L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2007

 
Vecchio 24-08-2007, 01.01.48
Roderigo
 
Essere gay in Medio Oriente

Israele. E' la San Francisco d'Oriente con locali d'avanguardia e diritti tutelati.
E la figlia del premier Olmert è lesbica.

«Meglio islamici che omosex»




A Gerusalemme rabbini, imam e vescovi
si alleano contro i "sodomiti" che sfilano


Amori oltre il muro. - Per gli arabi l'omosessualità
è un reato da pena di morte. E i palestinesi fuggono qui.


FRANCESCA PACI - CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME

La sede storica dell’associazione omosessuale Open House, al numero di 7 di Ben Yehuda, cinque minuti a piedi dalla città vecchia, è un appartamento di poche pretese nel palazzo-simbolo delle contraddizioni israeliane. Al primo piano un vecchio orologiaio con la kippà in testa e la stella di David al collo ignora il viavai «promiscuo» illudendosi di poter fermare il tempo o farlo camminare a ritroso; al secondo i militanti dell’Israeli Committee Against House Demolitions censiscono le case palestinesi «spazzate via dall’occupazione» e ricordano al Paese il sogno socialista delle origini; all’ultimo, un’attico superpopolare, le bandiere arcobaleno, gay, lesbiche, transgender e paladini della religione dell’amore nella capitale delle fedi in trincea.

In Terra Santa non s’è mai vista un’intesa tra rabbini, imam e porporati cristiani come quella nata a giugno contro il Gay Pride di Gerusalemme. Petizioni, cassonetti bruciati, danni per 100 mila dollari, un attentato all’Open House: 7 giorni di fuoco culminati con l’arresto di un 35enne haredim, ultraortodosso, che voleva salire alla Spianata delle moschee per convertirsi all’islam, «ultimo baluardo contro la depravazione». Israele omofoba, Israele emancipata. Il mito che la considera la San Francisco mediorientale, esotismo indigeno e licenziosità cosmopolita, e una miniera d’oro per il ministero del Turismo che stima un potenziale di 20 mila visitatori «di genere» all’anno. L’avventura è sul confine tra senso di colpa biblico e slancio illuminista, Gerusalemme e Tel Aviv, un’attraversamento continuo di passato e futuro. «Siamo un Paese all’avanguardia sui diritti dei gay, ma gravato da una morale religiosa pesantissima», spiega Michal Hamel, direttore di Aguda, la più antica associazione di omosessuali con base a Tel Aviv. «Culturalmente occidentali e geograficamente Medioriente, riconosciamo le coppie di fatto e poi ci battiamo il petto».

Dal suo ufficio al Muro del pianto ci sono meno di cento chilometri, un viaggio nel tempo più che nello spazio. Da una parte locali dove ogni venerdì, tra copie in marmo dei bronzi di Riace e drag queen con parrucche imperiali, si esibisce Dana International, la cantante trans che nel 1998 dedicò la vittoria al festival dell’Eurovisione alla sua patria, scandalizzando all’unisono sinagoghe, moschee e chiese. Dall’altra la capitale sede della Knesset, dove il leader della destra religiosa, Nissim Ze’ev, auspica «centri di riabilitazione per curare la sodomia». Nonostante i rabbini riformati hanno appena pubblicato a New York la seconda edizione delle regole talmudiche per i gay, a Gerusalemme fa scuola la sinagoga del saggio Dean Ramon, inamovibile nel ricordare che «la legge ebraica proibisce l’omosessualità».

Lo shabbat o la sauna dei desideri? Per capire bisogna guardare l’esercito, suggerisce Hamel. Il leggendario Tzahal che arruola indistintamente uomini, donne, omosessuali. «Non esistono pregiudizi, gay e lesbiche servono in tutte le unità, l’intelligence come i reparti d’assalto, tutelati contro qualsiasi molestia», dice Shaha, 24 anni, le ciglia allungate con il mascara, ex artigliere: la Corte Suprema ha condannato il comandante che l’aveva prima approcciato e poi mobbizzato.

