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  Metaforum.it > Forum Politica > La classe operaia va in paradiso

 
Vecchio 24-02-2006, 00.45.04
Roderigo
 
GIOVANI-STUDIO-OCCUPAZIONE SEMPRE PIÙ ISTRUITI,
MA I PROBLEMI RIMANGONO


Tre anni non bastano
per trovare un lavoro dopo l’università



www.uniroma1.it

Solo il 54%è occupato a dodici mesi dalla laurea
Master e dottorati per rimandare l’inserimento


di CHIARA SARACENO

Il Consorzio Interuniversitario Almalaurea ha presentato in questi giorni il consueto rapporto annuale, fornendo una fotografia della condizione occupazionale dei laureati negli ultimi cinque anni in 35 delle 45 università che aderiscono al consorzio. Per la prima volta, ci sono anche dati sui neo-laureati di primo livello (laurea breve). Il dato positivo è che mai prima ci sono stati così tanti giovani che completano la formazione universitaria in un paese che presenta tuttora i più bassi dati di istruzione.

Emergono tuttavia alcuni aspetti problematici, sia per l'ingresso nel mercato del lavoro che per quanto riguarda la redditività del titolo di studio. Essi inoltre sembrano acuiti negli ultimi anni. In primo luogo, i giovani italiani si laureano in media più tardi dei loro coetanei europei - attorno ai 27-28 anni. Ciò non avviene perché studiano più a lungo, ma perché ci mettono piùtempo a completare il curriculum. Chi decide, quindi, di proseguire gli studi con un master o un dottorato, lo fa in media all'età in cui i coetanei europei stanno terminando gli studi avanzati ed entrando nel mercato del lavoro. Solo il 54% circa sia di coloro che hanno ottenuto la vecchia laurea, che di quelli che hanno ottenuto la laurea breve nel 2004, è occupato un anno dopo. Per i laureati di vecchio tipo c'è stato persino un calo rispetto al già basso 56,6% dei laureati nel 2002. Se si escludono coloro che lavoravano già al momento della laurea, il tasso di occupazione a seguito della laurea scende ulteriormente: 33% per i laureati di primo livello, 44% per quelli del vecchio ordinamento.
Per altro, nonostante la diminuzione del potere d'acquisto avvenuta in questi anni, il "salario di ingresso" è persino diminuito: a un anno dalla laurea guadagnava in media 1.161 euro al mese chi si è laureato nel 2000. Chi si è laureato nel 2004 non spunta più di 997 euro. Guadagnano di più i laureati di primo livello che non proseguono gli studi: 1.153 euro al mese, una cifra che è raggiunta dai laureati di vecchio tipo a tre anni dalla laurea. Ma si tratta per lo più di persone che continuano un lavoro che avevano già e quindi hanno una certa anzianità lavorativa.
Questi dati da soli spiegano molto il ritardo con cui i giovani italiani effettuano anche altre transizioni importanti nella vita adulta: uscire da casa, formarsi una famiglia. Non è ancora chiaro se l'introduzione della laurea breve a regime anticiperà la transizione scuola-lavoro, o la ritarderà per una porzione maggiore di giovani. Tanto più che la quota degli occupati a tre anni dalla laurea è un po' diminuita: era il 75% nel 2004, ma il 79% nel 1999. Ciò confermerebbe appunto un allungamento nei tempi di transizione.
E', inoltre, aumentata, la percentuale dei neo-occupati con contratti di lavoro atipico, e anche di quelli senza contratto. I primi sono passati dal 37% tra i neo-laureati nel 1999 al 48% dei neo-laureati nel 2004, i secondi dal 4% tra i neo-laureati del 2000 al 7% dei neo-laureati nel 2004.

Più uomini che donne

Ma quanto vale una laurea? Sia in termini di occupabilità che in termini di reddito cui dà accesso, dipende dal luogo di residenza, dal sesso e dal tipo di laurea. Rimangono immutate le differenze territoriali: a un anno dalla laurea continua ad essere in cerca di lavoro più di un terzo dei laureati al Sud, a fronte del 16% del Centro-Nord, nonostante i primi esprimano una più elevata disponibilità a trasferirsi per lavoro. Chi ha una laurea di tipo tecnico-scientifico ha chances di essere occupato di circa 10 punti percentuali più alte di chi ha una laurea di tipo umanistico e sociale (anche se chi ha lavorato mentre studiava è molto più presente in quest'ultimo gruppo). Gli uomini, a parità di tipo di laurea, hanno più opportunità di essere occupati delle donne, di essere occupati in modo stabile e di passare da un contratto di lavoro atipico ad uno stabile: a cinque anni dalla laurea il differenziale di stabilità si amplia e tocca i 13 punti percentuali.
Gli uomini, infine, hanno più possibilità di essere collocati in posizione professionale alta e guadagnano di più. Ciò non dipende solo dalla maggiore concentrazione di donne nelle lauree meno redditizie.
Le disuguaglianze di reddito sono infatti interne a ciascun tipo di laurea. Tra gli ingegneri, che sono i laureati con l'occupabilità e reddito più alti, e presentano insieme la minore presenza di donne e le minori differenze di risultato tra i sessi, a cinque anni dalla laurea gli uomini guadagnano 2.142 euro al mese, ledonne 2.055. Le differenze di reddito sono sorprendentemente più elevate - tra il 15% e il 23% - nelle lauree in cui la presenza di donne è più alta e in alcuni casi superiore a quella degli uomini: non solo nell'insegnamento, in psicologia, in agraria, architettura, giurisprudenza, ma anche chimica, statistica, matematica, fisica, ovvero quelle oggetto di specifici investimenti europei e nazionali. In generale, se le donne fanno una scelta non tradizionale migliorano le chances di occupazione e di reddito rispetto a quelle che invece stanno nei percorsi tradizionali. Ma, salvo che per ingegneria, non diminuiscono e talvolta aumentano il divario con i loro coetanei.

