L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2007

 
Vecchio 11-04-2007, 21.34.11
Alex Svoboda
 
Vite Parallele

Vite Parallele nella Storia umana

Questo topic vuole essere d'ispirazione storiografica ponendo a con fronto vite tra di loiro apparentemente lontane, nel tempo e nello spazio, ma che studiandole, presentano straordinarie analogie.


Per cominciare vorrei porre a confronto due grandi personaggi della storia delle religioni a livello mondiale, credo, che ognuno per il suo verso, hanno segnato profondamente le fedi dei popoli a cui si rivolgevano. Scopriremo impensabili analogie tra di loro, pur essendo appunto appartenenti ad epoche e a popoli lontanissimi tra loro...


Francesco d'Assisi - Siddhartha Gautama


--- Continua ---

Ultima modifica di Alex Svoboda : 11-04-2007 alle ore 22.14.45.
 
Vecchio 11-04-2007, 21.40.54
Alex Svoboda
 
Sant’Agostino disse che il cercare è già di per sé un trovare e Siddhartha è proprio "uno che cerca" un cercatore, un uomo inquieto, bisognoso di trovare una certezza tra le tante incertezze della vita, l’Assoluto nella relatività dell’esistenza e dei rapporti, che tenta di vivere in profondità la propria esistenza, attraversando tutte le esperienze possibili, la sensualità, il misticismo, la meditazione filosofica, ricercando il tutto nel particolare, forte della convinzione che nessuna acquisizione è definitiva, e che la conoscenza ha sempre innumerevoli aspetti da scoprire.


Siddhārtha Gautama

Gautama Buddha, al secolo Siddhārtha Gautama, fondatore del Buddhismo, è considerato da secoli una delle più importanti figure spirituali e religiose dell'Asia. Gautama Buddha visse approssimativamente tra il 558 a.C. e il 478 a.C. (o 487 a.C.). Taluni individuano il giorno della sua nascita nell'8 maggio o nell'8 aprile.

Siddhartha Gautama proveniva da una famiglia ricca e nobile della tribù degli Śākya, da cui anche l'appellativo di Śākyamuni, si sposò all'età di 16 anni e a 22 anni lasciò il palazzo nel quale viveva, abbandonando con esso tutti i lussi e le comodità di cui fino ad allora aveva goduto, per raggiungere il completo risveglio, e da qui in poi avrà origine il buddismo.
Prima di raggiungere l'Illuminazione o Risveglio (in sanscrito Bodhi) e intraprendere la predicazione della Dottrina (Dharma), Gautama intraprese per sei anni varie forme anche estreme di ascesi (definite tapas, forme arcaiche di meditazione e yoga). Questo periodo della sua vita segnò un punto molto importante per il suo insegnamento: il Buddha visse tutte le esperienze umane possibili: l'ascesi, il potere, la fame, la mortificazione del corpo, la povertà, la solitudine, il matrimonio e l'amore.
Il Buddha predicò una dottrina e una prassi volte all'affinamento della conoscenza e della consapevolezza fino all'estinzione (Nirvana), che si discosta dagli eccessi sensuali così come dall'ascetismo esasperato che ottunde la mente e nuoce al corpo. Suoi interlocutori principali saranno i monaci, prima compagni di ricerca e poi seguaci, che formeranno una comunità sempre più folta dotata di regole proprie. Predicò anche ai laici indicando una via di moderazione e controllo delle passioni che conduce a una migliore condizione di esistenza.
La sua predicazione segnò sotto molti aspetti un punto di rottura con la dottrina del brahmanesimo (che diverrà induismo) e dell'ortodossia religiosa indiana dell'epoca.

Negli anni successivi al nirvana, Buddha si dedicò alla predicazione e fondò un ordine di monaci. Molto frequentemente, alcuni monaci chiedevano al loro maestro che spiegasse meglio alcuni punti, soprattutto che sciogliesse alcune questioni filosofiche circa l'eternità dell'universo, la differenza o identità fra corpo ed anima. Buddha si rifiutò sempre di affrontare argomenti metafisici ed astratti, considerandoli ininfluenti davanti allo scopo finale del suo insegnamento: il raggiungimento della tranquillità necessaria per il Nirvana.
Sulla morte di Buddha, così come la sua cerimonia funebre, sono stati scritti moltissimi racconti. Sembra che la causa della sua morte sia da attribuire ad un cibo che contribuì ad aggravare una malattia da cui si era appena rimesso.
La sua vita, i suoi discorsi, il ruolo monastico che ricoprì e l'influenza che ebbe in senso generale specie sulla cultura asiatica (ma anche per certi versi su quella occidentale), sono stati studiati e trasmessi ai posteri solo dopo la sua morte dai discepoli della comunità buddhista delle origini (il sangha), dapprima secondo la tradizione orale e successivamente attraverso testi più elaborati in seno alla dottrina buddhista.