La divisa è un simbolo macho, ma diventa inclusivo laddove il militare è vissuto come un diritto d'appartenenza nazionale più che un dovere. Il 73% degli israeliani è pronto ad accettare un figlio omosessuale, pur ammettendo la difficoltà. Conforta che «la cosa» capiti anche nelle migliori famiglie, come a casa Olmert, frequentata dalla fidanzata della primogenita del premier Dana. «Siamo un popolo d’immigrati, non abbiamo paura delle differenze», dice Matt Lebow, ebreo d’origine americana che assieme al compagno John Leonard ha creato il sito MideastPiece.com, dove far incontrare gay israeliani e palestinesi, oltre 100 mila iscritti dopo solo dieci settimane. L’eroe dei forum è Lawrence d’Arabia, «l’amante degli arabi», l’utopia contemporanea d’una via romantica alla pace che sfugge.

Yussef non ci crede, «sarebbe già tanto poter presentare Amir ai miei genitori». 29 anni, architetto, arabo-israeliano e musulmano, è un veterano del Carpe Diem, uno dei più popolari lounge club gay di Tel Aviv, rum cooler a fiumi, arredo art decò, salottini privée. L’omosessualità, maschile e femminile, resta un tabù nella società araba, un reato punito con la pena di morte. Gli avvocati di Aguda seguono 25 casi di ragazzi palestinesi fuggiti al di qua del muro per amore: l’unica chance è farli accogliere come rifugiati politici in Israele. Yussef si nasconde come Amir, «peccatore» ripudiato dalla famiglia ebrea ortodossa. Quando si presentarono all’Open House l’orologiaio li indirizzò al secondo piano: più facile immaginarli militanti contro l’occupazione che innamorati.


La Stampa 23 agosto 2007
 
Vecchio 24-08-2007, 01.09.02
Roderigo
 
Iraq. Perfino l'alleato Usa ayatollah al Sistani ordina
con una fatwa di uccidere chi sta con persone del proprio sesso

«Se esco di casa mi ammazzano»



A Baghdad polizia e fanatici religiosi
tendono agguati mortali ai peccatori


Voci dalla clandestinità - Nyaz: «Tutti mi considerano
un mostro». Per Hassan «era meglio sotto Saddam»


BARBARA SCHIAVULLI - BAGHDAD

Ogni volta che qualcuno bussa alla porta, Nyaz, Hassan e Jaffar si guardano e pensano che sia giunta la loro ora. Ormai da sei mesi vivono insieme a casa di Wissam, in un quartiere di Baghdad. Anche se non riescono proprio a definirla vita. Si nascondono. Trascorrono le giornate ciondolando in due stanze aspettando che qualcosa succeda, la fine della guerra o l’arrivo del messia, perché solo così potrebbero vedere un futuro. Hanno paura ad uscire. Non possono più lavorare. La loro unica distrazione è Internet, ma viste le spie che affollano le chat che frequentano, hanno paura anche della rete.

Nyaz, 28 anni, fino a poco tempo fa era una dentista, la sua famiglia aveva faticato molto per farle finire gli studi e sperava che facesse una brillante carriera. Hassan, 34 anni, è un attore, ha studiato all’accademia d’Arte di Baghdad e immaginava di recitare in tutti i teatri del mondo. Jaffar, appena 17enne, non ha ben chiaro cosa aspettarsi dalla vita, sa che quello che ha avuto finora non è stato molto. Questi tre ragazzi nascondono un segreto che un giorno li ucciderà. Sono omosessuali.

Nyaz fa persino fatica a parlarne, è terrorizzata che qualcuno scopra la sua relazione con una donna, basterebbe il sospetto per essere condannata a morte. Ha smesso di vedere la sua compagna. È troppo pericoloso, è già stata minacciata diverse volte, e le milizie del Mahdi, l’esercito di Moqtada al Sadr, il radicale sciita, le avevano ordinato di sposarsi con un vecchio mullah. Ma al solo pensiero trasale. «Quando lavo i piatti, penso a come sarebbe semplice prendere un coltello e tagliarsi le vene. Non è forse quello che vogliono tutti? Per loro, per quello che è diventato il mio Paese oggi, sono un mostro, non degna di vivere, una donna senza religione, senza morale, senza diritti. Che io sia un medico, una persona per bene non conta nulla», dice Nyaz sfregandosi via le lacrime.