Compensi bassi

I compensi relativamente bassi cui hanno accesso i giovani laureati italiani e la persistenza di forti disuguaglianze di genere unitamente alla scarsa redditività - in termini di occupabilità e di reddito - dell'aver passato un periodo di formazione all'estero e di aver conseguito un master, segnalano che il mercato del lavoro italiano, pur soffrendo per il basso livello complessivo delle qualificazioni della sua forza lavoro, non è in grado di assorbire e riconoscere adeguatamente chi investe in formazione. Ciò probabilmente spiega una buona parte della scarsa competitività delle nostre imprese.


La Stampa 23 febbraio 2006
http://www.lastampa.it
 
Vecchio 02-03-2007, 11.19.26
foglie di acqua
 
Dopo un anno...


Solo la metà trova impiego a un anno dalla laurea.

E' il peggior risultato dal 1999 a oggi.

Nel 2006 hanno guadagnato, in termini reali, meno di 5 anni fa.

L'indagine di AlmaLaurea




Laureati, colti e disperati


Università degli Studi di Roma "La Sapienza"


è l'esercito dei senza lavoro


FEDERICO PACE


Iperqualificati, con qualche sogno in testa e sempre meno pagati. Destinati a emigrare, pur di evitare la disfatta. I laureati mostrano sul loro volto i segni delle sempre più acute contraddizioni di un intero paese dove il merito e le qualifiche non vanno quasi mai di pari passo con le opportunità e i compensi. Sul loro volto sono sempre più evidenti i segni del disagio provato di fronte a quella porta, quasi sempre socchiusa, che dovrebbe portarli al lavoro e alla maturità.

Quando una ragazza o un ragazzo con in tasca la laurea cerca un posto, pare di vedere un gigante che prova ad entrare attraverso la piccola porticina di una minuscola casa di lillipuziani. Loro sono tanti mentre sembrano sempre più inadeguati i posti di lavoro che il sistema economico e il mondo delle aziende italiane mette a disposizione. Addetti per i call center o cassieri di negozio che siano. Con il paradosso, che a questo punto pare quasi logico, che sono proprio i più preparati, quelli che prendono i voti più alti di tutti a ritrovarsi con il più basso tasso di occupazione. Tanto che a un anno dalla laurea, trovano lavoro solo quattro su dieci di quelli che hanno preso 110 e lode. Con la triste constatazione che nel 2006 un laureato guadagna al mese, in termini reali, meno di quanto percepiva cinque anni fa il fratello maggiore.


Fenomeni conosciuti si dirà, ma il fatto è che quest'anno le cose sono andate ancora peggio. Tanto che per trovare un impiego non è neppure sufficiente aspettare un anno. I dati del triste record dicono che dopo la fatidica laurea, a un anno dal giorno della discussione della tesi, dai festeggiamenti e dai sorrisi e dalle congratulazioni, trova lavoro solo il 45 per cento dei laureati "triennali" (erano il 52 per cento l'anno scorso) e il 52,4 per cento dei laureati pre-riforma, ovvero il dato più basso dal 1999 (vedi tabella). I dati sono quelli della nona indagine sulla "Condizione Occupazionale dei laureati italiani" presentata a Bologna da AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario a cui aderiscono 49 università italiane. Ed è forse utile sapere che il convegno prevede per la mattina di sabato (3 marzo) anche una tavola rotonda (la presentazione e la tavola rotonda possono essere seguite in diretta sul sito di Almalaurea) che dibatterà su questi temi e a cui parteciperanno anche Fabio Mussi, il ministro dell'Università, e Cesare Damiano, il ministro del Lavoro, insieme ad Andrea Cammelli, il direttore di Almalaurea, e il presidente Crui Guido Trombetti.

