Islam italiano, ecco la «Carta»
La Commissione di Amato presenta il testo sui «valori»: richiami a radici cristiane e famiglia eterosessuale. No alla poligamia
ELEONORA MARTINI - Roma
Era già tutto scritto nella Costituzione italiana, come ha detto presentandola ieri al Viminale lo stesso ministro dell'interno Giuliano Amato. E in effetti leggendo la «Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione» non se ne coglie la stringente necessità. Diviso in sette sezioni, il documento - stilato da un comitato scientifico nominato nell'ottobre scorso e presieduto da Carlo Cardia, docente di Istituzioni religiose - è stato presentato ieri per la prima volta anche alla Consulta islamica, a quella giovanile e ai rappresentanti italiani di tutte le confessioni. «Ora si vedrà chi intende aderire e concorrere quindi alla sua diffusione e all'approfondimento dei temi trattati», ha spiegato Amato che sulle conseguenze di un eventuale rifiuto non ha voluto approfondire.
La Carta «non può essere adottata come atto pubblico e quindi imposta ai cittadini», ma intende costituire «una fonte di ispirazione per l'azione dello stesso ministero» e «accompagnare il processo d'integrazione degli immigrati e il percorso verso la cittadinanza italiana». In particolare «può concorrere - ha aggiunto Amato - a consolidare il tratto identitario di un Islam italiano' e a creare la premessa per un'intesa con lo Stato». E infatti il titolare degli Interni l'aveva fortemente voluta all'indomani delle polemiche suscitate da un'inserzione a pagamento su alcuni giornali dell'Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane) nella quale Israele era stato paragonato al nazismo, Marzabotto a Gaza e il Libano alle Fosse Ardeatine.
«Tre i principi fondamentali che la ispirano», secondo Cardia: «La centralità della persona umana e la sua dignità; l'uguaglianza dei diritti fra uomo e donna che è enunciata con forza in ogni espressione; il diritto alla libertà religiosa che sta alla base della laicità dello Stato e della scuola. Su questi valori e sull'ancoraggio totale alla Costituzione non ci sono zone franche, coni d'ombra o riconoscimento di poteri alternativi». In una sorta di memorandum dei principi fondanti della Repubblica, la Carta è suddivisa in sette paragrafi: radici culturali, dignità della persona, diritti sociali, istruzione, famiglia, laicità e libertà religiosa, impegno internazionale dell'Italia.
Ma nel tentativo di tutelare i valori acquisiti nel nostro paese e minacciati invece da posizioni tradizionaliste spesso maggioritarie in alcune popolazioni immigrate, in realtà la Carta rischia in alcuni punti di essere arretrata rispetto alle nuove istanze poste oggi dalla società italiana, come avviene nel capitolo sulla famiglia, istituzione mummificata nella sua declinazione eterosessuale e monogamica. «L'Italia riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», è l'incipit del paragrafo che ricorda il divieto della poligamia, definita come «contraria ai diritti della donna»; il divieto di ogni forma di coercizione e di violenza dentro e fuori le mura domestiche; il divieto dei matrimoni forzati o tra bambini. Nessun riferimento alle nuove famiglie allargate di cui da mesi si discute, né tantomeno alle unioni omosessuali, cosa che ci si sarebbe aspettati almeno da un documento che non ha alcun valore giuridico ma ha invece il fine di costruire una cultura del rispetto reciproco. In più si stigmatizza ogni forma di razzismo, a cominciare dall'antisemitismo e dall'islamofobia, ma senza mai parlare di omofobia. D'altra parte alcuni degli esponenti religiosi e delle associazioni consultate dal comitato scientifico estensore della Carta avrebbero voluto che si fosse esplicitato il riconoscimento delle famiglie «formate solo da un uomo e da una donna», come ha chiesto il presidente dell'Ucoii Dachan a Cardia, lamentandosi anche del mancato riferimento alle radici islamiche dell'Europa.
La Carta infatti parte dal puntualizzare che l'Italia «affonda le radici nella cultura classica della Grecia e di Roma», e «si è evoluta nell'orizzonte del cristianesimo che ha permeato la sue storia e, insieme all'ebraismo, ha preparato l'apertura verso la modernità e i principi di libertà e di giustizia». Il contributo della cultura islamica allo sviluppo della società europea viene riconosciuta solo nell'ambito di una tradizione di ospitalità dovuta alla posizione centrale dell'Italia nel Mediterraneo. In più fa riferimento alla Costituzione del 1947 che «rappresenta lo spartiacque nei confronti del totalitarismo, e dell'antisemitismo». Sparita, come vuole la destra, ogni abiura del nazismo e del fascismo.
In più parti il memorandum ribadisce la pari dignità tra uomo e donna con «gli stessi diritti dentro e fuori la famiglia» sottolineando una «visione personalista e solidale che determina il primo livello dell'integrazione», per usare le parole di Cardia. In questa ottica la scuola, secondo la Carta, deve insegnare «il rispetto e la benevolenza verso ogni forma di vita esistente»; «promuovere la conoscenza e l'integrazione» tra gli alunni; prevedere corsi di insegnamento delle varie religioni. In particolare si pone l'accento sulle scuole private confessionali che non devono mai «discriminare gli alunni per motivi etnici o confessionali». Infine sulla laicità («l'Italia è un paese laico») si ricorda che «l'ordinamento tutela la libertà di ricerca anche in materia religiosa», che si rispettano tutti i simboli confessionali e che «non si pongono restrizioni sull'abbigliamento della persona, purché liberamente scelto e non lesivo della sua dignità». Proibito comunque sempre il burqa che copre il volto «perché impedisce il riconoscimento» e ostacola il rapporto con gli altri. Naturalmente non manca un richiamo all'impegno del governo italiano per la pace e contro la pena di morte.
il manifesto 24 aprile 2007
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