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Vecchio 20-07-2007, 14.24.29
Edric
 
Unipol, il Gip Forleo al Parlamento "Politici erano complici, non tifosi"

Il magistrato: "Erano consapevoli partecipanti di un disegno criminoso"
Sulla scalata a Rcs: "Supporters interessati alla buona riuscita"

Unipol, il Gip Forleo al Parlamento
"Politici erano complici, non tifosi"


MILANO - Sulle intercettazioni sulla scalata di Unipol a Bnl, il giudice Forleo accusa i politici: "Sarà proprio il placet del Parlamento a rendere possibile la procedibilità penale nei confronti di suoi membri - inquietanti interlocutori di numerose di dette conversazioni soprattutto intervenute sull'utenza in uso al Consorte (Giovanni Consorte, ndr) - i quali all'evidenza appaiono non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti nè personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata".

Così si esprime il magistrato milanese nelle conclusioni dell'ordinanza, che riguarda le intercettazioni relative ai tentativi di scalata Bnl, in cui chiede al Parlamento l'autorizzazione all' utilizzazione delle conversazioni nel procedimento penale.

Nel caso della scalata Rcs, il Gip parla invece di un'operazione con personaggi politici nella veste di "supporters evidentemente interessati alla buona riuscita della stessa per finalità altrettanto evidentemente comprensibili in quanto legate alla tipologia del gruppo oggetto della scalata in questione". Il giudice specifica che dalle intercettazioni si ricavano riprove "dell'intreccio della 'scalata ' in questione con quella concernente Antonveneta".

Forleo ha trasmesso 68 telefonate sulle 73 che coinvolgono esponenti politici nell'ambito delle inchieste Antonveneta-Bnl-Rcs. Adesso, spetta al Parlamento decidere se concedere o meno l'autorizzazione all'utilizzo nelle indagini.

Fonte: LA REPUBBLICA
 
Vecchio 21-07-2007, 21.12.51
Basch
 
Le trascrizioni delle intercettazioni che tengono i Ds col fiato sospeso

Ecco le telefonate D’Alema a Consorte

«Facci sognare. Vai». «Devi farti un elenco delle prudenze... delle comunicazioni». Le chiamate con Fassino. E quella di Ricucci





MILANO -
«Devi farti un elenco delle prudenze che devi avere (...) sì... delle comunicazioni». È questo uno dei due passaggi più delicati per Massimo D’Alema tra le frasi indirizzate all’allora numero uno di Unipol, Giovanni Consorte. E’ il 14 luglio 2005, il braccio destro dalemiano Nicola Latorre gli passa il leader ds che ha bisogno di parlargli. Consorte è molto preso. D’Alema gli ripete di aver bisogno di parlargli di persona. Consorte ha impegni. Concordano allora un incontro per domenica sera. E intanto arriva il suggerimento di D’Alema. Di cui ieri, come peraltro già un anno fa, circolavano versioni più secche («attento alle comunicazioni», o «hai problemi di comunicazione ») che però non trovano i riscontri invece riconosciuti da più fonti alla più ambivalente frase riportata all’inizio. Che in sè, peraltro avulsa dal contesto completo, può essere compatibile tanto con un allarme dato sul rischio-intercettazioni (lo stesso 14 luglio in cui la moglie di Fazio spiegava al marito di aver appreso da Fiorani che, contrariamente a precedenti assicurazioni di un politico, c’erano telefoni sotto controllo); quanto invece con un invito di D’Alema a Consorte a coltivare meglio l’aspetto delle comunicazioni pubbliche sull’operazione in corso di scalata Unipol alla Bnl.

Bonsignore e il tavolo politico
In un altro passaggio delicato sembra profilarsi una compensazione sul piano politico per una scelta in teoria imprenditoriale. È ancora il 14 luglio, ore 9.46, sempre tramite il telefono di Latorre. Consorte chiede a D’Alema di Vito Bonsignore, socio di Bnl ed europarlamentare Udc: vorrebbe stesse dalla sua parte, ma Bonsignore incorrerebbe in oneri fiscali a vendere.
D’Alema: «Ho parlato con Bonsignore, che dice cosa deve fare, uscire o restare un anno... Se vi serve, resta... Evidentemente è interessato a latere in un tavolo politico».
Consorte: «Chiaro, nessuno fa niente per niente».

