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BRIAN WHITAKER: UNA LINGUA CHE NESSUNO HA MAI PARLATO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo.
Brian Whitaker e' un autorevole giornalista del "Guardian", esperto del
Medioriente.
Rauda Morcos, attivista palestinese per i diritti umani, e' tra le
fondatrici dell'associazione "Aswat"]
Quando Rauda Morcos senti' dire che c'era una mailing list per le lesbiche
palestinesi, dapprima non riusci' a crederci. "Pensavo fosse uno scherzo.
Prima d'allora, credevo di essere l'unica lesbica al mondo a parlare arabo".
La lista certamente non era uno scherzo, ma in una societa' in cui le
relazioni fra persone dello stesso sesso sono ancora tabu', le aderenti alla
lista tenevano molto alla privacy. L'unico modo per aggiungersi era tramite
una raccomandazione personale.
"Alla fine riuscii ad iscrivermi", ricorda Rauda, "E scoprii che c'erano un
bel mucchio di donne lesbiche, anche se non potevano dirlo apertamente".
Dopo aver corrisposto via e-mail per qualche mese, Rauda penso' che sarebbe
stato bello incontrare di persona alcune delle donne invisibili e nel
gennaio 2003, assieme all'amica con cui condivide l'abitazione, organizzo'
una riunione.
"Non avevamo aspettative, ma otto donne vennero. E l'incontro duro' otto
ore, e penso che nessuna avesse voglia di tornare a casa". Questo incontro
segno' la nascita di "Aswat" (Voci), la prima organizzazione di arabe
lesbiche a funzionare apertamente in Medio Oriente.
"Durante la riunione comprendemmo di avere una grossa responsabilita' verso
le altre donne della nostra comunita'. Tentammo di contattare diverse
organizzazioni e mandammo lettere, ma l'unica risposta venne da "Kayan"
(Essere), un gruppo di femministe di Haifa. Troppe ong non pensano alla
nostra istanza come ad un diritto umano, e non vogliono esservi associate".
Tre anni piu' tardi, tuttavia, "Aswat" conta piu' di settanta socie sparse
fra la West Bank, Gaza ed Israele (dove il gruppo ha una sede). Solo circa
una ventina partecipa regolarmente alle riunioni: il bisogno di tenere
segreta la propria sessualita' e le restrizioni ai movimenti imposte da
Israele impediscono ad altre donne di partecipare, tuttavia esse si tengono
in contatto tramite e-mail e il forum di discussione on line.
Segni positivi cominciano ad apparire, dice Rauda Morcos: "Facciamo un gran
mole di lavoro all'interno della comunita', per esempio con i gruppi di
giovani. Io credo che il movimento gay/lesbico stia iniziando ad esistere
per noi come palestinesi".
Uno degli scopi di "Aswat" e' riuscire a fornire informazioni sulla
sessualita' che sono ampiamente disponibili ovunque in altre lingue, ma che
non sono mai state pubblicate in arabo. Non si tratta semplicemente di un
problema di traduzione, spiega Rauda: "Non so come dire 'fare l'amore' in
arabo senza suonare sciovinista, aggressiva ed alienata dall'esperienza. Si
tratta di sviluppare una 'lingua madre' con espressioni positive,
affermative e non svilenti rispetto alla donne, alla sessualita' lesbica ed
al genere. Stiamo creando una lingua che nessuno ha mai parlato prima".
Un riconoscimento per il lavoro di "Aswat" e' arrivato agli inizi di
quest'anno, quando Rauda Morcos ha vinto il premio "Felipa de Souza" della
Commissione internazionale per i diritti umani dei gay e delle lesbiche. La
motivazione del premio la descrive come "un vero esempio di guida coraggiosa
ed efficace nell'ambio dei diritti umani", ma Rauda ha subito aggiunto che
molto lavoro viene fatto da donne che restano dietro le quinte.
Invitata questo mese a Londra dalla Campagna di solidarieta' con la
Palestina, Rauda Morcos ha spiegato la necessita' che ha fatto di lei il
volto pubblico di "Aswat". Numerose donne coinvolte nel gruppo non vogliono
essere identificate, spesso per buone ragioni. "Ma se per il momento non
vogliamo uscire allo scoperto come persone, facciamolo almeno come
movimento".