Hassan le tiene la mano, lui sa cosa significa perdere una persona che si ama, il suo compagno è stato rapito all’uscita della palestra. Ha visto quelli del Mahdi che lo portavano via e per tre ore è rimasto accucciato in un angolo sperando che non si accorgessero di lui. Qualche giorno dopo il corpo del suo ragazzo è stato ritrovato alla camera mortuaria, era stato legato, torturato e sgozzato. In tasca un biglietto con la scritta «Sono gay». «A mio fratello, gli amici gli hanno detto che considerato il caos in cui viviamo, avrebbero potuto uccidermi senza che nessuno se ne accorgesse, e così lavare il disonore caduto sulla famiglia».

A Jaffar piaceva tenere i capelli lunghi, mettere vestiti un po’ appariscenti, ma un giorno ad un posto di blocco la polizia lo ha fermato. «Mi hanno trascinato fuori, mi hanno picchiato e violentato con un manganello. Speravo solo di non morire. Mi sono sentito così umiliato». Abbandonato in mezzo la strada, sanguinante e ferito, nessuno lo ha soccorso.

La comunità gay, come tutte le minoranze in Iraq, sono nel mirino degli integralisti. Il Grande Ayatollah al Sistani, massima autorità sciita, punto di riferimento di americani e inglesi per la stabilità del Paese, nell’ottobre 2005 ha emesso una Fatwa che diceva che gli omosessuali andavano uccisi. Le proteste internazionali hanno costretto a rimuovere l’editto da Internet, ma l’esercito del Mahdi e quello del Badr, che fa capo allo Sciri, il partito sciita più importante, l’hanno preso alla lettera. Gli omosessuali non si fidano della polizia, infiltrata di militanti, e spesso neanche della famiglia, travolta dalla vergogna di un figlio «diverso». Le organizzazioni umanitarie confermano un aumento sconvolgente di agguati della polizia contro gli omosessuali. L’Onu ha sfornato un rapporto in cui si parla di corti religiose che sentenziano a morte i gay.

«Nessuno si occupa di questi ragazzi - spiega Wissam, 40 anni, che dirige la casa in cui si sono rifugiati Nyaz, Hassan e Jaffar. - Molti vorrebbero un passaporto ma al mercato nero costa circa 15 mila dollari. Il governo non se ne occupa, per loro la violenza è solo interreligiosa». Wijdan Michael, la ministra per i diritti umani, sostiene di non aver ricevuto alcuna denuncia: «Temo che l’Onu stia ingigantendo il problema, tutti gli iracheni vengono attaccati, non perché gay ma per la loro appartenenza settaria».

Wissam scuote la testa: «Purtroppo non è così, gli attacchi non sono solo religiosi, ma anche verso le donne che non portano il velo, quelle che vogliono lavorare, contro chi indossa pantaloncini o ama lo sport, contro chiunque non si pieghi al radicalismo islamico». I compagni di Wissam annuiscono. «Quando gli americani arrivarono ero felice - dice Hassan - Saddam non mi piaceva, ma con il tiranno eravamo tollerati, potevamo avere una vita sociale, c’erano locali per noi, bastava che fossimo discreti. L’America purtroppo non riesce ancora a capire cosa ha fatto a questo Paese. Hanno lasciato che i fanatici religiosi andassero al potere. Ora siamo liberi, certo: liberi di vivere nascosti, di fuggire all’estero per salvarci o liberi di morire per il crimine di essere gay».


La Stampa 23 agosto 2007
 
Vecchio 24-08-2007, 01.19.45
Lucrezia
 
Israele, anche se con qualche remora religiosa, resta sempre un sicuro rifugio per gli omosessuali palestinesi che altrimenti andrebbero incontro a morte certa.
Molte coppie gay sono formate da palestinesi ed ebrei, segno che l'amore non conosce odi, confini o religioni.
 
Vecchio 24-08-2007, 02.18.42
alessandra
 
Un'indubbia lezione di civiltà anche per l'Europa dove, in Inghilterra, in questi giorni si sta decidendo di estradare una donna iraniana lesbica che rischia così la lapidazione.
Vedi il 3d dedicato a Pegah sempre in questo forum.
Purtroppo Israele anche ai profughi del Darfur sembrava un sicuro rifugio, e invece al momento pare non sia così.
Contraddizioni di un mondo intero a cui non è più consentito di stare fermo nelle antiche e nuove certezze acquisite.
 