Secondo l'indagine, l'instabilità che caratterizzava già molti degli impieghi degli anni scorsi si è fatta ancora più acuta. Sia per i laureati "triennali" che per quegli ultimi che stanno uscendo dal percorso previsto dal vecchio ordinamento. Solo un giovane su tre che ha conseguito una laurea breve - e ha trovato un impiego - è riuscito a siglare un contratto a tempo indeterminato. L'anno scorso l'impresa era riuscita al 40 per cento di loro. Stessa storia per i giovani che hanno ultimato il percorso di laurea del "vecchio ordinamento", la quota di chi è riuscito ad avere un contratto stabile è scesa al 38,4 per cento. Il lavoro atipico dal 2001 a oggi è cresciuto di ben dieci punti percentuali.
C'è poi lo stipendio. Quel sostegno che dovrebbe permettere alle nuove generazioni di prendere iniziative e decisioni, di mettere su famiglia, di provare a superare la sindrome di Peter Pan. Quel sostegno, è sempre più esile. I giovani laureati del post-riforma si ritrovano in tasca a fine mese solo 969 euro. Meno di quanto non fosse l'anno scorso (vedi tabella). Prendono qualcosa in più i laureati pre-riforma che a fine mese arrivano fino a 1.042 euro. Poco più dell'anno scorso ma, al netto del costo della vita, ancora meno di quanto un neolaureato guadagnava cinque anni fa.

Senza dire che l'Italia vanta il minor numero di laureati che lavora a cinque anni dalla laurea (l'86,4 per cento contro una media europea pari all'89 per cento). Scorrendo i dati dell'indagine di AlmaLaurea si ricava la triste conferma che nel cuore delle nuove generazioni, anche lì dove è opportuno che l'Italia sia più moderna e vicina all'Europa, covano e crescono le stesse antiche contraddizioni e disparità che gravano da tempo infinito sul corpo del malato Italia.

Le donne sono meno favorite rispetto agli uomini, hanno un tasso di occupazione più basso, sono più precarie e guadagnano meno dei loro colleghi uomini (vedi tabella). A un anno dalla laurea lavora il 49,2 per cento delle laureate pre-riforma contro il 57,1 per cento degli uomini. E il gap salariale nel tempo non fa che crescere, tanto che a cinque anni dalla laurea le donne guadagnano un terzo meno di quanto non prendono gli uomini. Quanto alla precarietà a un anno dalla laurea il 52 per cento delle donne ha un contratto atipico contro il 41,5 per cento degli uomini. E la disparità è ancora più acuta per le laureate "triennali", visto che solo il 34 per cento delle donne ha un impiego stabile contro il 48 per cento dei loro colleghi uomini.

Stesso discorso per le disparità territoriali. Nel 2006 sei laureati del Nord su dieci trova lavoro dopo un anno mentre per le regioni del Sud le cifre si fermano al 40 per cento. Ovvero le stesse quote nel lontano 1999. Senza dire che a cinque anni dalla laurea, i giovani del Mezzogiorno prendono 1.167 euro al mese mentre i ragazzi del Nord arrivano a 1.355 euro al mese.

Non c'è da stupirsi se allora molti di loro non si sentono valorizzati per quello che valgono e, seppure a malincuore, decidono di muoversi oltre confine per trovare migliori occasioni. All'estero, lì dove sembrano trovare rifugio e compenso. I laureati italiani che lavorano fuori dai confini nazionali, a cinque anni dalla laurea, arrivano a guadagnare quasi 2 mila euro, ovvero il 50 per cento in più di quanto non accada alla media complessiva dei laureati. Se non si mette mano a questo problema, se non si trova un articolato piano per valorizzare i talenti che escono dalle nostre facoltà, poco si potrà fare per dare slancio al nostro paese.


http://www.repubblica.it
 
Vecchio 03-03-2007, 01.00.29
Edric
 
Beh, bisogna vedere anche con che tipo di laurea uno esce dall'Università. Non è da adesso che con alcuni tipi di lauree, specie quelle umanistiche, la certezza è quella della disocupazione.
Quando sono uscito dal mondo della scuola io, circa venti anni fa, sai quanti ragazzi laureati ho conosciuto che si ritenevano fortunati per aver vinto un concorso per operatore ecologico.
Tenendo conto che in 20 anni non si è investito un tubo nell'innovazione e nella ricerca e che quindi oggi come allora continuiamo a produrre lavatrici e frigoriferi, come però ormai mezzo mondo fa.
Tenendo conto che il mondo della scuola e il mondo del lavoro sono rimasti sempre su due binari diversi che si incontrano solo all'infinito.
Tenendo conto che le recenti riorganizzazioni dei modelli aziendali con l'automazione, all'inizio hanno riguardato la classe operaia ma via via la mobilità e la cassa integrazione hanno coinvolto sempre di più in questi anni il ceto tecnico/impiegatizio ed i quadri aziendali
Tenendo conto che molti neo-laureati italiani non fanno un consueto bagno di umiltà, credendo di aver in mano, per il fatto di aver studiato, il mondo piuttosto che osservare, come facevano una volta gli apprendisti, quelli che seppure con meno studi le specifiche del loro lavoro le sanno fare
Tenendo conto che la concorrenza a livello di risorse umane, a parità di livello di studio, ha ormai oltrepassato i confini nazionali
Tenendo conto di tutto ciò, la cosa non mi stupisce affatto...




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