L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2007

 
Vecchio 25-07-2007, 01.20.01
Roderigo
 
La libertà di suicidio

La libertà di suicidio difesa da Turati



di DAVID BIDUSSA

L’articolo 32 della Costituzione italiana recita al secondo capoverso: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». La questione intorno al testamento biologico, in fondo, sta tutta qui. Riguarda la decisione di predisporre il trattamento cui potrebbe essere sottoposto il nostro corpo in caso di incapacità di intendere e di volere. Questo su un piano tecnico. Su un piano di interazione sociale significa comporre tutti e tre gli attori fondamentali della scena: rendere effettivi i diritti dei malati; alleggerire le spalle dei famigliari dal peso delle decisioni più difficili; tutelare l’operato dei medici.

Il problema, tuttavia, non è tecnico. È culturale. Noi abbiamo oggi una discussione aperta sulla questione del testamento biologico perché non siamo in grado di sopportare il confronto con la morte. Non è solo un dato culturale o emozionale, è prima di tutto una condizione mentale. Riguarda l’immagine della morte che coltiviamo; le superstizioni che ci portiamo dietro; il rapporto che abbiamo con il nostro corpo; la nostra convinzione di fede.

Due fenomeni uguali e contrari hanno segnato il vissuto culturale ed emozionale intorno all’esperienza della morte nel corso del Novecento: da una parte la sua industrializzazione; dall’altra l’incapacità di fronteggiarla. La sua industrializzazione ha indotto, per reazione, la centralità dei luoghi della memoria pubblica, laddove la morte di massa si è verificata (campi di battaglia, cimiteri di guerra, ossari, campi di sterminio ecc). In quel caso il contatto con la morte (pur nella sua assurdità) sollecita una riflessione sui percorsi della responsabilità collettiva. Farsi carico di quei morti significa assumere su di sé il peso della storia. Dall’altra parte, invece, il tema è l’incapacità di sostenere le tappe della morte individuale, più spesso la morte per vecchiaia o per lunga malattia. La morte, in questo secondo caso, è un evento difficilmente sopportato perché implica scelte che né il malato terminale né il nucleo della famiglia sono in grado di affrontare. È per esempio il caso dell’abbandono di terapie di contenimento in casi di tumori verso l’adozione di terapie palliative o di accompagnamento.

Il tema non è la morte, ma la decisione intorno ai suoi tempi. In questo caso la questione rientra nel vasto campo della decisione sulla interruzione dell’intervento di contrasto. A ben vedere, al di là del caso specifico, ovvero la liceità di interrompere le cure che consentono ai malati di continuare a vivere, la questione è quella del diritto alla morte come sfera della libertà degli individui, della possibilità della decisione di darsi morte non come patologia (depressione, crisi della persona ecc.), ma come decisione di disporre di sé. Allo stesso tempo legando la propria sorte a quella dei vivi con cui si continua un confronto serrato e conflittuale. In questo senso e forse anche paradossalmente, quella decisione costituisce anche un momento di affermazione di sé.

È esemplare, da questo punto di vista, la decisione e la comunicazione con cui Paul Lafargue e Laura Marx decidono il loro suicidio. È il 26 novembre 1911; i coniugi Lafargue rientrano in casa da Parigi, salutano il giardiniere e si intrattengono cordialmente con la sua famiglia: raccontano del film che hanno visto in un locale della capitale. La mattina dopo, una domenica, sono trovati morti: Paul sdraiato sul letto, vestito, e nella stanza vicina, Laura, seduta in poltrona; la morte era stata provocata da un’iniezione di acido cianidrico. Nel testamento rinvenuto insieme ad altre ultime lettere, Lafargue aveva scritto: «Sano di corpo e di spirito, mi uccido prima che l’impietosa vecchiaia mi tolga uno a uno i piaceri e le gioie dell’esistenza e mi spogli delle forze fisiche e intellettuali. Affinché la vecchiaia non paralizzi la mia energia, non spezzi la mia volontà e non mi renda un peso per me e per gli altri. Da molto tempo mi sono ripromesso di non superare i settant’anni; ho fissato la stagione dell’anno per il mio distacco dalla vita e ho preparato il sistema per mettere in pratica la mia decisione: un’iniezione ipodermica di acido cianidrico».

Filippo Turati su Critica sociale scriveva due settimane dopo, rendendo omaggio alle loro figure: «Questa è la morte che rinnega se stessa. Sempre nei grandi suicidi c’è l’anormale o il fatale, c’è lo sforzo, l’acrobatismo, la fuga o la sfida. Vi è “il gesto”, insomma. Il deluso, lo stanco, il disperato della vita, fuggono a uno strazio non sopportabile. Il martire della fede presume di fare passaggio a una vita migliore. Paolo e Laura Lafargue non hanno mai esitato né dubitato. Non è giusto dire che sono “morti”, che si sono “uccisi”. L’ora parve ad essi scoccata e “sono partiti”. Senza chiudere gli occhi nel terrore e senza rabbrividire».

