Petrolio a singhiozzo, da Est
AP Photo/Sergei Grits
Fiammata di crisi nei rapporti tra Russia e Bielorussia. Bloccato per un giorno il flusso di greggio verso Polonia e Germania. Casus belli: l'aumento del prezzo del gas per i paesi «ex fratelli»
FRANCESCO PICCIONI
C'è solo un bene strategico di cui nessuno può fare a meno: l'energia. Chiunque ne controlli le fonti dispone di un potere sconfinato. Ma il pianeta è segnato da confini. E chi non possiede energia a sufficienza si arrabatta come può per limitare i danni. A costo di provocare scontri che vanno ben al di là delle proprie limitate dimensioni.
Quello che è accaduto ieri tra Russia e Bielorussia - i due paesi rimasti più legati tra quanti costituivano un tempo l'Unione Sovietica - può costituire addirittura un paradigma del «problema energetico». Nella notte i polacchi si accorgevano che allo «snodo di transito di Adamowo» non arrivavano più le forniture di petrolio che viaggiano attraverso l'oleodotto Druzba, che porta il greggio russo nell'Europa occidentale rifornendo lungo la strada anche i paesi «ex fratelli».
Scattava l'allarme europeo, con un effetto deja vu rispetto alla crisi del gas russo-ucraina, alla fine del 2005. La Germania - destinataria della quota principale di greggio trasportato - 22 milioni di tonnellate l'anno sui 50 complessivi - confermava di lì a poco che le raffinerie di Schwedt e Mider Spergau andavano avanti solo attingendo alle riserve. La fragilità dei rifornimenti energetici appariva lampante dall'analogo allarme proveniente dall'Ungheria (punto di arrivo di una derivazione minore dell'oleodotto Druzhba) e dal «blocco» proclamato dall'Azerbaigian sulla pipeline che porta greggio russo da Baku a Novorossisk, sul Mar Nero.
All'origine di questo domino impazzito c'è - come un anno fa con l'Ucraina - la decisione di Gazprom (l'azienda statale che ha il monopolio del gas russo) di aumentare il prezzo praticato alla Bielorussia portandolo da 46 a 100 dollari per ogni 1.000 metri cubi di gas (agli azeri viene addirittura richiesto il prezzo internazionale). Un raddoppio, in pratica, anche se si tratta comunque di un prezzo del 60% più basso di quello praticato ai «clienti» occidentali: 230 dollari. Nei giorni scorsi il governo di Alexander Lukashenko aveva dovuto firmare obtorto collo il nuovo contratto, ma aveva minacciato - per ritorsione - di applicare un congruo aumento sui diritti di passaggio del petrolio russo sul proprio territorio: 45 dollari a tonnellata.
A questo punto le versioni diventavano discordanti. Dapprima Transneft - la società russa che gestisce l'oleodotto - accusava i bielorussi di aver bloccato il transito del petrolio; questi ultimi smentivano, dandone la colpa ai russi. Il vicepresidente di Transneft alla fine ammetteva che, di fronte al furto sistematico da parte di Kiev di una quantità di petrolio esattamente corrispondente ai 45 dollari per tonnellata deciso come «tassa di transito», la sua società aveva dapprima ridotto l'erogazione di un pari quantitativo, per poi bloccare del tutto il pompaggio.
L'Unione europea si attivava immediatamente, con il Commissario per l'energia - il lettone, quindi ex sovietico, Andris Piebalgs - che «chiedeva spiegazioni» ai due paesi in conflitto. Contemporaneamente, le autorità comunitarie e quelle nazionali cercavano di ostentare tranquillità, asserendo che i paesi interessati (Germania e Polonia) disponevano di riserve ampiamente sufficienti a far fronte al momentaneo blocco dei rifornimenti. Uno sforzo che sfiorava il ridicolo quando il portavoce di Piebalgs, Ferran Tarradellas, arrivava a ipotizzare che si potesse trattare «solo di un problema tecnico».
In serata, naturalmente, i russi annunciavano che avrebbero ripreso a pompare greggio attraverso Druzhba («amicizia», come passa il tempo...), per rassicurare i clienti ricchi che la rappresaglia non era indirizzata verso di loro. Il prezzo del petrolio, nel corso della giornata, seguiva fedemente l'andamento della crisi, superando di nuovo i 57 dollari al barile (nel giorni scorsi aveva perso l'8%, finendo sotto quota 55), per poi flettere allo schiarirsi dell'orizzonte.
Le reazioni politiche italiane sono state abbastanza flemmatiche, ma appare evidente un crescere della preoccupazione «strategica» per rifornimenti che appaiono sempre più dipendenti da fattori «geopolitici» (come rilevato dal minstro Luigi Bersani) spesso incontrollabili e lontani. Curioso, però, che di fronte a «perturbazioni» che chiariscono la fragilità di un sistema «privatistico» di gestione delle risorse - e anche la «proprietà statale» degli idrocarburi, su scala planetaria, è di fatto una delle tante «proprietà private» che agiscono come tali - si producano due risposte allo stesso tempo limitate e contraddittorie fra loro: una maggiore «unità» fra gli stati europei perché «parlino con una sola voce» nelle trattative con i paesi produttori, e «più liberalizzazioni» per «aumentare la concorrenza» (ovvero il numero degli attori che potrebbero pretendere di esercitare una «rendita di posizione» giocando sugli stock e i prezzi delle materie energetiche).
il manifesto 9 gennaio 2007
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