L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2007

 
Vecchio 18-08-2007, 00.40.24
Roderigo
 
La 'ndrangheta a Duisburg

La politica dell'inazione





GIUSEPPE D´AVANZO


Che nessuno si stupisca, per favore. Almeno questo. Di che cosa dovremmo sorprenderci? Di aver esportato in Europa e nel mondo il nostro "lurido"? Dov´è la novità? Lungo i canali della libera circolazione europea delle merci e delle persone già si muoveva il "denaro sporco" delle nostre mafie, a miliardi di euro. Da anni lo si può leggere negli atti della magistratura; nei documenti del Parlamento; nelle analisi delle polizie e dei servizi segreti; addirittura nel lavoro degli storici.

Prima o poi doveva accadere che, per il soldo o per l´egemonia, si creasse una criticità tale da rendere necessario un paio di mitragliette calibro 9 che fanno sei morti stecchiti nel luogo in cui è opportuno farli. Ora è accaduto. Tutto qui. Era prevedibile, e previsto, che accadesse. E´ accaduto a Duisburg, Germania. Poteva accadere, e non è detto che accada presto, in Olanda, Spagna, Montenegro, Colombia, Australia, Canada – e si potrebbe continuare – ovvero in tutti quei paesi dove sono presenti, con i loro uomini e interessi illegali, semi-legittimi e legittimi, le ‘ndrine di Calabria, il nostro "lurido". Possono meravigliarsi i tedeschi, gli inglesi, i francesi, ma noi – noi italiani – non possiamo. Noi, con una vampata di rossore per il discredito internazionale che ce ne viene, dovremmo riflettere sulle ragioni che ci impediscono di vedere, di prendere atto, anche soltanto di discutere pubblicamente, questa patologia acuta. Dovremmo interrogarci sulla nostra incapacità di approntare anche soltanto una terapia di contenimento. E dunque la domanda è: perché la ‘ndrangheta, al contrario di Hamas, non trova alcun posto nell´agenda politica? Perché non riesce a diventare né una priorità la distruzione di un´organizzazione criminale capace di controllare un terzo del traffico di cocaina del mondo con profitti per decine di miliardi di euro né un´urgenza il riscatto di una regione dove operano 112 cosche, c´è un´intensità criminale del 27 per cento (pari a una persona su quattro), con un epicentro nel Reggino di 4-5 mila affiliati su una popolazione di 576 mila abitanti?

Per aggirare o scolorire la vera questione, è al lavoro un discreto spin doctoring che confonde la scena. La strage di Duisburg non sarebbe da iscriversi a un conflitto, a una guerra tra interessi criminali, ma all´antropologia. Quel paesello dell´Aspromonte, San Luca, e forse l´intera Calabria, sarebbero prigionieri di un regime psichico primitivo che di tanto in tanto, per un nonnulla, magari per uno scherzo di Carnevale, deflagra in gesti imprevedibili, in una violenza inumana, degna di un livello ferino. La strage sarebbe nata in questa arretratezza antropologica, consigliano ambienti governativi e sembra suggerire in pubblico il ministro dell´Interno. La ricostruzione, sostengono gli investigatori più attenti, non sta in piedi. Non è uno scherzo di Carnevale a provocare la faida, ma un conflitto di interessi per il controllo del territorio e del traffico della droga a provocare quello scherzo di Carnevale, come sfida, provocazione e umiliazione dell´antagonista. Lo spinning permette però di liquidare quel che tutti sappiamo da tempo e sempre dimentichiamo fino a farci sembrare nuovissimo l´antico.

