seguito è stata la volta di Giovanni Aprena, boss di San Giovanni a Peduccio, legato alla camorra.
Cito per maggior precisione quanto riportato dal settimanale L’Espresso (articolo di Roberto Saviano):
“I legali di Aprena hanno smontato la condanna: prima hanno proceduto con lo scorporo delle due pene che il boss stava scontando: associazione mafiosa e possesso illegale d’arma da fuoco; poi, una volta che questa richiesta è stata accettata, gli avvocati hanno richiesto l’applicazione della fungibilità, ossia di poter scalare, dal periodo di tempo trascorso in prigione corrispondente alla pena condonata, anche la condanna relativa all’associazione di stampo mafioso. In pratica è stato usato l’indulto sul reato dove era possibile applicarlo, e in questo modo si è ottenuto l’effetto anche sul reato che era stato escluso dalla clemenza. Risultato: Giovanni Aprena è tornato libero”.»
Qui i casi sono due: o i giudici hanno sbagliato ad applicare la legge accogliendo le richieste dei legali (e in tal caso avevano il potere discrezionale di respingerla, in conformità con la legge). Oppure, gli anni di pena relativi al reato mafioso erano già stati espiati e dunque è stato giusto scalarli dalla condanna complessiva. Quanti anni? Siamo alle solite: se la durata di una pena è inadeguata, la responsabilità è delle sentenze, non dell'indulto.

Citazione:
Originalmente inviato da Nihil
Nonché per altri delitti connessi, appunto; detenzione e spaccio sono in ogni caso reati comuni, in base alla disciplina vigente (una discettazione sul proibizionismo è in gran parte altra questione, rispetto all'indulto).
Le due discussioni invece sono connesse. L'indulto è motivato dal sovraffollamento carcerario.
Gli altri "delitti connessi" e i "reati comuni" esistevano anche prima e il numero dei tossicodipendenti era stazionario in rapporto alla popolazione carceraria. Poi, nel 1990 venne introdotto uno specifico reato comune, che prevedeva la punibilità per detenzione di stupefacenti superiore ad una modica quantità fissata per legge. E' da questo momento in avanti, che aumenta in modo rilevante il numero dei detenuti tossicodipendenti.
Riconoscerai esistere una certa contraddizione nel rimproverare all'indulto di non essersi concentrato esclusivamente sui reati più gravi quando prima e poi ci si fa promotori, legislatori e sostenitori di leggi che introducono o inaspriscono le pene per decine di migliaia di emarginati.
 
Vecchio 04-05-2007, 10.43.40
Nihil
 
Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Innanzitutto voglio evidenziare la ricerca che hai segnalato su "Indulto e recidiva", poichè oltre alle tabelle statistiche contiene considerazioni e informazioni molto interessanti sulle dimensioni reali del fenomeno della recidiva (assai ridotto), sulla strumentale campagna mediatica condotta contro il provvedimento e sull'inutilità dell'innasprimento delle pene contro i reati che riguardano l'area sociale dell'emarginazione.
La ricerca fa riferimento ad un arco di soli sei mesi dal varo del condono penale (per valutare bene l'impatto della recidiva, meglio attendere un periodo di diciotto mesi), ed è stata addotta come fonte dei dati - precedentemente citati - sulla percentuale (minima, irrilevante) di clandestini beneficiari del provvedimento.


Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Il dato del 2,37% riguarda il numero di coloro che hanno usufruito dell'indulto. Non è affatto detto corrisponda al numero di coloro che per il medesimo reato si trovassero reclusi al momento dell'entrata in vigore dello stesso.
Applicandosi l'indulto ai reati, ed essendo compreso quello di immigrazione clandestina tra questi, tutti i condannati per infrazione della Bossi-Fini ne hanno usufruito punto; la percentuale relativa è di poco più del due per cento del totale: ergo si parla di un'inezia - e se è possibile che non tutti i beneficiari del condono per il suddetto reato fossero in carcere al momento del provvedimento (incidendo, quindi, in maniera ancora più risibile sulla popolazione carceraria), è impossibile per ovvi motivi (sic!) il contrario.



Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo

Si veda a quest'ultimo proposito quanto denuncia l'associazione Antigone: Gli immigrati e in generale i cittadini stranieri sono stati i meno coinvolti dal provvedimento di indulto varato lo scorso anno dal governo Prodi.
Gli stranieri per i quali l'estinzione di pena garantita da un indulto così ampio (omicidio, tentato omicidio, associazione per delinquere, sequestro di persona, lesioni, rapina, estorsione, furto, violenza privata, molestie sessuali etc.) non ha significato libertà immediata, sono rimasti in carcere evidentemente poiché colpevoli di reati molto gravi.


Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo

Migliaia? Anche questo è un dato del ministero della giustizia?

Solo nel napoletano - e solo in quella provincia - il procuratore Grasso e un rapporto dei servizi segreti hanno denunciato la scarcerazione di ottomila malavitosi (difatti, sono subito riesplose faide sanguinose nel centro storico, nella periferia orientale, nell'area vesuviana, nel casertano, con indultati nel ruolo di vittime e carnefici della mattanza camorrista).


http://it.news.yahoo.com/07022007/20...erra-clan.html

http://www.repubblica.it/2006/10/sez...-tra-clan.html

http://ilmattino.caltanet.it/mattino...&type=STANDARD

http://www.politicaonline.net/forum/...ferrerid=10150

http://www.osservatoriocamorra.org/r...olo.php?id=125

(per favore, gli articoli che inserisco a prova di quanto affermo, leggili)



Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Vediamo di capire meglio riguardo i casi di scarcerazione di persone condannate per reati di mafia...