Fassino: sto abbottonatissimo
Il 5 luglio Consorte sta trattando per comprare il pacchetto di Bnl controllato dall’ingegner Caltagirone, che capeggia la cordata degli immobiliaristi romani, ma è ancora incerto se vendere invece la propria quota agli spagnoli del Bilbao.
Fassino: «Come siamo messi?».
Consorte: «Eh insomma, stiamo... Entro oggi decidiamo, stiamo in trattativa... perché bisogna capire bene cosa vogliono fare questi signori... diciamo romani... Perché se è una cosa lineare noi la facciamo, se invece non è lineare e non è come noi riteniamo si debba fare... eh noi salutiamo... Rischi, Piero, non ne vogliamo correre».
Fassino: Gli altri cosa fa? Perché mi ha chiamato Abete... Chiedendomi di vedermi, non mi ha spiegato... cioè... voglio parlarti, parlarti a voce, a voce... Viene tra un po’... Su quel fronte lì, cosa succede?
Consorte: «Mah, guarda, su quel fronte lì... eh, noi con... però tu... Ma questa... eh... non gliela devi dire a lui...».
Fassino: «Ma io non gli dico niente, voglio solo avere elementi utili per il colloquio».
Consorte: «No! No, no. Ti sto infatti...»
Fassino: «Sto abbottonatissimo».
Consorte: «Eh no, ma ti dico anche quello che puoi dire e non dire, solo questo».
Fassino: «Ecco, meglio così. Dimmi tu».
Consorte: «Noi, sostanzialmente con gli spagnoli un accordo l'abbiamo raggiunto. Anzi, non sostanzialmente ma di fatto proprio, concreto».
Fassino: «Che si configurerebbe come?».
Consorte: «Che noi aderiamo alla loro Offerta pubblica di scambio...Ci danno il controllo di Bnl Vita...e soprattutto ci danno tutti gli assets, quindi 8 miliardi di euro che Bnl Vita gestisce, cioè tutta l'azienda proprio, praticamente no? Poi ci danno un altro oggetto...».
Fassino: «Ehm».
Consorte: «Che però non si può dire oggi (...) E poi d'altra parte il vero problema è che noi non riusciamo a chiudere l'accordo con Caltagirone».
Fassino: «Qual è il problema?».
Consorte: «Fa delle richieste assurde».
Fassino: «(...) Generali e Della Valle vedono di buon occhio gli spagnoli».

Grazie per l’intervista
7 luglio, ore 9.37
Latorre: «Oggi mi pare che... e’ una giornata importante per una delle questioni».
Ricucci: «(...) Tra due giorni mi devo... riuscire ad andarmene dall’ufficio, perché se no, non riesco più manco a sposarmi...Ti volevo dire che ho letto qui l’intervista di Fassino... Eeh... Ha fatto una presa di posizione positiva su di me e io lo volevo ringraziare».

«Facci sognare»
7 luglio, ore 23.19.
Consorte: «Sto qua con i nostri amici banchieri a vedere come cavolo facciamo a rimediare ’sti soldi».
Latorre: «Ah, te l’ho detto, firmo io le fideiussioni. Non rompere, stai tranquillo».
Consorte: «Ma tu non sei credibile con i soldi, non c’hai una lira... tu mi porti solo debiti».
Latorre: «Se c’è una cosa che non ti porto sono debiti».
Consorte: «Senti, hai parlato con Massimo? ».
Latorre: «Sì, ma lui domani deve andare a Massa Carrara».
Consorte: «Domani vado in Consob. Incontro le cooperative... ci devono dare ancora un po’ di soldi.. Se me li danno.. eh.. andiamo avanti».
Latorre: «Partiamo (...) Se vuoi ti passo Massimo».
Consorte: «Dai, passamelo». (Ride).
D’Alema: «Lei è quello di cui parlano tutti i giornali...»
Consorte: «Guardi, la mia più grande sfortuna... Io volevo passare inosservato, ma non riesco a farcela».
D’Alema: «Eh, inosservato, sì...».
Consorte: «Massimo, ti giuro, il mestiere che faccio io, più si passa inosservati emeglio è... Niente, Massimo, sto provando a farcela... Con l’ingegnere abbiamo chiuso l’accordo questa sera...».
D’Alema: «Ah».
Consorte: «Nel senso che loro ci danno tutto. Adesso mi manca un passaggio importante e fondamentale. Sto riunendo i cooperatori perché sono tutti gasati... Gli ho detto: però dovete darmi i soldi, non è che potete solo incoraggiarmi».
D’Alema: «Di quanto hai bisogno ancora?».
Consorte: «Di qualche centinaio di milioni di euro».
D’Alema: «E dopo di che, fate da soli?».
Consorte: «Sì, Unipol, cinque banche, quattro popolari e una banca svizzera»
D’Alema: «Ah, ah».
Consorte: «Eh, eh (...) E andiamo avanti, facciamo tutto noi. Avremo il 70% di Bnl».
D’Alema: «Ho capito».
Consorte: «Secondo te, Massimo, ci possono rompere i c... a quel punto?».
D’Alema: «No, no.... Sì, qualcuno storcerà il naso, diranno che tu sei amico di Gnutti e Fiorani (...) Va bene. Vai avanti, vai!».
Consorte: «Massimo, noi ce la mettiamo tutta».
D’Alema: «Facci sognare! Vai!».
Consorte: «Anche perché se ce la facciamo, abbiamo recuperato un pezzo di storia, Massimo, perché la Bnl era nata come banca per il mondo cooperativo».
D’Alema: «E si chiama "del Lavoro", quindi possiamo dimenticare?».
Consorte: «Esatto... E’ da fare uno sforzo mostruoso, ma vale la pena a un anno dalle elezioni».
D’Alema: «Va bene, vai...»