La mafia, e basta qui ripetere la lezione degli storici più che quella dei magistrati, non potrebbe esistere se non intrecciata a poteri più visibili e formalizzati: la politica, l´economia, le istituzioni. Solo queste relazioni le permettono di assumere, come in Calabria, in Sicilia e in Campania, funzioni di ordine pubblico. Le consentono di garantire ogni tipo di transazioni, di prelevare tributi, di offrire occasioni impensate di profitto e di reddito, che altrimenti in quei territori dimenticati dall´agenda dei governi non ci sarebbero. E´ un protagonismo che consente alle mafie di governare i meccanismi di mercato e addirittura di condizionare la democrazia rappresentativa. Per sciogliere un nodo così serrato, non possono bastare la magistratura e le polizie e nemmeno un centinaio di arresti. L´affare è ben più serio per essere affidato ai soli schiavettoni, che pure sono necessari. Dovrebbe essere una battaglia nutrita con un costante alimento etico-politico; con un adeguato sostegno dello spirito pubblico; con il coinvolgimento di individui e gruppi, élite e popolo su obiettivi comprensibili e condivisi che possano rendere concreta la convenienza della legalità e assai fallimentare la scelta della illegalità. Non è sufficiente, in quelle regioni abbandonate dall´attenzione pubblica, l´appello alla scelta etica di ognuno e dei giovani soprattutto, come ha proposto ieri molto superficialmente Romano Prodi. Occorre offrire risposte più eque e più efficienti di quelle fornite dal sistema mafioso. Sarebbe necessaria, dunque, una politica oltre una promessa di repressione. E dov´è, nel tempo più recente, la politica, una politica? E´ difficile rintracciarne la presenza, nonostante l´incomprensibile soddisfazione mostrata dal premier. E d´altronde, nel programma dell´Unione per il governo, al di là di qualche scontato luogo comune e buona intenzione non si va (18 righe in 281 pagine). In linea con il passato, la politica del governo è l´inazione ottimale. «Inazione ottimale» fu chiamata la politica dell´Impero inglese in Oriente tra la fine del Settecento e i primi decenni dell´Ottocento a fronte delle iniziative d´aggressione all´India degli Zar e di Napoleone Bonaparte. Gli inglesi decisero che "far nulla" fosse la miglior delle politiche, la più fruttuosa. La politica italiana, tutta la politica italiana, ha scelto l´ "inazione ottimale" come nucleo essenziale delle politiche pubbliche destinate a contrastare le mafie. E´ sempre più diffusa, al di là di retorica e approcci moraleggianti, la consapevolezza che "far nulla" sia la politica più efficace per tenere Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra invisibili, dipendenti, subalterne ai poteri statali, socialmente influenti ma disponibili.

"Nessuna politica pubblica", l´inazione – sembra pensare il ceto politico italiano – sollecita senza strappi la ricerca nel Mezzogiorno di un equilibrio "interno" tra politica, amministrazione, imprenditoria, burocrazie della sicurezza, interessi delle "famiglie" mafiose. Mentre, al contrario, un´azione che pretende di lasciare le mafie "nude", e quindi deboli e aggredibili, imporrebbe di affondare il bisturi, con esiti non prevedibili per il consenso, proprio in quei legacci che stringono le mafie ai poteri formalizzati della politica, dell´economia, delle istituzioni, della pubblica amministrazione. Un compito che alla politica italiana deve apparire troppo oneroso per essere affrontato. Se l´ "inazione ottimale" è il "grande orizzonte" entro cui l´intero sistema politico italiano si muove nei rapporti con le mafie, chi può sorprendersi allora della strage di Duisburg e delle altre che, senza dubbio, affronteremo?


Repubblica 17 agosto 2007
 
Vecchio 18-08-2007, 00.48.42
Roderigo
 
Il ritorno del pregiudizio





FRANCESCO MERLO


A Duisburg trionfa il calabrese di Cesare Lombroso, il selvaggio delinquente, piccolo di statura ma con frontali spiccati, mandibola enorme, mento quadro e sporgente, il delitto come antropologia, e poi le famiglie, le fratrie, roba da sciiti, con una spettacolarizzazione della ferocia più adatta a Bagdad che alla Germania. E lo stereotipo si ossigena, gongola, si rigenera nel sangue e nel sugo di pomodoro. Soprattutto sembra che il pregiudizio si sia fatto intelligente.

E non abbia trascurato nulla per sbugiardare con settanta colpi di fucile i manifesti con cui la Regione Calabria aveva appena finito di tappezzate i muri d´Italia, tante normalissime facce di giovani innocenti. Tante belle facce per smentire il pregiudizio - «Malavitosi? Sì, siamo calabresi» - che però adesso non reggono il confronto con questa calabresissima carneficina davanti al ristorante "da Bruno".