Qui i casi sono due: o i giudici hanno sbagliato ad applicare la legge accogliendo le richieste dei legali (e in tal caso avevano il potere discrezionale di respingerla, in conformità con la legge). Oppure, gli anni di pena relativi al reato mafioso erano già stati espiati e dunque è stato giusto scalarli dalla condanna complessiva. Quanti anni? Siamo alle solite: se la durata di una pena è inadeguata, la responsabilità è delle sentenze, non dell'indulto.
Ho già spiegato: grazie ai criteri di fungibilità ed alla disciplina sul cumulo delle pene, è stato gioco facile - per migliaia e migliaia di condannati per associazione mafiosa o camorrista - scalare le pene condonate dal computo totale, arrivando alla libertà; certo, la responsabilità è soprattutto del sistema impunitario pregresso sul quale l'indulto è stato calato (in guisa di colpo fatale), visto che tra legge Gozzini, rito abbreviato, Simeone-Saraceni ed altre amenità, una condanna all'ergastolo finisce per tradursi in un periodo di reclusione anche inferiore agli otto anni.




Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Le due discussioni invece sono connesse. L'indulto è motivato dal sovraffollamento carcerario.
Gli altri "delitti connessi" e i "reati comuni" esistevano anche prima e il numero dei tossicodipendenti era stazionario in rapporto alla popolazione carceraria. Poi, nel 1990 venne introdotto uno specifico reato comune, che prevedeva la punibilità per detenzione di stupefacenti superiore ad una modica quantità fissata per legge. E' da questo momento in avanti, che aumenta in modo rilevante il numero dei detenuti tossicodipendenti.
Riconoscerai esistere una certa contraddizione nel rimproverare all'indulto di non essersi concentrato esclusivamente sui reati più gravi quando prima e poi ci si fa promotori, legislatori e sostenitori di leggi che introducono o inaspriscono le pene per decine di migliaia di emarginati.
Si può discutere, certo, di una rivisitazione della legge sugli stupefacenti; tenendo anche conto dei dati recenti (forniti in Cassazione in apertura dell'anno giudiziario), che indicano come, in seguito all'approvazione della Fini-Giovanardi, i reati di droga abbiano visto un incoraggiante calo.

http://newrassegna.camera.it/chiosco...tArticle=DI66O
 
Vecchio 09-05-2007, 08.55.08
Edric
 
Scoppia la lite sull'indulto,
Il Viminale: "Reati in aumento"

Gli interni si smarcano dal
Guardasigilli: «Ci sono 1952
rapine e 28300 furti in più»
GUIDO RUOTOLO
ROMA
Proprio mentre il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e il ministro di Giustizia, Clemente Mastella, nella loro visita al carcere di Rebibbia, difendevano il provvedimento di indulto approvato dalla maggioranza del Parlamento (per Napolitano «un passo eccezionale ma necessario per rendere più vivibili e degne le carceri italiane»), la commissione Affari costituzionali del Senato discuteva il rapporto del Viminale sullo stato della sicurezza nel nostro Paese, nel quale si analizzano gli «effetti» dell’indulto: «Nel periodo agosto-ottobre 2006 si è registrato rispetto all’anno precedente un incremento di 1.952 rapine e di 28.830 furti». Il fattore indulto, secondo il Viminale, ha fatto registrare «un tendenziale incremento dei reati predatori, quelli che più negativamente condizionano la percezione di sicurezza dei cittadini». Che questo aumento sia (anche) effetto dell’indulto, viene confermato dal dato che fino al luglio scorso, e cioè prima dell’entrata in vigore del provvedimento di clemenza, «tali fenomeni presentavano una leggera flessione».

L’indulto, insomma, continua a rappresentare un nervo scoperto. Lo è perché è materia di polemica politica da parte di An e Lega, che quel provvedimento non hanno votato, ma anche all’interno della maggioranza non tutti furono d’accordo, e successivamente il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, non ha nascosto le sue «perplessità». E anche perché ha diviso e continua a dividere la circolare del procuratore di Torino, Marcello Maddalena, che ha invitato i suoi sostituti ad accantonare i fascicoli destinati ad essere archiviati per l’indulto. Ieri il ministro di Giustizia, Clemente Mastella, difendendo l’indulto («Se non ci fosse stato avremmo avuto un’esplosione di collera incontenibile nelle carceri»), ha fornito una serie di numeri e di valutazioni: «Solo l’11,11% dei 25.694 indultati sono tornati in carcere. Un dato questo estremamente più basso se paragonato al tasso ordinario di recidiva, che raggiunge il 60%. L’indulto non ha prodotto alcuna crescita dei fenomeni criminali. Anzi, l’analisi dei flussi di rientro ha dimostrato come la recidiva dei soggetti beneficiari del provvedimento di clemenza si sia mantenuta all’interno di limiti certamente più bassi delle attese».

L’indulto, in generale, non ha ricadute solo sul terreno dell’ordine e della sicurezza collettiva, con l’uscita anticipata dalle carceri di migliaia di detenuti, le ha anche dal punto di vista dei processi. La circolare del procuratore di Torino, Marcello Maddalena, che ha invitato i suoi sostituti ad accantonare i processi destinati a non avere un futuro per via dell’indulto, ha spaccato il Csm (sulla vicenda si dovrà pronunciare il plenum di Palazzo dei Marescialli), e anche il mondo politico. Per l’ex magistrato ed ex presidente dell’Antimafia, il forzista Roberto Centaro, «la circolare è suscettibile di un esame in sede disciplinare perché va ben oltre i poteri del capo di un ufficio giudiziario, visto che uccide di fatto il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale».

Di parere opposto l’ex magistrato veneziano, oggi senatore dell’Ulivo, Felice Casson: «Il procuratore di Torino si è mosso in maniera intelligente e ha dato indicazioni chiare ai magistrati del suo ufficio su cosa fare di fronte a una situazione grave, la semiparalisi degli uffici giudiziari. La circolare serve a razionalizzare il lavoro dei magistrati ed è quel che ogni procura dovrebbe fare». L’ex deputato di Rifondazione Giuliano Pisapia, pur riconoscendo che la circolare Maddalena «parte da un problema reale», la boccia perché incostituzionale, essendo «in contrasto con l’obbligatorietà dell’azione penale». L’Unione delle camere penali insiste nel denunciare le «gravi violazioni» della circolare Maddalena.

