L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2007

 
Vecchio 05-06-2007, 02.06.09
dehehi
 
La verità in politica

Segue da: Il Caso Visco

A partire dalle ultime discussioni di politica a cui ho avuto l'onore di partecipare su questo forum sorge in me una domanda. Cos'è la verità in politica?
Per il senso comune la verità è una forma di corrispondenza tra ciò si enuncia ed il mondo esterno, come diceva Aristotele “E’ falso dire, di ciò che è, che non è, o, di ciò che non è, che è; ed è vero dire, di ciò che è, che è, o, di ciò che non è, che non è” Methaphys
In realtà questa è una definizione non del tutto soddisfacente visto che non è in grado di operare con asserzioni controfattuali del tipo "se Cesare non avesse attraversato il rubicone allora", questo perchè questo tipo di affermazioni non parlano di qualcosa che è accaduto effettivamente, non vi può dunque essere corrispondenza con cose che non sono accadute. Ora, lasciando la speculazione filosofica e tornando alla politica credo almeno per quanto riguarda la cronaca di ciò che effettivamente accade la teoria corrispondentista sia accettabile. Vi sono però dei problemi di fondo in politica nell'accertabilità dei fatti. Il primo problema è che non si ha accesso diretto ai fatti, come in storia, ciò che rimane è solo una testimonianza documentaria, sincronica in politica diacronica in storia. Il secondo problema è che questa testimonianza documentaria è fornita dai giornali e dalle televisoni, entrambi sono ahimè strumenti dei partiti politici.
Richiamandomi al mio passato post sulla storia, vorrei far notare che in politica la verità non riposa sui fatti ma sulla cronaca dei fatti (S2 per intenderci), ciò che è peggio è che la cronaca di questi fatti è tra tutte le opere umane la più faziosa che ci sia. Un fatto sarà vero se la stampa ha detto che è vero, ma quant'è che questa nozione di verità ha a che fare col dire delle cose che sono ciò che sono?
Non solo sembra che non vi sia, in politica, una verità nel senso sopra enunciato da Aristotele, pare anche che della peculiare verità politica non ce ne sia solo una, ma molte, dipende tutto da chi si sceglie di leggere e da a chi si accorda fiducia, naturalmente le due cose sono legate a doppio filo in un circolo autorinforzantesi.
Ma mi chiedo che senso ha allora discutere di fatti politici con un'interlocutore di un'altra fazione? Tale discussione è volta a dimostrare qualcosa di dimostrabile o è semplicemente la dichiarazione di un proprio credo?
Quando il corriere dice che sono state fatte pressioni per spostare degli ufficiali della guardia di finanza che indagavano su Visco, e Liberazione dice che sono state fatte pressioni per agevolare un normale avvicendamento di ufficiali della guardia di finanza, si stà parlando dello stesso evento? Una delle due descrizioni è forse più vera dell'altra? Qual'è sarebbe il criterio di scelta?
Ahimè temo che sia semplicemente la nostra preferenza politica.
Certo si potrebbe concedere il beneficio del dubbio ad entrambe le posizioni ma questa non sarebbe più politica e chi non si schiera va guardato con sospetto, nessuno è imparziale no?

Ultima modifica di dehehi : 05-06-2007 alle ore 17.31.29.
 
Vecchio 05-06-2007, 09.44.21
compromesso storico
 
Visto che in un paio di discussioni ho sostenuto una tesi opposta a quella di dehehi, mi sembra solo giusto che sia io a rispondergli.

Innanzitutto da quel poco che so di Aristotele (avendo a mala pena cominciato a studiarlo a scuola) direi che usare una sua definizione per descirvere ciò che è vero in politica è sbagliato, in quanto (sempre da quello che so, accetto ben volentieri correzioni) Aristotele fonda soprattutto il suo pensiero sulla razionalità e sul reale. Penso sarebbe più giusto usare una definizione di Platone.

Userei la definizione più semplice che riguarda la problematica conoscitiva di Platone: il mito della caverna.