E difatti i tedeschi hanno scritto che è stato come al cinema, cinema di mafia, cinema italoamericano e non cinema tedesco, e a loro sembra quasi di sentire le ultime parole del cuoco che sputa sangue e inutilmente grida al compare «posa i cannoli e prendi la pistola, leave the cannolis and take the gun». Invece per noi quelle che ci arrivano da Duisburg non sono più immagini ma ragnatele che catturano la ragione, riproducono e rilanciano una liturgia del delitto italiano che dà appunto sostanza al pregiudizio che ci schiaccia. I morti ammazzati, hanno notato ancora i tedeschi, «avevano la solita catenina con il crocifisso al collo», e dunque è facile immaginare quei killer, ovviamente calabresi in trasferta, che si fanno il segno della croce come in "Pulp fiction" di Tarantino e come vuole lo stereotipo dell´ammazzacristiani calabrese o siciliano o pugliese o napoletano: l´assassino che prega e uccide, che bacia il crocefisso e spara, che recita la Bibbia e strangola.

Il povero governatore Loiero, che aveva commissionato e pagato i manifesti della speranza, inutilmente cerca di battersi contro l´idea che la Calabria sia terra di stranezze feroci, di mostri barbari, di bizzarrie crudeli. Ma a nessuno, se pensa alla Calabria, vengono in mente le seducenti facce di quei ragazzi; al contrario, nessuno si meraviglia che vittime e killer a Duisburg siano tutti e solo calabresi. E subito Duisburg, in Germania, diventa una diversa modulazione dello stesso tema originale che è San Luca, in Calabria.

Immaginate lo stupore se vittime e carnefici fossero stati norvegesi o canadesi o veneziani! Eppure è vero che in Calabria i giovani non sono tutti rifiuti sociali, marginali perdenti, disgraziati che hanno la violenza come unica risorsa e il delitto ottuso come destino. I ragazzi calabresi non sono solo giovani con lo sguardo spento da secolari storie di famiglie diseredate e dalla pratica quotidiana di brutalità gratuite. No. I giovani calabresi sono anche quelli dei manifesti, che sono stati ideati da Oliviero Toscani come una provocazione.

La normalità come provocazione: questo è un paradosso tutto meridionale, perché - come abbiamo sempre detto - la normalità è la sola rivoluzione che può salvare il Sud d´Italia, quello appunto che genera i pregiudizi, il sud come ospizio di tutti gli eccessi, non solo criminali, ma anche gastronomici, sentimentali, persino poetici. Come già capiva Sciascia, quel che del Sud angustia, quel che angoscia ogni meridionale di retto sentimento e di ragione, facilmente può, attraverso la complice eccitazione letteraria, diventare per tutti gli altri motivo di attrazione, di amore e di esaltazione: i coltelli che la gelosia fa lampeggiare, il rosso del sangue che colora i quadri di Guttuso, il telefono della tresca cornuta di Camilleri, il gallismo di Brancati, l´amicizia, la minchia, il sonno, il mare, il pesce… Polifemo, il gigante monocolo, è siciliano e non torinese. Scilla, mostro marino, è il pregiudizio omerico sulla natura matrigna della Calabria ma è anche uno dei posti di mare più belli del mondo. E poi ci sono i banditi, l´Aspromonte, il brigantaggio, i sequestri, la ‘ndrangheta, il medioevo di territori inaccessibili, la calabresità di Lombroso appunto.

Ma c´è anche l´università di Arcavata che è un pezzo di gioventù internazionale, con uffici amministrativi che funzionano, studenti e professori. E c´è la bella Cosenza di Mancini con le sue piccole case editrici. E Reggio Calabria, pur non essendo un bellissima città, è riuscita a realizzare un lungo e gradevolissimo water front. E il porto modernissimo di Gioia Tauro esprime in Calabria un po´ di Amsterdam, di Le Havre, di San Francisco. Il calabrese Piero Bevilacqua ordinario di Storia Contemporanea alla Sapienza mi ricorda «l´eccellenza dell´arcivescovo di Locri, monsignor Bregantini, che ha messo in piedi le cooperative di giovani che coltivano frutti di serra; l´industria del tonno di Pippo Callipo; il turismo che, sulla costa tirrenica, grazie al capitale tedesco, ha assunto standard internazionali; e ancora, lo studio, le scuole come il liceo Galluppi di Catanzaro, che ogni anno organizza una fiera del libro a tema, e le migliaia di laureati di qualità».

Ebbene, soprattutto contro questa normalità che non fa rumore, che non emerge e che addirittura sparisce, si è abbattuta la ferocia dei 70 colpi di fucile alla fine di una cerimonia che sarà pure arcaica ma è ancora un incantesimo estetico, vale a dire la festa di compleanno, 18 anni, di una delle vittime designate. La morte a Duisburg è stata il dispiegamento pittoresco del potere tutto familiare che governa gli immigrati, beduini senza Stato.