LA STAMPA
 
Vecchio 10-05-2007, 12.35.46
Roderigo
 
Il sottosegretario alla Giustizia interviene dopo le cifre del viminale che parlano di 2mila reati in più: «Le analisi statistiche serie si fanno in tempi medio-lunghi»

Manconi: «I dati sull'indulto?
Irresponsabili e superficiali»




DAVIDE VARI'

«Si sono moltiplicati i crimini dopo ed a causa dell'indulto? Con la stessa sicurezza potrei dire che nello stesso periodo sono diminuiti gli infaticidi ma non per questo penso ad una correlazione tra i due eventi». Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia e sociologo, ha pochi dubbi: «Le analisi di questi giorni relative all'indulto sono superficiali, irresponsabili e del tutto inattendibili». Secondo Manconi non ha nessun senso considerare un periodo di tempo di tre mesi: «Come insegna qualunque criminologo tutte le statistiche vanno lette con prudenza e soprattutto in una serie storica di medio-lungo periodo».
Eppure la polemica sull'indulto non sembra placarsi, anzi. Non basta neanche il dato sulla recidiva - un termine da patologo che sta ad indicare il tasso degli ex detenuti che commettono di nuovo reato - che parla di un 12%, di recidiva, appunto, contro il 60% abituale, fisiologico come direbbero gli addetti ai lavori. In tutto questo, ed è forse questo il vero problema da affrontare, la grande questione della depenalizzazione dei reati minori che determinerebbe un minor ingolfamento delle carceri e delle aule di tribunale: in Italia un processo medio dura non meno di 10 anni.
Del resto anche il presidente della repubblica Napolitano ha ribadito la necessità di punire con il carcere «solo chi commette reati particolarmente pericolosi». Un'affermazione non facile in tempi come questi, in tempi in cui sbandierare l'insicurezza e la necessità della tolleranza zero è diventato l'hobby preferito di mezzo ceto politico nostrano.

Insomma professor Manconi, questo indulto ha davvero reso l'Italia un Bronx?
Se noi consideriamo i dati con superficialità, ignorando una serie storica attendibile, potremmo avere dei singolarissimi risultati: leggendo la tabella del Viminale senza indagare in maniera intelligente e senza leggere il contesto, potremmo pensare ad effetti davvero strani di questo indulto. Per esempio, nel trimestre agosto-ottobre 2006 - il trimestre immediatamente successivo all'approvazione dell'indulto - un delitto terribile e grave come l'infanticidio risulta ridotto del 66%. Se non fossi persona responsabile direi che l'indulto avrebbe un effetto terapeutico e provvidenziale sui genitori che vogliono sopprimere i propri figli, tutto questo se fossi irresponsabili. Lo stesso irresponsabile gioco potrebbe essere fatto chessò assumendo come riferimento al fattispecie della rapina ai rappresentanti di preziosi. Ecco, nel trimestre agosto-ottobre 2004 le rapine sono state 21, nel 2005 1 e nel 2006 2. A questo punto dovrei dire che le rapine sono raddoppiate passando da 1 a 2 a causa dell'indulto. Insomma, voglio dire che, come insegna qualunque criminologo ,tutte le statistiche criminali vanno lette con prudenza e soprattutto in una serie storica di medio-lungo periodo.

Poi c'è il dato della recidiva: secondo i dati del viminale solo il 12% degli ex detenuti indultati ha commesso nuovi reati, contro il 60% della media abituale.
In effetti la recidiva ordinaria e fisiologica, quella registrata tra coloro che arrivano a fine pena senza sconti e benefici, oscilla tra il 60 ed il 68%. Noi dopo nove mesi di indulto siamo al 12%. E soprattutto vorrei sottolineare che il tasso di crescita mensile è tale che ricorrendo a qualsiasi proiezione possiamo star certi che non si arriverà mai a quella del tasso fisiologico.

Le ragioni di questo calo della recidiva?
La gran parte delle persone che hanno beneficiato dell'indulto sanno bene che in caso di recidiva rischiano di dover scontare la pena condonata più quella relativa al nuovo reato.

Dunque che idea si è fatto dell'indulto? Che giudizio ne dà?
Il mio è un giudizio è incondizionatamente positivo. E' stato un provvedimento che ha prodotto esiti virtuosi di fondamentale importanza e dunque la mia valutazione coincide perfettamente con quella del capo dello stato: una misura eccezionale ma indispensabile: un carcere così sovraffollato non si limitava a mortificare la dignità di quanti vi si trovavano custodi o custoditi, ma rappresentava un ostacolo insormontabile per qualunque progetto di riforma dell'intero sistema penitenziario e del complessivo sistema della giustizia.

Su tutto la riforma del sistema penale. In Italia abbiamo un record di reati puniti con la galera...
Anche qui devo ripetere le parole del capo dello stato del quale, come si vede, sono un piccolo fan. Anche su questo il presidente Napolitano si rivela intellettualmente coraggioso: mentre infuria la polemica sulla sicurezza, ha infatti la coerenza di ribadire che il carcere va considerato una soluzione estrema, destinata a coloro che sono responsabili di reati che suscitano allarme sociale.

A proposito di sicurezza, sembra che in Italia ci sia un gara ad appropriarsi del tema della sicurezza, anche tra molte personalità del nascente Piddì...
Le reazioni nascono da dati oggettivi di un'attività criminale evidente. Per come è organizzata la nostra società i costi ricadono sulle fasce deboli della popolazione che convivono con gli stranieri. Di fonte a queste cose ci sono due scelte possibili: elaborare politiche razionali di investimenti sociali di mediazione delle contraddizioni sociali - che non eliminano i problemi ma consentono di controllarli - e contenere l'eplosività; oppure si può scegliere di galvanizzare sentimenti di allarme: in Italia, soprattutto a destra ma anche a sinistra, è pieno di imprenditori-politici della paura. La politica deve stare attenta a disinnescare i conflitti interetnici elaborando politiche della sicurezza che non siano esclusivamente di ordine simbolico. La tolleranza zero in determinate condizioni può perfino essere efficace, ma dal momento che non aggredisce le cause ha un esito effimero.