Gnutti e Berlusconi
Il 12 luglio, ore 9.29, Fassino chiama Consorte e si lamenta che Gnutti andrà alla cena con Berlusconi. Dicono: chi glielo fa fare di andare a cena con uno che perderà le elezioni? Il 17 luglio, ore 21.57, Consorte comunica a Fassino che l’operazione sarà chiusa domani primadell’apertura della Borsa. Fassino dice: ormai ci stanno attaccando da tutte le parti. E il 18 luglio è il giorno del suo «abbiamo una banca?».

Compagno Ricucci
18 luglio.
Latorre: «Stefano!».
Ricucci: «Eccolo! Il compagno Ricucci all' appello!».
Latorre: ride.
Ricucci: «Ormai questa mattina a Consorte gliel’ho detto: "Datemi una tessera perché io non gliela faccio piu", eh!».
Latorre: «Ormai sei diventato un pericolo sovversivo».
Ricucci: «E sì, eh!».
Latorre: «Un pericolo sovversivo, rosso oltretutto ».
Ricucci: «Ho preso da Unipol io tutto... Ho preso, tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con Unipol, quindi...».

Fonte: http://www.corriere.it/Primo_Piano/P...nare_vai.shtml

 
Vecchio 24-07-2007, 12.43.22
Roderigo
 
Unipol, richiamo di Napolitano
Ds verso il sì all'autorizzazione




Il capo dello Stato: "Non inserire negli atti processuali valutazioni non pertinenti". Il Gip Forleo: "Sono soggetta solo alla legge". La Cassazione ha chiesto gli atti. La Quercia punta a una decisione rapida

* * *

Un pasticcio politico

di GIUSEPPE D'AVANZO

Giorgio Napolitano prende posizione. E nelle sue funzioni di presidente del Consiglio superiore della magistratura. Quindi, nella sede più opportuna e nella forma più adeguata. E' un intervento formale che, nei fatti, sostiene i dubbi e l'iniziativa ispettiva già annunciata da Clemente Mastella. Le parole del capo dello Stato sono più di un monito e poco meno che un'esplicita richiesta di un procedimento disciplinare contro il giudice per le indagini preliminari Clementina Forleo. Il tono scelto dal capo dello Stato è didattico e censorio. "Desidero rinnovare il richiamo a non inserire in atti processuali valutazioni e riferimenti non pertinenti e chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti".

Dunque, nella richiesta al Parlamento di rendere utilizzabili le intercettazioni telefoniche tra Gianni Consorte (Unipol) e i ds D'Alema Fassino Latorre, il giudice di Milano utilizza in eccesso il potere che gli è assegnato dai codici, con uno "sviamento", uno "straripamento" delle prerogative che gli attribuisce la legge. Deve soltanto illustrare al Parlamento le ragioni che, a suo giudizio, rendono necessario utilizzare nel processo delle "scalate" Antonveneta/Bnl/Rizzoli-Corriere della Sera le registrazioni di quei colloqui. Con "valutazioni eccedenti" e "riferimenti non pertinenti", il giudice indica esplicitamente e in sovrappiù - per Napolitano, abusivamente - una corresponsabilità nel delitto (aggiotaggio) dei parlamentari non ancora indagati.

Scrive la Forleo: "A parere di questa autorità giudiziaria, sarà proprio il placet del Parlamento a rendere possibile la procedibilità penale nei confronti dei suoi membri i quali, all'evidenza, appaiono non passivi percettori di informazioni pur penalmente rilevanti, ma consapevoli complici di un disegno criminoso".

Se le parole hanno un senso - e non possono non averlo se dette dal presidente della Repubblica in un'occasione così rituale - l'ordinanza del giudice è, come dicono i tecnici, "abnorme" e costituisce il solo caso in cui un ministro di giustizia è legittimato a intervenire sul provvedimento di un giudice. Se i comportamenti saranno coerenti con le parole, si deve credere che siamo alla vigilia di un nuovo, robusto conflitto tra la politica e la magistratura. Il procuratore generale della Cassazione Mario Delli Priscoli chiede di acquisire le ordinanze. Mastella invierà a Milano gli ispettori mentre la Giunta per le autorizzazioni (decide dell'utilizzabilità dei colloqui) avrà molte difficoltà - dinanzi all'ipotizzato vulnus inflitto al potere legislativo con un'iniziativa anomala - ad accogliere la richiesta dei giudici di Milano (ammesso che avesse voglia di accoglierla).

Il putiferio è assicurato anche perché il giudizio di Napolitano non è condiviso da tutti gli addetti. Tra i quali, c'è chi autorevolmente difende le decisioni e le ordinanze di Clementina Forleo giudicandole, forse "border line", ma non illegittime o abusive. Doveva motivare, come le impone la legge, l'essenzialità per il processo di quelle registrazioni. Lo ha fatto forse con qualche parola storta, ma all'interno delle costrizioni procedurali, e schiacciata per di più dalla decisione del pubblico ministero di non iscrivere al registro degli indagati i parlamentari, nonostante quei colloqui li vedessero partecipi e collaboratori di un progetto che occultava e manipolava le notizie da offrire per legge ai mercati e ai risparmiatori. Ora si vedrà quale direzione prenderanno gli organi di disciplina della magistratura, quale giudizio dei passi della Forleo prevarrà tra i giuristi. Esiste una macchina procedurale che vaglierà il rispetto o il dispetto delle regole.

