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Vecchio 06-01-2007, 02.59.38
Roderigo
 
L'Europa dei 27 Stati in cerca di Storia



TIMOTHY GARTON ASH

Il primo dell´anno l´impero silenzioso si è espanso ancora. Le sue nuove colonie hanno festeggiato l´annessione come una liberazione, e sarà davvero così per la maggior parte dei rumeni e dei bulgari. Vent´anni fa erano sudditi repressi e impoveriti di regimi dittatoriali. (Ricordate Nicolae Ceausescu e la sua polizia segreta, la Securitate?). Oggi sono cittadini della più ampia e più integrata comunità di democrazie liberali del mondo. Nonostante tutta la corruzione, la disoccupazione e lo scontento vigenti nelle loro attuali, imperfette democrazie, si tratta di un progresso. Intanto i paesi limitrofi, ai margini dell´impero, si mettono in fila implorando di essere accolti.

Quando mai è successo nella storia? L´impero silenzioso è infatti anche un impero volontario, una comunità fondata sul consenso. Ampliandosi a includere ventisette paesi, l´Unione Europea è l´esempio più riuscito di cambio di regime pacifico nel nostro tempo. Più della metà dei suoi stati membri, a recente memoria, erano dittature. Il loro progresso in direzione della democrazia liberale è andato di pari passo al cammino verso l´adesione a quella che oggi è l´Unione Europea. L´anelito alla libertà e al "ritorno all´Europa" si sono reciprocamente rafforzati. In ogni angolo del continente – e nelle isole – la gente in gran parte gode di maggiore prosperità ed è più libera rispetto a mezzo secolo fa. Nel marzo di cinquant´anni fa, al culmine della guerra fredda, sei stati dell´Europa occidentale fondarono la Comunità Economica Europea, firmando un accordo noto come il Trattato di Roma. Se nel lontano 1957 aveste detto a uno dei firmatari che nel 2007 l´Europa avrebbe avuto l´aspetto attuale probabilmente sareste stati liquidati come folli sognatori. E se Konrad Adenauer o Paul-Henri Spaak fossero in mezzo a noi oggi direbbero: organizzerete di certo grandi festeggiamenti questo 25 marzo. A quanto pare sarà così. Visto che la presidenza di turno dell´Ue tocca per la prima metà di quest´anno alla Germania ci sarà una festa a Berlino forse in una parte della città che nel 1957 era sotto occupazione sovietica, e una "dichiarazione di Berlino" a rimarcare l´anniversario. Ma è risaputo che, sotto la superficie, l´Europa politica non è in vena di festeggiamenti. Nella comunità c´è scontento, malumore e incertezza sui passi futuri. A quanto si dice ambiziosi progetti di festeggiamenti di piazza in tutta l´Unione sono stati accantonati per tema di cadere nel ridicolo o nell´indifferenza. A livello individuale la maggioranza degli europei vive meglio di prima, ma a livello collettivo non hanno un buon rapporto con il loro impero volontario. Raramente un´iniziativa tanto riuscita è stata afflitta da tante insicurezze.

Questi dubbi derivano in parte proprio dal nostro successo. L´allargamento è il trionfo storico dell´Unione Europea, ma allargamento significa cambiamento e il cambiamento è sempre dirompente. A lungo termine, nel complesso, aumenterà la nostra prosperità, ma a breve termine può equivalere, o essere inteso, come realtà in cui gli immigrati esteuropei prendono i posti di lavoro e gravano sui servizi locali. Da qui la reazione contro "l´idraulico polacco" in Francia e le incresciose restrizioni imposte ai rumeni e ai bulgari che vengono a lavorare in Gran Bretagna. Gli accordi istituzionali, in origine pensati per sei stati membri e ancora a malapena funzionali per 15, diventano tremendamente problematici nell´Ue a ventisette membri, ma il progetto di trattato costituzionale è stato bocciato in Francia e in Olanda in parte in reazione alle conseguenze percepite dell´allargamento. La candidatura della Turchia crea timori di un´espansione illimitata e della perdita di coesione culturale. La stampa spazzatura e i politici populisti fanno dei temi dell´immigrazione, della criminalità, del terrorismo e dell´integrazione dei musulmani nelle società europee tutto un calderone.