 
Vecchio 11-04-2007, 21.56.44
Alex Svoboda
 
Francesco d’Assisi

Francesco nacque nel 1181 o 1182 da Pietro Bernardone dei Moriconi e dalla nobile Pica Bourlemont, in una famiglia della borghesia emergente della città di Assisi, che, grazie all'attività di commercio in Provenza (Francia), aveva raggiunto ricchezza e benessere. Sua madre lo fece battezzare col nome di Giovanni (dal nome dell'apostolo Giovanni) nella chiesa costruita in onore del patrono della città, il martire Rufino, che è cattedrale dal 1036. Tuttavia il padre decise di cambiargli il nome in Francesco, in onore della Francia.

La sua casa, situata al centro della città, era provvista di un fondaco utilizzato come negozio e magazzino per lo stoccaggio e l'esposizione di quelle stoffe che il mercante si procurava con i suoi frequenti viaggi in Provenza. Pietro vendeva la sua pregiata merce in tutto il territorio del Ducato di Spoleto che comprendeva, all'epoca, anche la città di Assisi.

Nel 1054 si ha memoria di una guerra che contrappose Assisi a Perugia: tra le due città esisteva una rivalità irriducibile, che si protrasse per secoli. L'odio aumentò con il fatto che Perugia si schierò con i guelfi, mentre Assisi parteggiò per la fazione ghibellina. Non fu una scelta felice, quella degli assisani in quanto, nel 1202, subirono una cocente sconfitta a Collestrada vicino a Perugia.

Anche Francesco, come gli altri giovani, andò in guerra; venne catturato e rinchiuso in carcere. L'esperienza della guerra e della prigionia lo sconvolsero a tal punto da indurlo ad un totale ripensamento della sua vita. Fu in questo periodo che iniziò un cammino di conversione, che col tempo lo porterà «a vivere nella gioia di poter custodire Gesù Cristo nell'intimità del cuore.»

La guerra terminò nel 1203 e Francesco, gravemente malato, dopo un anno di prigionia ottenne la libertà grazie ad un trattato sui prigionieri di guerra che, in caso di malattia, ne imponeva la liberazione dietro il pagamento di un riscatto, incombenza a cui provvide il padre.
Tornato a casa, Francesco recuperò gradatamente la salute trascorrendo molte ore tra i possedimenti del padre. Secondo Celano furono questi luoghi appartati che contribuirono a risvegliare in lui un assoluto e totale amore per la natura, che vedeva come opera mirabile di Dio.

L'anno seguente (1204-1205) partì per una crociata. Si trattava di raggiungere a Lecce la corte di Gualtieri III di Brienne, per poi muovere con gli altri cavalieri alla volta di Gerusalemme. Partecipare come cavaliere ad una crociata era a quel tempo considerato uno dei massimi onori per i cristiani d'occidente. Tuttavia, giunto a Spoleto, si ammalò nuovamente. Avrebbe raccontato in seguito di essere stato persuaso da due rivelazioni notturne: nella prima egli scorse un castello pieno d'armi, ed udì una voce promettergli che tutto quello sarebbe stato suo. Nella seconda sentì nuovamente la stessa voce chiedergli se gli fosse stato «più utile seguire il servo o il padrone»: alla risposta: «Il padrone», la voce rispose: «Allora perché hai abbandonato il padrone, per seguire il servo?»
Dopo questo sogno, Francesco rinunciò al proprio progetto e tornò ad Assisi. Da allora egli non fu più lo stesso uomo. Rifuggiva la compagnia. Preferiva la solitudine. Si accompagnava di frequente a mendicanti e straccioni. Si ritirava molto spesso in luoghi solitari a pregare. A Roma, dove venne mandato dal padre a vendere una partita di merce, non solo distribuì il denaro ricavato ai poveri, ma scambiò le sue vesti con un mendicante e si mise a chiedere l'elemosina davanti alla porta di San Pietro.