Tutti gli uomini sono chiusi in una grotta, legati con le mani dietro la schiena, e con le spalle all'uscita stretta. Sono tutti rivolti verso uno schermo sulla parete della caverna dove, da due muri dietro di loro (su quello più vicino all'uscita c'è un fuoco, su l'alto vengono poste delle marionette) vengono proiettate immagini, che per tutti rappresentano la verità (appunto le varie realtà di Liberazione o del Giornale o di qualsiasi altra forma di medi). Poi un giorno un uomo riesce a liberarsi e ad uscire fuori dalla caverna, vedendo la realtà. Quando però torna dentro alla caverna e cerca di raccontare ciò che ha visto agli altri viene ucciso dagli altri che hanno paura della verità.

Ecco, penso che questo possa più semplicemente spiegare la reltà in politica.

Però ha anche ragione dehehi a dire che molto spesso la discussione tra due fazioni opposte risulta un confronto tra due muri impassibili, è questo che bisognerebbe superare (notate anche il nick), non dico per arrivare a una "grande coalizione" come in Germania, ma almeno per poter risolvere i problemi che colpiscono la nostra nazione. Altrimenti andremmo avanti con una legislazione che lavora per distuggere ciò che ha fatto quella prima, più per ripicca che per pro dello stato.
 
Vecchio 05-06-2007, 17.16.14
Roderigo
 
La politica e la storia non sono scienze esatte. Ci sono i fatti, ma poi ci sono i contesti, le interpretazioni, le revisioni.
Su alcune questioni si raggiunge una quasi unanimità che mette definitivamente fuori gioco (finchè non vi rientra) una opzione, una versione, un'alternativa.
Avevo un amico monarchico. Quando lo incontravo, non discutevo con lui, mi limitavo a sfotterlo. E lui stesso era molto autoironico, sembrava non prendersi molto sul serio. Oggi, tra monarchia e repubblica non c'è più partita. Ma se torniamo indietro di sessant'anni, o ci spostiamo in qualche altro paese, la partita si riapre. E chissà in futuro.
La politica, la storia, la filosofia, per chi ama le verità assolute e difinitive, sono fonte di infinita sofferenza. Meglio darsi alla matematica o alla fisica. Forse.

Sulla verità politica credo valga questo insegnamento:
È pericoloso credere di detenere la verità, perché si sarà sempre tentati di imporla agli altri, pensando di fare il loro bene. È ugualmente pericoloso non credere in niente, e sostenere che la verità non esiste o è inaccessibile, perché si finirà sempre per rinunciare a qualunque riflessione. La soluzione? Secondo il filosofo italiano Norberto Bobbio consiste nel cercare di avvicinare, il più rigorosamente possibile, delle verità che si possono definire approssimative: né completamente certe né del tutto insensate. (...) Le Monde, Francia - http://www.lemonde.fr
Ecco, a questo serve discutere.
Avendo la pazienza di attendere i risultati.

Bisogna inoltre considerare che oltre al pregiudizio ed alla propria fede politica, filosofica o religiosa, nei dibattiti, specie in quelli pubblici, gioca molto l'orgoglio intellettuale. L'eccessivo amore per il proprio ego. Perciò, gli atteggiamenti i toni sono fondamentali per indurre l'interlocutore ad ammettere, qualche volta, la possibilità di correggere la propria idea. E vale naturalmente anche per noi.
Infine succede che le discussioni siano in realtà guerre simultate, per cui una parte vuole convincere l'altra di essere: ladra, corrotta, mafiosa, terrorista, criminale, folle, etc. E la controparte, non solo non conviene, ma ricambia.
 
Vecchio 05-06-2007, 18.14.01
dehehi
 
Citazione:
Originalmente inviato da compromesso storico
Visto che in un paio di discussioni ho sostenuto una tesi opposta a quella di dehehi, mi sembra solo giusto che sia io a rispondergli.

Innanzitutto da quel poco che so di Aristotele (avendo a mala pena cominciato a studiarlo a scuola) direi che usare una sua definizione per descirvere ciò che è vero in politica è sbagliato, in quanto (sempre da quello che so, accetto ben volentieri correzioni) Aristotele fonda soprattutto il suo pensiero sulla razionalità e sul reale. Penso sarebbe più giusto usare una definizione di Platone.

