Abu Ala: «I nostri punti irrinunciabili
per un sì alla Conferenza»
UMBERTO DE GIOVANNANGELI
Nel momento della verità Abu Mazen si è affidato a colui che aveva realizzato il «miracolo di Oslo». Ex primo ministro, già presidente del Consiglio legislativo palestinese (il Parlamento dei Territori), figura storica della dirigenza palestinese, Ahmed Qrei (Abu Ala) è il capo del team negoziale dell´Anp chiamato a definire la «Dichiarazione di principi» israelo-palestinese che dovrebbe aprire la Conferenza sul Medio Oriente fortemente voluta da Bush che dovrebbe svolgersi a fine novembre a Annapolis, in Maryland. Ma il condizionale è d´obbligo. E in questa intervista a l´Unità Abu Ala ne spiega le ragioni: «Se nelle prossime tre-quattro settimane non giungeremo a mettere a punto una dichiarazione congiunta con gli israeliani, la nostra partecipazione alla Conferenza verrebbe rimessa in discussione», avverte l´ex premier palestinese. «Quello che per noi è importante -sottolinea Abu Ala- è il contenuto e la sostanza del documento, ma se esso rimarrà vago, allora non avrà alcun valore».
Il dialogo fra l´Anp e Israele è entrato in una fase cruciale. Il nodo del contendere in vista della Conferenza sul Medio Oriente a novembre negli Usa sembra la Dichiarazione congiunta israelo-palestinese. Oggi le delegazioni palestinese e israeliana si vedono per iniziare la stesura della Dichiarazione. Come stanno le cose?
«Stanno che per quanto ci riguarda la dichiarazione congiunta non può risolversi in una generica esternazione di principi. Se così fosse, la Conferenza perderebbe di valore e si ridurrebbe ad una "photo opportunity" del tutto priva di contenuto. A nostro avviso la Dichiarazione deve indicare chiaramente le cose su cui le due parti sono d´accordo e su cui basare la fase successiva dei negoziati».
Un problema di contenuti...
«Di contenuti e tempi. L´esperienza dovrebbe avere insegnato a tutti noi che il fattore tempo è decisivo per dare senso ad un processo negoziale. Le trattative che dovrebbero avviarsi poi alla Conferenza non possono proseguire a tempo indeterminato: deve essere bene indicato un loro inizio e una loro conclusione».
Per restare ai tempi. In che arco temporale è pensabile definire il raggiungimento di un accordo globale fra Israele e Anp?
«Se c´è la volontà politica delle due parti e le trattative vengono svolte seriamente, ritengo che un accordo finale possa essere raggiunto in 5-6 mesi».
Dai tempi ai contenuti. Quale dovrebbe essere a suo avviso la base di questa Dichiarazione?
«Le basi non possono che essere le risoluzioni Onu, il piano di pace arabo, le indicazioni più volte ribadite da Bush su una pace fondata sul principio di due popoli, due Stati. Va da sé che ogni discussione dovrà includere Gaza e Gerusalemme».
Diverse sono le questioni sul tappeto. Tra queste, la definizione dei confini. Qual è il punto di vista della delegazione palestinese?
«Il quadro di riferimento è rappresentato dai confini del 1967, quelli antecedenti alla Guerra dei Sei giorni».
Ma la dirigenza israeliana ha ribadito che un accordo deve prendere atto di una realtà che sul campo si è molto modificata nel corso di questi trent´anni.
«Si è modificata per atti unilaterali compiuti da Israele ma mai riconosciuti non solo dai palestinesi ma dalla Comunità internazionale. Una pace giusta non può essere la proiezione dell´unilateralismo israeliano. Detto ciò, siamo disposti a qualche piccola modifica (rispetto ai confini del 1967), che però non comprometta i nostri sulle risorse naturali (accesso alle riserve d´acqua, ndr.) e sulla contiguità geografica. Una volta sancito il principio dei due Stati, la trattativa deve concentrarsi sui caratteri propri di uno Stato indipendente da realizzare, quello di Palestina, accanto a uno già esistente, Israele. Lo stesso principio dovrà valere sugli altri punti chiave del negoziato, come lo status di Gerusalemme, il ritorno dei profughi».
Lei è stato uno degli artefici degli accordi di Oslo. Oggi l´impresa è ancora più ardua?
«Nonostante tutto, non sarei così pessimista. A differenza dei precedenti negoziati, sia noi che gli israeliani abbiamo ben chiari i termini del problema, grazie ai tanti colloqui avuti negli anni a Stoccolma, Camp David, Taba, Ginevra. La fotografia insomma è nitida, ora si tratta solo di trasformarla in un accordo».
L´Italia insiste perché la Conferenza di novembre sia la più estesa possibile per ciò che concerne la partecipazione dei Paesi arabi.
«È una posizione che condividiamo totalmente. L´Italia sta dando un contributo importante per il rilancio del dialogo in Medio Oriente e le idee del premier Prodi e del ministro degli Esteri D´Alema sui caratteri della Conferenza vanno acquisite. Un forte coinvolgimento dei Paesi arabi rafforza la prospettiva di una pace che possa davvero cambiare, in meglio, il volto dell´intero Medio Oriente».
l'Unità 8 ottobre 2007
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