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di politica, cultura, società - 2007
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07-06-2007, 14.47.34
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D'Alema, i veleni delle spie Telecom e i conti segreti in Sud America
IL RETROSCENA
D'Alema, i veleni delle spie Telecom
e i conti segreti in Sud America
Spunta un dossier per incastrare il ministro:
«Fondi movimentati al capo della Farnesina»
PAOLO COLONNELLO
Sono due righe scritte in inglese all’interno di un voluminoso rapporto «privilegiato e strettamente confidenziale» intitolato «Project Tokyo» e redatto dagli uomini della Kroll, l’agenzia di investigazioni private americana più importante del mondo. Due righe che si ritrovano anche in alcune e-mail intercettate dagli uomini della Security Telecom di Giuliano Tavaroli sul computer di un agente della Kroll, tale Erginsoy, e che finiscono in un gigantesco file che racconta la guerra tra Marco Tronchetti Provera e Daniel Dantas (titolare del fondo brasiliano CvC-Opportunity) per il controllo di Brasil Telecom: il rapporto «K».
Una storia di anni fa ma resa attuale dal caso Visco-Speciale
Due righe che però riguardano anche la politica italiana e ne sono forse il cuore avvelenato delle polemiche di questi giorni che, dietro il caso Visco-Speciale, il caso Antonveneta-Unipol, e il caso Telecom, puntano in un’unica direzione, rivelare ciò che nei chiacchiericci romani si mormora da tempo e che lega in fondo, e vedremo il perché, tutte queste storie: l’esistenza di conti segreti di alcuni esponenti della maggioranza, in particolare del ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Esistono questi conti? Negli atti in mano alla Procura milanese delle varie inchieste condotte negli ultimi due anni, c’è un solo riferimento a questa circostanza ed è contenuto in quel file dell’indagine Telecom. Due righe, non di più, di cui La Stampa è in grado di rivelare il contenuto. Eccole: «Source intelligence in Italy indicates that Inepar (un fondo brasiliano, ndr) was the company that moved funds for the then Prime Minister D’Alema, which involved Tl activities». Tradotto in italiano significa che «fonti d’intelligence in Italia indicano che Inepar era la società che ha movimentato i fondi per l’allora primo ministro D’Alema, che ha coinvolto le attività di Telecom».
L’origine: è il rapporto della Kroll stilato ai tempi dello scontro su Brasil Telecom
In una e-mail datata 29 marzo 2004, tale Charles della Kroll scrive anche: «Mi piace questo angolo di Inepar... Ho saputo qui in Italia che Inepar era la società che ha movimentato i soldi per D’Alema, coinvolto nelle attività di Telecom...». Nello stesso rapporto si ricostruiscono anche le varie scalate Telecom, attribuendo quella «dell’era Colaninno», ma è cosa nota, sempre alla benevolenza di D’Alema. Sono accuse gravi che però si fermano qui, non trovano cioè altri riscontri, pezze d’appoggio, documenti per dimostrare un’affermazione tanto pesante quanto palesemente, almeno in quei rapporti «confidenziali», non dimostrata. Eppure questa storia di un presunto conto in Brasile dell’attuale ministro degli Esteri viene scritta nero su bianco e viene da una parte consegnata dalla Kroll ai suoi committenti brasiliani, dall’altra intercettata dagli uomini del «Tiger Team» di Fabio Ghioni che la ritrasmette a Tavaroli insieme al dossier completo delle attività Kroll in Brasile, spionaggio su Tronchetti e famigliari compreso. Diventa cioè uno dei tasselli del gigantesco puzzle di misteri e dossier che da mesi sta avvelenando la vita politica italiana.
Telecom e Unipol
Per capire infatti il duro scontro in atto in questi giorni tra maggioranza e opposizione sul caso Visco-Speciale, bisogna allargare il campo anche alla vicenda Telecom e al giro di spioni pubblici e privati che la animano, nonché interpretare correttamente i risvolti della vicenda Unipol, contestualizzando il tutto in uno scenario più generale. Non si tratta necessariamente di descrivere un gigantesco complotto, ma di seguire le tracce di una serie di avvenimenti che si concatenano tra loro e che offrono, a chi le sa sfruttare, opportunità di ricatto o di scambi silenziosi. Ma non limpidi. Dunque: il «Progetto Tokyo» e i suoi inquietanti contenuti (dentro e in alcuni allegati si trovano anche riferimenti a Berlusconi e al suo ruolo nella partita Telecom) vengono intercettati nel 2004.