Dunque, a modo suo, anche questa strage di Ferragosto è stata un family day: la famiglia come impresa, non società per azioni ma società per parenti, la faccia criminale del familismo italiano, lo stesso che governa il nostro capitalismo ma anche la politica, le università, le professioni. Si ammazzano in famiglia perché anche la concorrenza è familistica. La battaglia tra famiglie mimetizza battaglie di mercato. Allo stesso modo San Luca mimetizza Francoforte, la ferocia tra parenti nasconde, protegge - con i valori arcaici, con le madri e con le sorelle ma anche con le pizze e con la pasta al sugo - il narcotraffico, la vendita delle armi, le operazioni di borsa.

La borsa e la vita: la borsa francofortese e la vita calabrese. La più raffinata intelligenza finanziaria ha bisogno di incistarsi nei valori tradizionali, nelle feste di Carnevale, nella religione, negli ‘sgarri´, nei pregiudizi che hanno una funzione essenziale perché sono come la mitologia greca utilizzata per rendere familiare l´ignoto. Prima che esistessero le carte nautiche il Mediterraneo era mappato con i miti, con gli eroi e con gli dei della mitologia classica, cioè con i pregiudizi: nel Circeo o si naufragava o si finiva mangiati dai porci; a Nasso ci si perdeva o ci si ritrovava come Arianna; nelle isole Eolie i venti nascevano ed erano dunque imprevedibili; alle Colonne d´Ercole finiva il mondo perché era lì che Ercole aveva fissato il confine, il limite estremo del luogo comune, del pregiudizio appunto che è l´intelligenza che va di fretta.

Il pregiudizio, che è un´arma dinamica, di mortificazione della realtà, è la sapienza mafiosa di Duisburg. La mafia imprenditrice, segnalata dai servizi segreti tedeschi, quella che ricicla denaro sporco nei ristoranti e negli alberghi esclusivi di Duisburg, è la stessa che manovra azioni alla Borsa di Francoforte, investe nell´edilizia nell´ex Ddr e regola i suoi conti con una specialissima tecnica di management finanziario: la scorciatoia dello sgarro e la colonizzazione tedesca del pregiudizio calabrese. Lo stereotipo si fa intelligenza, in questo caso, criminale. Come se il ministro dell´economia per ridurre il tasso di disoccupazione uccidesse i disoccupati.


Repubblica 17 agosto 2007
 
Vecchio 18-08-2007, 00.51.10
Roderigo
 
Loretta Napoleoni:
«La 'ndrangheta è l'unica associazione
criminosa davvero globalizzata»





di SERENA DANNA


«La 'ndrangheta era già pronta alla globalizzazione e il mondo dopo l'11 settembre ha creato le condizioni ideali per la sua crescita a livello internazionale». L'economista Loretta Napoleoni ha dedicato all'organizzazione criminale calabrese un capitolo del suo nuovo libro edito da «il saggiatore», in uscita a gennaio, «L'economia canaglia - Come riciclatori, schiavisti e pirati ridisegnano il nostro mondo».

All'improvviso esplode la dimensione assolutamente internazionale dell'ndrangheta, che credevamo appartenere principalmente alla mafia...
A differenza della mafia che si caratterizza per un struttura piramidale e verticistica, la 'ndrangheta è un sistema basato sulle 'ndrine, le famiglie, dove contano i legami di sangue. Ogni 'ndrina ha il suo capo e controlla un territorio. Mentre al mafioso interessa il potere assoluto sull'organizzazione, nella classica accezione del «capo dei capi», e il controllo globale di tutte le sue attività, alla 'ndrangheta interessa avere un controllo potente ma decentrato sul territorio

Un'organizzazione di stampo confederale?
Esattamente. Ogni 'ndrina è una federazione e ha il dominio su un pezzo di territorio. C'è un nucleo centrale in Calabria, che funziona come un faro di controllo e gestisce la comunicazione tra le varie famiglie che però restano indipendenti e non entrano in conflitto tra di loro.

Perché allora la strage di Duisburg?
Spetta agli inquirenti capire le dinamiche dell'accaduto, io credo che sia saltato qualcosa nel rapporto con la «base», la quale ha pensato di dover intervenire su una cellula probabilmente impazzita.