Partendo da un’altra condizione esistenziale, negli anni ’70 è stato Jean Améry a riproporre il medesimo paradigma, ovvero come diritto a scegliere e a decidere allorché in Levar la mano su di sé. Saggio sul suicidio (Bollati Boringhieri) analizza lo stato d’animo del suicida, difendendo la dignità della morte libera dai pregiudizi del senso comune, negando che il suicidio sia un chiaro indizio di follia, un gesto egoista o immorale. Il suicidio gli appare piuttosto come un ultimo disperato momento di affermazione di sé, un paradossale «Muoio dunque sono». Parallelamente, non accanirsi non è un gesto né beffardo né impertinente, riguarda il diritto di decidere di sé e per sé. Un dato su cui dovremmo riflettere in un’epoca in cui la ricerca del gesto eroico, della esaltazione della vita esemplare induce troppo spesso a negare dei diritti, a contenere la propria individualità in nome di una «pedagogia della vita virtuosa» che non c’è.


Il Riformista 24 luglio 2007
 
Vecchio 25-07-2007, 01.40.19
Roderigo
 
Perché non esiste il «diritto di morire»



di LUCETTA SCARAFFIA

Per capire le ragioni dei cattolici nei confronti del testamento biologico e dell'eutanasia — e fare giustizia delle generiche accuse di «paternalismo» o dì nostalgia per uno «Stato etico» avanzate da chi sostiene a tutti i costi la necessità di una legge su) testamento biologico è utile leggere il breve saggio Eutanasia di Adriano Pessina (Cantagalli, pagine 116, € 12,50), che con lucidità e chiarezza ne spiega le ragioni morali e filosofiche: che non sono, quindi, solo religiose.

Innanzitutto l'autore distingue nettamente fra eutanasia e sospensione dei trattamenti valutata come accanimento terapeutico, e ricorda che invece alcuni sostenitori dell'eutanasia tendono a equiparare queste situazioni, negando che esista una reale differenza, come si è visto nel caso Welby. Con una mossa teorica che radicalizza la centralità dell'autonomia essi pongono infatti le premesse per questa confusione - e oggi molti dei più strenui sostenitori del testamento biologico sono anche a favore dell'eutanasia — mentre, ricorda Pessina, «la legittimità o no di un rifiuto non dipende solo ed esclusivamente dal fatto che sia frutto di una scelta libera, ma dalle ragioni che la sostengono».

Ponendo la scelta come fondamento del valore di ciò che viene scelto si arriva infatti a giustificare il discutibilissimo «diritto di morire». E proprio «la scorciatoia formalistica e proceduristica» proposta su questa base sembra allora più facilmente percorribile, perché evita «il confronto tematico, il giudizio morale». Anche se la nostra epoca è affascinata dal primato della volontà, bisogna rendersi conto che «la possibilità di decidere di sé fino al punto di non essere più è, e resta soltanto un fatto, non costituisce né un diritto né un bene». Parole che fanno riflettere sulla necessità di un testamento biologico, di recente negato in Italia anche dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri che ha invece proposto di valorizzare l'importanza di un'alleanza terapeutica fra medico e paziente e l'uso delle cure palliative.

Il funzionamento problematico di questo strumento giuridico è già stato rilevato nei Paesi dove è da tempo in vigore: qui — in assenza di chiare volontà del paziente, del resto molto difficili da specificare in situazioni in cui le scoperte scientifiche ampliano in modo continuo le possibilità della medicina.....- si è esteso il ruolo del «fiduciario». Anche se numerosi studi, condotti su pazienti terminali che non hanno ancora perso coscienza, hanno dimostrato che le scelte dei fiduciari, di fronte alle decisioni sulla fine della vita, sono molto discordanti da quelle del paziente.

Particolarmente grave è stata poi l'estensione di questa «autodeterminazione» ai bambini di meno di un anno — chiaramente privi della possibilità di scegliere — in assenza di reali speranze di sopravvivenza o affetti da gravi anomalie, che nella metà dei casi si traduce nella decisione di sospendere o annullare trattamenti per accelerare la morte del bambino.

Bisogna quindi essere molto prudenti nel legiferare su un tema così pericoloso e delicato, soprattutto quando si propongono leggi non necessarie. Ricordando, come scrive Pessina, che il rifiuto del «diritto di morire» non deriva «da nessuna sacralizzazione della vita astrattamente intesa, ma dal rispetto del senso storico dell'esistere».


Corriere della Sera 23 luglio 2007



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