Gli spioni
La prima domanda è: chi sarà mai la fonte «d’intelligence» in Italia che fa sapere agli uomini della Kroll dell’esistenza di soldi di Massimo D’Alema movimentati in un fondo brasiliano? Mistero. Impossibile non notare però un verbale del 14 dicembre scorso davanti al gip Gennari e ai pm dell’inchiesta Telecom reso dal dirigente del Sismi Marco Mancini, accusato di aver passato informazioni riservate del servizio alla premiata ditta Tavaroli & Co. Ebbene, Mancini racconta di aver ricevuto «dopo il 2003» dei dossier sui conti esteri di alcuni politici della Quercia e dell’Udc che gli sono stati consegnati da Emanuele Cipriani, investigatore fiorentino legato ad ambienti massonici (è buon amico della famiglia Gelli), nonché principale fornitore dei dossier ordinati da Telecom e animatore di un network di investigatori e uomini delle Forze dell’Ordine che arrotondano i loro stipendi trafugando informazioni dalle banche dati riservate dello Stato.
Laziogate
Cipriani è anche legato ad ambienti della destra, visto che si arriva a lui indagando sull’oscura vicenda del Laziogate, dove, secondo le accuse, l’ex presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, si avvale di alcuni uomini del network di Cipriani per far spiare e fabbricare falsi dossier su Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo, entrambi suoi concorrenti alla poltrona della presidenza della Regione Lazio. Non si capisce a che titolo e con quali mezzi Cipriani abbia indagato su presunti conti esteri della Quercia («dossier Oak») e del segretario Udc Lorenzo Cesa. Fatto sta che un bel giorno Cipriani consegna queste carte a Mancini. Il quale le porta all’allora capo del Sismi Nicolò Pollari. E qui iniziano i problemi. Mancini spiega infatti ai magistrati che Pollari gli consigliò di contattare i diretti interessati per sottoporre loro quel materiale. Procedura davvero singolare: un alto dirigente delle istituzioni viene a conoscenza di fondi segreti di esponenti di spicco della politica italiana e invece di rivolgersi alla magistratura o di ordinare indagini più approfondite, ritiene di doverli sottoporre, o almeno così sostiene un suo subordinato, ai diretti interessati. I quali, afferma Mancini, definirono quelle carte delle «fesserie». I diretti interessati, ovvero il senatore diessino e braccio destro di D’Alema, Nicola La Torre, e il segretario Udc, Lorenzo Cesa, smentiscono però questa versione dicendo di non avere mai saputo niente di dossier sui conti esteri fatti vedere da Mancini. La cosa sembra finire lì.
Unipol e Abu Omar
Nel frattempo, tra il 2003 e il 2005, succedono cose straordinarie. La magistratura milanese apre un’inchiesta sulla scalata Antonveneta scoprendo anche risvolti sulla scalata Unipol Bnl, con intercettazioni che vengono definite «politicamente imbarazzanti» per alti esponenti diessini. Quasi contemporaneamente si scopre anche che un cittadino egiziano sospettato di terrorismo, Abu Omar, è stato rapito nel marzo del 2003 in una strada di Milano da un commando di agenti della Cia con la complicità di agenti italiani (e forse di uomini che hanno operato con la Security Telecom) e che del sequestro era informato l’ex capo del Sismi Pollari, nonché lo stesso Marco Mancini - che pure per questa vicenda verrà arrestato - ed esponenti del governo Berlusconi. Dunque, ci sono a questo punto due storie che si muovono parallelamente e che tra la primavera e l’estate scorsa sembrano raggiungere lo zenith: l’inchiesta Antonveneta-Unipol-Bnl, che porta a scoprire il pagamento da parte di Emilio Gnutti di una consulenza di 50 miliardi di lire a Giovanni Consorte (presidente Unipol) e Ivano Sacchetti (il vice) per la rinegoziazione della vendita Telecom a Tronchetti Provera; dall’altra l’inchiesta sul sequestro Abu Omar che fa finire sotto accusa lo stesso Pollari per il quale la procura chiede il rinvio a giudizio con l’accusa di concorso in sequestro di persona. Sullo sfondo intanto inizia a muoversi l’indagine sui dossier Telecom.