Lo stesso coming out di Rauda non fu del tutto volontario, ed ebbe
conseguenze particolarmente spiacevoli. Nel 2003, fu intervistata dal
giornale israeliano "Yedioth Ahronot" sulle poesie che scrive. Parlando
menziono' la propria sessualita', solo per trovarsela in prima pagina, nel
titolo dell'articolo.
"Di colpo, sembro' che tutta la popolazione araba della mia cittadina, nel
nord di Israele, che generalmente credevo indifferente ai supplementi
letterari dei giornali ebraici, avesse letto l'articolo e avesse qualcosa da
dire su di me. I proprietari dei negozi facevano fotocopie e le
distribuivano. Le conseguenze furono piu' serie di quelle che mi ero
aspettata. I finestrini della mia auto vennero sfasciati, e le gomme
tagliate piu' volte; ricevetti minacce per lettera e per telefono, e come
ciliegina sulla torta persi il lavoro di insegnante. Mi dissero che i
genitori non volevano che io stessi a contatto con i loro figli".
La societa' araba di oggi e' attraversata dallo stesso tipo di pregiudizi
sull'omosessualita' che erano comuni in Gran Bretagna un secolo fa. La
persecuzione degli omosessuali e' altrettanto comune. I chierici musulmani
condannano l'omosessualita' in termini assai chiari, e dichiarazioni simili
provengono anche da leader arabi cristiani, come il patriarca copto in
Egitto, il quale ha detto che "i cosiddetti diritti umani per la gente gay
sono inammissibili".
*
Nella societa' palestinese la questione viene ulteriormente complicata, e
resa maggiormente politica, dal conflitto con Israele, che ha legalizzato le
unioni fra persone dello stesso sesso nel 1988. Quattro anni piu' tardi
compi' un ulteriore passo avanti e divenne l'unico paese in Medio Oriente a
dotarsi di una legislazione contro le discriminazioni basate sulla
sessualita'.
Questi risultati, sicuramente apprezzabili, sono pero' divenuti anche uno
strumento propagandistico, che rinforza la pretesa di Israele di avere il
monopolio della democrazia in Medio Oriente. Allo stesso tempo, sottolineare
l'associazione di Israele con i diritti delle persone omosessuali ha reso la
vita piu' difficile ai gay arabi, aggiungendo alimento alla nozione diffusa
che vede l'omosessualita' come una "malattia" propagata dagli stranieri.
Un recente articolo sul quotidiano egiziano "Sabah al-Kheir", che ricordava
il trentesimo anniversario della guerra d'ottobre, aveva come titolo "Golda
Meir era lesbica". Nel 2001, a seguito dell'arresto di 50 uomini sospettati
di essere gay, il magazine "al-Musawwar" pubblico' una foto ritoccata del
supposto "leader" del gruppo, mostrandolo vestito di un'uniforme israeliana,
seduto ad un tavolo ricoperto dalla bandiera d'Israele.
Israele, comunque, non e' un paradiso per i gay. C'e' ancora ostilita' da
parte degli ebrei piu' conservatori, le cui truci dichiarazioni non sono
molto diverse da quelle grandemente pubblicizzate dei chierici musulmani. A
Gerusalemme, l'anno scorso, il sindaco ultraortodosso proibi' la sfilata del
"gay pride", sebbene la sua decisione fosse poi immediatamente rovesciata da
un tribunale israeliano. La marcia ebbe luogo, ma un fanatico religioso
israeliano attacco' tre partecipanti a coltellate, e disse in seguito alla
polizia che era andato a "uccidere in nome di Dio".
La storia del movimento per i diritti delle persone omosessuali in Israele
e' per alcuni controversa. Lee Walzer, autore di "Tra Sodoma e l'Eden",
spiega in un articolo che i primi attivisti gay israeliani adottarono una
strategia che "rinforzava la percezione dei diritti dei gay come istanza non
di parte, non collegata al maggior problema della politica israeliana,
ovvero il conflitto arabo-israeliano ed i metodi per la sua soluzione.