La sfida dell´allargamento giunge in un momento in cui la concorrenza a basso costo attuata dai colossi economici emergenti dell´Asia grava sulle pigre economie europee, che procedono con troppa lentezza alle riforme. Le società democratiche più economicamente avanzate dell´Europa occidentale e settentrionale in linea di massima hanno fatto l´abitudine ad una combinazione storicamente insolita di crescita costante del potere individuale di spesa e di alti livelli di welfare garantito dallo stato. Con l´invecchiamento della popolazione e la concorrenza asiatica è una situazione difficilmente sostenibile. Da qui il doppio imperativo a garantire le nostre forniture energetiche che attualmente dipendono da regimi autoritari in Russia, in Asia centrale e in Medio Oriente, e a fare di più per frenare il riscaldamento globale riducendo le nostre emissioni di CO2.

Si tratta di problemi reali e tutto ciò che possiamo realisticamente auspicare dal semestre di presidenza tedesca è che inizi a generare la nuova sensazione che l´Europa è in grado di trovare soluzioni pratiche a questi problemi, da attuare in seguito sotto le presidenze portoghese e, ebbene sì, slovena, della Ue. Le soluzioni proposte dovranno necessariamente ottenere il sostegno attivo del nuovo presidente francese e del nuovo premier britannico, che con quasi assoluta certezza sarà Gordon Brown.

Ma al di là delle politiche individuali c´è il problema della storia complessiva che l´Europa ha intenzione di narrare. Tutto l´operato della comunità europea dalla fine degli anni ´50 all´inizio degli anni ´90 era inserito nel quadro di una più ampia narrazione storica. Ovviamente le singole nazioni davano ciascuna una narrazione diversa della propria collocazione in Europa e del posto che l´Europa occupava al loro interno, ma tra due generazioni di leader politici formati dalla memoria della guerra esisteva un terreno comune sufficiente. Ormai non più. Una narrazione politica efficace lega una storia (selettiva) della nostra provenienza ad una visione ispiratrice della nostra destinazione. E´ questo che oggi manca all´Europa.

Per i festeggiamenti del cinquantenario abbiamo un logo, disegnato da uno studente polacco. In un guazzabuglio di lettere usando caratteri tipografici e accenti di diversi paesi europei dice "Tögethé® since 1957". (Insieme dal 1957) Molto carino ma sono già sorte obiezioni sul fatto che la parola "together" è inglese e non, ad esempio, francese. Il miscuglio grafico è in sé l´opposto del concetto di insieme e comunque, come tutti i polacchi dovrebbero sapere, non siamo insieme – e nemmeno tögethé® – dal 1957. Allora la Polonia, con metà dell´Europa, era ancora dietro la cortina di ferro. In realtà noi ventisette siamo insieme solo dal 2007. Così, ricominciamo da capo. Luigi Pirandello scrisse una commedia dal titolo memorabile: "Sei personaggi in cerca d´autore". L´Unione Europea oggi è fatta di ventisette stati in cerca di una storia.


http://www.timothygartonash.com
Repubblica 5 gennaio 2007
 
Vecchio 06-01-2007, 16.27.13
Art
 
Citazione:
Originally posted by Roderigo
Questi dubbi derivano in parte proprio dal nostro successo. L´allargamento è il trionfo storico dell´Unione Europea, ma allargamento significa cambiamento e il cambiamento è sempre dirompente. A lungo termine, nel complesso, aumenterà la nostra prosperità, ma a breve termine può equivalere, o essere inteso, come realtà in cui gli immigrati esteuropei prendono i posti di lavoro e gravano sui servizi locali. Da qui la reazione contro "l´idraulico polacco" in Francia e le incresciose restrizioni imposte ai rumeni e ai bulgari che vengono a lavorare in Gran Bretagna. Gli accordi istituzionali, in origine pensati per sei stati membri e ancora a malapena funzionali per 15, diventano tremendamente problematici nell´Ue a ventisette membri, ma il progetto di trattato costituzionale è stato bocciato in Francia e in Olanda in parte in reazione alle conseguenze percepite dell´allargamento. La candidatura della Turchia crea timori di un´espansione illimitata e della perdita di coesione culturale. La stampa spazzatura e i politici populisti fanno dei temi dell´immigrazione, della criminalità, del terrorismo e dell´integrazione dei musulmani nelle società europee tutto un calderone.
Questo discorso rovina un articolo che è pur bello perchè descrive in modo chiaro anche se sintetico e senza troppe pretese la situazione europea attuale...

