L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2007

 
Vecchio 09-10-2007, 16.40.36
Roderigo
 
I principi della Conferenza di pace

Abu Ala: «I nostri punti irrinunciabili
per un sì alla Conferenza»






UMBERTO DE GIOVANNANGELI


Nel momento della verità Abu Mazen si è affidato a colui che aveva realizzato il «miracolo di Oslo». Ex primo ministro, già presidente del Consiglio legislativo palestinese (il Parlamento dei Territori), figura storica della dirigenza palestinese, Ahmed Qrei (Abu Ala) è il capo del team negoziale dell´Anp chiamato a definire la «Dichiarazione di principi» israelo-palestinese che dovrebbe aprire la Conferenza sul Medio Oriente fortemente voluta da Bush che dovrebbe svolgersi a fine novembre a Annapolis, in Maryland. Ma il condizionale è d´obbligo. E in questa intervista a l´Unità Abu Ala ne spiega le ragioni: «Se nelle prossime tre-quattro settimane non giungeremo a mettere a punto una dichiarazione congiunta con gli israeliani, la nostra partecipazione alla Conferenza verrebbe rimessa in discussione», avverte l´ex premier palestinese. «Quello che per noi è importante -sottolinea Abu Ala- è il contenuto e la sostanza del documento, ma se esso rimarrà vago, allora non avrà alcun valore».

Il dialogo fra l´Anp e Israele è entrato in una fase cruciale. Il nodo del contendere in vista della Conferenza sul Medio Oriente a novembre negli Usa sembra la Dichiarazione congiunta israelo-palestinese. Oggi le delegazioni palestinese e israeliana si vedono per iniziare la stesura della Dichiarazione. Come stanno le cose?
«Stanno che per quanto ci riguarda la dichiarazione congiunta non può risolversi in una generica esternazione di principi. Se così fosse, la Conferenza perderebbe di valore e si ridurrebbe ad una "photo opportunity" del tutto priva di contenuto. A nostro avviso la Dichiarazione deve indicare chiaramente le cose su cui le due parti sono d´accordo e su cui basare la fase successiva dei negoziati».

Un problema di contenuti...
«Di contenuti e tempi. L´esperienza dovrebbe avere insegnato a tutti noi che il fattore tempo è decisivo per dare senso ad un processo negoziale. Le trattative che dovrebbero avviarsi poi alla Conferenza non possono proseguire a tempo indeterminato: deve essere bene indicato un loro inizio e una loro conclusione».

Per restare ai tempi. In che arco temporale è pensabile definire il raggiungimento di un accordo globale fra Israele e Anp?
«Se c´è la volontà politica delle due parti e le trattative vengono svolte seriamente, ritengo che un accordo finale possa essere raggiunto in 5-6 mesi».

Dai tempi ai contenuti. Quale dovrebbe essere a suo avviso la base di questa Dichiarazione?
«Le basi non possono che essere le risoluzioni Onu, il piano di pace arabo, le indicazioni più volte ribadite da Bush su una pace fondata sul principio di due popoli, due Stati. Va da sé che ogni discussione dovrà includere Gaza e Gerusalemme».

Diverse sono le questioni sul tappeto. Tra queste, la definizione dei confini. Qual è il punto di vista della delegazione palestinese?
«Il quadro di riferimento è rappresentato dai confini del 1967, quelli antecedenti alla Guerra dei Sei giorni».

Ma la dirigenza israeliana ha ribadito che un accordo deve prendere atto di una realtà che sul campo si è molto modificata nel corso di questi trent´anni.
«Si è modificata per atti unilaterali compiuti da Israele ma mai riconosciuti non solo dai palestinesi ma dalla Comunità internazionale. Una pace giusta non può essere la proiezione dell´unilateralismo israeliano. Detto ciò, siamo disposti a qualche piccola modifica (rispetto ai confini del 1967), che però non comprometta i nostri sulle risorse naturali (accesso alle riserve d´acqua, ndr.) e sulla contiguità geografica. Una volta sancito il principio dei due Stati, la trattativa deve concentrarsi sui caratteri propri di uno Stato indipendente da realizzare, quello di Palestina, accanto a uno già esistente, Israele. Lo stesso principio dovrà valere sugli altri punti chiave del negoziato, come lo status di Gerusalemme, il ritorno dei profughi».

Lei è stato uno degli artefici degli accordi di Oslo. Oggi l´impresa è ancora più ardua?
«Nonostante tutto, non sarei così pessimista. A differenza dei precedenti negoziati, sia noi che gli israeliani abbiamo ben chiari i termini del problema, grazie ai tanti colloqui avuti negli anni a Stoccolma, Camp David, Taba, Ginevra. La fotografia insomma è nitida, ora si tratta solo di trasformarla in un accordo».