Anche il suo atteggiamento nei confronti delle altre persone mutò radicalmente: un giorno incontrò un lebbroso e, oltre a dargli l'elemosina, lo abbracciò e lo baciò. Come racconterà lo stesso Francesco, prima di quel giorno non poteva sopportare nemmeno la vista di un lebbroso: dopo questo episodio, scriverà che «ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza d'anima e di corpo» (dal Testamento di san Francesco, 1226)


Ma è nel 1205 che avvenne l'episodio più importante della sua conversione: mentre pregava nella chiesa di San Damiano, racconta di aver sentito parlare il Crocifisso, che per tre volte gli disse: «Francesco, va' e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». I cittadini di Assisi presenti, all'udire questo, sospettarono che avesse perso la testa o che fosse preda di qualche influenza maligna.

Dopo quell'episodio, le "stranezze" del giovane si fecero ancora più frequenti: Francesco fece incetta di stoffe nel negozio del padre e andò a Foligno a venderle, vendette anche il cavallo, tornò a casa a piedi e offrì il denaro ricavato al sacerdote di San Damiano perché riparasse quella chiesina. Pietro di Bernardone diventò furente; molti ad Assisi furono solidali con quel padre che vedeva tradite le proprie aspettative: Francesco stava diventando una vergogna per l'intera famiglia.

Pietro cercò, all'inizio, di segregare Francesco per nasconderlo alla gente. Poi, vista la sua impotenza di fronte all'irriducibile "testardaggine" del figlio, decise di denunciarlo ai consoli, non tanto per il danno economico subito, quanto piuttosto con la segreta speranza che, sotto la pressione della pena del bando dalla città, il ragazzo cambiasse atteggiamento.

Il giovane, però, si appellò ad un'altra autorità: fece ricorso al vescovo, in forza di una bolla del papa Innocenzo III, nella quale si affermava che nessun religioso poteva essere giudicato senza il consenso del suo superiore: essendosi affidato alle cure del sacerdote di san Damiano, si considerava uomo di Chiesa, così poteva essere giudicato solo da autorità religiose.

Il processo si svolse nel mese di gennaio (o febbraio) del 1206, all'aperto, sulla piazza di Santa Maria Maggiore, davanti al palazzo del vescovo; «tutta Assisi» è presente al giudizio.

Le agiografie di Francesco riportano che durante il processo il padre urlava, si lamentava, chiedeva giustizia. Il figlio, non appena il padre finì di parlare «non sopportò indugi o esitazioni, non aspettò né fece parole; ma immediatamente, depose tutti i vestiti e li restituì al padre e si denudò totalmente davanti a tutti dicendo al padre: "Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d'ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro che sei nei cieli, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza".»

Francesco diede così inizio ad un nuovo percorso di vita. Il vescovo Guido lo coprì pudicamente agli sguardi della folla (pur non comprendendo a pieno quel gesto plateale) e, con quest'atto di manifesta protezione, lo accoglie nella Chiesa.
Da uomo nuovo Francesco cominciò il suo viaggio: nell'inverno 1206 partì per Gubbio. Tuttavia, durante il viaggio, poco prima di Caprignone, superata Valfabbrica, venne assalito da un gruppo di briganti, che gli sbarrarono la strada.
«Alla domanda su chi sia, Francesco risponde: "Sono l'araldo del Gran Re; vi interessa questo?" Quelli lo percuotono e lo gettano in una fossa piena di neve, dicendo: "Stattene lì, zotico araldo di Dio!" Ma egli, appena i briganti sono spariti, balza fuori dalla fossa e, tutto giulivo, riprende a cantare a gran voce, riempiendo il bosco con le lodi del Creatore di tutte le cose» (Tommaso da Celano, Vita Seconda, cap. 21)
Dopo l'aggressione fu accolto in un monastero, dove venne mandato in cucina a fare lo sguattero.
Poco tempo dopo Francesco ripartì per dirigersi a Gubbio, dove il giovane aveva da sempre diversi amici, tra cui Federico Spadalonga, che lo accolse benevolmente. Qui egli, «amante di ogni forma di umiltà, si trasferì presso i lebbrosi restando con loro e servendo a loro tutti con somma cura.» Si trattava del lebbrosario intitolato a san Lazzaro di Betania, e nel suo Testamento dirà chiaramente che la vera svolta verso la piena conversione ebbe inizio per lui quando si era accostato a queste persone. Francesco non vi ebbe mai una fissa dimora: solamente diversi anni più tardi (nel 1213) il beato Villano, vescovo di Gubbio e benedettino dell'abbazia di San Pietro, concesse ai frati di stabilire una loro sede nell'antica Santa Maria della Vittoria, che la tradizione indica come il luogo in cui Francesco ammansì il lupo.