Quale che sia l'esito, appare burlesco soffocare l'intera storia che provoca l'inchiesta penale (le "scalate" del 2005) in una esclusiva questione tecnico-giuridica anche se rilevante perché interpella il sistema delle garanzie. In queste ore, si odono formule troppo confuse. La macchina giudiziaria farà la sua strada, ma l'affare - conviene ricordarlo agli smemorati - è anche politico. La manovra del ceto politico di fare spallucce dinanzi a legami imbarazzanti e obliqui - si vedrà con o senza rilievo penale - è debole. Ancora più fragile è la litania che con Prodi, D'Alema, Fassino, Violante, Finocchiaro ripete: è roba vecchia, già letta e digerita. Letta sì, ma digerita da chi?

E' utile ricordare che cosa è accaduto per scongiurare il rischio che si finisca di parlare soltanto di codici. La scena ricostruita dalla magistratura e dalle testimonianze dei protagonisti (da Ricucci come da Fazio) - e rinforzata, al di là di ogni dubbio, dalle intercettazioni telefoniche - conferma che la politica non ha espresso soltanto "opinioni" nell'anno delle scalate ad Antonveneta, a Bnl, al Corriere della Sera, al gruppo Riffeser. E' stata protagonista. Con l'ambizione esplicita e dichiarata (parole del senatore Nicola Latorre) di "cambiare il volto del potere italiano". I leader politici non si sono limitati ad attendere l'esito di una contesa di mercato. Sono intervenuti, con il peso del loro ruolo e responsabilità pubbliche, a vantaggio dei protégés. Berlusconi indica a Stefano Ricucci il partner industriale per l'assalto a via Solferino e scrutina i possibili mediatori. D'Alema consiglia a Consorte (Unipol) l'acquisto di pacchetti azionari mentre Fassino e Bersani (come ha riferito ai pubblici ministeri Antonio Fazio) incontrano il governatore della Banca d'Italia per "spingere" una fusione Unipol-Monte dei Paschi-Bnl. Quel che se ne ricava è la ragionevole certezza che la politica abbia giocato in proprio la partita, per di più cercando di influenzare uno degli arbitri (il governatore).

Chiunque comprende che non può essere questo il primato della politica. La politica legifera. Seleziona opzioni. Sceglie regole che possano modernizzare il Paese e renderlo capace di affrontare le sfide del futuro. A destra come sinistra sembrano, al contrario, non voler prendere atto che una politica che, nello stesso tempo, gioca, fa l'arbitro e legifera è una cattiva politica. Che scredita se stessa.

Già in occasione della pubblicazione delle testimonianze di Stefano Ricucci, si è avuta la sensazione che, quasi "a freddo", il ceto politico volesse resuscitare il conflitto tra il potere politico e l'ordine giudiziario, la contrapposizione tra ceto politico e informazione per aumentare il "rumore", sollevare polvere, star lontano dal nocciolo più autentico della questione. Da questo punto di vista, se non fosse esistita, Clementina Forleo l'avrebbe dovuta creare la politica. Ma con o senza la Forleo, non è agevole eliminare dal tavolo la questione politica. Quell'intrigo, che vede protagonisti intorno allo stesso tavolo Berlusconi e Prodi, D'Alema e Gianni Letta con un poco nobile codazzo di banchieri, arbitri faziosi, avventurieri della finanza, astuti nouveaux entrepreneurs, racconta ancora oggi la distanza tra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi; la divaricazione tra gli accordi in corridoio e i contrasti in pubblico. Da due anni si attende una parola trasparente e critica su quel pasticcio, un'assunzione di responsabilità, un impegno pubblico. Chi può, in buona fede, giudicarla roba vecchia? E' una questione attualissima, qualsiasi cosa decida di fare la magistratura.


(24 luglio 2007)
http://www.repubblica.it
 
Vecchio 26-07-2007, 23.06.37
Roderigo
 
Quel pasticcio del codice




di FRANCO CORDERO

Nel repertorio forense la procedura penale segna il punto infimo: furberie, cavilli, tattiche impudenti e tanta ignoranza; se ne riparla da quando un giudice delle indagini preliminari (in sigla gip) ha chiesto alla Camera il permesso d'usare colloqui dei quasi-imputati con alcuni parlamentari, formalmente estranei al procedimento, configurandoli come possibili concorrenti. Proteste, scandalo, iperboli più o meno gonfie.

