Le ragioni degli Ebrei e dei Palestinesi:
un tentativo di sintesi

di Abraham Yehoshua
Giovedì scorso (15 ottobre 1998) ho partecipato, a Roma, a un convegno fra intellettuali israeliani e palestinesi, promosso da un sindacato di lavoratori italiano, che verteva su come la cultura palestinese e quella israeliana possono rappresentare un ponte per la pace tra i due popoli. Malgrado il titolo piuttosto generico e vago, e malgrado io personalmente mi sia chiesto cosa porti dei sindacalisti italiani a occuparsi di una questione internazionale delicata, complessa e tanto dibattuta quale il conflitto israelo-palestinese, l'iniziativa mi appare comunque degna di elogio.
E' dall'elezione di Benjamin Netanyahu a primo ministro che, sia fra i Palestinesi che fra gli israeliani, prevale un clima di grande stanchezza e disillusione per tutto ciò che riguarda il processo di pace. Ritengo quindi molto importante che elementi estranei al conflitto, e primi fra questi gli Europei, costringano le parti a superare la rassegnazione e la prostrazione, spronandole, con idee nuove e stimolanti, a rinnovare un dibattito sul quale pare sia stato ormai detto tutto.
Il destino ha voluto che questo convegno si svolgesse nel segno di una ripresa delle trattative così che, mentre da un lato si sono potute evitare querimonie, lamentele e le solite accuse contro il governo Netanyahu per l'arresto del processo di pace, dall'altro le rinnovate speranze di un vicino accordo hanno impresso nuove speranze negli intellettuali sostenitori della pace, incoraggiandoli nel loro compito di preparazione degli animi verso il prossimo stadio, il più difficile, quello dell'accordo finale.
Vorrei dunque rassumere qui alcune proposte di riflessione rivolte agli Israeliani e ai Palestinesi giacchè, per quanto mi riguarda, una delle conseguenze più bizzarre di questo annoso conflitto è il fatto che io stesso abbia cominciato ad elaborare strategie per entrambe le parti, quasi che anche i Palestinesi fossero ormai parte di me.
Il passato
Sbaglia chi pensa che si possa sfuggire al passato limitandosi a considerare la situazione presente. Il passato riaffiora in ogni discussione e dibattito e se vogliamo che la pace sia rafforzata e consolidata è necessario che gli intellettuali di entrambe le parti si sforzino di capire meglio la parte avversaria evidenziando la legittimità etica delle sue azioni, ove ve ne sia la necessità. I Palestinesi sono disposti ad accettare l'esistenza di Israele senza però ammettere l'opportunità della sua creazione. Qui occorre svolgere un serio lavoro di chiarificazione al fine di convincere i Palestinesi che gli Ebrei avevano il diritto (non solo da un punto di vista storico bensì esistenziale) di trovare nel mondo un pezzo di terra sul quale poter costruire una vita normale. L'esistenza anomala di un popolo disperso in varie nazioni non era solo un problema europeo ma globale, e i Palestinesi, in quanto membri del consorzio umano, erano, e sono, tenuti a prendere parte alla sua soluzione. Non si può negare che il prezzo pagato da loro - la perdita di parte dei propri territori - sia stato molto alto e dunque hanno diritto ad un risarcimento adeguato e generoso da parte degli Ebrei e del mondo intero. Tuttavia essi devono anche rendersi conto che la creazione dello Stato ebraico fu legittima e necessaria per la sopravvivenza di questo popolo. Gli Israeliani, da parte loro, devono capire che la reazione palestinese in seguito alla presa di possesso di porzioni di territorio nella loro patria, almeno fino all'Olocausto, fu naturale. Su questo punto i nuovi storici israeliani si impegnano nel convincere l'opinione pubblica israeliana che negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale i Palestinesi si comportarono come avrebbe fatto qualsiasi altro popolo. La comprensione della legittimità dell'opposizione palestinese al sionismo, almeno fino all'Olocausto, è estremamente importante al fine di superare i risentimenti del passato che rappresentano tuttora un ostacolo di non poco conto alla disponibilità israeliana ad eventuali concessioni.
Colonialismo
Il mondo arabo teme che la pace possa condurre al predominio della cultura occidentale di Israele su quella tradizionale araba. L'esperienza complessa e non felice degli Arabi con il colonialismo occidentale, che se da un lato li affascinò e li sedusse, dall'altro li sfruttò e li umiliò, risveglia in loro una reazione di eccessiva ansia nei confronti di un possibile "colonialismo culturale israeliano". Nel corso degli anni gli Arabi hanno infatti imparato che, se uno Stato piccolo e scarsamente popolato quale Israele è in grado di vincerli sui campi di battaglia, non vi sarebbe da stupirsi se quello stesso Stato prevalesse anche da un punto di vista culturale. Ancora oggi la parola "colonialismo", per quanto fenomeno scomparso da molti anni, rimane un termine pressocchè mitico ai loro occhi, in grado di suscitare violente reazioni in ogni dialogo condotto con il mondo occidentale - atteggiamento che ricorda vagamente il comportamento di un adolescente incollerito e pieno di rancore nei confronti dei genitori. E' quindi necessario un lavoro particolarmente attento da parte degli intellettuali israeliani e palestinesi al fine di dissipare questi timori. Il sionismo non è assolutamente un movimento colonialista. Gli Ebrei giunsero in Palestina per creare un nuovo Stato impossessandosi di territori arabi senza però l'intenzione di sfruttare coloro che già vi si trovavano o di dominarli culturalmente. Non esiste colonialismo che non comporti lo sfruttamento del lavoro degli indigeni o quello delle risorse naturali del luogo, trasferite poi in qualche nazione-madre europea. Il sionismo, al contrario, non ebbe mai tali mire. Il suo sogno era quello di fondare una nuova nazione su un territorio libero da Arabi senza sfruttamento alcuno e senza nessun trasferimento di ricchezze se non quello degli Ebrei sparsi per il mondo verso Israele.