Liberazione 10 maggio 2007
http://www.liberazione.it
 
Vecchio 18-05-2007, 01.38.04
Roderigo
 
Il Carcere dopo l'indulto



Gennaro Santoro*, 15 maggio 2007

Giustizia. Pubblichiamo il dossier della Campagna lanciata da Antigone e Prc. I dati riguardano i primi tre mesi di attività. Il dossier non tiene conto delle visite nei 6 Ospedali Psichiatrici Giudiziari italiani effettuato nelle giornate del 4 e 5 maggio dall'Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell'Associazione Antigone, di prossima pubblicazione


La Campagna è iniziata il 15 febbraio e terminerà il 15 agosto. Le visite sono normalmente effettuate da deputati e consiglieri regionali del PRC-SE e da osservatori di Antigone. Lo scopo della campagna è di verificare le condizioni di detenzione post indulto, con particolare attenzione al funzionamento dell'assistenza sanitaria, oggi allo stremo, e alla mancata attuazione del regolamento penitenziario.
Delle 50 visite in carceri e ospedali psichiatrici giudiziari programmate, al 13 maggio sono state effettuate 24 visite in 23 istituti:
OPG SANT'EFRAMO NAPOLI, BELLUNO, REGINA COELI, VALLETTE TORINO, SALUZZO, IMPERIA, SANREMO, VITERBO, AVELLINO, SAVONA, VOGHERA, CUNEO, PARMA, CASTELFRANCO EMILIA, BRESCIA, PALMI, LA SPEZIA, CHIAVARI, ALESSANDRIA, SAN VITTORE MILANO, COMO, REBIBBIA FEMMINILE (2 visite), CAMERINO.

Per ciò che attiene l'attuazione del regolamento penitenziario sui 23 istituti oggetto di osservazione si è rilevato che nessun istituto ha dato piena attuazione alle prescrizioni ivi previste.
Secondo i dati finora pervenuti, in 4 carceri su 5 non ci sono mediatori culturali e le docce non sono collocate all'interno della cella. In 3 carceri su 5 le finestre sono dotate di schermature. In circa il 40% dei casi i servizi igienici delle celle non sono dotati di acqua calda e non sono collocati in un vano separato rispetto a quello che ospita i letti; ancora nel 50% dei casi non sono consentiti colloqui in spazi all'aria aperta e nelle sezioni femminili i servizi igienici delle celle non sono dotati di bidet.

Per ciò che attiene l'assistenza sanitaria desta preoccupazione l'uso massiccio di psicofarmaci: oltre il 50% dei ristretti fa uso di psicofarmaci. Alto il numero di tossicodipendenti. Le malattie maggiormente diffuse sono le epatiti e le malattie della pelle. Si riscontrano problemi per l'approvvigionamento dei farmaci. In molti istituti non è garantita la presenza di personale medico h24. I farmaci maggiormente utilizzati sono: ansiolitici, antidepressivi, antipsicotici, antinfiammatori, antidolorifici, farmaci per lo stomaco.

I DATI POST INDULTO
I detenuti prima dell'approvazione dell'indulto erano 61.246 per una capienza regolamentare di circa 43.000 unità.
I ristretti nelle carceri italiane sono scesi a 38.847 a settembre 2006, sono risaliti oggi a 42.702 (il 35% è rappresentato da stranieri).
Sono 26.201 (di cui 16.158 italiani e 10.043 stranieri) gli ex detenuti usciti dal carcere negli ultimi nove mesi grazie all'indulto.
Dall'ultimo screening del Dipartimento dell' amministrazione penitenziaria (Dap) emerge che 18.189 (pari al 69,4% del totale) sono gli ex detenuti condannati in via definitiva che hanno beneficiato dell'indulto, mentre 8.012 sono coloro che grazie al provvedimento di clemenza hanno avuto una revoca della misura cautelare su decisione del magistrato di sorveglianza.
Ad oggi si sta registrando un preoccupante aumento della popolazione carceraria.
Soltanto il 12% degli indultati ha commesso un nuovo reato, contro il 68% fisiologico del tasso di recidiva.

CARCERE E PENA DOPO UN ANNO DI GOVERNO
BREVI CONSIDERAZIONI SULL'OPERATO DEL PARLAMENTO, DEL GOVERNO E DIPARTIMENTO DELL'AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA (DAP)

L'approvazione del provvedimento di indulto, come ha ricordato Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della recente visita al carcere femminile di Rebibbia, ha rappresentato un "passo eccezionale ma necessario - viste anche le difficoltà del programma di edilizia penitenziaria - per decongestionare e rendere più vivibili, più umane, più degne le carceri italiane. E anche per alleviare le difficoltà di quanti operano in questi istituti al servizio dello Stato."
Dopo l'approvazione del provvedimento di indulto risulta però opinabile il fatto che, soprattutto nei piccoli istituti, le direzioni di diversi istituti di pena hanno chiuso molti reparti per risparmiare personale, ma non li si è ristrutturati per renderli più vivibili, così la popolazione detenuta in diversi istituti ha continuato a vivere disagiata.

Per altro verso, il primo anno della XV Legislatura si è caratterizzato positivamente per l'approvazione di due importanti disegni di legge alla Camera dei deputati relativi alla istituzione di una Commissione nazionale per la promozione e la tutela dei diritti umani e del Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, e alla introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico.
Bisogna ricordare infatti che l'Italia è uno dei pochissimi paesi in Europa (e nel mondo) a non aver adottato tali provvedimenti nonostante l'esistenza di obblighi internazionali, vincolanti per l'Italia, che dispongano in tal senso.
È stato inoltre licenziato dalla Commissione giustizia della Camera il disegno di legge relativo alla tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori.

Per quanto concerne l'operato del Ministero della Giustizia risultano sicuramente condivisibili le prime misure adottate, dall'istituzione della Commissione di riforma del codice penale, presieduta dall'avv. Giuliano Pisapia, alla realizzazione e diffusione della indagine conoscitiva relativa al tasso di recidiva dei detenuti prima e dopo l'approvazione dell'indulto.