Quando dice che la struttura era già perfetta per la globalizzazione che cosa intende?
Che con una organizzazione così decentralizzata e una struttura per la comunicazione potente era già perfetta per il nuovo assetto mondiale. Sul finire degli anni '80 la guerra del Kosovo aveva bloccato una delle arterie di contrabbando più importante in Europa, quella dei Balcani. L'ndrangheta che all'epoca era già ramificata bene in Italia ha offerto a tante organizzazioni criminose addette al traffico di esseri umani e di soldi una nuova via per entrare in Italia; la Calabria appunto.

Che cosa chiedeva in cambio di tale servizio?
Lì è nata l'idea di 'ndrangheta come «full service provider». Il meccanismo è semplice: io ti permetto di gestire i tuoi business sul mio territorio e ti aiuto a realizzarli, fornendoti i mezzi, i canali, a volte le persone, ma soprattutto mi occupo della cosa più importante, il riciclaggio del denaro sporco. E da lì nasce il mio profitto, che varia dal 30 al 40% sul business prodotto.

E il riclaggio come avviene?
Principalmente attraverso il mercato immobiliare. La 'ndrangheta ha molteplici agenzie presenti in Europa, in particolare in Belgio e Olanda, in Germania va molto anche il business delle «case chiuse». Ma molti soldi escono in contanti sia grazie al sistema di network sia perchè in Europa non esiste una legge in grado di fermare il riciclaggio di denaro. Da noi puoi comprare tutto in contanti e non esiste un coordinamento tra gli uffici del catasto per cui la stessa società può comprare case in tante città diverse senza che nessuno controlli. Uno dei problemi fondamentali dell'Europol è proprio questo. Bisognerebbe partire da lì, quello è l'unico modo per colpire la 'ndrangheta, altrimenti invincibile. Nella lotta alla mafia è necessario colpire la testa per indebolire la base. Con l'associazione calabrese l'eliminazione di una cellula non nuoce minimamente alla struttura. Anzi, la fortifica. Bisogna intervenire bloccando il loro servizio più efficace: il riciclaggio appunto.

Il lavaggio di denaro sporco avviene su un piano globale o è limitato all'Europa?
L'approvazione del Patriot Act nel 2001, seguito all'attentato alle torri gemelle, ha significato la fine del potentissimo riciclaggio di denaro negli Stati Uniti. Da quel momento qualsiasi transazione effettuata in dollari sarebbe stata controllata. In più la legge ha bloccato l'uscita dei dollari nei cosiddetti paradisi fiscali. Ovviamente le organizzazioni crimose hanno dovuto cercare altri territori. La situazione per l'intervento dellle 'ndrine era propizia: in Europa c'era l'euro che stava diventando più forte del dollaro e le operazioni erano anche meno costose. In America la percentuale richiesta sui business «sporchi» poteva arrivare anche al 55 per cento. E così tante organizzazioni anche di stampo terroristico, pensiamo alle Farq colombiane o ai trafficanti di oppio dall'Afghanistan, hanno cominciato a lavorare con la 'ndrangheta, che era l'unica a garantire servizi e libertà di azione a basso costo. Da allora c'è stato il grande salto dell'associazione criminosa che ha esteso sempre di più la sua rete.

Fino ad arrivare alle organizzazioni del terrore internazionale?
No. La 'ndrangheta non potrebbe fornire servizi ad Al Qaeda, per esempio. Un'altra caratteristica dell'organizzazione è quella di mettere le sue persone nel sistema politico, è interessata fortemente al mantenimento dello status quo. Il terrorismo di matrice islamica punta naturalmente a sovvertire il mondo occidentale così com'è. La 'ndrangheta è parte integrante dell'Occidente.


17 agosto 2007
http://www.ilsole24ore.com/
 
Vecchio 24-08-2007, 12.26.20
foglie di acqua
 
Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo

La politica dell'inazione





GIUSEPPE D´AVANZO


Noi, con una vampata di rossore per il discredito internazionale che ce ne viene, dovremmo riflettere sulle ragioni che ci impediscono di vedere, di prendere atto, anche soltanto di discutere pubblicamente, questa patologia acuta. Dovremmo interrogarci sulla nostra incapacità di approntare anche soltanto una terapia di contenimento.

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La mafia, e basta qui ripetere la lezione degli storici più che quella dei magistrati, non potrebbe esistere se non intrecciata a poteri più visibili e formalizzati: la politica, l´economia, le istituzioni. Solo queste relazioni le permettono di assumere, come in Calabria, in Sicilia e in Campania, funzioni di ordine pubblico.