Tuttavia, per liberarsi definitivamente dall'idea di "colonialismo" gli Ebrei sono tenuti a mostrare una maggiore apertura nei confronti della cultura mediorientale evidenziandone gli elementi presenti nella propria identità. Essi sbaglierebbero nel considerarsi occidentali approdati casualmente, a causa di persecuzioni anti-semite, sulle coste orientali del mar Mediterraneo, bensì devono ritenersi figlioli prodighi di ritorno alla loro antica identità. Metà dei residenti ebrei di Israele sono di origine e cultura sefardita e a loro spetta il compito di valorizzare questa identità senza naturalmente rinunciare ai principi occidentali di libertà e di democrazia conquistati nel corso dell'ultimo secolo. Questo lavoro di "valorizzazione" degli aspetti medio-orientali dell'identità israeliana è estremamente importante al fine di fugare le paure, vere o presunte, dei Palestinesi dinanzi ad una possibile prevaricazione culturale israeliana.
Gerusalemme
Nessun accordo definitivo potrà essere raggiunto se Israele non si dimostrerà disposta a negoziare un compromesso che comprenda anche una soluzione riguardante Gerusalemme e la garanzia del rispetto dei diritti dei Palestinesi in questa città, sacra e importante anche per loro. Gli intellettuali israeliani sostenitori della pace, che nel corso degli anni hanno svolto un puntiglioso lavoro di preparazione affinché i loro concittadini riconoscano ai Palestinesi il diritto all'autodeterminazione e ai membri dell'OLP, loro rappresentanti, quello di condurre i negoziati, devono ora incanalare i loro sforzi nel convincere gli Israeliani che i Palestinesi hanno diritto ad una rappresentanza autonoma anche a Gerusalemme.
La religione
L'ortodossia religiosa, israeliana e palestinese, rappresenta negli ultimi anni il peggiore nemico al proseguimento del processo di pace e al raggiungimento di un compromesso. Tuttavia la saggezza e la moderazione dei laici di entrambe le parti può evitare che la situazione precipiti trasformando la questione da politica in religiosa, eventualità che prolungherebbe lo scontro all'infinito. E' necessaria pertanto un'iniziativa intellettuale comune ad ambo le parti che sostenga il coinvolgimento, nei dialoghi per la pace, di esponenti religiosi moderati. La presenza di tali personalità negli incontri bilaterali sarà necessaria per scongiurare il pericolo rappresentato dal fondamentalismo religioso.
L'olocausto
La negazione dell'olocausto da parte di alcuni portavoce palestinesi è un fenomeno particolarmente doloroso per gli Israeliani. Occorre quindi che gli intellettuali palestinesi sostenitori della pace facciano ogni sforzo per condannare tali affermazioni. L'olocausto è una tragedia storica realmente accaduta ed essi devono stare bene attenti a non prestare mano, direttamente o indirettamente, alla sua negazione.
Minoranze etniche
In Israele è presente una nutrita minoranza etnica palestinese - all'incirca un milione di persone - che gode del pieno diritto di cittadinanza pur non avendo ancora raggiunto all'atto pratico una completa parità economica e sociale con i cittadini ebrei. Ritengo che anche nel futuro Stato palestinese dovrà esserci posto per una minoranza ebraica (oggi nei territori occupati vivono circa centocinquantamila Ebrei). Compito degli intellettuali palestinesi sarà quello di preparare i propri concittadini all'idea che i coloni, a loro così invisi, potrebbero, dopo la firma di un accordo di pace definitivo, mostrarsi persino disposti ad accettare la cittadinanza palestinese e ad essere fedeli verso la nuova nazione. In tal caso, dunque, non vi sarebbe alcun motivo di scacciarli dalla Palestina. Il chiarimento di questo punto è indispensabile non solo per neutralizzare eventuali ostacoli sulla strada del processo di pace ma anche per garantire un pluralismo laico e democratico della nuova nazione che sorgerà.
Libertà e democrazia
Tra gli intellettuali israeliani sostenitori della pace è in corso un dibattito riguardante l'atteggiamento da tenere nei confronti dei metodi repressivi e dei sistemi di governo, talvolta tirannici, dei rapresentanti dell'Autonomia palestinese. E' necessario protestare, come si fa nel caso di ogni violazione dei diritti umani in qualsiasi nazione, oppure, finchè lo Stato palestinese rispetterà i propri impegni verso la pace, si dovrà evitare ogni interferenza negli affari interni della giovane nazione, soprattutto dopo un conflitto tanto lungo e complesso? Personalmente sono del parere che noi Israeliani dobbiamo tendere una mano agli intellettuali palestinesi ed aiutarli nella lotta per la democrazia e per il rispetto dei diritti umani, tenendo anche presente che mai due Stati democratici sono giunti allo scontro armato. La democrazia rappresenta la garanzia migliore per una pace stabile e duratura. Quindi, malgrado l'imbarazzo e i problemi che comporterà la condanna della violazione dei diritti umani nello Stato palestinese, noi siamo tenuti a mantenere un atteggiamento di coerenza intellettuale nei confronti dei principi di libertà e democrazia che guidano le nostre azioni.
Tratto da La Stampa del 19 ottobre 1998