Se da un lato si plaude l'operato e le dichiarazioni programmatiche del Ministro della Giustizia Mastella, del Presidente della Commissione di riforma del codice penale Pisapia e del Sottosegretario Manconi (ad es., completamento del passaggio di competenze al Sistema sanitario nazionale dell'assistenza sanitaria penitenziaria, istituzione di un commissione di indagine sullo stato di attuazione del regolamento penitenziario), dall'altro risulta opinabile l'operato del Dipartimento dell'Ammnistrazione penitenziaria, in particolar modo per la emanazione delle circolari relative ai circuiti di alta sicurezza e la richiesta, fatta propria dal Ministro Mastella, di inasprimento del 41 bis.

LE RIFORME DA FARE: IL CARCERE COME EXTREMA RATIO
In primo luogo deve indurre a riflettere il seguente dato. La percentuale di recidivi tra coloro che beneficiano delle misure alternative al carcere è di gran lunga inferiore rispetto a coloro che sono in carcere e vengono liberati alla scadenza della pena: ricade il 19% degli ammessi alle misure alternative, contro il 68% di chi è uscito dopo aver scontato la pena in stato di detenzione.
Tale dato deve indurre il Legislatore italiano a riformare il sistema penale riducendo il ricorso al carcere a extrema ratio in linea con la filosofia di fondo che sta ispirando i lavori della commissione di riforma del codice penale.
Le altre riforme urgenti sono, in via di prima approssimazione:
riduzione della fattispecie di reato, riduzione delle pene edittali, diversificazione delle sanzioni all'interno del nuovo codice penale; abrogazione della legge ex - Cirielli sulla recidiva; abrogazione della legge Fini-Giovanardi sulle droghe e contestuale depenalizzazione di tutte le pratiche di consumo; abrogazione della legge Bossi-Fini sull'immigrazione e depenalizzazione di tutto ciò che riguarda la condizione giuridica dello straniero; approvazione della legge istitutiva del garante delle persone private della libertà; introduzione del crimine di tortura nel codice penale; nuovo ordinamento penitenziario per i minori; esclusione dal circuito carcerario dei bambini figli di madri detenute; applicazione della legge Bindi sulla sanità del 1999 con passaggio della medicina penitenziaria alle Asl; applicazione piena e incondizionata del Regolamento di esecuzione entrato in vigore il 20 settembre del 2000; superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari.

PER APPROFONDIMENTI:
SCHEDE VISITE IN CARCERE
- Campagna "Il carcere dopo l'indulto"

MILANO
E' da porre, anche per questa visita, la situazione di degrado che versa nel CONP, il reparto all'interno del presidio sanitario, riservato all'osservazione neuropsichiatria. Le celle e il reparto stesso sono ambienti degradati e degradanti, con i muri scrostati in stato di abbandono. Ciò che colpisce è l'odore di stantio e di sporco.

BRESCIA
Nella sezione non ancora ristrutturata le celle sono fatiscenti, i muri scrostati, il lavandino pieno di ruggine e gocciolante, la turca (di cui non c'è più traccia del candido colore bianco che la contraddistingueva) è sporca e vicina al lavandino dove vengono lavate le stoviglie e dove si cucina. Effetti personali, cibo, biancheria, stracci e detersivi...convivono penosamente insieme in un unico armadietto o su un'unica mensola. C'è un solo educatore per 350 detenuti

IMPERIA
Mancano i fondi per convenzioni con specialisti; il servizio di guardia medica è stato ridotto da 18 a 10 ore; servizio psichiatrico sert attivo per 8 ore al mese con problemi di obbligo di 4 entrate mensili (4x2) e relativa impossibilità di monitorare i nuovi entrati, così come per il servizio della psicologa che ha 18 ore al mese.
Assente servizio di Psichiatria (non Sert), pare per mancanza personale disponibile ASL (stesso problema di Sanremo: assoluta mancanza di interesse da parte del responsabile ASL)

VITERBO
Dopo il provvedimento di indulto due sezioni a rotazione sono state chiuse per consentirne, ci viene detto, la manutenzione ordinaria. Ciò determina una situazione di sovraffollamento nelle restanti sezioni, tale per cui le celle singole sono occupate da due persone. Nella sezione precauzionale (circa 30 detenuti) non viene svolta alcuna attività. Ci sono vari progetti in corso, ma la direzione ci dice di non avere detenuti con un comportamento penitenziario tale da poter andare a lavorare all'esterno. Pochi gli articoli 21. Si intende creare una sezione EIV, alla quale la direzione sarebbe contraria.

AVELLINO
Drammatici i dati sanitari: circa il 70% dei ristretti fa uso di psicofarmaci, il 60% è tossicodipendente, il 40% ha l'epatite; ancora, l'ASL di competenza non fornisce farmaci violando, di tal guisa, la normativa vigente.
Il magistrato di sorveglianza, organo essenziale per il rispetto dei diritti dei detenuti e per il loro graduale reinserimento sociale, entra in istituto una volta ogni sei mesi mentre la legge prescrive almeno una visita al mese.
Anche per questa ragione non è positivo il giudizio sulle attività trattamentali: non ci sono detenuti semiliberi, soltanto 5 detenuti lavorano all'esterno dell'istituto; 95 i lavoranti, a turnazione e per sole 3 ore la giorno, all'interno della struttura; al momento non si svolgono corsi di formazione professionale.
Sono 2 i bambini presenti al momento della visita. Persiste il dramma della loro permanenza in istituto per l'intero arco della durata della pena della madre, al contrario di quanto avviene in altri istituti carcerari italiani.