Il caso Visco
È in questo momento caldissimo, luglio 2006, che s’inserisce la decisione del vice ministro Visco di rimuovere da Milano la catena di comando della Gdf. Una decisione che subito, nonostante le decise smentite del viceministro, qualcuno accredita come determinata dall’indagine condotta dalla Gdf sulla scalata Unipol-Bnl. Perché? Perché da quell’indagine sono scaturite alcune intercettazioni su vari uomini politici che solo in questi giorni un perito incaricato dal gip Clementina Forleo sta trascrivendo in vista di un’udienza peritale prevista per lunedì prossimo. Eppure una di queste intercettazioni, nemmeno trascritta ma conservata in un file a disposizione di almeno una decina di computer di inquirenti e investigatori, finisce sulle pagine de «Il Giornale». È la famosa conversazione tra il segretario dei Ds Piero Fassino e l’allora presidente di Unipol Giovanni Consorte («Allora abbiamo una banca?»). Nulla di penalmente rilevante eppure, squadernata verso il finire della campagna elettorale (era aprile) deflagra come una bomba e ingenera nuovi sospetti sulla possibilità che esistano ben altre conversazioni e maggiori compromissioni. Il fatto poi che Gnutti abbia pagato una cifra esorbitante, 50 miliardi, allo stesso Consorte per una consulenza sulla vendita Telecom tuttora all’attenzione della Procura milanese e che questi soldi, prima di rientrare in Italia per essere sequestrati, abbiano preso aria su dei conti esteri, ingigantisce ipotesi e presunti misteri. Chi ha passato quella intercettazione al Giornale? Fonti autorevoli sostengono che quell’intercettazione sia giunta da ambienti romani e non da via Fabio Filzi, sede della Gdf milanese. Eppure fare credere il contrario conviene a chi vuole accreditare l’idea di una vendetta politica del viceministro nei confronti dei quattro ufficiali milanesi da trasferire. Nel frattempo si consuma, lontano dai riflettori, lo scontro tra Visco e Speciale. Gli ufficiali alla fine non verranno rimossi e anche questa storia cade nell’oblio. In realtà diventerà il detonatore di una bomba ad orologeria che un anno più tardi, cioè ai giorni nostri, verrà fatta esplodere rianimando gli spettri dei conti esteri della Quercia. Per giunta proprio a ridosso dell’udienza davanti al gip che dovrà finalmente rendere conto delle intercettazioni Unipol-Bnl, un centinaio, non di più.
E il Sismi tace
Sono davvero così esplosive queste intercettazioni? Chi le ha potute ascoltare, sostiene che non vi sia nulla di più di qualche affermazione che potrebbe provocare degli imbarazzi politici. E allora? Perché tutta questa inquietudine? Perché in realtà qualcosa che porta a dei conti esteri della Quercia esiste, si trova invece agli atti dell’inchiesta Telecom ed è, al momento, la frase che abbiamo pubblicato. Lo intuiscono perfettamente anche alla segreteria dei Ds che, non a caso, due settimane fa si presentano in Procura con il tesoriere Sposetti costituendosi parte offesa e facendo riferimento proprio ai dossier di cui ha parlato l’ex capo del controspionaggio Marco Mancini. Manca infine ancora una versione, quella dell’ex capo del Sismi Niccolò Pollari, per il quale il governo Prodi, a differenza di Berlusconi, si spende fino ad entrare in conflitto aperto con la Procura di Milano opponendo sul caso Abu Omar il segreto di Stato e rivolgendosi alla Consulta per scaricare sui pm milanesi accuse da galera. E’ Pollari, stando a Marco Mancini, che ha potuto vedere bene questi dossier sui conti della Quercia e di Massimo D’Alema. E che forse potrebbe avere un’idea a quale fonte d’intelligence italiana si siano abbeverati gli spioni privati della Kroll per scrivere il loro rapporto «Tokyo».