Arrivata l'estate e placatosi lo scandalo sollevato dalla rinuncia dei beni paterni, Francesco ritornò ad Assisi. Per un certo periodo se ne stette solo, impegnato a riparare alcune chiese in rovina, come quella di San Pietro (al tempo, fuori le mura), la Porziuncola a Santa Maria degli Angeli e San Damiano.

I primi anni della conversione furono caratterizzati dalla preghiera, dal servizio ai lebbrosi, dal lavoro manuale e dall'elemosina. Ma il 24 febbraio 1208, giorno di San Mattia, dopo aver ascoltato il passo del Vangelo di Matteo nella chiesa di San Nicolò ad Assisi, Francesco sentì fermamente di dover portare la Parola di Dio per le strade del mondo. Iniziò così la sua predicazione, dapprima nei dintorni di Assisi. Ben presto altre persone si aggregarono a lui e, con le prime adesioni, si formò il primo nucleo della comunità di frati. Il primo di essi fu Bernardo di Quintavalle, suo amico d'infanzia: tra gli altri si ricordano Pietro Cattani, Filippo Longo, frate Egidio, frate Leone, frate Masseo, frate Elia Bombarone, frate Ginepro. Insieme ai suoi compagni, Francesco iniziò a portare le sue predicazioni fuori dall'Umbria.

Nel 1209, quando Francesco ebbe raccolto intorno a sé dodici compagni, si recò a Roma per ottenere l'autorizzazione della regola di vita, per sé e per i suoi frati, da parte di papa Innocenzo III. La tradizione narra che il papa, vedendolo tutto sporco, lo rifiutò, dicendogli di tornare solo dopo essersi rotolato nel fango, come si conveniva a gente come lui; Francesco lo prese alla lettera e si ripresentò ancora più sporco: fu allora che il pontefice intuì il potenziale di questo pauperismo guidato da un personaggio con così cieca obbedienza. Gli agiografi riportano inoltre un sogno avuto dallo stesso Papa quella notte: egli vide la Basilica del Laterano che stava per crollare, ed un uomo piccolo, povero e spregevole che la sosteneva sulle sue spalle. Per questi motivi, il Pontefice concesse a Francesco la propria approvazione orale per il suo «Ordo fratum minorum».

Di ritorno da Roma, i frati si installarono in un "tugurio" presso Rivotorto, sulla strada verso Foligno, luogo scelto perché vicino ad un ospedale di lebbrosi. Tale posto tuttavia era umido e malsano, e i frati dovettero abbandonarlo l'anno successivo, stabilendosi presso la piccola badia di Santa Maria degli Angeli, sulla pianura del Tescio, in località Porziuncola. Abbandonata in mezzo al bosco di cerri, venne concessa a Francesco e ai suoi frati dall'Abate di San Benedetto del Subasio.

Questa nuova «forma di vita» attirò anche le donne: la prima fu Chiara d'Assisi, figlia del nobile assisiate Favarone di Offreduccio. Nella notte della Domenica delle Palme del 1211 (o del 1212), a Santa Maria degli Angeli, chiese a Francesco di poter entrare a far parte del suo ordine, e quella stessa notte ricevette l'abito religioso dal santo. Francesco la sistemò per un po' di tempo prima presso il monastero benedettino di Bastia Umbra, poi in quello di Assisi. In seguito, quando altre ragazze (fra cui la stssa sorella di Chiara, Agnese) seguirono il suo esempio, presero dimora nella chiesetta di San Damiano.

Negli anni seguenti Francesco fu sempre più segnato da molte malattie (soffriva infatti di disturbi al fegato ed alla vista). Varie volte gli furono tentati degli interventi medici per lenirgli le sofferenze, ma inutilmente. Nel giugno 1226, mentre si trovava alle Celle di Cortona, dopo una notte molto tormentata dettò il "Testamento", che vorrebbe fosse sempre legato alla "Regola", in cui esorta l'ordine a non allontanarsi dallo spirito originario.

Nel settembre 1226 Francesco si trovava ad Assisi, nel palazzo del vescovo, dove era stato portato per essere meglio curato. Egli però chiese ed ottenne di voler tornare a morire nel suo "luogo santo" preferito: la Porziuncola. Qui la morte lo accolse la sera del 3 ottobre.


 
Vecchio 11-04-2007, 22.12.27
Alex Svoboda
 

Francesco d'Assisi - Siddhartha Gautama



Il confronto

Ovviamente il confronto s'intende in chiave critica e laica, depurato da tutto ciò che, inevitabilmente, di 'iconoclasta' è stato costruito intorno a questi personaggi.

