Francesco d’Assisi

Francesco nacque nel 1181 o 1182 da Pietro Bernardone dei Moriconi e dalla nobile Pica Bourlemont, in una famiglia della borghesia emergente della città di Assisi, che, grazie all'attività di commercio in Provenza (Francia), aveva raggiunto ricchezza e benessere. Sua madre lo fece battezzare col nome di Giovanni (dal nome dell'apostolo Giovanni) nella chiesa costruita in onore del patrono della città, il martire Rufino, che è cattedrale dal 1036. Tuttavia il padre decise di cambiargli il nome in Francesco, in onore della Francia.
La sua casa, situata al centro della città, era provvista di un fondaco utilizzato come negozio e magazzino per lo stoccaggio e l'esposizione di quelle stoffe che il mercante si procurava con i suoi frequenti viaggi in Provenza. Pietro vendeva la sua pregiata merce in tutto il territorio del Ducato di Spoleto che comprendeva, all'epoca, anche la città di Assisi.
Nel 1054 si ha memoria di una guerra che contrappose Assisi a Perugia: tra le due città esisteva una rivalità irriducibile, che si protrasse per secoli. L'odio aumentò con il fatto che Perugia si schierò con i guelfi, mentre Assisi parteggiò per la fazione ghibellina. Non fu una scelta felice, quella degli assisani in quanto, nel 1202, subirono una cocente sconfitta a Collestrada vicino a Perugia.
Anche Francesco, come gli altri giovani, andò in guerra; venne catturato e rinchiuso in carcere. L'esperienza della guerra e della prigionia lo sconvolsero a tal punto da indurlo ad un totale ripensamento della sua vita. Fu in questo periodo che iniziò un cammino di conversione, che col tempo lo porterà «a vivere nella gioia di poter custodire Gesù Cristo nell'intimità del cuore.»
La guerra terminò nel 1203 e Francesco, gravemente malato, dopo un anno di prigionia ottenne la libertà grazie ad un trattato sui prigionieri di guerra che, in caso di malattia, ne imponeva la liberazione dietro il pagamento di un riscatto, incombenza a cui provvide il padre.
Tornato a casa, Francesco recuperò gradatamente la salute trascorrendo molte ore tra i possedimenti del padre. Secondo Celano furono questi luoghi appartati che contribuirono a risvegliare in lui un assoluto e totale amore per la natura, che vedeva come opera mirabile di Dio.
L'anno seguente (1204-1205) partì per una crociata. Si trattava di raggiungere a Lecce la corte di Gualtieri III di Brienne, per poi muovere con gli altri cavalieri alla volta di Gerusalemme. Partecipare come cavaliere ad una crociata era a quel tempo considerato uno dei massimi onori per i cristiani d'occidente. Tuttavia, giunto a Spoleto, si ammalò nuovamente. Avrebbe raccontato in seguito di essere stato persuaso da due rivelazioni notturne: nella prima egli scorse un castello pieno d'armi, ed udì una voce promettergli che tutto quello sarebbe stato suo. Nella seconda sentì nuovamente la stessa voce chiedergli se gli fosse stato «più utile seguire il servo o il padrone»: alla risposta: «Il padrone», la voce rispose: «Allora perché hai abbandonato il padrone, per seguire il servo?»
Dopo questo sogno, Francesco rinunciò al proprio progetto e tornò ad Assisi. Da allora egli non fu più lo stesso uomo. Rifuggiva la compagnia. Preferiva la solitudine. Si accompagnava di frequente a mendicanti e straccioni. Si ritirava molto spesso in luoghi solitari a pregare. A Roma, dove venne mandato dal padre a vendere una partita di merce, non solo distribuì il denaro ricavato ai poveri, ma scambiò le sue vesti con un mendicante e si mise a chiedere l'elemosina davanti alla porta di San Pietro.
Anche il suo atteggiamento nei confronti delle altre persone mutò radicalmente: un giorno incontrò un lebbroso e, oltre a dargli l'elemosina, lo abbracciò e lo baciò. Come racconterà lo stesso Francesco, prima di quel giorno non poteva sopportare nemmeno la vista di un lebbroso: dopo questo episodio, scriverà che «ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza d'anima e di corpo» (dal Testamento di san Francesco, 1226)
Ma è nel 1205 che avvenne l'episodio più importante della sua conversione: mentre pregava nella chiesa di San Damiano, racconta di aver sentito parlare il Crocifisso, che per tre volte gli disse: «Francesco, va' e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». I cittadini di Assisi presenti, all'udire questo, sospettarono che avesse perso la testa o che fosse preda di qualche influenza maligna.