La politica italiana, tutta la politica italiana, ha scelto l´"inazione ottimale"




Riporto un ariticolo di un’ex corrispondente danese in Italia.




La giornalista danese Lisbeth Davidsen lascia Roma e torna a Copenaghen. Lì apprende la notizia della strage di Duisburg. E si chiede perché l'Italia sia così lontana dalla Danimarca.



Un articolo non scritto









Lisbeth Davidsen*


Ho appena lasciato Roma e mi trovo nel centro di Copenaghen, ma una notizia sconvolgente mi risucchia dentro le vicende italiane: in Germania la 'ndrangheta ha fatto una strage, e ho una gran voglia di saltare sul computer e di scrivere un articolo. Ma nessuno me lo chiede, perché ormai non sono più la corrispondente da Roma.

Eppure la storia di Duisburg avrei voluto raccontarla. Avrei voluto raccontare che la 'ndrangheta non è più una vecchia mafia contadina e che è diventata uno dei grandi trafficanti di cocaina nel mondo. Avrei voluto descrivere la vita di posti disgraziati come Locri, dove anche l'ospedale è controllato dalla criminalità. Avrei voluto raccontare dei giovani coraggiosi che protestano contro la mafia mentre neanche questo governo si decide a estirparla.

Soprattutto, avrei voluto raccontare della strage di ferragosto perché ho passato gli ultimi quindici anni a descrivere l'Italia ai danesi. Ma non lo faccio più e, pensandoci, non mi dispiace poi tanto.

Dopo solo una settimana in questo posto così ordinato, così lanciato verso il futuro e verso i giovani, sarebbe poco piacevole tornare a raccontare una realtà più medievale che moderna. Qui esco e trovo piste ciclabili ovunque; i miei bambini giocano da soli sotto casa in un giardino con altalene e campo di calcio. Guardo le statistiche sul crimine e non si parla di criminalità organizzata: non esiste.

E anche la corruzione praticamente non c'è. Ascolto le proposte di riforma del welfare del Partito socialdemocratico danese, tra l'altro guidato da una donna quarantenne, e scopro che tra le sue 72 idee concretissime c'è quella di garantire una doccia al giorno agli anziani negli ospizi. In Italia non siamo neanche arrivati ad assicurare l'ospizio pubblico agli anziani, che intanto continuano ad aumentare.

Ci sono più di duemila chilometri tra Roma e Copenaghen, e la distanza si sente. Innanzitutto in termini di pubblica amministrazione. Vado all'anagrafe per iscrivere la famiglia: facciamo la fila con i numeretti, ci sono penne per tutti, il personale parla inglese e così anche mio marito, che è italiano, può capire. Dopo mezzora è fatta. Il giorno stesso scopro che la mia banca ha già cambiato il mio indirizzo nel suo archivio, che evidentemente è collegato con quello dell'anagrafe.

In mezzora ottengo il permesso per parcheggiare per sei mesi sotto casa. Risultato: poca burocrazia, poche seccature. Non sorprende che i miei colleghi danesi mi abbiano fatto sempre la stessa domanda in tutti questi anni, quando cercavo di raccontargli l'Italia: perché? Perché la mafia? Perché la corruzione? Perché le crisi di governo? Perché Berlusconi?

Tra le ultime storie che ho raccontato dall'Italia ce ne sono tre che penso riassumano bene i vari mali del paese. La prima riguarda il libro La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che ha svelato gli intrallazzi e la voracità degli spregiudicati politici italiani. La seconda, sul recente dibattito scatenato da un articolo del Financial Times, mostra che in Italia c'è ancora un abisso tra i due sessi e una mancanza di rispetto per le donne.

Il mio ultimo articolo sull'Italia raccontava invece uno spettacolo del giornalista Marco Travaglio, che quest'estate ha girato l'Italia raccontando la storia degli ultimi quindici anni di questo bel paese. Coincidono con i miei anni in Italia: da Tangentopoli e dalla speranza di modernizzazione all'era berlusconiana fino alla delusione dell'attuale governo Prodi.

In un paese dove il giornalismo è per lo più di parte invece di essere un servizio al cittadino, è bello che ci siano eccezioni come Travaglio. Insieme a pochi altri colleghi, si ostina a raccontare i fatti più scomodi. Se vedo una luce in fondo al tunnel è grazie a persone come lui.