La Stampa 6 giugno 2007
http://www.lastampa.it/
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07-06-2007, 14.50.36
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LE ACCUSE AI POLITICI
D'Alema: "Contro di me soltanto immondizia"
Marini e Bertinotti: no alla diffusione delle intercettazioni
GUIDO RUOTOLO - ROMA
I Ds fanno quadrato, la maggioranza pure. Una nota del Comitato esecutivo della Quercia, di primo mattino, risponde alle rivelazioni di ieri del nostro giornale su un dossier, preparato dalla Kroll, la più grande agenzia investigativa americana, in cui si parlava dell’esistenza di soldi movimentati a favore del presidente dei Ds Massimo D’Alema, da una società brasiliana (notizie apprese da fonti dell’intelligence italiana e al centro di un’inchiesta della procura di Milano). «E’ una calunnia, agiremo in ogni sede, a cominciare da quella giudiziaria: non sono esistiti, né esistono conti bancari esteri ascrivibili, direttamente o indirettamente, ai Ds o ai loro dirigenti nazionali». L’esecutivo della Quercia denuncia la «campagna di aggressione» per delegittimare «sul piano morale e politico i Ds», e per «colpire il processo di costruzione del nuovo Partito Democratico». Reagisce il diretto protagonista del dossier, Massimo D’Alema, che parla di «spazzatura in circolazione da molto tempo», di «risibili e indecenti insinuazioni». D’Alema, se la prende con “La Stampa”, perché si è prestata a «un’operazione che sinceramente stupisce, addolora e preoccupa».
Solidarietà dai leader dei Ds e della maggioranza. Con qualche precisazione, come quello del segretario dello Sdi, Enrico Boselli: «Il problema non è il giornale che pubblica le notizie, ma da dove escono. Se non lo facessero, i direttori di quei giornali dovrebbero andare a fare un altro lavoro». In una nota, la Margherita difende la Quercia: «Esprimiamo piena solidarietà al vicepresidente del Consiglio e ai Ds, con i quali siamo impegnati in maniera determinata, assieme a molte forze della società italiana, nella costruzione del Partito democratico».
La vicenda del «dossier» D’Alema si intreccia a quella delle 73 intercettazioni Antonveneta (che riguardano sei parlamentari: D’Alema, Latorre, Fassino, Grillo, Comincioli e Cicu) che il gip milanese, Clementina Forleo, intende rendere pubbliche a partire da lunedì. Prima il senatore Francesco Cossiga, poi il presidente della Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, Carlo Giovanardi, si dichiarano allarmati per questa decisione. I presidenti di Camera e Senato, Fausto Bertinotti e Franco Marini, in serata scrivono al presidente del Tribunale di Milano, Livia Pomodoro una nota il cui senso è: le intercettazioni non possono essere rese pubbliche: «Le chiediamo, nella piena autonomia delle decisioni dell’Autorità giudiziaria, e alla luce del principio di leale collaborazione tra poteri dello Stato, di farci pervenire ogni utile elemento di informazione che possa fugare le preoccupazioni emerse in Parlamento». Intervenendo a «Porta a Porta», l’ex ad di Unipol, Giovanni Consorte, ha lanciato una sfida: «Chiedo che vengano rese pubbliche tutte le mie telefonate intercettate».
Che le due vicende siano intrecciate, lo dice implicitamente il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, che lancia l’allarme: «Esprimo peoccupazione per ciò che sta investendo la politica, i miasmi allarmanti di diverso grado». Gianfranco Fini, presidente di An, non crede al dossier D’Alema: «Nessuno cerchi di buttare ulteriormente fango nel ventilatore». Teme «ondate di veleni e di fango» Piero Fassino, segretario Ds, che ieri sera a “Ballarò” ricorda i casi «Telekom Serbia e Mitrokhin», vicende zusate come clave» : «E’ evidente che c’è un ricorrente tentativo di intorbidire la via politica del Paese. Ed è grave il ruolo avuto in alcuni casi anche da uomini infedeli, appartenenti ai corpi dello Stato». Evoca anni lontani il sindaco di Roma, Walter Veltroni: «Nel Paese c’è un clima pesante e torbido. Tutto ciò conferma l’esistenza di pesanti rischi di crisi che gravano sulla nostra democrazia». E Nicola Latorre, uno dei parlamentari coinvolti nelle telefonate Antonveneta: «E’ impressionante - dice a proposito del dossier D’Alema - quello che sta succedendo. E’ un altro polpettone avvelenato». E sulle intercettazioni che lo riguardano: «Sono state ritenute penalmente irrilevanti, non vedo perché devono essere rese pubbliche».