Gl’intenditori risolvono la questione in due battute: l'attore è il pubblico minisiero; riceve o raccoglie notizie del reato, iscritte nel relativo registro, indaga e ritenendo d'avere materiale idoneo, formula l'imputazione; altrimenti chiede d'essere sciolto dall’obbligo d'agire.

Stavolta non aveva mosso dito verso gli onorevoli collocutori, dunque non spella al giudice ventilare ipotesi delittuose rispetto ad essi. Le ravvisa? Allora informi l'ufficio requirente. Vero, ha sbagliato. Tuttavia, l'errore appare veniale rispetto agli sgorbi normativi dai quali nasce.

La storia risale all'art. 68 Cost., riscritto dalla l. 29 ottobre 1933 n. 3: il parlamento godeva d'un diritto d'asilo; i suoi componenti non erano giudicabili senza il voto affermativo della Camera competente. Adesso lo sono ma, siccome gli unti dal popolo hanno sangue blu, la nuova norma subordina le intercettazioni al voto camerale. Tanto vale impedirle: l'espediente investigativo riesce utile finché chi parla non sappia d'essere ascoltato; qui era clamorosamente avvertito. Insomma, fin quando l'assemblea non lo conceda, nessuno controlla i loro apparecchi: se però, in vena garrula, entrano nello spazio acustico altrui, legittimamente sorvegliato, imputent sibi (incredibile quanto ciarlino); un'altra volta siano più cauti. Così ragionano gli assuefatti al discorso serio: l'assemblea accorda licenze d'ascolto, permettendo atti da compiere, mentre qui risultano compiuti; sarebbe un permesso d'usare materiali bene raccolti; in tal senso Montecitorio s'arroga anomali poteri autorizzativi nei tardi anni Novanta, perché la XIII legislatura, dominata dal centro-sinistra, incuba già filosofemi berlusconiani. Il fiore velenoso sboccia sub divo Berluscone: 1.20 giugno 2003 n. 140, dichiarata invalida dalla Consulta nella parte in cui contemplava un'assurda immunità processuale dei cinque presidenti; l'interessato era lui. L'art. 6 regola l'uso del materiale ritualmente intercettato dove risuonino ugole parlamentari: l'ipotesi auspicabile è che il gip, «anche su istanza delle parti» (possibile quindi l'intervento ex officio), lo ritenga irrilevante; allora ordina che sia distratto (comma l) ; se però una parte vuol usarlo e udite le altre, lui reputa adoperabili i discorsi de quibus, chiede il permesso alla Camera competente (commi 2-3); negato il quale, l'intero reperto (dischi, nastri, verbali, tabulati) va distrutto al più tardi nei 10 giorni (c. 5).

Siamo in piena teratologia, la scienza dei mostri: nonna indecorosa, scritta con i piedi, grossolanamente invalida; è facile previsione che tale sia dichiarata dalla Corte costituzionale. I lettori inesperti possono rendersene conto da un esempio. N e P, boss mafiosi, conversano sul filo o nell'etere con Q, eletto dal popolo (é ingenuo presupporre che le cosche non abbiano chi le tutela dai banchi) : rievocano delitti su cui l'inquirente s'era affaticato invano; salta fuori l'organigramma dei mandanti, consiglieri, gestori, manovali. Sia lodato Iddio, caso risolto, purché l'assemblea accordi il permesso d'usare le sante parole: se lo nega con l'argomento insindacabile del fumus persecutionis, va tutto al diavolo; siccome una norma matta estende l'immunità processuale ai collocutori, N e P vengono assolti. Cose da burla macabra. L'ignaro domanda perché gli autori dello scempio abbiano chiamato alla ribalta il gip: figura innaturale; è il pubblico ministero che raccoglie le prove d ' accusa, risposta ovvia: nella cultura berlusconiana, condivisa da settori nel centrosinistra, ì requirenti sono belve in cerca d'una preda, finché non abbiano carriera separata agli ordini del governo, e quale castigamatti, riappare il giudice istruttore. Ma il contrappasso batte colpi anche fuori dell'inferno dantesco: i soi-disant garantisti evocavano un gip spegnitore; stavolta da fuoco lui alle polveri. L'anomalia allignava già nel codice, in barba alla logica accusatori a: non s'erano mai visti termini oltre I quali l'organo requirente debba astenersi dall'indagare, sotto pena d'inefficacia dell'atto compiuto; il legislatore 1989 li impone; e affida al giudice l'eventuale riapertura; scelta insindacabile (arti. 405-7 e 414 cp.p.).

Il caso del quale sono piene le cronache, dunque, è attribuibile al legislatore calamitosamente pasticheur. Definiamolo in chiave tecnica, fuori dall'alluvione retorica. La Camera bassa ha ricevuto l'ordinanza: erano e sinora restano estranei al procedimento gli onorevoli le cui parole il giudice ritiene utili; l'organo requirente non li ha iscritti né indaga nei loro confronti; qui appare due volte assurdo che l'uso delle prove dipenda dall'assenso assembleare; infatti, stiamo parlando d'una norma invalida. Senonché quel giudice afferma l'ipotetica responsabilità dei predetti. In quale conto tenere i relativi argomenti? Nell'attuale con testo, nessun conto: sono dei flatus vocis, come scrivevano filosofi medievali nelle dispute sui nomi; opinioni irrituali; non era affare suo disquisirle lì. Ma ha scritto quei che pensa. L'atto configura una denuncia obbligatoria (art. 331, illo tempore chiamata «rapporto»): il pubblico ministero, suo destinatario, la iscrive nel registro (art. 335) e indaga; indi chiede il processo o l'archiviazione (art. 408); se il gip gliela nega, malgré lui formula l'imputazione, essendovi obbligato (art. 409, c. 5).