L´Italia insiste perché la Conferenza di novembre sia la più estesa possibile per ciò che concerne la partecipazione dei Paesi arabi.
«È una posizione che condividiamo totalmente. L´Italia sta dando un contributo importante per il rilancio del dialogo in Medio Oriente e le idee del premier Prodi e del ministro degli Esteri D´Alema sui caratteri della Conferenza vanno acquisite. Un forte coinvolgimento dei Paesi arabi rafforza la prospettiva di una pace che possa davvero cambiare, in meglio, il volto dell´intero Medio Oriente».


l'Unità 8 ottobre 2007
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Vecchio 09-10-2007, 16.42.39
Roderigo
 
Haim Ramon: «Gerusalemme non è tabù»





UMBERTO DE GIOVANNANGELI


«Sono d'accordo con quanto sostenuto da Ahmed Qrei (Abu Ala, l'ex premier palestinese, capo negoziatore dell'Anp, ndr.): né noi né i palestinesi possiamo permetterci un fallimento della Conferenza internazionale. È un’occasione irripetibile per dare un impulso decisivo al negoziato di pace». A sostenerlo è Haim Ramon, vice primo ministro d'Israele, esponente di punta di Kadima, il partito del premier Ehud Olmert. Ramon apre anche sulla questione cruciale di Gerusalemme: «Discutere su una sovranità condivisa di Gerusalemme - afferma Ramon - non è più un tabù».

In una intervista a l'Unità, l’ex premier palestinese Ahmed Qrei ha affermato che la Conferenza internazionale di novembre è un occasione da non fallire.
«Sono anch'io di questo avviso. L'incontro internazionale è un'occasione importante, forse irripetibile, per definire con i nostri partner palestinesi un orizzonte politico condiviso. Non possiamo fallire questa opportunità. L’alternativa, in caso di fallimento, è che dovremo fronteggiare e combatter Hamas, vera testa di ponte in Medio Oriente dell'Iran. Lavorare per un successo dell'incontro è il modo migliore per sostenere la leadership del presidente Abbas (Abu Mazen, ndr.); una priorità che è parte di una politica di contenimento di Hamas».

Tra le questioni cruciali sul tappeto vi è quella dei confini.
«Dobbiamo cercare, insieme ai nostri partner palestinesi, di conciliare questioni di principio con il principio di realtà. I palestinesi reclamano una contiguità territoriale del futuro Stato. Noi riteniamo che la realtà si sia profondamente modificata in questi trent'anni. E un accordo di pace per reggere non può chiudere gli occhi di fronte alla realtà…».

Tradotto in concreto?
«Discutiamo sui confini, fissiamo un principio fondamentale su cui imbastire la discussione: il principio di reciprocità. Nella definizione dei nuovi confini, i palestinesi dovranno tener conto delle esigenze, non solo di sicurezza, di Israele e noi dobbiamo aprirci ad adeguate contropartite territoriali. Si tratta, in definitiva, di prefigurare uno scambio di territorio. In questa ottica, ritengo che sia nell'interesse di Israele lasciare la maggior parte del territorio di Giudea e Samaria (la Cisgiordania, ndr.) mantenendo soltanto gli insediamenti più grandi».

Il principio di reciprocità presuppone la fine dell'unilateralismo da parte israeliana.
«Tutta l'idea dell'unilateralismo è stata basata che sul fatto che non avevamo un partner, ma ora lo abbiamo. Non possiamo sapere quanto a lungo ci sarà un partner, dunque dobbiamo procedere con urgenza. Una ragione in più per non far fallire l'incontro internazionale di novembre».

Tra i nodi strategici da sciogliere c'è quello di Gerusalemme.
«Discutere sul futuro di Gerusalemme non è più un tabù. Possiamo, dobbiamo farlo, senza posizioni precostituite. In questa chiave, ritengo che sia possibile ragionare su una sovranità palestinese sui quartieri arabi di Gerusalemme Est. Ma anche qui, occorre avere come punto di riferimento il principio di reciprocità…».

Su Gerusalemme come dovrebbe coniugarsi questo principio?
«Se raggiungessimo un accordo con i palestinesi, il mondo arabo e la Comunità internazionale in base al quale tutti i quartieri ebraici di Gerusalemme fossero riconosciuti come (parte) capitale di Israele e quelli arabi (parte) della capitale palestinese, sarebbe un cattivo affare? Io credo proprio di no. È interesse di Israele affrontare la questione di Gerusalemme nei negoziati».

Dai confini a Gerusalemme. Quale è per Lei la logica che dovrebbe guidare Israele in questo passaggio cruciale nel dialogo con l'Anp di Abu Mazen?
«Non si tratta di farci guidare da un astratto principio di giustizia né di restare prigionieri dell'illusione che si possa perpetuare l'attuale status quo. Giungere ad un compromesso con i palestinesi è condizione fondamentale per preservare lo Stato d'Israele in quanto ebraico e democratico».

(ha collaborato Cesare Pavoncello)


l'Unità 9 ottobre 2007
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