PALMI
I colloqui con il Magistrato di Sorveglianza e le visite mediche alla presenza degli agenti di Polizia Penitenziaria. Alcuni detenuti lamentano di non riuscire ad ottenere permessi pur rientrando nei termini di legge inoltre, per alcuni, è difficile riuscire ad ottenere la declassificazione dall'EIV anche se la sintesi non presenta elementi ostativi, in particolare un detenuto attende da 7 anni la declassificazione ed ha prodotto diverse istanze, l'ultima un anno e mezzo fa circa, rimaste senza risposta dal DAP.

OPG SANT'EFRAMO
Vedi Giustizia: il Medioevo dell'Opg di Sant'Eframo (Napoli), di Dario S. Dell'Aquila, Il Manifesto, 25/3/07

*Coordinatore di Rifondazione comunista per la Campagna "Il carcere dopo l'indulto"


15 maggio 2007
http://www.aprileonline.info/
 
Vecchio 25-05-2007, 00.00.43
Edric
 
Purtroppo temo che l'indulto così come è stato fatto sia stato un grosso buco nell'acqua.
Sinceramente non sono mai stato convinto che fosse una soluzione.
Questo non vuol dire che le carceri devono essere invivibili e sovraffollate, ma intanto l risultato a sentire la lettera di Travaglio di questa sera sul tema rivolta al ministro dell'interno Giuliano Amato, parlava di una situazione nuovamente ai limiti della capienza.
Poteva essere accettabile per pene intorno all'anno, ma in questo modo sono usciti il doppio dei detenuti che si prevedeva, ed il numero degli ingressi è ora di gran lunga superiore alle entrate. Non solo, è aumentata la percentuale di detenuti extracomunitari, perchè più esposti per ovvie condizioni alla reciditività.
Ora sicuramente questo aspetto non va certamente a favore di tutti quei cittadini stranieri che invece in Italia vivono e lavorano, e con i quali ci vogliamo integrare.
3.000 vittime in più di reati ed una maggiore percezione diffusa di insicurezza.
Vediamo piuttosto di fare delle carceri che abbiano una funzione rieducativa nella certezza però della pena. Nelle quali si lavori, si impari qualche mestiere, si possa intrapprendere o completare un percorso di studio. Non si può buttare la gente fuori, allo sbaraglio senza nessuna prospettiva se non continuare a rubare, spacciare, ecc.
Se poi penso alla circolare Maddalena, da una parte mi sembra pragmatica, perchè tende ad una razionalizzazione delle pendenze penali, dall'altra mi sembra aberrante che il cittadino che è stata vittima di un reato, debba attendere tempi biblici per ottenere il risarcimento civile, o che debba oltremodo appesantire gli organi della giustizia civile anch'essi operanti in una situazione disastrosa.
 
Vecchio 26-05-2007, 15.37.20
alessandra
 
Condivido la lettera di Travaglio nella sua complessità, ma le rispondo che se ora ci stiamo nuovamente avvicinando ad una situazione di sovraffollamento simile a quella di un anno fa, significa semplicemente che, se non ci fosse stato l'indulto, di fatto i nuovi detenuti si sarebbero sommati a quelli preesistenti e le carceri sarebbero inevitabilmente "implose" già in agosto con conseguenze prevedibili solo per chi lavora in quei luoghi lasciati con grande cura al riparo dagli sguardi della società civile.
E' vero che l'indulto ha solo rinviato il vero problema e risolto felicemente solo quello di Previti.
Si sapeva fin dall'inizio, non è una novità.
Se ad esempio con la stessa urgenza si fosse almeno modificata la Bossi-Fini, si sarebbero poste le basi per ridurre considerevolmente e in modo duraturo molta parte del disagio sociale che continua ad angrassare le carceri.
Comunque, visto che non è cambiato niente e le condizioni dei luoghi di detenzione fra poco saranno nuovamente allo stremo, siamo sempre in tempo a prendere ora decisioni più intelligenti.
Vediamo quali. Nemmeno Travaglio, sempre molto preciso e completo, ne accenna nella sua lettera.
Azzardiamo allora noi qualche soluzione.

1) Si potrebbe lasciare implodere le carceri e stare a vedere l'effetto che fa.
Magari esteticamente neanche troppo brutto, oppure sempre nascosto agli sguardi delicati dei più, o comunque potrebbero implodere trovando in sè la soluzione, con suicidi collettivi e tutti contenti;

2) Si potrebbero continuare a costruire carceri seguendo la logica della sempre più crescente domanda.
La povertà nei paesi "ricchi" è in crescita, la forbice tra chi ha sempre di più e chi ha sempre di meno aumenta, l'immigrazione inarrestabile, il disagio sociale in crescita esponenziale.
In questa logica non basta però costruire carceri sul fabbisogno attuale.
Bisogna allora costruire carceri calcolando anche quanti poveri e disperati ci saranno in prospettiva anche fra dieci-vent'anni.
Una politica lungimirante che potrà inoltre dare tanti posti di lavoro in nero nell'edilizia degli appalti pubblici e dovrà però anche pensare dove trovare i soldi per pagare il personale necessario per gestire almeno la sicurezza a cui tanto si tiene di quei luoghi, se quella è l'unica preoccupazione.
Un futuro di periferie lastricate di carceri e cimiteri;

3) Oppure si potrebbe proporre a Mediaset di produrre il più grande reality-show di tutti i tempi.
Telecamere in ogni angolo delle carceri italiane e lasciare al pubblico televisivo la decisione di chi deve uscire e chi restare.
Saranno garantiti approfondimenti nei talk-show, dove si scoprirà con grande stupore che la logica del tipico reality sarà ribaltata e si vedranno uscire di carcere i meno amati dal pubblico, ma felici come pasque di essere odiati e scarsamente propensi a polemizzare sulla decisione.
I vincitori saranno invece quelli penalizzati, destinati quindi a restare per soddisfare i bisogni malati del pubblico televisivo.
I detenuti faranno agara per rendersi antipatici e non sarà difficile.
Allora qualche geniale opinionista si accorgerà della necessità di invertire la rotta e sacrificare e liberare i personaggi a cui si è più affezionati. Ma allora dopo poco il pubblico non si divertirà più ed il reality non raccoglierà nemmeno la pubblicità dell'idrolitina.
 