Gli allargamenti sono un "trionfo storico" dell'Unione europea solo nella misura in cui non vanno a minare le possibilità dell'UE di raggiungere il suo scopo finale, che è quello dell'unione politica: quest'anno festeggiamo il 50° anniversario della fondazione della Comunità, ma non dimentichiamo che il processo d'integrazione europea è nato prima, il 9 maggio 1950, e nel trattato che lo avviò, la Dichiarazione Schuman, questo concetto stava scritto nero su bianco a chiare lettere.
L'Europa da questo periodo in poi è progredita molto in fatto di economia, ha un'economia apparentemente divisa in stati ma in realtà integratissima e interdipendente, ma ha fatto veramente pochissimi passi avanti concreti verso l'unità politica.

Le capacità di allargamento senza conseguenze non sono infinite come si potrebbe pensare, perchè se è vero che a lungo termine gli allargamenti portano vantaggi per tutti è anche vero che una UE della cui non ottimale organizzazione e funzionamento ci si lamentava quando aveva anche solo 12 o 15 stati he ben poche speranze di migliorare la sua precaria situazione a 25 o 27.
A questo interrogativo noi europeisti o federalisti europei proponiamo diverse soluzioni, che vanno dalle cooperazioni rafforzate fra gli stati che vogliono proseguire più speditamente verso una maggiore integrazione politica alla formazione di un "nucleo federale" fra i fondatori della Comunità, aperto a chiunque altro volgia aderirvi... ma il problema è che l'attuazione di simili piani ambiziosi si scontra con la bolgia infernale che ormai è diventata l'UE, in cui è davvero molto difficile se non impossibile trovare accordi unanimi su qualcosa che non siano questioni burocratiche secondarie. La bocciatura della cosiddetta "Costituzione europea" sta a suo modo lì a dimostrare che anche l'opinione pubblica si è accorta che le cose non vanno affatto bene.

In questo contesto finchè non si presenterà un'occasione concreta di progredire seriamente verso l'unità noi non possiamo permetterci salti nel buio che potrebbero prima o poi al crollo definitivo del farraginoso sistema attuale, da cui sarebbe investito anche quello che abbiamo fatto di buono fin'ora, in primis l'unione monetaria.

L'UE è diventata innegabilmente troppo larga rispetto al suo livello di compattezza interna, e i politici di ogni bandiera e colore si rendono perfettamente conto di questo... ma loro non sono i coraggiosi pionieri Monnet, Spinelli o Schuman, sono dei politici come migliaia di altri ne esistono al mondo, legati strettamente ai loro tempi e alla mentalità classica dei loro tempi, pavidi, concentrati sui propri interessi e quelli delle lobbies che rappresentano.
E' propio questo il motivo per cui abbiamo una situzione assurda in cui sia la quasi totalità della sinistra che la quasi totalità della destra concordano su un tema fondamentale come gli allargamenti: il mercato fa gola. Chi se ne frega del futuro politico d'Europa quando tutti hanno interesse ad allargare e allargare a nuovi grossi, promettenti mercati in espansione?
Bush e Blair, anche loro sono sempre favorevoli agli allargamenti... addirittura gli USA partecipano come "paese-ombra" ai negoziati per l'ingresso della Turchia: com'è possibile che a sinistra chi si dice favorevole all'unità europea voglia quello che vogliono personaggi come l'odiato bush e i noti antieuropeisti britannici? Qui c'è fin troppo chiaramente qualcosa che non va.

Non si fraintenda questo mio discorso: io parlo da federalista europeo del tutto apartitico a cui non interessa assolutamente niente di sostenere una parte o l'altra per semplice simpatia, mi preme solo vedere l'appoggio concreto di chiunque al processo d'integrazione politica europea... ma non è proprio giusto parlare di "stampa spazzatura e politici populisti" (chiaro riferimento alla destra) che fanno di tutta l'erba un fascio con la Turchia quando anche i politici di sinistra fanno la stessa cosa "invertita". Si attaccano al razzismo di molti di destra verso la Turchia, il che è assolutamente giusto, ma poi fanno finta di non capire che questo ingresso va evitato per ben altri validi motivi.
Non nego di certo che molti a sinistra vedano in buona fede l'ingresso della Turchia come un modo per creare un dialogo serio fra islam e mondo cristiano, ma bisogna rimanere con i piedi per terra: la prima cosa che dobbiamo fare noi europei è l'esistere come entità autonoma e sovrana, in seguito potremo pensare a progetti ambiziosi come quello.



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