Vecchio 24-08-2007, 09.41.10
Lucrezia
 
Non voglio giudicare la decisione per i profughi del darfur perche' non la conosco, non so i motivi per i quali non li accettano, saranno sicuramente validi.
Meglio comunque non fare come l'Italia che ha fatto entrare la feccia d'Europa e l'altro girono sono morte dopo ore di torture due persone a causa della loro proverbiale ferocia.
E nessuno qui in Italia si e' scandalizzato, nessuno ha avuto un po' di pieta'.
Tornando al topic, guardiamo i pregi, perche' accettare l'omosessualita' come fanno loro in un medioriente dove viene condannata con la pena di morte e' un indubbio segno ci civilta'.
 
Vecchio 25-08-2007, 12.51.58
tasbih
 
http://lists.peacelink.it/nonviolenz.../msg00038.html

BRIAN WHITAKER: UNA LINGUA CHE NESSUNO HA MAI PARLATO

[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo.
Brian Whitaker e' un autorevole giornalista del "Guardian", esperto del
Medioriente.
Rauda Morcos, attivista palestinese per i diritti umani, e' tra le
fondatrici dell'associazione "Aswat"]


Quando Rauda Morcos senti' dire che c'era una mailing list per le lesbiche
palestinesi, dapprima non riusci' a crederci. "Pensavo fosse uno scherzo.
Prima d'allora, credevo di essere l'unica lesbica al mondo a parlare arabo".
La lista certamente non era uno scherzo, ma in una societa' in cui le
relazioni fra persone dello stesso sesso sono ancora tabu', le aderenti alla
lista tenevano molto alla privacy. L'unico modo per aggiungersi era tramite
una raccomandazione personale.
"Alla fine riuscii ad iscrivermi", ricorda Rauda, "E scoprii che c'erano un
bel mucchio di donne lesbiche, anche se non potevano dirlo apertamente".
Dopo aver corrisposto via e-mail per qualche mese, Rauda penso' che sarebbe
stato bello incontrare di persona alcune delle donne invisibili e nel
gennaio 2003, assieme all'amica con cui condivide l'abitazione, organizzo'
una riunione.
"Non avevamo aspettative, ma otto donne vennero. E l'incontro duro' otto
ore, e penso che nessuna avesse voglia di tornare a casa". Questo incontro
segno' la nascita di "Aswat" (Voci), la prima organizzazione di arabe
lesbiche a funzionare apertamente in Medio Oriente.
"Durante la riunione comprendemmo di avere una grossa responsabilita' verso
le altre donne della nostra comunita'. Tentammo di contattare diverse
organizzazioni e mandammo lettere, ma l'unica risposta venne da "Kayan"
(Essere), un gruppo di femministe di Haifa. Troppe ong non pensano alla
nostra istanza come ad un diritto umano, e non vogliono esservi associate".
Tre anni piu' tardi, tuttavia, "Aswat" conta piu' di settanta socie sparse
fra la West Bank, Gaza ed Israele (dove il gruppo ha una sede). Solo circa
una ventina partecipa regolarmente alle riunioni: il bisogno di tenere
segreta la propria sessualita' e le restrizioni ai movimenti imposte da
Israele impediscono ad altre donne di partecipare, tuttavia esse si tengono
in contatto tramite e-mail e il forum di discussione on line.
Segni positivi cominciano ad apparire, dice Rauda Morcos: "Facciamo un gran
mole di lavoro all'interno della comunita', per esempio con i gruppi di
giovani. Io credo che il movimento gay/lesbico stia iniziando ad esistere
per noi come palestinesi".
Uno degli scopi di "Aswat" e' riuscire a fornire informazioni sulla
sessualita' che sono ampiamente disponibili ovunque in altre lingue, ma che
non sono mai state pubblicate in arabo. Non si tratta semplicemente di un
problema di traduzione, spiega Rauda: "Non so come dire 'fare l'amore' in
arabo senza suonare sciovinista, aggressiva ed alienata dall'esperienza. Si
tratta di sviluppare una 'lingua madre' con espressioni positive,
affermative e non svilenti rispetto alla donne, alla sessualita' lesbica ed
al genere. Stiamo creando una lingua che nessuno ha mai parlato prima".
Un riconoscimento per il lavoro di "Aswat" e' arrivato agli inizi di