*Lisbeth Davidsen è stata corrispondente da Roma per giornali e tv danesi dal 1992 al luglio del 2007.


23 agosto 2007

http://www.internazionale.it
 
Vecchio 24-08-2007, 12.33.40
foglie di acqua
 
Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Il ritorno del pregiudizio


FRANCESCO MERLO

A Duisburg trionfa il calabrese di Cesare Lombroso, il selvaggio delinquente, piccolo di statura ma con frontali spiccati, mandibola enorme, mento quadro e sporgente, il delitto come antropologia, e poi le famiglie, le fratrie, roba da sciiti, con una spettacolarizzazione della ferocia più adatta a Bagdad che alla Germania. E lo stereotipo si ossigena, gongola, si rigenera nel sangue e nel sugo di pomodoro. Soprattutto sembra che il pregiudizio si sia fatto intelligente.

pregiudizio che ci schiaccia…


La visione dell’Italia e dell’italiano all’estero è veramente come scrive Francesco Merlo, schiacciata dal pregiudizio e alimentata soprattutto dalla “liturgia del delitto”?
L’oggetto di studio scientifico per “capire” l’italiano del sud è il delitto. Il “Delitto all’italiana” come antropologia?



Sempre dall’articolo di Francesco Merlo

Citazione:
Originalmente inviato da Roderigo
Eppure è vero che in Calabria i giovani non sono tutti rifiuti sociali, marginali perdenti, disgraziati che hanno la violenza come unica risorsa e il delitto ottuso come destino. I ragazzi calabresi non sono solo giovani con lo sguardo spento da secolari storie di famiglie diseredate e dalla pratica quotidiana di brutalità gratuite. No. I giovani calabresi sono anche quelli dei manifesti, che sono stati ideati da Oliviero Toscani come una provocazione.
La normalità come provocazione…


La Calabria di Toscani




Mauro F. Minervino


La notizia c’è già. È di quelle pensate apposta per far scattare i media, per alzare le polemiche. Oliviero Toscani, invitato dal Presidente Loiero e dall’Assessorato al Turismo e al Marketing Territoriale della Regione, ha “fotografato” assieme a una troupe di suoi collaboratori la Calabria, una certa idea di Calabria, per una campagna “di comunicazione che ha l’obiettivo di riposizionare la reputazione e l’immagine dei calabresi”.

Credo sia la prima volta che, non per un marchio di abbigliamento o maglieria, ma per conto dei governanti di una regione dell’Occidente civilizzato, alla professionalità di un fotografo di pubblicità e di moda, si chieda tanto, affidandogli un compito degno di un’azione umanitaria delle Nazioni Unite.

Comunque un impegno “non facile” come ha riconosciuto lo stesso Toscani, a cui la committenza politica calabrese ha chiesto un riscatto e un rilancio dell’appannata e non proprio virtuosa esposizione mediatica che affligge da tempo la nostra regione, che resta avvolta (ma per colpa di chi?) da una reputazione che non va oltre i soliti clichè da basso impero.

La campagna di comunicazione per il riscatto pubblicitario delle nostre contrade, con le facce dei calabresi presentabili, magari giovani e carini come quelli dei maglioni Benetton, che vedremo presto in giro nei giganteschi formati 6x3 è attesa ed è già avvolta da un alone salvifico. Sarà un gran colpo di spettacolo. Finora non è trapelato nulla di questo lavoro d’immagine annunciato come la madre di tutte le operazioni di riverginatura mediatica.




Le dichiarazioni rese alla vigilia dallo stesso Toscani sembrano tutt’al più ispirate da comune buon senso: “Nascere in Calabria non è un vanto, né una colpa”. Proprio mentre scrivo, a Roma, nella “Sala del Cenacolo” della Camera dei Deputati, Toscani davanti ai committenti politici della Regione e a uno sceltissimo pubblico formato da “autorevoli esponenti del ‘made in Calabria’, della cultura e delle professioni” sta svelando in anteprima il prodotto di comunicazione e marketing che ci rappresenterà in giro per il mondo. “Una campagna mirata alla creazione di un percorso di simpatia e di superamento di molti pregiudizi e luoghi comuni”. Speriamo bene. Attorno alle sue solite “provocazioni” si aprirà un interessante dibattito culturale, ed è anche per questo che la presentazione alla stampa della campagna di comunicazione da lui dedicata alla Calabria e intitolata con speranza evangelica dallo stesso Toscani “Gli ultimi saranno i primi”, si annuncia già di per sé un evento.