Riconoscere i diritti dei gay ha permesso agli israeliani di darsi pacche
sulle spalle per quanto erano di mente aperta, sebbene la societa'
israeliana abbia registrato meno successi nel raddrizzare altre
ineguaglianze sociali. Gli attivisti cercarono di convincere l'opinione
pubblica che i gay israeliani era buoni e patriottici cittadini, a cui era
semplicemente accaduto di sentirsi attratti dal loro stesso sesso". Il che,
come principio generale, puo' essere valido, ma nel contesto di una guerra e
di un'occupazione puo' condurre a situazioni ambigue. E' veramente un titolo
d'orgoglio, per un membro apertamente gay dell'esercito israeliano, essere
capace di distruggere i propri vicini di casa libanesi?
*
La questione, qui, e' se veramente i diritti dei gay, in Israele o ovunque,
possano essere separati dalla politica, o trattati isolandoli dal resto dei
diritti umani. "Helem", l'associazione gay/lesbica libanese pensa di no, ed
allo stesso modo la pensa Rauda Morcos.
Secondo Rauda, c'e' una connessione fra nazionalita', genere e sessualita'.
La sua identita' e' triplice: e' donna, lesbica e palestinese (e in piu' ha
un passaporto israeliano), ovvero, come dice lei stessa, fa parte di "una
minoranza di una minoranza di una minoranza". La sua prima preoccupazione e'
la fine dell'occupazione israeliana, ed ella non vede prospettive per
l'ottenimento dei diritti delle persone omosessuali palestinesi fintanto che
l'occupazione continua.
Anche alcuni attivisti gay israeliani riconoscono questo legame. Durante il
"gay pride" del 2001, a Tel Aviv, un gruppo chiamato "Omosessuali in nero"
sfilo' con un cartello che recitava "Non c'e' orgoglio nell'occupazione".
Nel 2002, quando Ariel Sharon divenne primo ministro, ed incontro'
formalmente una delegazione gay, la questione torno' alla ribalta.
L'attivista Hagai El-Ad scrisse: "Non e' pensabile sedersi tranquillamente
con il primo ministro e, in nome della nostra comunita', ignorare i diritti
umani degli altri, incluso cio' che accade in relazione alla Palestina:
blocchi stradali, rifiuto di accesso alle cure mediche, omicidi, e
l'implementazione della politica dell'apartheid nei territori occupati ed in
Israele. La lotta per i nostri diritti e' priva di valore, se e'
indifferente a cio' che sta accadendo alle persone che si trovano a tre
chilometri da noi. Tutto quel che abbiamo guadagnato dall'incontro con il
primo ministro e' una legittimazione simbolica della comunita' gay. Quel che
ci ha guadagnato lui e' l'aura di persona illuminata e pluralista".
L'aura non si estende comunque al trattamento che Israele riserva ai gay
palestinesi. Per coloro che subiscono persecuzioni nella West Bank e a Gaza
la via di fuga piu' ovvia e' Israele, ma cio' li lascia spesso sospesi, a
livello amministrativo, in una sorta di "terra di nessuno", con scarse
speranze di trovare lavoro nel paese e costantemente a rischio di arresto e
deportazione.
Nel frattempo, agli occhi del palestinese medio, fuggire in Israele si
configura come un tradimento, e persino gli omosessuali che restano nei
territori palestinesi diventano sospetti. A volte non senza ragione: ci sono
stati vari rapporti sui gay palestinesi presi a bersaglio o ricattati dagli
agenti dello spionaggio israeliano affinche' divenissero informatori. Che
poi soccombano alle pressioni o no, "tutti sono immediatamente visti come
collaborazionisti", conferma Rauda Morcos.
(
Coming out in Arabic
http://www.guardian.co.uk/elsewhere/...ticle_continue)
Palestinian gays flee to Israel
A number of gay Palestinian men are risking their lives to cross the border into Israel, claiming they feel safer among Israelis than their own people.
According to some estimates, there are now 300 gay Palestinian men secretly living and working in Israel.
Their willingness to live there - despite the risk of being detained and deported as a security threat - is due to Palestinian attitudes towards gay men, they claim.
One 22-year-old gay man who fled from Gaza into Israel four years ago told BBC World Service's Outlook programme he was almost killed when his family found out about his sexuality.