La Stampa 7 giugno 2007
http://www.lastampa.it/
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07-06-2007, 14.51.39
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Comunicato della Direzione de "La Stampa"
La Stampa ha dato notizia di un dossier preparato dalla più grande agenzia investigativa americana in cui, tra l'altro, si parla di soldi movimentati a favore del Presidente DS da una società brasiliana. Notizia, come specifica il dossier, appresa da fonti dell'intelligence in Italia. Il dossier è al centro di un'inchiesta della magistratura milanese che evidentemente non ha ancora deciso di considerarlo «spazzatura». L'articolo, che precisava «non esistono altri documenti per dimostrare affermazioni tanto pesanti», fornisce un dettagliato e inedito contributo per decifrare il gigantesco puzzle che da mesi sta avvelenando la politica italiana. Definirlo «indecenti insinuazioni» significa non avere una chiara idea del compito della stampa in una democrazia.
6/6/2007 (18:9)
http://www.lastampa.it/
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08-06-2007, 14.56.00
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Notizie, politica e veleni
GIULIO ANSELMI
I l vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha accusato La Stampa, in un’intervista al Tg1, di averlo calunniato, attribuendogli un conto corrente chiamato Quercia. Ma dobbiamo correggerlo: noi abbiamo pubblicato un rapporto, fatto dalla più grande agenzia investigativa americana, la Kroll, attualmente in mano alla procura della Repubblica di Milano, che chiama in causa l’uomo politico, asserendo che su un suo conto sarebbe stato movimentato denaro. L’articolo chiariva: le accuse «non trovano altri riscontri, pezze d’appoggio, documenti per dimostrare un’affermazione tanto pesante quanto palesemente, almeno in quei rapporti confidenziali, non dimostrata».
Non si tratta di ipocrisia, ma di fatti. Potremmo far ricorso, in chiave difensiva, agli argomenti esposti dal ministro Di Pietro, nell’intervista che pubblichiamo all’interno, secondo cui, rendendo noti i documenti Kroll (che in gran parte non sono rintracciabili su Internet) abbiamo disinnescato un ricatto ai Ds. Ma noi non ci siamo mossi nell’interesse di qualcuno, né contro qualcuno: non per aiutare i Ds e neppure per complottare ai loro danni, magari per ordine di «poteri occulti». Abbiamo agito nella convinzione che quando un giornalista trova una notizia deve pubblicarla, beninteso contestualizzandola e fornendone le chiavi di lettura, lasciandone la valutazione ai lettori e, eventualmente, alla magistratura.
Lo abbiamo fatto anche in questo caso. Ma, a prescindere dalla vicenda che ci vede co-protagonisti col Vicepresidente-ministro e con tutto il rispetto e la comprensione umana per le reazioni di chi si ritenga ingiustamente aggredito, consentiteci di dire che il ricchissimo vocabolario - complotto, trame, spazzatura, torbidi, ombre, miasmi - col quale molti esponenti politici cercano di seppellire critiche, informazioni, valutazioni che siano caratterizzate da un elemento di scomodità è una scelta terminologica che esprime un sostanziale ricatto: chi critica i politici delegittima la democrazia; pertanto è antidemocratico; e poiché la democrazia è un bene, merita di essere squalificato ed emarginato senza nemmeno valutare il contenuto dei suoi argomenti.
Saremo sepolti dalla fatwa destinata agli antipolitici per quest’affermazione (anche se noi siamo ben certi di non meritare l’accusa): ma il rapporto tra informazione e potere rischia di diventare peggiore di quanto non fosse al culmine della crisi che portò al crollo della Prima Repubblica. Allora lo scenario era diviso tra forze declinanti, socialisti e democristiani, destinate a scomparire, gli emergenti leghisti e i comunisti piazzati sul confine, nel ruolo di guardiani del diritto di accesso alla Seconda Repubblica. Oggi gran parte della classe politica fa quadrato, unita dalla determinazione a difendersi in quanto casta, ostinatamente ostile di fronte alle richieste di cambiamento, blindata contro gli inviti alla trasparenza.