Userei la definizione più semplice che riguarda la problematica conoscitiva di Platone: il mito della caverna.

Tutti gli uomini sono chiusi in una grotta, legati con le mani dietro la schiena, e con le spalle all'uscita stretta. Sono tutti rivolti verso uno schermo sulla parete della caverna dove, da due muri dietro di loro (su quello più vicino all'uscita c'è un fuoco, su l'alto vengono poste delle marionette) vengono proiettate immagini, che per tutti rappresentano la verità (appunto le varie realtà di Liberazione o del Giornale o di qualsiasi altra forma di medi). Poi un giorno un uomo riesce a liberarsi e ad uscire fuori dalla caverna, vedendo la realtà. Quando però torna dentro alla caverna e cerca di raccontare ciò che ha visto agli altri viene ucciso dagli altri che hanno paura della verità.

Ecco, penso che questo possa più semplicemente spiegare la reltà in politica.

Però ha anche ragione dehehi a dire che molto spesso la discussione tra due fazioni opposte risulta un confronto tra due muri impassibili, è questo che bisognerebbe superare (notate anche il nick), non dico per arrivare a una "grande coalizione" come in Germania, ma almeno per poter risolvere i problemi che colpiscono la nostra nazione. Altrimenti andremmo avanti con una legislazione che lavora per distuggere ciò che ha fatto quella prima, più per ripicca che per pro dello stato.
Riflettendo ancora un pò sull'argomento mi viene in mente la distinzione di Freghe tra senso(sinn) e significato(bedoitung). Per significato si intende l'oggetto denotato per senso il modo di intendere l'oggetto. Freghe stesso fa l'esempio della stella del mattino e della stella della sera. In realtà entrambi i nomi denotano lo stesso astro, ma li intendono in senso diverso. In politica probabilmente la cose vanno in maniera molto simile, si parla della stessa questione (oggetto denotato) ma la si intende in senso diverso. In tal modo i giornalisti possono scrivere dello stesso fatto dicendone cose totalmente diverse, essi infatti esprimono il senso, ossia il modo di intendere il fatto, non il significato (l'accadimento reale denotato). La questione su come si scelga quale senso sia corretto tra i tanti offerti dipende dal proprio dal modo in cui si è abituati a dare senso ai fatti. Dipende dunque da qual'è il proprio orizzonte interpretativo. In tal modo la verità cessa di essere qualcosa di riferito ai fatti del mondo e diventa qualcosa che si riferisce a noi stessi come interpreti del senso. Il senso in cui viene descritto un'evento per poter essere accettato deve essere consistente con il senso in cui noi, come singoli individui descriviamo il mondo. In tal modo quando leggiamo o sentiamo qualcuno che discredita qualcun'altro che noi consideraimo giusto tendiamo subito a rigettare l'informazione come falsa, ma questo non perchè il mondo ce la testimoni con i fatti questa falsità ma bensì perchè l'inforazione è inconsistente con il senso in cui intendiamo il mondo.
in questo senso la teoria della verità che meglio si applica alla politica non è quella corrispondentista ma coerentista. Solo che il paradigma di tale coerenza non è condiviso.

Concordo con te riguardo al fatto che la teoria della corrispondenza Aristotelica (che in verità è condivisa anche da Platone: “E’ vero il discorso che dice gli enti come sono, falso quello che li dice come non sono” Platone “Cratilo” (385 b)) è scorretta se applicata al sapere storico-politico. In realtà, ma non sono stato chiaro forse, l'ho citata solo per rendere chiara la sua inadeguatezza.
Nonostante questo non bisogna dimenticare che la nozione comune di verità a cui si fà implicitamente riferimento quando si discute di politica è proprio quella descritta da Aristotele.
Il mito della caverna di cui parli ha certamente il suo significato politico-morale, ma si riferisce alla verità come aletheia la quale prosuppone un'altro tipo di discorso, di ordine metafisico, diverso da quello che stiamo affrontando qui. In questo post mi limito damandare quale sia il legame tra i fatti (intesi come fenomeni rilevabili) e ciò che viene definito vero in politica.