He says that when he was 18, he was caught with his boyfriend by his brother.
"[My brother] brought a stick and hit us," he said. "He tied us up with an iron rope and went to call my dad, and tell my partner's. Then he came back and hit us again."
Illegal status
The man said he escaped after his brother went out and told his mother and sister-in-law to make sure they did not run away.
"I started crying to my mum, begging her to let us go. So she untied us, and said if my dad found out, he would kill me on the spot.
The man said he ran away and, when he discovered his family were hunting for him, fled to Israel. There, he says, he was placed under virtual house arrest because he was viewed as a potential security risk.
Shaul Gonen, of Israel's main gay rights lobbying group, Agudah, told Outlook that under international law Israel is obliged to offer asylum to those that seek it. But, he says, it can refuse if the applicants are from an area the state is in conflict with.
In practice, Palestinian gays end up being placed under virtual house arrest because of the fear that they may be potential suicide bombers.
"They are unable to find proper help," said Mr Gonen. "Everybody blames them for being something dangerous.
"The Palestinians say if you are gay, you must be a collaborator, while the Israelis treat you as a security threat."
Coercion
However, many Palestinian gays say they would still rather live under house arrest in Israel, where homosexuality is not considered a crime, than at home.
The 22-year-old who fled his home in Gaza alleged that those who do stay in the occupied territories are often coerced into working for the Palestinian police.
He said that he himself had been stopped by police in Gaza, who had threatened to expose him as a homosexual. He alleged he was told by the police to sleep with another man in order to acquire damaging information about him.
The man alleged that after he refused, the Palestinian police had tortured him.
"They hit me. They put me in a pool of water with just my head sticking out," he claimed.
However, the Israeli secret service also often exploit gay Palestinians, said Mr Gonen.
He says this usually involves coercing them into working undercover, to gather information about other Palestinians.
The precarious status of the gay community means gay men often end up working for the secret service or as targets for exploitation by Israeli men.
"They work as prostitutes, selling their bodies unwillingly because they have to survive," said Mr Gonen.
"Sometimes the Israeli secret police try to recruit them, sometimes the Palestinian police try to recruit them.
"In the end they find themselves falling between all chairs. Nobody wants to help them, everybody wants to use them."
'Against Allah'
Gay Palestinians say they are mainly persecuted at home because of religious attitudes. Many Muslims claim that homosexuality is strictly against the Koran.
"From my point of view as a Muslim, this phenomenon is rejected completely," one Palestinian in Gaza told Outlook.
"The Islamic religion is merciful - we should try to help them to eliminate this bad phenomenon.
"It has a lot of bad things, a lot of disadvantages, a lot of bad sides - regarding their health, regarding their sociability, regarding their association with people around them."
http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/mid...st/3211772.stm
ARABI E OMOSEX
Eppur qualcosa si muove nella regione, dove i gay di religione musulmana provano a difendere i loro diritti. Confutando l'interpretazione che il Corano condanni l'omosessualità
Paola Caridi
Venerdi' 24 Agosto 2007
In fondo, le religioni del Libro non differiscono molto, quando si ha a che fare con l’omosessualità. “Quando si parla della condanna dell’omosessualità, l’islam non è né unico né insolito”, scrive Brian Whitaker, giornalista di punta del Guardian, ma soprattutto di uno dei rari (e recenti) studi sull’essere gay nel mondo arabo. “Abbiamo sentito cose simili in diversi periodi da importanti esponenti cristiani ed ebrei, e la reazione di molti cristiani ed ebrei gay o lesbiche è stato l’abbandono della fede nella quale erano cresciuti”, precisa l’autore di Unspeakable Love, Gay and lesbian life in the Middle East, pubblicato l’anno scorso in inglese e in arabo da quella che è forse la più vivace e brillante casa editrice araba, la Saqi Books della compianta Mai Ghoussoub.