Siamo francamente convinti che un’informazione che pubblica le notizie sia più utile, per la tutela della democrazia, di un sistema mediatico col silenziatore, sovrastato - accade ormai da tempo in questo finale di Seconda Repubblica - da un turbinio di voci incontrollabili e da vicende, come il caso Visco, che si chiudono tra interrogativi irrisolti. La necessità di trasparenza induce a una riflessione aggiuntiva sulla vicenda delle 73 intercettazioni Antonveneta, che riguardano le telefonate di sei parlamentari che il gip milanese Clementina Forleo intende rendere pubbliche a partire da lunedì. Già molti deputati sono insorti dicendosi allarmati. I presidenti dei due rami del Parlamento, Marini e Bertinotti, sono intervenuti chiedendo al tribunale di Milano che le intercettazioni non siano rese pubbliche. Le loro intenzioni sono certo ottime e ne fa fede la personalità della seconda e della terza carica dello Stato. Ma il ruolo pubblico costringe a una limitazione della privacy, mentre certi velari possono apparire sospetti.
Già alla fine della Prima Repubblica norme nate con le migliori intenzioni si meritarono l’epiteto di «salvaladri» e acuirono la distanza tra politica e gente comune. Oggi, meno che mai c’è bisogno di alimentare l’antipolitica con segni e gesti che possono dilatare la sfiducia. Una telefonata inopportuna, se nascosta all’opinione pubblica, potrebbe finire col giganteggiare nello scontento. Arrecando molto più danno alle istituzioni di un articolo di giornale. Che noi, senz’alcuna iattanza, continuiamo a ritenere corretto. Ma del quale, da cittadini rispettosi delle leggi, siamo pronti a rispondere.
La Stampa 8 giugno 2007
http://www.lastampa.it/
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10-06-2007, 02.44.27
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Giornali e Ds, le ragioni (e i torti)
LUCIA ANNUNZIATA
Quando il giornale su cui si scrive viene accusato di pubblicare «spazzatura» è obbligo (per non parlare di doveri) per un editorialista far conoscere la propria opinione. Tanto per non far la parte di chi canta quando è bello e si nasconde quando piove. Comincerò dal centro della discussione. Sono fra quelli che pensano che i Ds abbiano assolutamente ragione nel dire d’essere oggetto di un attacco che da anni ne vuole la drastica sminuizione politica, e personale. Questo umore, malumore o rancore che sia - chiamatelo come volete - contro i Ds è una costante di quella che si chiama la Seconda Repubblica: la sua nascita e le sue ragioni sono spiegate e datate in modi vari, a seconda della discussione in corso - la voglia di vendetta dopo Tangentopoli contro un partito che ne aveva manovrato i giudici, l’anticomunismo istintivo di chi culturalmente non ha mai davvero pensato che i comunisti possono cambiare, la convinzione che quella rete che ha sempre girato intorno all’ex Pci rimane pericolosa, e voglie politiche del mondo industriale di liberarsi per sempre di un avversario ancora formidabile. Tutte ragioni cui si aggiunge poi, in epoche più recenti, la diffidenza degli stessi alleati di origini culturali diverse, o di alleati che soffrono la tremenda disparità organizzativa a favore dei Ds nelle imprese comuni, tipo il Partito Democratico. Una sorta di permanenza, insomma, del fattore K, nelle forme labili, spezzettate, strumentali, o occasionali, di una politica in cui le identità ideologiche sono solo ormai poco più di una convenzione.
Ma se sulle ragioni di questa tensione nei confronti dei Ds non c’è opinione condivisa, la spiegazione migliore di una tendenza a sminuire il peso dei Ds si trova alla fine nella pragmatica funzione della politica stessa: nello spappolamento della Seconda Repubblica, dove i partiti cominciano a essere contati nell’ordine delle decine, dove persino l’unità di misura più semplice, l’essere cattolici, è più trina che una, anche quello che rimane del vecchio Pci, anche quel 16 per cento così striminzito, anche le assemblee affollate quasi tutte di teste canute, sono troppo: troppo forti, troppo omogenei, troppo organizzati. In epoca di disfacimento della politica, insomma, i Ds pure in versione mini, o scioglimento, costituiscono un elemento di sbilanciamento: ci sono pochi dubbi infatti che l’eliminazione di quello zoccolo duro di votanti dei Ds, di quelle ben oleate amministrazioni locali, di quella automatica disciplina dell’unità che persino le risse interne intaccano poco, costituirebbe una grande occasione per la frammentata politica nazionale. Se i Ds collassassero un’enorme quantità di energie, forze e alleanze girerebbero diversamente: in questa banale legge della convenienza c’è l’unica e necessaria prova di un attacco in atto.