Sono sicuro che Toscani, che non è un genio della comunicazione civile (lo dimostrano lo scarso successo di alcune delle sue più provocatorie campagne, al limite del politicamente corretto), ma piuttosto un grande fotografo di moda e di prodotti di consumo, farà comunque delle bellissime foto, forse persino utili. In Calabria non mancano certo le facce fotogeniche, e l’artista del reportage patinato e dello scatto glamour riuscirà magari persino a scovare qualche angolo di paesaggio ancora decente da immortalare in funzione promozionale per il marketing turistico. Ma detto questo, il problema è un altro. La Calabria non è un prodotto da piazzare nel mercato della comunicazione o alla borsa del turismo.




È una regione, un insieme di comunità e di culture stratificate da millenni, una società e una storia. Se lo scopo è ridare fiducia e speranza nel futuro di questa regione, ai giovani e ai cittadini, agli abitanti di questa regione che ne hanno diritto prima ancora di coloro che la Calabria la conosco solo attraverso i media o ci vengono solo in vacanza, mi chiedo perché un compito così serio e complesso, che resta nella responsabilità dell’azione politica e civile dei governati calabresi, improvvisamente folgorati da ansie di riscatto e di palingenesi mediatica, dovrebbe essere risolto da una rassicurante quanto superficiale operazione di “marketing tribale”, pur sostenuta dalle tecniche sofisticate dalla comunicazione pubblicitaria e modaiola, dagli artifici mediatici di un grande fotografo? Il rischio è che per uscire dai più vetusti clichè sulla Calabria infelice e irredenta si ricorra ad altri clichè, solo più nuovi, più patinati e alla moda.




Altre falsificazioni, immagini “derealizzate” prestate alla facile propaganda di una regione priva di identità, annessa a una normalizzazione senza virtù e senza finalità civili, già alla deriva nella monocultura globalista dei consumi di massa, arresa all’incerto mercato delle vacanze sole-mare e all’asservimento di quel che resta di integro del suo territorio alla speculazione e alla turistizzazione forzata.
“Evento”, “comunicazione”, “immagine”, “marketing territoriale”, sono diventate le parole chiave della peggiore prosopopea modernista. Sono gli idoli di un progressismo di maniera intriso di una retorica dello sviluppo che ha stufato. Spot commerciali degni di un’enfasi senza passione che rende ormai ogni discorso sull’autenticità e i valori di questa terra pomposamente vuoto e buono per tutti gli usi e per tutte le occasioni. Non credo a tutte le statistiche che ci fanno sempre ultimi. Per essere normali bisogna sentirsi normali, pensarsi normali, vivere con dignità anche nell’imperfezione. E agire con responsabilità. C’è un vuoto da colmare, ma ci sono anche tanti pieni da far fruttare. Non è questione di comunicazione, dell’autenticità di un’altra Calabria che pure esiste e resiste a dispetto di tutto. Ci vuole conoscenza autentica e onestà, amore e passione per le persone e per i luoghi, ci vuole dignità. Rinascita dello spirito civico, impegno e senso di responsabilità.



È un compito che tocca a tutti i calabresi. I problemi veri della Calabria e della sua cattiva reputazione non si possono risolvere con un colpo d’immagine. Ce li risolviamo noi o non ce li risolve nessuno. Se ci affidiamo alla comunicazione e al marketing restiamo fuori dalla realtà, e se ci consegniamo all’immagine ci rassegniamo a un’autenticità al ribasso. Con l’immagine, scrive Baudrillard, “quando si parla di autenticità, è il falso che virtualmente ha già avuto la meglio”. Usciamo subito da questi che sono ormai i veri clichè post-moderni di una condizione di minorità culturale che da noi altrimenti ha già vinto. Per riabilitare la Calabria ci vogliono cose più serie di un bel gadget di immagini seriali e di manifesti 6x3 pieni di ragazzi sorridenti e biancovestiti buoni per fare da testimonial alla prossima Bit. Toscani ha detto che “Essere calabrese è una condizione ereditata, non è una scelta”. È vero. Ma vale per tutti, e a noi comunque piacerebbe ugualmente poter “scegliere” di essere calabresi senza che questo impegni la difesa della nostra dignità e l’onore. Senza doverci sentire più in colpa per esserlo.


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