quest'anno, quando Rauda Morcos ha vinto il premio "Felipa de Souza" della
Commissione internazionale per i diritti umani dei gay e delle lesbiche. La
motivazione del premio la descrive come "un vero esempio di guida coraggiosa
ed efficace nell'ambio dei diritti umani", ma Rauda ha subito aggiunto che
molto lavoro viene fatto da donne che restano dietro le quinte.
Invitata questo mese a Londra dalla Campagna di solidarieta' con la
Palestina, Rauda Morcos ha spiegato la necessita' che ha fatto di lei il
volto pubblico di "Aswat". Numerose donne coinvolte nel gruppo non vogliono
essere identificate, spesso per buone ragioni. "Ma se per il momento non
vogliamo uscire allo scoperto come persone, facciamolo almeno come
movimento".
Lo stesso coming out di Rauda non fu del tutto volontario, ed ebbe
conseguenze particolarmente spiacevoli. Nel 2003, fu intervistata dal
giornale israeliano "Yedioth Ahronot" sulle poesie che scrive. Parlando
menziono' la propria sessualita', solo per trovarsela in prima pagina, nel
titolo dell'articolo.
"Di colpo, sembro' che tutta la popolazione araba della mia cittadina, nel
nord di Israele, che generalmente credevo indifferente ai supplementi
letterari dei giornali ebraici, avesse letto l'articolo e avesse qualcosa da
dire su di me. I proprietari dei negozi facevano fotocopie e le
distribuivano. Le conseguenze furono piu' serie di quelle che mi ero
aspettata. I finestrini della mia auto vennero sfasciati, e le gomme
tagliate piu' volte; ricevetti minacce per lettera e per telefono, e come
ciliegina sulla torta persi il lavoro di insegnante. Mi dissero che i
genitori non volevano che io stessi a contatto con i loro figli".
La societa' araba di oggi e' attraversata dallo stesso tipo di pregiudizi
sull'omosessualita' che erano comuni in Gran Bretagna un secolo fa. La
persecuzione degli omosessuali e' altrettanto comune. I chierici musulmani
condannano l'omosessualita' in termini assai chiari, e dichiarazioni simili
provengono anche da leader arabi cristiani, come il patriarca copto in
Egitto, il quale ha detto che "i cosiddetti diritti umani per la gente gay
sono inammissibili".
*
Nella societa' palestinese la questione viene ulteriormente complicata, e
resa maggiormente politica, dal conflitto con Israele, che ha legalizzato le
unioni fra persone dello stesso sesso nel 1988. Quattro anni piu' tardi
compi' un ulteriore passo avanti e divenne l'unico paese in Medio Oriente a
dotarsi di una legislazione contro le discriminazioni basate sulla
sessualita'.
Questi risultati, sicuramente apprezzabili, sono pero' divenuti anche uno
strumento propagandistico, che rinforza la pretesa di Israele di avere il
monopolio della democrazia in Medio Oriente. Allo stesso tempo, sottolineare
l'associazione di Israele con i diritti delle persone omosessuali ha reso la
vita piu' difficile ai gay arabi, aggiungendo alimento alla nozione diffusa
che vede l'omosessualita' come una "malattia" propagata dagli stranieri.
Un recente articolo sul quotidiano egiziano "Sabah al-Kheir", che ricordava
il trentesimo anniversario della guerra d'ottobre, aveva come titolo "Golda
Meir era lesbica". Nel 2001, a seguito dell'arresto di 50 uomini sospettati
di essere gay, il magazine "al-Musawwar" pubblico' una foto ritoccata del
supposto "leader" del gruppo, mostrandolo vestito di un'uniforme israeliana,
seduto ad un tavolo ricoperto dalla bandiera d'Israele.
Israele, comunque, non e' un paradiso per i gay. C'e' ancora ostilita' da
parte degli ebrei piu' conservatori, le cui truci dichiarazioni non sono
molto diverse da quelle grandemente pubblicizzate dei chierici musulmani. A
Gerusalemme, l'anno scorso, il sindaco ultraortodosso proibi' la sfilata del
"gay pride", sebbene la sua decisione fosse poi immediatamente rovesciata da
un tribunale israeliano. La marcia ebbe luogo, ma un fanatico religioso
israeliano attacco' tre partecipanti a coltellate, e disse in seguito alla