Vecchio 26-05-2007, 19.14.22
Alex Svoboda
 
Cara Ale, significa solo che l'indulto come provvedimento a se stante non serve a una beata fava. Questo è uno dei tipici provvedimenti che vanno inseriti in una manovra, in una strategia politica, in questo caso di riforma della giustizia e della detenzione, che puntualmente non c'è stata e come dici tu ritorniamo al problema di prima.
Che si fa, un altro indulto, facciamo indulti a ripetizione? Mandiamo a farsi benedire quel poco che resta della credibilità della giustizia?

Quallo che proprio non mi piace di questo centrosinistra al governo, è che campa alla giornata, sempre di più. Affronta questioni come i DICO e la famiglia praticamente in modo svincolato senza andare davvero al nocciolo delle questioni sociali.
Manca praticamente del tutto una strategia di ampio respiro che possa davvero portare PROGRESSO al paese.
E così facendo invece si peggiora...
 
Vecchio 20-06-2007, 00.44.37
Roderigo
 
''Tra i detenuti un turn over altissimo''

Ogni anno entrano in carcere circa 90 mila persone e ne escono 88 mila. Si abbassa il tempo medio di permanenza: nel 2005 è stato di un solo mese per il 62% dei detenuti. I dati di Ardita, direttore dell’area detenuti e trattamento del Dap

ROMA - Il carcere è profondamente cambiato negli ultimi anni e si è evitata l'emergenza assoluta del sovraffollamento con il provvedimento di indulto della scorsa estate. Ma molti sono i problemi ancora aperti e il più importante sembra essere quello relativo all"eccessivo turn over, alla facilità di ingresso e di uscita nelle strutture penitenziarie che le ha rese – come dicono gli operatori – più simili a caserme di polizia che a veri e propri centri di pena e di rieducazione. E’ stato questo il tema centrale del convegno annuale del Dap che si è tenuto oggi a Roma nella sede nazionale della Rai in viale Mazzini. Il dibattito è stato condotto dalla giornalista Rai, Daniela de Robert ed è stato introdotto da Carlo Romeo, direttore del segretariato sociale della Rai.

Il punto centrale – ha detto il capo del dipartimento, Ettore Ferrara - è ancora l’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione, ma le carceri negli ultimi anni hanno già subito un profondo processo di mutamento. I cambiamenti hanno marciato di pari passo con le trasformazioni della società e così abbiamo assistito a un aumento dei reati "speciali” (attribuiti soprattutto ai cittadini stranieri) a un aumento della presenza degli stranieri in carcere e a un intensificarsi di un turn over che era già molto alto, con un ingresso di circa 90 mila persone ogni anno negli istituti penitenziari italiani. Secondo Ettore Ferrara, dopo l’indulto, stiamo vivendo oggi una “situazione di straordinaria normalità”, che però non potrà durare a lungo. Per questo l’amministrazione è chiamata a intervenire e ci si dovrebbe cominciare a muovere nella direzione indicata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Si dovrebbe cioè utilizzare il carcere solo per i soggetti realmente pericolosi e si dovrebbe al contrario sviluppare la misura della detenzione esterna o alternativa al carcere. Per Ferrara, dunque, il convegno di oggi (divenuto ormai un appuntamento fisso ogni anno), servirà a fare il punto su alcune delle questioni emergenti: la circolare sui “nuovi giunti” (ovvero i nuovi ingressi in carcere), i problemi delle detenute madri, lo sviluppo dei progetti pedagogici e lavorativi, lo sviluppo dell’area penale esterna. Intanto continua a cambiare rapidamente la situazione della detenzione dopo l’indulto.

I dati sono stati presentati da Sebastiano Ardita, direttore generale detenuti e trattamento de Dap. Nelle carceri italiane, ogni anno entrano circa 90 mila detenuti e dopo 12 mesi ne escono 88 mila. La permanenza è sempre più breve. Ardita ha fornito i dati per i singoli reati da cui risulta che nel 2005 (anno analizzato per la statistica) più di 35 mila detenuti sono rimasti in carcere solo per un mese. Chi è stato arrestato per rapina a mano armata è rimasto in carcere mediamente 618 giorni (meno di due anni), e questo periodo comprende sia la custodia cautelare che la condanna definitiva; poi è possibile uscire per benefici penitenziari, arresti domiciliari o altre misure alternative alla detenzione. Ancor piu breve la permanenza in cella degli extracomunitari (13.081 dal primo gennaio 2006 al 22 maggio 2007) che hanno violato l'obbligo di espulsione previsto dalla legge Bossi-Fini: escono dopo appena 13 giorni. Il responsabile della Direzione generale detenuti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Sebastiano Ardita, ha lanciato quindi una proposta: ''Occorre scongiurare che il carcere, nell'afflusso di massa per brevi permanenze, sia paragonabile a una grande caserma di polizia, dove è facile entrare e ancor più facile uscire, senza aver avuto il tempo di imparare nulla, ma solo l'occasione di incontrare persone sbagliate”. In sostanza, sempre per stare ai numeri, in un anno esce dal carcere un numero di persone più alto di quello che si è avuto con l’applicazione dell’indulto.

Dai dati del Dap emerge che l'indulto, approvato il 31 luglio del 2006, non ha responsabilita' (se non per il 10%) in questo ''endemico meccanismo'' di flusso di ingresso e uscita dalle carceri. Su 89.859 persone entrare in carcere nel 2005, ne sono rimaste 3.959, mentre 59.495 imputati e 16.467 condannati sono usciti per scarcerazione o per misure alternative al carcere come, ad esempio, gli arresti domiciliari; grazie all'indulto ne sono usciti 9.948 (il 10% su 90 mila ingressi, appunto). ''L’indulto – ha dichiarato Ardita - ha consentito un ritorno alla legalità e un adeguamento degli spazi e delle risorse da dedicare alla popolazione detenuta, nell ambito del progetto complessivo del ministero della giustizia''. Al 31 luglio 2006, infatti, i detenuti avevano raggiunto il picco di 63 mila unità, contro una capienza di 43 mila posti. Oggi sono 43.494, di cui la maggior parte (25.407) imputati in attesa di giudizio. Ma le statistiche sono interessanti soprattutto perché dimostrano appunto il fenomeno del turn over e dei periodi brevi di permanenza: in cella, nella maggior parte dei casi, non si resta più di 90-120 giorni.