Dopo quell'episodio, le "stranezze" del giovane si fecero ancora più frequenti: Francesco fece incetta di stoffe nel negozio del padre e andò a Foligno a venderle, vendette anche il cavallo, tornò a casa a piedi e offrì il denaro ricavato al sacerdote di San Damiano perché riparasse quella chiesina. Pietro di Bernardone diventò furente; molti ad Assisi furono solidali con quel padre che vedeva tradite le proprie aspettative: Francesco stava diventando una vergogna per l'intera famiglia.
Pietro cercò, all'inizio, di segregare Francesco per nasconderlo alla gente. Poi, vista la sua impotenza di fronte all'irriducibile "testardaggine" del figlio, decise di denunciarlo ai consoli, non tanto per il danno economico subito, quanto piuttosto con la segreta speranza che, sotto la pressione della pena del bando dalla città, il ragazzo cambiasse atteggiamento.
Il giovane, però, si appellò ad un'altra autorità: fece ricorso al vescovo, in forza di una bolla del papa Innocenzo III, nella quale si affermava che nessun religioso poteva essere giudicato senza il consenso del suo superiore: essendosi affidato alle cure del sacerdote di san Damiano, si considerava uomo di Chiesa, così poteva essere giudicato solo da autorità religiose.
Il processo si svolse nel mese di gennaio (o febbraio) del 1206, all'aperto, sulla piazza di Santa Maria Maggiore, davanti al palazzo del vescovo; «tutta Assisi» è presente al giudizio.
Le agiografie di Francesco riportano che durante il processo il padre urlava, si lamentava, chiedeva giustizia. Il figlio, non appena il padre finì di parlare «non sopportò indugi o esitazioni, non aspettò né fece parole; ma immediatamente, depose tutti i vestiti e li restituì al padre e si denudò totalmente davanti a tutti dicendo al padre: "Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d'ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro che sei nei cieli, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza".»
Francesco diede così inizio ad un nuovo percorso di vita. Il vescovo Guido lo coprì pudicamente agli sguardi della folla (pur non comprendendo a pieno quel gesto plateale) e, con quest'atto di manifesta protezione, lo accoglie nella Chiesa.
Da uomo nuovo Francesco cominciò il suo viaggio: nell'inverno 1206 partì per Gubbio. Tuttavia, durante il viaggio, poco prima di Caprignone, superata Valfabbrica, venne assalito da un gruppo di briganti, che gli sbarrarono la strada.
«Alla domanda su chi sia, Francesco risponde: "Sono l'araldo del Gran Re; vi interessa questo?" Quelli lo percuotono e lo gettano in una fossa piena di neve, dicendo: "Stattene lì, zotico araldo di Dio!" Ma egli, appena i briganti sono spariti, balza fuori dalla fossa e, tutto giulivo, riprende a cantare a gran voce, riempiendo il bosco con le lodi del Creatore di tutte le cose» (Tommaso da Celano, Vita Seconda, cap. 21)
Dopo l'aggressione fu accolto in un monastero, dove venne mandato in cucina a fare lo sguattero.
Poco tempo dopo Francesco ripartì per dirigersi a Gubbio, dove il giovane aveva da sempre diversi amici, tra cui Federico Spadalonga, che lo accolse benevolmente. Qui egli, «amante di ogni forma di umiltà, si trasferì presso i lebbrosi restando con loro e servendo a loro tutti con somma cura.» Si trattava del lebbrosario intitolato a san Lazzaro di Betania, e nel suo Testamento dirà chiaramente che la vera svolta verso la piena conversione ebbe inizio per lui quando si era accostato a queste persone. Francesco non vi ebbe mai una fissa dimora: solamente diversi anni più tardi (nel 1213) il beato Villano, vescovo di Gubbio e benedettino dell'abbazia di San Pietro, concesse ai frati di stabilire una loro sede nell'antica Santa Maria della Vittoria, che la tradizione indica come il luogo in cui Francesco ammansì il lupo.