La parola passa a Montecitorio, il partito blu s'è schierato: B. offre largo e micidiale compatimento agli esponenti Ds condolendosi dell'attacco sferrato «in spregio alle regole»; vittime come lo era lui; nel nome d'una «buona giustizia e buona politica», i profondi pensatori d'Arcore invocano il ripristino dell'immunità parlamentare, abolita 14 anni fa, affinchè le Camere ridiventino asilo d'impuniti (i napoletani dell'età barocca lo chiamavano «confugio», nome pittoresco). Come voteranno i partiti del centrosinistra? L'unica risposta pulita è «sì», senza clausole: se il pubblico ministero ritiene sostenibile l'ipotesi d'una corresponsabilità e l'udienza preliminare porta ai dibattimento, tribunale e corti diranno quanto fondamento abbia; frapporre ostacoli sarebbe ignobile e politicamente stupido. Gl'italiani sensibili al bisogno d'un minimo etico nella cosa pubblica non hanno combattuto la pirateria berlusconiana per installarne una solidale, pseudo liberal-bolscevica. Ma povera procedura penale, contraffatta da ignoranti chierici del garantismo bicamerale.


Repubblica 25 luglio 2007
 
Vecchio 11-09-2007, 12.13.30
Roderigo
 
I documenti consegnati alla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera
Il ministro degli Esteri: "Forleo si è arrogata un compito che non attiene alle sue funzioni"


Unipol, le memorie di Fassino e D'Alema
Il vicepremier: "Errata l'ordinanza del gip"




Il segretario Ds ribadisce "assoluta estraneità a qualsiasi forma di illecito"

ROMA - Sono arrivate entrambe nel pomeriggio, e domani saranno inviate alla Giunta per le autorizzazioni a procedere, le memorie difensive del segretario Ds, Piero Fassino, e del vicepremier e ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, relative alla richiesta del gip di Milano, Clementina Forleo, di utilizzare alcune intercettazioni telefoniche nell'ambito dell'inchiesta sulle scalate bancarie dell'estate 2006. Il presidente della Giunta, Carlo Giovanardi, spiega che l'organismo esprimerà la sua posizione "ragionevolmente entro due settimane". E precisa: "Non dobbiamo fare un processo a nessuno, ma semplicemente stabilire se le intercettazioni riguardanti Giovanni Consorte vanno usate". E se il segretario Ds ribadisce la propria "assoluta estraneità" a ogni illecito, il vicepremier attacca direttamente il gip Forleo: quelle contenute nella sua ordinanza sono "asserzioni assolutamente stupefacenti e illegittime" che dimostrano l'"animosità" e l'"acrimonia" del gip stesso.

D'Alema: "Ordinanza errata". E' "errata", secondo il vicepremier, l'ordinanza con cui Forleo chiede alle Camere di utilizzare le telefonate intercettate tra sei parlamentari e alcuni indagati nelle inchieste sulle tentate scalate ad Antonveneta-Bnl-Rcs. L'ordinanza "non attiene all'utilizzabilità delle fonti di prova nei confronti dei soggetti già indagati, ma si configura come un'improponibile richiesta di 'autorizzazione a procedere'", scrive il vicepremier nelle 27 pagine della sua memoria difensiva.

"Compito che non attiene alle funzioni del gip". Secondo D'alema, "l'ordinanza postula due poteri entrambi inesistenti". Nelle conclusioni della memoria, il ministro spiega che "il primo dev'essere individuato nel fatto che il gip si è arrogato un compito che non appartiene alle sue funzioni ordinamentali, essendo invece l'esercizio dell'azione penale proprio del pubblico mistero". Quindi "non è processualmente possibile al gip prospettare qualsivoglia ipotesi accusatoria in questa fase, tanto meno esprimere apprezzamenti di colpevolezza nei confronti di persone avverso le quali il pm non ha promosso azione penale".

"La Camera non ha potere di placet". In secondo luogo, continua D'Alema, "la Camera non ha potere di concedere alcun 'placet' affinché sia resa possibile la procedibilità penale nei confronti dei suoi membri", perché "con legge costituzionale 29 ottobre 1993 n.3 l'autorizzazione a procedere non è più prevista dalla nostra Corte Costituzionale". In conclusione, "questa memoria ha voluto affrontare questioni di carattere giuridico-istituzionale e questioni attinenti il merito dei fatti". Tali riflessioni "non vi è dubbio che saranno valutate dal Parlamento con rigore e saggezza", e ogni decisione "non potrà che essere condivisa".