Le 'analogie' che ci vedo io sono tante e saltano davvero agli occhi:
  • La scelta di povertà intesa anche come distacco dal cordone ombelicale dalla famiglia d'origine, fondamentale ed in modalita' straordinariamente simile tra i due.
  • La tensione ascetica che caratterizza, anche qua in modo molto simile, sia Francesco che Siddhartha, anche se con percorsi diversi, molto probabilmente dovuti a condizioni storiche ed ambientali diverse
  • Lo straordinario rapporto con la natura. Francesco parlava con gli animali del bosco, Siddhartha vi s'immergeva diventando quasi un tutt'uno.
Francesco e Siddhartha sono indiscutibilmente due leader. L'uno pur senza mettere in discussione una fede cattolica a cui apparteneva, la radicalizza e la idealizza partendo da una fazione ideologica comunque Ghibellina, fondando un ordine monastico sicuramente rivoluzionario per l'epoca in cui si colloca. L'altro non avendo di fatto nessun 'establishment' culturale-religioso di base alla portata delle esperienze che vive, trova comunque nei suoi compagni di percorso la piattaforma per fondare il Buddhismo...


Mi fermo qua (per ora) e lascio a voi ulteriori considerazioni.

Ultima modifica di Alex Svoboda : 11-04-2007 alle ore 22.23.03.
 
Vecchio 12-04-2007, 14.56.34
Alex Svoboda
 
Francesco, Siddhartha e le donne

Quali fondatori di ordini monastici, entrambi fecero voto di castità, ma prima di arrivare a tal punto hanno avuto comunque relazioni di vario tipo con l'altro sesso. Più 'limpido' per Siddhartha, che si sposò a 16 anni (probabilmente per matrimonio combinato, dato il suo status principesco) con la principessa Yashodara ed ebbero un figlio, Rahula.
Meno chiaro il rapporto di Francesco con le donne, più o meno ben occultato dalla cultura cattolica, ma in ogni sua biografia la figura di Chiara ha certamente una posizione affettiva particolare. E molto probabilmente per quell'amore che aveva per Francesco, Chiara, appena resasi conto della scelta di Francesco, ne condivise i valori e si chiuse in clausura.


Chiara d'Assisi www.comune.cagli.ps.it

Francesco scelse quindi la castità e si adeguò alla figura femminile così com'era prevista dal modello cattolico romano, che è noto. Significativo il fatto che i compagni di Francesco, alla sua morte, portarono il corpo alla vista di Chiara.

Buddha e le donne
http://www.ilpaesedeibambinichesorri...t/buddismo.htm

Durante la sua predicazione, il Buddha sostenne sempre una fondamentale misoginia, al pari di tutti i filosofi dell'antichità. La donna era vista come una fonte di tentazione del tutto incompatibile con la vita ascetica; essa ovviamente non veniva condannata come persona, ma piuttosto come potere di seduzione che porta a quell'attaccamento per la vita che, attraverso le generazioni, perpetua la condizione di "essere nel mondo" e vincola, di conseguenza, l'individuo al suo dolore, alla sua cieca ignoranza, alla ruota delle rinascite. Poiché l'amore e l'unione sono -secondo Buddha- le forme più primordiali in cui si manifesta la sete di vita, il Buddhismo classico non poteva che negare alla donna la possibilità di giungere al Nirvana: l'unica condizione, per una donna, era quella di estinguere in sé tutto ciò che è femminile, cioè in sostanza sforzarsi di sviluppare un pensiero maschile al fine di poter rinascere come "uomo". Solo dopo molte discussioni e polemiche, il Buddha consentì ad ammettere le donne fra i suoi discepoli, in comunità ovviamente separate, soggette a regole analoghe e, in più, alla sorveglianza da parte dell'abate della più vicina comunità monastica maschile, con l'obbligo inoltre di obbedire ai monaci maschi di qualunque età. A queste condizioni era possibile anche per loro raggiungere il Nirvana. Questa forma di maschilismo è venuta attenuandosi col tempo, fino al punto che si è cominciato a produrre, sul piano artistico, delle figure mitiche del Buddha con aspetti femminili.


Va detto tuttavia che il Buddhismo non interviene negli aspetti della quotidianità e neppure nelle vicende fondamentali della vita, come il matrimonio e la nascita dei figli, i cui riti si basano sempre su usanze locali. Le regole di condotta previste dal Buddhismo per la vita matrimoniale sono essenziali, basate sostanzialmente sul buon senso e quindi praticabili da chiunque.

Ultima modifica di Alex Svoboda : 12-04-2007 alle ore 15.15.52.



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