Facile trovare conferme alle affermazioni di Whitaker, se pur ve ne fosse bisogno. Quando la comunità gay, lesbica e transessuale d’Israele tentò di organizzare il Gay Pride a Gerusalemme, esattamente un anno fa, le tre religioni monoteiste trovarono un terreno sul quale unirsi. Nessuna marcia omosessuale, nella città santa. E la comunità ebraica ortodossa cominciò a protestare, anche violentemente, per fermare la marcia. Risultato: il Gay Pride si spostò allo stadio universitario di Gerusalemme, un po’ in periferia, dove i partecipanti furono salutati da un grande scrittore (eterosessuale) di più di 80 anni, Sami Michael, presidente dell’Associazione nazionale per i diritti civili.
Una differenza pratica e politica, però, c’è. Ed è, lo dice anche Whitaker, che l’islam è una religione molto più influente nei paesi a maggioranza musulmana, di quanto – per esempio – lo sia il cristianesimo nei paesi a maggioranza cristiana. Anche a livello giuridico. È per questo che anche nelle comunità gay che vivono nei paesi musulmani (per esempio in quelli arabi) e nelle comunità omosessuali musulmane che vivono in Europa o negli Stati Uniti, la linea che sta emergendo da anni è quella di dire: non è vero che il Corano condanni l’omosessualità. L’islam, dicono molte associazioni, condanna la perversione e l’adulterio, ma nella lingua araba non c’è neanche un termine vero e proprio per indicare l’omosessualità maschile. Ancor di meno quella femminile.
I tentativi di riconciliare gli omosessuali musulmani con la loro fede sono diventati sempre più frequenti negli ultimi anni. Tentativi che, però, hanno avuto, tra i risultati, anche quello di rendere la repressione contro l’omosessualità più dura di prima. Nel codice sociale arabo vale una regola che non si limita all’omosessualità, ma a tutti i comportamenti relazionali: si può fare molto, si può fare magari tutto, anche ciò che non è permesso, basta che non si dia pubblico scandalo. Una pratica che in Italia conoscevamo bene, e che forse non è del tutto scomparsa, soprattutto quando riguarda la sfera privata delle persone. Ebbene, se la comunità omosessuale non vuole solamente sopravvivere di nascosto, tra le quattro mura, ma vuole essere accettata, lì nasce il problema: sociale, politico, giuridico, religioso.
C’è un caso per tutti, il più famoso, che serve a definire il cambio nel comportamento delle autorità. L’arresto di decine di gay in Egitto nel 2001: il famoso scandalo della Queen Boat, seguito dalla repressione di quelle persone che avevano creato un sito internet dove confutavano l’interpretazione secondo la quale il Corano condanna l’omosessualità. Da allora, internet ha dato prova di essere un terreno importante per le comunità gay, lesbiche e transessuali in tutto il mondo arabo. Dall’Egitto all’Arabia Saudita, dove la repressione è arrivata sulla Rete, dalle email alle chat, passando per l’oscuramento dei siti. Sino al Libano, caso a parte. Paese dove non esiste una vera e propria repressione dei gay. Paese dov’è nata la prima ong per difendere i loro diritti (Helem, sogno) e il primo magazine (Barra, Fuori), dove sono presenti locali gay, dove non ci si nasconde del tutto.
La questione dei diritti degli omosessuali (uomini e donne, anche se per le donne la repressione non è stata sinora così dura) non può, comunque, essere disgiunta dalle altre questioni. Democratizzazione compresa. Pace compresa. I cosiddetti regimi moderati arabi, quelli che l’Occidente considera pilastri della propria strategia mediorientale, hanno politiche non certo gay-friendly. Né si può sperare che in un Iraq stravolto dalla guerra, in una Palestina che non ha confini e che in compenso ha due governi, in un Libano instabile e ancora piegato dalla guerra dello scorso anno la questione gay possa essere dibattuta come se si fosse in un paese europeo, benestante e in pace. I fuochi accesi in Medio Oriente, per i quali l’Occidente non è innocente, colpiscono soprattutto le fasce più deboli. Le donne, per esempio, come aveva detto il rapporto Onu sullo sviluppo umano nel mondo arabo, che indicava non solo la tradizione e la religione come ostacoli allo sviluppo femminile, ma anche, se non soprattutto, i conflitti. Per i gay, il discorso non è poi così diverso.
Leggi l'articolo a p.7 del Riformista
http://www.lettera22.it/showart.php?id=7681&rubrica=80