"Parlamento non è strumento magistratura". "Il Parlamento non può essere considerato un mero organo esecutivo delle richieste" dell'autorità giudiziaria. "Ciò - scrive D'Alema - contrasta con il nostro sistema costituzionale che si fonda sulla centralità del Parlamento e quindi non può essere considerato mero strumento passivo di esecuzione di richieste di altri organi instituzionali". "Né - aggiunge- può essere considerato un acquiescente traduttore della volontà di un soggetto dell'ordinamento giudiziario".

Fassino, "assoluta estraneità a ogni illecito". Il segretario Ds affida a una nota dell'ufficio stampa del partito una sintesi della sua memoria difensiva. Nella quale "ricostruisce i fatti, illustra il carattere puramente conoscitivo delle sue conversazioni telefoniche e offre ampia dimostrazione dell'assoluta estraneità a qualsiasi forma di illecito e della correttezza dei suoi comportamenti. Confermando di essere unicamente interessato a una valutazione serena e di merito dei fatti, Fassino - conclude la nota - ribadisce la condivisione di ogni decisione che in questa direzione la Giunta assumerà".

"Abnorme ritenermi complice". Per un parlamentare "conoscere ciò che avviene nel Paese costituisce un diritto, se non addirittura un dovere" perciò "già soltanto pensare che il mio interesse possa essere riconducibile a una qualche forma di complicità in un disegno criminoso appare abnorme". Fassino ribatte duro alle accuse di Forleo che aveva parlato di "consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata". Nel documento, il segretario Ds ripercorre i contenuti delle telefonate intercettate, che rivelano "con evidenza che io, lungi dall'interagire con le iniziative dell'ingegner Consorte e con i suoi programmi, mi sono esclusivamente limitato a chiedere informazioni asettiche, per essere in grado di comprendere e di poter conseguentemente valutare ciò che stava accadendo".


(10 settembre 2007)
http://www.repubblica.it/
 
Vecchio 11-09-2007, 12.26.38
ohnefrieden
 
Clementina,
Santa subito
 
Vecchio 11-09-2007, 12.49.29
Michi
 
Citazione:
Originalmente inviato da ohnefrieden
Clementina,
Santa subito
Per carità, mon ami.

Detto che le ovazioni di piazza al giudice sono tipici di una repubblica delle banane e non di uno stato di diritto, i protagonismi e le anticipazioni alla stampa di atti dell'inchiesta sono stati il presupposto principe della delegittimazione degli uni e della beatificazione della psiconano (userò una definizione di Grillo, toh), e non sento il bisogno di un bis del film già visto con Mani Pulite.
 
Vecchio 12-09-2007, 17.57.14
Roderigo
 
La vera prova
che attende D'Alema




di GIUSEPPE D'AVANZO

Massimo D'Alema è stato il primo a denunciare - già in maggio - la crisi di credibilità della politica, il rischio di un rigetto che avrebbe potuto "travolgere il Paese con sentimenti simili a quelli che, negli anni Novanta, segnarono la fine della Prima Repubblica". Se aveva ragione in primavera (e aveva ragione come dimostra Beppe Grillo), il ministro degli Esteri ha torto oggi a non chiedere al Parlamento, in modo esplicito e urgente, di autorizzare l'uso giudiziario delle sue conversazioni telefoniche con Gianni Consorte (Unipol).

Non c'è dubbio che sia in circolazione chi vuole lo scalpo del presidente diessino alla vigilia della nascita del Partito democratico, e tuttavia per se stesso, per la sua parte, per l'intero ceto politico, sarebbe un errore serio, con l'aria che tira, sottovalutare l'aspetto pubblico dell'affare. Massimo D'Alema, nella memoria presentata alla Camera, ne riduce lo spettro quasi a questione privata tra se stesso e il giudice di Milano.

Delimitato così il territorio della contesa, affronta l'avversario con severi fendenti in ogni direzione. Quel giudice è "animoso"; la sua iniziativa è "anomala"; i suoi argomenti sono "stupefacenti e illegittimi" quando non pregiudicati da un'"incomprensibile ignoranza degli istituti giuridici". Quel giudice meriterebbe, più che soddisfazione, un'inchiesta disciplinare e, in ogni caso, che gli si opponga l'insindacabile argomento del fumus persecutionis che appare a D'Alema provato, documentato, ineludibile anche se alla fine - ma poteva fare altrimenti? - egli concede di voler condividere "qualsiasi decisione che la Giunta riterrà di voler assumere".

Non esiste, si sa, l'onnipotenza dell'argomento giuridico. In questo caso, poi, in modo macroscopico. Ciascun attore si muove ispirato da fonti fluide e prassi controverse.

