Ero indeciso su dove inserire questo articolo, se sulla discussione sulle elezioni amministrative o sugli infiniti thread sul Pd, quindi ho deciso di aprirne uno nuovo.
Io dico: avanti Ds
Alfredo Reichlin
Dopo il voto del 27 maggio il problema che si pone (Prodi e non Prodi, si rilanci il governo oppure cada) è l’autonomia dei Ds. E la loro funzione che diventa essenziale. E ciò nell’interesse di tutti e vorrei dire perché. Un nuovo soggetto politico-culturale e un processo unitario non si farà se non sarà in grado di dare una risposta al grandissimo problema che il Nord ha squadernato. Finalmente, io dico. È venuto all’ordine del giorno (sia pure nel modo peggiore) il problema dello Stato e della europeizzazione della nazione italiana.
Guardiamo bene in faccia la realtà. È evidente che il Nord ha votato così per le tante ragioni di cui si parla: le tasse, gli errori del governo, le intollerabili divisioni tra le decine di partitini e partitini che formano l’attuale maggioranza (Diliberto esulta perché è passato dal 2,3 al 2,4 per cento). Sì, si è votato così anche per queste ragioni.
Penso però, quando si assiste a certi smottamenti, che questo vuol dire che è venuta al pettine un questione più grossa, di fondo, e di più lungo periodo. Ed è in rapporto a questa (non solo a Prodi) che il partito democratico non è stato percepito come un partito nuovo ma come l’ennesima trasfigurazione della cosidetta partitocrazia. Voglio dire che si è votato così perché non appariva in campo una forza in grado di dare una risposta nuova a quella che si configura ormai come una crisi crescente dell’assetto reale (centralistico, romano-centrico, inefficiente) dello Stato democratico. Di qui la protesta, ma una protesta con una grande giustificazione. È questo che punisce la sinistra. Noi paghiamo il fatto che la «transizione» non si è compiuta e una seconda repubblica non è nata. Si è creato un vuoto, tanto più insopportabile perché insieme con l’epoca e le cose del mondo, sta cambiando intorno a noi la nostra gente. Occorreva, quindi, e occorre oggi più di ieri una nuova idea dell’Italia e della sua nuova configurazione in Europa e nel mondo. Il vuoto è questo. Perciò siamo stati sconfitti noi e non la destra, la quale si avvantaggia del fatto che è corporativa e protestataria e nessuno le chiede di farsi carico dell’interesse generale.
Ma se il tema è questo, noi da qui possiamo e dobbiamo ripartire. Perchè quale forza di radice nazionale e con una grande storia politica e culturale alle spalle è in grado di costruire una risposta all’altezza di una crisi che non riguarda solo le istituzioni e le strutture formali dello Stato ma il venir meno di un collante più profondo capace di tenere insieme gli italiani diventati europei? È il vecchio compromesso tra il Nord e il Mezzogiorno che è saltato. È impressionante il modo come il fossato si è aggravato, anche qualitativamente, in questi anni. E ciò nel silenzio totale. Ma sta qui la radice della cosidetta «questione settentrionale».
Io non so leggere il modo separato in voto leghista di Verona, così massiccio e di rivolta xenofoba anche contro il candidato moderato proposto dal vescovo, e il voto di Reggio Calabria: un numero enorme di liste, rappresentative di ogni «famiglia» che spazzano via la sinistra ed eleggono più che un sindaco, il loro capo più affidabile. E potrei continuare con l’associare il voto della Brianza alla prova di forza che sta dando la camorra napoletana con lo spettacolo orrendo delle vie cosparse di immondizia. E non è forse vero che la mafia non spara più in Sicilia perché ormai è andata al governo in prima persona e non ha più bisogno delle vecchie minacce per fare accordi con i partiti?
Io credo sia questo, insieme a tanti altri deficit, che ha fatto esplodere la «questione settentrionale». La parte più dinamica del paese, quella più direttamente coinvolta dalle sfide della mondializzazione, la quale esprime anche forze dirigenti nuove e cosmopolite, non tollera più questo stato di cose.