Secondo Ardita e quindi secondo l’amministrazione penitenziaria il Parlamento dovrebbe approvare al piu presto il ddl di modifica del codice di procedura penale voluto da Mastella nei mesi scorsi e arrivare finalmente a una riforma complessiva del codice penale. In questo modo si afferma la pena detentiva, certa e stabile che viene assicurata per i soggetti pericolosi; per gli altri, invece, bisogna puntare sulle misure alternative al carcere. Si tratta di far sì che torni ad avere senso, effettività e consistenza la pena detentiva. “Le carcerazioni brevi in quanto tali – ha spiegato Ardita - non sono foriere di sicurezza per la collettività, né sono idonee a determinare processi rieducativi o quanto meno riabilitativi''. Ed è poi il concetto espresso dallo stesso ministro Mastella che ha partecipato questa mattina al convegno del Dap. Il ministro Mastella ha detto infatti che è necessario (con spirito anche cristiano) conciliare giustizia e carità. (pan)


Redattore Sociale 19 giugno 2007
 
Vecchio 23-07-2007, 23.26.42
Roderigo
 
Indulto, ''i recidivi non temono
la minaccia di una pena più lunga''

Lo sostiene uno studio di tre ricercatori riguardo l'effetto della pena carceraria sulla propensione a delinquere. Diffusi intanto gli ultimi dati a quasi un anno dall'indulto: un detenuto su 5 è tornato in carcere: 5.027 su 26.378

ROMA – Fare l’esperienza del carcere per lunghi periodi non implica, paradossalmente, un maggior timore di tornarci. Lo sostiene lo studio che un gruppo di ricercatori italiani – Francesco Drago, Roberto Galbiati e Pietro Verteva - ha presentato all’Iza – Institute for the Study of Labor di Bonn - nei giorni scorsi, i cui risultati sono anticipati dal Sole 24 ore di oggi. La ricerca indaga il nesso tra carcerazione e criminalità sulla base di un “esperimento naturale”, cioè l’indulto. In particolare, l’articolo 3, che prevede la revoca del beneficio in caso di nuovo reato, punito con una pena non inferiore ai due anni, nei cinque anni successivi alla legge. In pratica c’è una pena aggiuntiva: oltre a quella per il nuovo reato, c’è da scontare la pena “condonata”. La ricerca contesta quindi la cosiddetta teoria della “deterrenza specifica”, secondo cui quanto più una persona ha esperito la punizione carceraria, tanto più sarà sensibile a future minacce di pena. Insomma, il tempo passato in carcere riduce la sensibilità rispetto alla pena carceraria attesa - invece di aumentarla - rendendo la minaccia di qualche mese in più o in meno poco incisiva o addirittura ininfluente rispetto alla scelta di commettere o meno un reato per cui è previsto il carcere.

Dunque, secondo i ricercatori, c’è una contraddizione interna: il carcere fa paura, ma chi ci finisce ne rimane assoggettato. In altre parole, non sarebbe vero che chi fa l’esperienza dell’istituto penitenziario sviluppa gli anticorpi che lo aiutano a non volerci tornare. Alla domanda su come interpretare questa tendenza, i ricercatori concludono che “il carcere non mantiene le sue promesse rieducative”.

Dalla ricerca viene confermata invece la teoria della “deterrenza generale”: la minaccia di una pena carceraria tende a ridurre la propensione a commettere un reato per il quale è prevista la carcerazione.

Il fatto che chi è stato in carcere ha meno timore di tornarci sembra confermato dagli ultimi dati sull’indulto a un anno dall’entrata in vigore della legge. Un detenuto su 5 è tornato in carcere dopo averne beneficiato. E’ successo a 5.027 degli “indultati” sul totale di 26.378 mila che ha beneficiato della legge dal primo agosto 2006 al 15 giugno 2007. Dei cinquemila ex detenuti rientrati, la maggior parte ha commesso reati contro il patrimonio e legati al traffico di stupefacenti. Nella particolare classifica dei reati al più altro tasso di recidiva, insieme a furti e stupefacenti, ci sono i reati contro la pubblica amministrazione. Sotto la media, ma comunque a rischio recidiva, i reati contro la personalità dello Stato e contro l’incolumità pubblica. Meno frequenti i reati contro il testo unico sull’immigrazione.

Tra i 5.027 detenuti rientrati, poco meno di un terzo sono stranieri. 24 mesi è il tempo medio trascorso all’interno degli istituti penitenziari dai detenuti di sesso maschile che hanno beneficiato dello sconto di pena. La media femminile è invece di 18 mesi. L’età media degli “indultati” è appena inferiore a 37 anni ed è uguale per gli uomini e per le donne. Dei 26.378 ex carcerati, poco meno di 10 mila sono stranieri.

Per quanto riguarda il sovraffollamento, lo studio rivela che si tratta di un problema di carenza di strutture. Infatti, prima dell’indulto, il numero dei detenuti per 100 mila abitanti – 96 nel 2004 - in Italia era in linea con i paesi europei, se non più basso. Oggi, con l’indulto, questo numero è sceso fino a 66 nel 2006.


Redattore Sociale 23 luglio 2007
 
Vecchio 16-08-2007, 00.09.07
adgenova
 
I furbetti dell'indultino.

I dati corretti non sono quelli che ci volevano far credere...

http://www.politicante.altervista.or...pic=464.15;p=1

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=198842
 
Vecchio 16-08-2007, 09.44.45
ugodin
 
ma perché vi preoccupate tanto dell'indulto e non del nostro codice di procedura penale, che sembra essere fatto per premiare che delinque di più?



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