Il pubblico ministero poteva, e forse doveva, iscrivere al registro degli indagati i parlamentari (tre di centro-destra, tre di centro-sinistra) e ha preferito per prudenza o timidezza non farlo. Il giudice, a cui non spetta proporre ipotesi delittuose, irritualmente le affaccia, sostenuto dal pubblico ministero e protetto dal codice che lo obbliga, come pubblico ufficiale, alla denuncia: è il sentiero stretto che lo tiene al di qua delle costrizioni procedurali. Peraltro, si tratta di applicare una norma che i sapienti del diritto (Franco Cordero) giudicano così "indecorosa, scritta coi piedi, grossolanamente invalida" che "è facile previsione che tale sarà dichiarata dalla Corte Costituzionale".

In un sistema così infestato anche Guido Rossi finisce per rendersi irriconoscibile accettando la difesa di Massimo D'Alema, dopo essere stato il sostenitore della legge sul market abuse; il mentore che ha "acculturato" la procura di Milano alla modernità giuridica; il consulente di Abn Amro che raccoglie le confessioni del "gola profonda" che danno il via all'inchiesta; l'avvocato d'affari dei francesi di Bnp Paribas che conquistano Bnl dopo la liquidazione giudiziaria di Unipol.

Per venire a capo di questo imbroglio penale, normativo, legislativo e costituzionale ci vorrà tempo e fatica per chi ne è coinvolto, quale che sia la decisione della Giunta per le autorizzazioni. D'Alema, in cuor suo, deve sapere che per riportare a casa intatte affidabilità, leadership e futuro deve affrontarne la complessità.

In un'epoca politicamente quieta, forse le cose sarebbero andate in modo diverso e meno complicato, ma è lo stesso D'Alema ad avvertire la stagione così pericolosa da incubare qualche mostro. La sua preoccupata previsione dovrebbe convincerlo ad accettare subito procedure e standard non diversi da quelli con cui sono giudicati tutti gli altri cittadini. La sua responsabilità pubblica dovrebbe indurlo presto a riflettere in pubblico su quel non limpido periodo. È la ragione che impedisce di considerare "affare privato" quel che gli accade. Al di là delle responsabilità penali, che non si sa nemmeno se ci sono, egli è oggi individuato - per quelle intercettazioni - come uno dei cardini di un progetto che esplicitamente aveva l'ambizione di riscrivere gli equilibri di potere assegnando una grande banca e un grande gruppo editoriale a ciascuno degli schieramenti politici.

Nella scena ricostruita dalla magistratura i leader politici intervengono, con il peso del loro ruolo, a vantaggio dei protégés. Berlusconi indica a Stefano Ricucci il partner industriale per l'assalto al Corriere della Sera e scrutina i possibili mediatori. D'Alema protegge Consorte (Unipol) nell'acquisto di pacchetti azionari mentre Fassino e Bersani (lo sostiene Antonio Fazio) incontrano il governatore della Banca d'Italia per "spingere" una fusione Unipol-Monte dei Paschi-Bnl. Quale politica fa capolino in questo tableau? La politica legifera. Seleziona opzioni. Sceglie regole che modernizzano il Paese. A destra come a sinistra sembrano, al contrario, non considerare che una politica che, nello stesso tempo, gioca, fa l'arbitro e legifera è una politica cattiva e "tribale" che il Paese ormai disprezza; una politica che si autoattribuisce un "primato", nient'altro che un esercizio d'autorità - per i più, intollerabile - che provoca rabbia, indignazione, qualunquismo, la tentazione della demagogia e del populismo: quei sentimenti, appunto, che portarono alla dissoluzione di un intero sistema politico appena quindici anni fa e che già ci hanno regalato due governi Berlusconi.

Non si tratta allora soltanto di un privato grattacapo giudiziario. D'Alema può avvertire l'opportunità di spiegare come possa aver creduto nell'indifferenza dei metodi che affiorano nell'inchiesta. Quale radicale ristrutturazione delle regole del gioco sia necessaria per correggere quella fragilità strutturale della politica che fa delle élite un ceto autoreferenziale che vive di una nascosta solidarietà di persone e di gruppi. Come intende andare oltre questa debolezza che rende endemico il compromesso sotto banco; la legittimazione delle clientele; l'affarismo e gli egoismi di clan; la cronica contraddizione tra le parole e i fatti; la riduzione della vita politica a un confronto "riluttante ai grandi programmi come alle questioni di principio".

È la visione di questo paesaggio a far crescere la convinzione che nessun legame o proposta possa tenere insieme gli interessi. Che induce il Paese a credere alla flessibilità delle regole, a separarlo dalle istituzioni e dallo Stato, a umiliarne la fiducia nella politica e nel "vivere politico". È una criticità che un leader politico deve affrontare con coraggio in questa pur infelice congiuntura personale. Un leader "necessario" come Massimo D'Alema deve esserne consapevole e assumersi questo compito, non agevole e forse crudele, evitando il travaglio di una democrazia screditata e il dissesto che egli stesso teme. Appena il mese scorso, Michael Ignatieff ricordava da queste colonne come, in politica, imparare dagli insuccessi conta tanto quanto saper sfruttare i successi. È la prova che attende ora Massimo D'Alema.


(12 settembre 2007)
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