Ecco perché io non credo che si debba concentrare tutta la nostra iniziativa sul governo. Il governo è fondamentale, lo so anch’io, ma Prodi o non Prodi, noi, la sinistra italiana, quella che viene da lontano, da Gramsci, non da Stalin (e da ben prima dell’Ulivo) quella che ha fatto nel bene e nel male la Repubblica e la costituzione (noi, non quella borghesia corporativa che si specchia nel Corriere della Sera) non possiamo procedere allo scioglimento delle nostre file e partecipare alla costruzione di un nuovo soggetto politico senza interrogarsi su ciò che al fondo è la vera giustificazione di un nuovo partito.
Parlo della necessità di una forza la quale intervenga sul problema dei problemi della politica (se intendiamo la politica come la polis, la scelta del destino di una nazione) sul fatto cioè che si sta ridefinendo lo stare insieme degli italiani non in astratto ma nel vivo di scontri e di sfide che investono la vecchia compagine nazionale e, di conseguenza, il vecchio sistema politico che la rappresentava. Di questo partito bisognerebbe - finalmente - rendere chiara la missione, oltre che il leader. Il suo compito. Che a me sembra quello di riempire il vuoto lasciato dalla fine della prima repubblica. La quale crollò (lo ricordo per accenni) non per le inchieste dei giudici, le quali vennero dopo, ma per il fatto che l’integrazione europea metteva fuori gioco la costituzione materiale del paese: appunto quell’insieme di compromessi che tenevano insieme gli italiani. Parlo di cose fondamentali come l’economia mista e la svalutazione della lira, la spesa in deficit per finanziare corporazioni e rendite, lo scambio tra Nord e Sud in base al quale il Sud forniva mano d’opera e mercati protetti al Nord e il Nord finanziava, con i trasferimenti, il reddito e i consumo del Mezzogiorno. E tutti erano contenti.
Questo è il vuoto. Chi lo riempie? Noi non possiamo lasciare lo spazio pubblico alla mercè delle scorrerie di poteri e oligarchie politicamente irresponsabili le quali fanno il bello e il cattivo tempo approfittando della mancanza di una nuova guida nazionale. Parlino i Ds anche in prima persona. Si ricordino che il Pds nacque così, nel senso che dieci anni fa esso si collocò al centro della scena e fece il miracolo di salvare gran parte del patrimonio politico e morale della sinistra perché disse al paese che il comunismo era morto ma sopravviveva la capacità di una sinistra rinnovata di farsi carico dell’interesse generale. Non per caso fu chiesto a D’Alema di presiedere la Bicamerale per riscrivere la Costituzione. Non ci riuscì ma non per colpa sua. Perciò io sento così acutamente il dramma della crisi attuale della politica. È una sciocchezza ridurre tutto ai costi eccessivi dei politicanti: questa razza davvero insopportabile, tanto arrogante quanto capace di leggere solo i titoli dei giornali. Il dramma è l’impotenza, la frammentazione, l’incapacità a decidere. È il fatto che alla assemblea annuale di quella che, dopotutto, è una associazione di categoria, la Confindustria, sono accorsi 15 ministri. E per sentirsi prendere a pernacchie. Che pena.
Siamo arrivati a un dunque. Lo Stato italiano, e quindi tutto, compreso la questione sociale, la cittadinanza, l’idea di sé degli italiani va posto su una base nuova. E’ un problema terribilmente concreto. È vero che non si può più pensare al vecchio modello di Stato centralistico. I Chiamparino e i Cacciari, e su questo punto anche Maroni, hanno ragione. Ma anch’essi devono sapere che se il federalismo, ormai necessario, non avrà una forte cornice politica e se non si farà carico di funzionare in modo tale da colmare il divario crescente tra Nord e Sud (e ciò proprio in funzione del Nord, se è vero che in una economia moderna la produttività dipende dall’insieme dei fattori sistemici) noi condanniamo la nazione italiana all’irrilevanza. Possiamo anche diventare una brutta copia del Belgio dove valloni e fiamminghi coesistono ma a mala pena. E nel caso nostro sarebbe peggio. A me non sembra un caso l’attivismo politico della Chiesa.
Io non ci sto. Resto convinto che il problema che ci sfida è tale per cui la forza della destra è certo notevole ma, al fondo è effimera, è corporativa. Però alla condizione che noi, invece di inseguirla, la sfidiamo sul terreno dello Stato, cioè dello stare insieme degli italiani, che poi è il terreno del compimento della democrazia italiana, della dignità del lavoro e dell’intelligenza, della selezione di una nuova classe dirigente.
www.unita.it