polizia che era andato a "uccidere in nome di Dio".
La storia del movimento per i diritti delle persone omosessuali in Israele
e' per alcuni controversa. Lee Walzer, autore di "Tra Sodoma e l'Eden",
spiega in un articolo che i primi attivisti gay israeliani adottarono una
strategia che "rinforzava la percezione dei diritti dei gay come istanza non
di parte, non collegata al maggior problema della politica israeliana,
ovvero il conflitto arabo-israeliano ed i metodi per la sua soluzione.
Riconoscere i diritti dei gay ha permesso agli israeliani di darsi pacche
sulle spalle per quanto erano di mente aperta, sebbene la societa'
israeliana abbia registrato meno successi nel raddrizzare altre
ineguaglianze sociali. Gli attivisti cercarono di convincere l'opinione
pubblica che i gay israeliani era buoni e patriottici cittadini, a cui era
semplicemente accaduto di sentirsi attratti dal loro stesso sesso". Il che,
come principio generale, puo' essere valido, ma nel contesto di una guerra e
di un'occupazione puo' condurre a situazioni ambigue. E' veramente un titolo
d'orgoglio, per un membro apertamente gay dell'esercito israeliano, essere
capace di distruggere i propri vicini di casa libanesi?
*
La questione, qui, e' se veramente i diritti dei gay, in Israele o ovunque,
possano essere separati dalla politica, o trattati isolandoli dal resto dei
diritti umani. "Helem", l'associazione gay/lesbica libanese pensa di no, ed
allo stesso modo la pensa Rauda Morcos.
Secondo Rauda, c'e' una connessione fra nazionalita', genere e sessualita'.
La sua identita' e' triplice: e' donna, lesbica e palestinese (e in piu' ha
un passaporto israeliano), ovvero, come dice lei stessa, fa parte di "una
minoranza di una minoranza di una minoranza". La sua prima preoccupazione e'
la fine dell'occupazione israeliana, ed ella non vede prospettive per
l'ottenimento dei diritti delle persone omosessuali palestinesi fintanto che
l'occupazione continua.
Anche alcuni attivisti gay israeliani riconoscono questo legame. Durante il
"gay pride" del 2001, a Tel Aviv, un gruppo chiamato "Omosessuali in nero"
sfilo' con un cartello che recitava "Non c'e' orgoglio nell'occupazione".
Nel 2002, quando Ariel Sharon divenne primo ministro, ed incontro'
formalmente una delegazione gay, la questione torno' alla ribalta.
L'attivista Hagai El-Ad scrisse: "Non e' pensabile sedersi tranquillamente
con il primo ministro e, in nome della nostra comunita', ignorare i diritti
umani degli altri, incluso cio' che accade in relazione alla Palestina:
blocchi stradali, rifiuto di accesso alle cure mediche, omicidi, e
l'implementazione della politica dell'apartheid nei territori occupati ed in
Israele. La lotta per i nostri diritti e' priva di valore, se e'
indifferente a cio' che sta accadendo alle persone che si trovano a tre
chilometri da noi. Tutto quel che abbiamo guadagnato dall'incontro con il
primo ministro e' una legittimazione simbolica della comunita' gay. Quel che
ci ha guadagnato lui e' l'aura di persona illuminata e pluralista".
L'aura non si estende comunque al trattamento che Israele riserva ai gay
palestinesi. Per coloro che subiscono persecuzioni nella West Bank e a Gaza
la via di fuga piu' ovvia e' Israele, ma cio' li lascia spesso sospesi, a
livello amministrativo, in una sorta di "terra di nessuno", con scarse
speranze di trovare lavoro nel paese e costantemente a rischio di arresto e
deportazione.
Nel frattempo, agli occhi del palestinese medio, fuggire in Israele si
configura come un tradimento, e persino gli omosessuali che restano nei
territori palestinesi diventano sospetti. A volte non senza ragione: ci sono
stati vari rapporti sui gay palestinesi presi a bersaglio o ricattati dagli
agenti dello spionaggio israeliano affinche' divenissero informatori. Che
poi soccombano alle pressioni o no, "tutti sono immediatamente visti come
collaborazionisti", conferma Rauda Morcos.