Ultima modifica di dehehi : 05-06-2007 alle ore 18.35.33.
 
Vecchio 05-06-2007, 18.34.35
dehehi
 
Mi scuso in anticipo per l'autocitazione ma non riuscivo più a trovare traccia di questo post a cui faccio riferimento nel primo messaggio.

Riflessione critica sulla storia

In questo forum e nella politica in generale si fa ampio uso di argomentazioni di tipo storico, credo sia perciò utile porsi alcune domande sul sapere storico e sui suoi fondamenti. Userò come termine di confronto un'altro tipo di sapere quello scientifico in quanto paradigna del sapere oggetivo.

Da principio è necessaria una distinzione tra storia intesa come insieme di tutto ciò che è accaduto S1 e storia come cronaca di questi accadimenti S2. Per dirla con una metafora è come se S2 fosse un dipinto o meglio una fotografia ed S1 la reltà intera di cui la fotografia coglie una parte. Il fatto è che ogni fotografia nonostante la sua oggettività coglie solo una minima parte del reale e la coglie secondo una certa intenzione del fotografo che usa tempi e diaframmi per dare un senso a quell'immagine che altrimenti sarebbe piatta cronaca di una parte di ciò che è esistito.
Come accennavo è vero che il sapere storico è composto anche da un sapere oggettivo, affermazioni quali " Cesare attraversò il rubicone nel 49 a.C." sono proposizioni oggettive passibili di essere vere o false; la storia però non si riduce a questo, non è una mera raccolta di date e fatti, la storia è un racconto, è un logos dotato di senso, è uno sguardo sulle epoche passate e come tale è parziale e per questo (a prescindere dai dati oggettivi che cita) non è ne vera e ne falsa. I fatti (cesare attraversò..) nella storia non hanno valore di per sè ma hanno valore in quanto inseriti in un discorso, in quanto delimitano un'orizzonte, l'orizzonte di senso di una visione del mondo. Inevitabilmente ogni storia deve selezionare ciò che è degno di essere ricordato e ciò che non lo è ed inevitabilmente in questa selezione è guidata da interpretazione della storia stessa. Si ricordano le vittorie di Roma ma non le miserie dei popoli da questa schiacciati, un'esasperazione concettuale di questo naturale procedere della storia S2 si ritrova nella filosofia della storia Hegeliana secondo la quale degni ricordo nella storia sono solo le combinazioni di epoche e popoli in cui si è via via incarnato lo spirito della storia.
La scienza procede in maniera diversa, è vero che anch'essa si rinchiude all'interno di un suo orizzonte, tralascia l'enorme complessità del reale per concentrarsi su di un fenomeno semplificato in cui considera un numero limitato di variabili. Questo isolamento è però funzionale alla generazione di un sapere certo e non come nella storia funzionale a creare un senso, una direzione interpretativa. La storia da solo esempi non prove, la storia dà una collezione di esempi selezionati del come sono andate le cose, del cosa è successo una volta, non ci dice cosa succederà domani. La scienza invece cerca prove, e la limitazione d'orizzonte nella scienza è funzionale a trasformare quelli che sarebbero solo esempi in prove certe.
Uno dei presupposti necessari perchè una spiegazione sia una spiegazione scientifica è che questa sottointenda delle regole generali, non è così per una spiegazione storica, Hempel al riguardo porta un esempio: un giorno dopo aver lavato dei bicchieri con acqua calda insaponata ed averli appoggiati capovolti su di un piatto, osservò il comparire di bolle tra il bicchiere ed il piatto che da principio si gonfiarono e poi si sgonfiarono lentamente. Ora questo tipo di descrizione è una descrizione di tipo storico, ci sono dei fatti c1 acqua calda, c2 sapone, c3 ecc. che portano ad un effetto successivo nel tempo bolle che si gonfiano e sgonfiano E12. Se vogliamo dare una spiegazione scientifica a questo evento dobbiamo aggiungere, poter esibire qualcos'altro, ossia delle leggi generali che giustificano non solo il singolo evento E12 ma che giustificano un simile accadere in generale. Non più quindi un ESEMPIO ma una legge che PROVI la necessità dell'evento. Se vogliamo addurre una spiegazione scientifica dell'evento dobbiamo aggiungere delle leggi generali L1, L2, ecc; in questo caso L1 l'aumento della pressione di un gas in base all'aumento della temperatura, L2 il secondo principio della termodinamica secondo cui ogni sistema tende all'entropia..
Se dunque la spiegazione storica si configura concettualmente come c1+c2+c3 = E12 la spiegazione scientifica si configura come (c1+c2+c3)(L1+L2) = E12. La spiegazione scientifica deve valere a prescindere dall'individualità degli eventi c1,c2,c3, e12 e deve esplicitare delle leggi generali che per tutti i casi di quel tipo, la spiegazione stiorica diversamente tende a giustificare eventi singoli ed irripetibili*. Questo anche per la complessità degli oggetti presi in considerazione:

La scienza si occupa di oggetti, la storia degli uomini e delle loro azioni. Per comprendere un'oggetto la scienza lo riduce a cause ed effetti, persino quando studia l'uomo la scienza lo riduce ad un corpo, un'oggetto. La storia dovendosi occupare degli uomini e delle loro azioni non può farlo che attraverso la categoria dell'intenzionalità. Non ha senso considerare il comportamento umano a prescindere dalla sua intenzionalità in storia, se si fa ciò non si fa più storia S2 ma statistica o economia.

La volontà è però un qualcosa di alquanto imperscrutabile, già gli oggetti stessi soffrono di parzialità nella loro comprensione, figuriamoci l'intenzionalità..Per quanto riguarda gli oggetti Locke affermava che noi non ne possiamo conoscerne le essenze reali ma solo alcune proprietà di cui abbiamo potuto avere esperienza diretta o indiretta; a riconferma di ciò amava fare l'esempio dell'acqua: Adamo non poteva sapere che questa poteva affogarlo prima di immergervisi. Stessa cosa, ma in modo più problematico, vale per le persone, noi possiamo affermare di conoscerle solo per alcuni frangenti. Qui la cosa però si complica ancor più perchè nel momento in cui passiamo a giudicarle nel nostro giudizio rientra l'intenzionalità con cui una persona compie un'azione e questa è ahimè inconoscibile.

Ritengo che questo sia il più grosso limite all'oggettività in storia. Noi inevitabilmente giudichiamo l'operato di un agente nel momento in cui questo ci viene presentato in S2. Il fatto è che il modo in cui noi giudichiamo questo agente dipende dalla sua intenzionalità e questa la possiamo "conoscere" solo in maniera indiretta dal modo in cui l'agente ci è stato dipinto in S2; questa presentazione è però necessariamente parziale ed è solo una parte di S1. Per fare un'esempio poniamo il caso di aver osservato un gruppo di 1345 persone che si scontrava contro un'altro gruppo di 1002 persone alle ore 12 del 3 gennaio 1845 in un luogo di coordinate gps 34" 73" 65". Ha un senso questo elenco puramente empirico di fatti? Direi di no.
Per dare un senso a questi fatti dobbiamo selezionare tutta un'altra serie di accadimenti e capire tutta una serie di cose:

Capire che senso ha quel luogo per coloro che si scontrano (è una regione contesa?)

Capire chi sono coloro che si scontrano (Esercito,rivoluzionari, orda?)

Capire perchè si scontrano (per quale causa, con quale fine?)