Arrivata l'estate e placatosi lo scandalo sollevato dalla rinuncia dei beni paterni, Francesco ritornò ad Assisi. Per un certo periodo se ne stette solo, impegnato a riparare alcune chiese in rovina, come quella di San Pietro (al tempo, fuori le mura), la Porziuncola a Santa Maria degli Angeli e San Damiano.
I primi anni della conversione furono caratterizzati dalla preghiera, dal servizio ai lebbrosi, dal lavoro manuale e dall'elemosina. Ma il 24 febbraio 1208, giorno di San Mattia, dopo aver ascoltato il passo del Vangelo di Matteo nella chiesa di San Nicolò ad Assisi, Francesco sentì fermamente di dover portare la Parola di Dio per le strade del mondo. Iniziò così la sua predicazione, dapprima nei dintorni di Assisi. Ben presto altre persone si aggregarono a lui e, con le prime adesioni, si formò il primo nucleo della comunità di frati. Il primo di essi fu Bernardo di Quintavalle, suo amico d'infanzia: tra gli altri si ricordano Pietro Cattani, Filippo Longo, frate Egidio, frate Leone, frate Masseo, frate Elia Bombarone, frate Ginepro. Insieme ai suoi compagni, Francesco iniziò a portare le sue predicazioni fuori dall'Umbria.
Nel 1209, quando Francesco ebbe raccolto intorno a sé dodici compagni, si recò a Roma per ottenere l'autorizzazione della regola di vita, per sé e per i suoi frati, da parte di papa Innocenzo III. La tradizione narra che il papa, vedendolo tutto sporco, lo rifiutò, dicendogli di tornare solo dopo essersi rotolato nel fango, come si conveniva a gente come lui; Francesco lo prese alla lettera e si ripresentò ancora più sporco: fu allora che il pontefice intuì il potenziale di questo pauperismo guidato da un personaggio con così cieca obbedienza. Gli agiografi riportano inoltre un sogno avuto dallo stesso Papa quella notte: egli vide la Basilica del Laterano che stava per crollare, ed un uomo piccolo, povero e spregevole che la sosteneva sulle sue spalle. Per questi motivi, il Pontefice concesse a Francesco la propria approvazione orale per il suo «Ordo fratum minorum».
Di ritorno da Roma, i frati si installarono in un "tugurio" presso Rivotorto, sulla strada verso Foligno, luogo scelto perché vicino ad un ospedale di lebbrosi. Tale posto tuttavia era umido e malsano, e i frati dovettero abbandonarlo l'anno successivo, stabilendosi presso la piccola badia di Santa Maria degli Angeli, sulla pianura del Tescio, in località Porziuncola. Abbandonata in mezzo al bosco di cerri, venne concessa a Francesco e ai suoi frati dall'Abate di San Benedetto del Subasio.
Questa nuova «forma di vita» attirò anche le donne: la prima fu Chiara d'Assisi, figlia del nobile assisiate Favarone di Offreduccio. Nella notte della Domenica delle Palme del 1211 (o del 1212), a Santa Maria degli Angeli, chiese a Francesco di poter entrare a far parte del suo ordine, e quella stessa notte ricevette l'abito religioso dal santo. Francesco la sistemò per un po' di tempo prima presso il monastero benedettino di Bastia Umbra, poi in quello di Assisi. In seguito, quando altre ragazze (fra cui la stssa sorella di Chiara, Agnese) seguirono il suo esempio, presero dimora nella chiesetta di San Damiano.
Negli anni seguenti Francesco fu sempre più segnato da molte malattie (soffriva infatti di disturbi al fegato ed alla vista). Varie volte gli furono tentati degli interventi medici per lenirgli le sofferenze, ma inutilmente. Nel giugno 1226, mentre si trovava alle Celle di Cortona, dopo una notte molto tormentata dettò il "Testamento", che vorrebbe fosse sempre legato alla "Regola", in cui esorta l'ordine a non allontanarsi dallo spirito originario.
Nel settembre 1226 Francesco si trovava ad Assisi, nel palazzo del vescovo, dove era stato portato per essere meglio curato. Egli però chiese ed ottenne di voler tornare a morire nel suo "luogo santo" preferito: la Porziuncola. Qui la morte lo accolse la sera del 3 ottobre.