Se ne sanno i passaggi e i protagonisti, e se ne conoscono gli argomenti: l’uso della magistratura contro gli avversari politici, e la corruzione che passa non attraverso il conflitto d’interessi privato, ma (essendo loro statalisti, no?) della gestione dello Stato. Alcuni casi in particolare sono diventati la pietra miliare di ogni retroscena, e di ogni pettegolezzo dell’Urbe. Le «stecche» di D’Alema sull’affare Telecom sono il pezzo forte di questa cultura: una storia tanto ripetuta da diventare saggezza popolare, dal «sono entrati a Palazzo Chigi con le pezze al culo...» di Travaglio alle ricostruzioni (effettivamente rivelatesi un po’ fantasiose) della guerra nei Balcani, all’insegna di una sola megatangente delle telecomunicazioni. C’è poi l’eterno filone dei finanziamenti tramite coop rosse, trasmigrato in epoche recenti nella più moderna scalata Unipol ai cieli della finanza nazionale al fine di avere la ormai famosa «banca».
L’attacco ai Ds segue due linee di sviluppo: quello etico (hanno rubato usando lo Stato) e quello dell’assalto al potere (usano le loro influenze più o meno trasparenti per costruire un contropotere dentro il sistema). I due filoni sono usati da soggetti diversi e rispondono spesso a interessi diversi: non c’è dubbio infatti che la costruzione di un’effettiva struttura di riferimento Ds dentro il mondo dell’imprenditoria e della finanza sarebbe come un chiodo piantato in un mondo le cui regole sono tutto sommato del tutto al sicuro sotto l’ombrello d’una consolidata autoreferenzialità. Fin qui quello che sappiamo - e che possiamo giudicare - tutti noi, cittadini ed elettori. Molte delle accuse si sono rivelate una montagna di panna come il caso Telekom Serbia. Molte altre rimangono, e proprio in questi giorni stanno convergendo come a prefigurare un unico grande caso. Il consenso nelle urne che continua a seguire i Ds e il loro presidente, Massimo D’Alema, è segno di una fiducia che l’elettorato continua loro a concedere.
Ma al di là degli attestati d’amicizia e stima firmati in bianco - che pure molti di noi sono disposti per convinzione personale a concedergli -, che richiesta avanzano i Ds (o, meglio, il loro presidente D’Alema) alla stampa nel momento in cui ne attaccano il lavoro? È credibile pensare che, se i giornalisti non pubblicassero vicende che sono sul tavolo dei magistrati, l’aggressione nei confronti dei Ds avrebbe un altro andamento? Pensano davvero , secondo certo macluhanismo d’accatto, che sono i media a definire la realtà e non viceversa? O pensano - nell’attaccare un quotidiano come La Stampa, figlio di una tradizione (d’accordo, non sempre perfetta) di rapporti fra grande impresa ed editoria - che i quotidiani possono davvero essere la sostituzione delle organizzazioni politiche?
Per essere un’osservatrice di lungo corso della realtà dei Ds credo che tutte queste domande riflettano una loro vera tentazione, in questo lungo periodo di transizione quasi senza fine. Ma mi piacerebbe che non se ne facessero tentare più tanto. Lo scontro frontale con la stampa infatti non paga mai, a nessuna latitudine del globo. Ma paga ancora meno in Italia, per ragioni persino prosaiche e tattiche. I giornalisti, infatti, nei passati cinque anni di governo Berlusconi sono stati in primissima linea a difendere il Paese dai conflitti d’interesse, a cercare di dipanare le verità dalle bufale della propaganda; l’hanno fatto spesso da soli o con l’appoggio dei loro editori, quegli stessi che la sinistra oggi sospetta di voler maneggiare la politica. Certo non l’hanno fatto in nome di un’opposizione (quegli stessi oggi al governo) che era così debole da non sapere spesso nemmeno belare. E però grazie anche a questo ruolo dei giornalisti l’opposizione ha potuto esercitarsi.
Concludo rivolgendole una domanda, caro presidente D’Alema. Non una domanda nobile, ma banale: lei che è un politico abile, pensa che sia una mossa tattica indovinata attaccare questi giornalisti? O non pensa che, dopo tanto tempo, potremmo essere almeno d’accordo sul fatto che i media non sono la causa ma, al più, il sintomo? Le accuse ci sono: ne hanno subite Blair, Clinton, Andreotti, Kohl, persino Churchill e la regina Elisabetta. Basta difendersi. Con pazienza e con ottimismo.
La Stampa 9 giugno 2007
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