Capire tutto questo presuppone una straordinaria complessità di giudizi, considerazioni e tradizioni storiografiche, ed il senso di quel singolo avvenimento può molto variare a seconda di quale sia il punto di vista in cui ci caliamo per spiegarlo e giustificarlo. Di per sè, per come è stata descritto inizialmente quell'avvenimento è privo di alcun senso. Mi sembra però palese che nel creare quel senso si debba selezionare solo alcuni di tutta la miriade di avvenimenti che hanno portato alla concretizzazione di tale scontro in S1. Questa processo di selezione non è altro che il processo di interpretazione della storia.
Se dunque la scienza si concentra su di un fenomeno (explanandum) circoscritto per trovarne le leggi precise e generali che lo giustificano (explanans), la storia si concentra su fenomeni altamente complessi(explanandum) le cui regole generali però non sono rintracciabili. Per sopperire a questa mancanza e per dare un senso a ciò che accade viene fatta una selezione dei fatti collegati ritenuti importanti in quel senso. Se nella scienza la limitazione d'orizzonte è a monte, ossia nella selezione e parcellizzazione dell'oggetto da studiare nella storia la limitazione d'orizzonte opera a valle nella scelta degli eventi collegati atti a dare un senso all'explanandum.
Noi uomini siamo essere limitati e non possiamo ne crescere ne conoscere se non all'ombra ed all'interno di un'orizzonte limitato e familiare. Anche la scienza nonostante la sua apoditticità ricade in questo orizzonte, la sua accuratezza è data dall'artificiosità degli oggetti che studia, sono oggetti che lei stessa crea.

Un'ulteriore Problema nella spiegazione storica di un'avvenimento è quello del libero arbitrio. Se le azioni degli uomini sono veramente libere (cosa a cui personalmente non credo ma largamente accettata) che senso ha spiegarle a partire da cause esterne? In questo contesto si può davvero rispondere alla domanda sul perchè Cesare ha passato il Rubicone? E anche se la risposta fosse affermativa avrebbe quest'ultima un valore generale o si limiterebbe a giustificare un singolo avvenimento?

In conclusione di questa fin troppo lunga trattazione vorrei invitare a riflettere sulla inevitabile parzialità dei guidizi fondati su argomentazioni prettamente storiche.

*Non voglio dire che la spiegazione storica non presupponga delle leggi generali, (il fatto che certi eventi ne causino altri), certo però le presuppone e basta, non le esibisce,(non sarebbe in grado di farlo) non è il suo modo di procedere. Inoltre anche se lo potesse fare tali leggi generali non sarebbero falsificabili, non si potrebbe procedere ad esperimenti per metterle alla prova data l'eccessiva complessità e all'irripetibilità degli eventi considerati dalla storia.

“Lo storico, senza i suoi fatti, è come senza radici, senza valore; i fatti senza lo storico, sono come morti e senza significato … Elogiare uno storico per la sua accuratezza è come stimare un architetto per aver utilizzato del legno ben stagionato o calcestruzzo ben mescolato nelle sue costruzioni. Questa è una condizione necessaria nel suo lavoro, ma non la sua funzione essenziale”
E.H. Carr

“Anche se fossimo così insensati da prendere per vere tutte le nostre opinioni, non vorremmo tuttavia che esse fossero le sole a esistere; non saprei per quale ragione l’egemonia e l’onnipotenza della verità dovrebbero esser desiderabili”
Nietzche
 
Vecchio 06-06-2007, 15.10.36
compromesso storico
 
Citazione:
Originalmente inviato da dehehi
In politica probabilmente la cose vanno in maniera molto simile, si parla della stessa questione (oggetto denotato) ma la si intende in senso diverso. In tal modo i giornalisti possono scrivere dello stesso fatto dicendone cose totalmente diverse, essi infatti esprimono il senso, ossia il modo di intendere il fatto, non il significato (l'accadimento reale denotato). La questione su come si scelga quale senso sia corretto tra i tanti offerti dipende dal proprio dal modo in cui si è abituati a dare senso ai fatti.
Esattamente.

Userei come esempio il titolo di un libro inglese di qualche anno fa sulla grammatica e in particolare sull'importanza della punteggiatura.
Il titolo giocava sul doppio significato di "shoots", ossia spara (terza persona del verbo sparare) o piccoli ramoscelli, e "leaves", cioè foglie o se ne va (tersa persona di andarsene).

Il titolo era: A panda eats shoots and leaves (un panda mangia ramoscelli e foglie), ma aggiungendo una virgola verrebbe: A panda eats, shoots and leaves (un panda mangia, spara e se ne va).

Penso che questo possa riassumere la libertà che hanno tutti di interpretare, sempre secondo il proprio credo, le notizie.



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