(Coming out in Arabic
http://www.guardian.co.uk/elsewhere/...ticle_continue)




Palestinian gays flee to Israel


A number of gay Palestinian men are risking their lives to cross the border into Israel, claiming they feel safer among Israelis than their own people.
According to some estimates, there are now 300 gay Palestinian men secretly living and working in Israel.

Their willingness to live there - despite the risk of being detained and deported as a security threat - is due to Palestinian attitudes towards gay men, they claim.

One 22-year-old gay man who fled from Gaza into Israel four years ago told BBC World Service's Outlook programme he was almost killed when his family found out about his sexuality.

He says that when he was 18, he was caught with his boyfriend by his brother.

"[My brother] brought a stick and hit us," he said. "He tied us up with an iron rope and went to call my dad, and tell my partner's. Then he came back and hit us again."

Illegal status


The man said he escaped after his brother went out and told his mother and sister-in-law to make sure they did not run away.


"I started crying to my mum, begging her to let us go. So she untied us, and said if my dad found out, he would kill me on the spot.

The man said he ran away and, when he discovered his family were hunting for him, fled to Israel. There, he says, he was placed under virtual house arrest because he was viewed as a potential security risk.

Shaul Gonen, of Israel's main gay rights lobbying group, Agudah, told Outlook that under international law Israel is obliged to offer asylum to those that seek it. But, he says, it can refuse if the applicants are from an area the state is in conflict with.

In practice, Palestinian gays end up being placed under virtual house arrest because of the fear that they may be potential suicide bombers.

"They are unable to find proper help," said Mr Gonen. "Everybody blames them for being something dangerous.

"The Palestinians say if you are gay, you must be a collaborator, while the Israelis treat you as a security threat."

Coercion

However, many Palestinian gays say they would still rather live under house arrest in Israel, where homosexuality is not considered a crime, than at home.

The 22-year-old who fled his home in Gaza alleged that those who do stay in the occupied territories are often coerced into working for the Palestinian police.


He said that he himself had been stopped by police in Gaza, who had threatened to expose him as a homosexual. He alleged he was told by the police to sleep with another man in order to acquire damaging information about him.

The man alleged that after he refused, the Palestinian police had tortured him.

"They hit me. They put me in a pool of water with just my head sticking out," he claimed.

However, the Israeli secret service also often exploit gay Palestinians, said Mr Gonen.

He says this usually involves coercing them into working undercover, to gather information about other Palestinians.

The precarious status of the gay community means gay men often end up working for the secret service or as targets for exploitation by Israeli men.

"They work as prostitutes, selling their bodies unwillingly because they have to survive," said Mr Gonen.

"Sometimes the Israeli secret police try to recruit them, sometimes the Palestinian police try to recruit them.

"In the end they find themselves falling between all chairs. Nobody wants to help them, everybody wants to use them."

'Against Allah'

Gay Palestinians say they are mainly persecuted at home because of religious attitudes. Many Muslims claim that homosexuality is strictly against the Koran.

"From my point of view as a Muslim, this phenomenon is rejected completely," one Palestinian in Gaza told Outlook.

"The Islamic religion is merciful - we should try to help them to eliminate this bad phenomenon.

"It has a lot of bad things, a lot of disadvantages, a lot of bad sides - regarding their health, regarding their sociability, regarding their association with people around them."

http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/mid...st/3211772.stm



ARABI E OMOSEX

Eppur qualcosa si muove nella regione, dove i gay di religione musulmana provano a difendere i loro diritti. Confutando l'interpretazione che il Corano condanni l'omosessualità

Paola Caridi

Venerdi' 24 Agosto 2007

In fondo, le religioni del Libro non differiscono molto, quando si ha a che fare con l’omosessualità. “Quando si parla della condanna dell’omosessualità, l’islam non è né unico né insolito”, scrive Brian Whitaker, giornalista di punta del Guardian, ma soprattutto di uno dei rari (e recenti) studi sull’essere gay nel mondo arabo. “Abbiamo sentito cose simili in diversi periodi da importanti esponenti cristiani ed ebrei, e la reazione di molti cristiani ed ebrei gay o lesbiche è stato l’abbandono della fede nella quale erano cresciuti”, precisa l’autore di Unspeakable Love, Gay and lesbian life in the Middle East, pubblicato l’anno scorso in inglese e in arabo da quella che è forse la più vivace e brillante casa editrice araba, la Saqi Books della compianta Mai Ghoussoub.
Facile trovare conferme alle affermazioni di Whitaker, se pur ve ne fosse bisogno. Quando la comunità gay, lesbica e transessuale d’Israele tentò di organizzare il Gay Pride a Gerusalemme, esattamente un anno fa, le tre religioni monoteiste trovarono un terreno sul quale unirsi. Nessuna marcia omosessuale, nella città santa. E la comunità ebraica ortodossa cominciò a protestare, anche violentemente, per fermare la marcia. Risultato: il Gay Pride si spostò allo stadio universitario di Gerusalemme, un po’ in periferia, dove i partecipanti furono salutati da un grande scrittore (eterosessuale) di più di 80 anni, Sami Michael, presidente dell’Associazione nazionale per i diritti civili.
Una differenza pratica e politica, però, c’è. Ed è, lo dice anche Whitaker, che l’islam è una religione molto più influente nei paesi a maggioranza musulmana, di quanto – per esempio – lo sia il cristianesimo nei paesi a maggioranza cristiana. Anche a livello giuridico. È per questo che anche nelle comunità gay che vivono nei paesi musulmani (per esempio in quelli arabi) e nelle comunità omosessuali musulmane che vivono in Europa o negli Stati Uniti, la linea che sta emergendo da anni è quella di dire: non è vero che il Corano condanni l’omosessualità. L’islam, dicono molte associazioni, condanna la perversione e l’adulterio, ma nella lingua araba non c’è neanche un termine vero e proprio per indicare l’omosessualità maschile. Ancor di meno quella femminile.
I tentativi di riconciliare gli omosessuali musulmani con la loro fede sono diventati sempre più frequenti negli ultimi anni. Tentativi che, però, hanno avuto, tra i risultati, anche quello di rendere la repressione contro l’omosessualità più dura di prima. Nel codice sociale arabo vale una regola che non si limita all’omosessualità, ma a tutti i comportamenti relazionali: si può fare molto, si può fare magari tutto, anche ciò che non è permesso, basta che non si dia pubblico scandalo. Una pratica che in Italia conoscevamo bene, e che forse non è del tutto scomparsa, soprattutto quando riguarda la sfera privata delle persone. Ebbene, se la comunità omosessuale non vuole solamente sopravvivere di nascosto, tra le quattro mura, ma vuole essere accettata, lì nasce il problema: sociale, politico, giuridico, religioso.
C’è un caso per tutti, il più famoso, che serve a definire il cambio nel comportamento delle autorità. L’arresto di decine di gay in Egitto nel 2001: il famoso scandalo della Queen Boat, seguito dalla repressione di quelle persone che avevano creato un sito internet dove confutavano l’interpretazione secondo la quale il Corano condanna l’omosessualità. Da allora, internet ha dato prova di essere un terreno importante per le comunità gay, lesbiche e transessuali in tutto il mondo arabo. Dall’Egitto all’Arabia Saudita, dove la repressione è arrivata sulla Rete, dalle email alle chat, passando per l’oscuramento dei siti. Sino al Libano, caso a parte. Paese dove non esiste una vera e propria repressione dei gay. Paese dov’è nata la prima ong per difendere i loro diritti (Helem, sogno) e il primo magazine (Barra, Fuori), dove sono presenti locali gay, dove non ci si nasconde del tutto.
La questione dei diritti degli omosessuali (uomini e donne, anche se per le donne la repressione non è stata sinora così dura) non può, comunque, essere disgiunta dalle altre questioni. Democratizzazione compresa. Pace compresa. I cosiddetti regimi moderati arabi, quelli che l’Occidente considera pilastri della propria strategia mediorientale, hanno politiche non certo gay-friendly. Né si può sperare che in un Iraq stravolto dalla guerra, in una Palestina che non ha confini e che in compenso ha due governi, in un Libano instabile e ancora piegato dalla guerra dello scorso anno la questione gay possa essere dibattuta come se si fosse in un paese europeo, benestante e in pace. I fuochi accesi in Medio Oriente, per i quali l’Occidente non è innocente, colpiscono soprattutto le fasce più deboli. Le donne, per esempio, come aveva detto il rapporto Onu sullo sviluppo umano nel mondo arabo, che indicava non solo la tradizione e la religione come ostacoli allo sviluppo femminile, ma anche, se non soprattutto, i conflitti. Per i gay, il discorso non è poi così diverso.

Leggi l'articolo a p.7 del Riformista
http://www.lettera22.it/showart.php?id=7681&rubrica=80



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