L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2007

 
Vecchio 10-06-2007, 12.43.02
Mitamit
 
Vincitori e sconfitti

Concetti indivisibili, come la luce e le ombre. E come la luce è una, cosicché le possibili ombre sono molte, così ogni vincitore porta quasi sempre dietro di sé molti vinti.
E si può essere vincitori su fatti e uomini; e si può essere vinti da fatti e uomini.
Ma il vincitore è sempre il nostro vincitore: possiamo essere uno dei diecimila sconfitti, ma l’unico vincitore a cui sono tributati gli onori, e forse un giorno la gloria, l’unico vincitore serve ai diecimila per immedesimarsi, per condividerne la gioia e la felicità cosicché nella partecipazione siamo tutti vincenti. Perché c’è la nascosta speranza che, la volta successiva, uno dei diecimila salirà sull’altare al suo posto. Ecco perché colui che vince una volta è amato, mentre colui che vince sempre genera invidia. E lo sconfitto? La sconfitto appartiene alla “tragedia umana” perché, come scriveva K. Jaspers, ci ricorda che: «vince l’universale, l’ordine del mondo, quello etico, la vita cosmica, l’eterno: ma nel riconoscimento di tal universalità c’è insieme la condanna. Quest’universalità è tale per cui la sconfitta della grandezza umana che le si oppone diventa necessaria



Vincitori e sconfitti





[…]

In effetti la sorella di Wertheimer non ha colpa per la morte di Wertheimer , pensai, è stato Wertheimer che ha rovesciato sulla sorella del suo suicidio con l’idea di deviarne l’attenzione dal fatto che tutta la colpa per il suo suicidio e, in generale, per la sua catastrofica esistenza andava attribuita alle Variazioni Goldberg
nell’interpretazione di Glenn, e al suo Clavicembalo ben temperato. Tuttavia, la catastrofe di Wertheimer ha avuto inizio nell’istante in cui Glenn Gould, rivolgendosi a Wertheimer, gli ha detto che era il soccombente, ad un tratto ciò che Wertheimer aveva sempre saputo fu pronunciato da Glenn a voce alta e devo dire senza alcun preconcetto in quel suo tono tipico canadese-americano, Glenn con quel suo soccombente ha colpito Wertheimer a morte, pensai, non perché Wertheimer abbia udito allora la prima volta quel concetto, ma perché, pur senza conoscere la parola soccombente, Wertheimer aveva già da molto tempo familiarità con il concetto di soccombente e però Glenn Gould ha pronunciato la parola soccombente in un momento cruciale, pensai. Noi diciamo una parola e annientiamo un essere umano senza che questo essere umano da noi annientato, nel momento in cui pronunciamo la parola che lo annienta, abbia cognizione di questo fatto micidiale.

[…]


T. Bernhard, Il soccombente

 
Vecchio 16-06-2007, 06.14.08
Mitamit
 



www.artinvest2000.com



Sunzi: disse:

«Gli abili guerrieri dell’antichità agivano innanzitutto in modo da non poter essere vinti e attendevano il momento in cui poter vincere il nemico. Dal momento che l’invincibile dipende da noi stessi e che il suo opposto dipende dall’avversario, gli abili guerrieri possono rendersi invincibili ma non possono far sì che il nemico sia sicuramente sconfiggibile.

Da qui il detto: “ La vittoria è prevedibile, ma non sicuramente attuabile”. L’invincibilità sta nel sapersi difendere, e la possibilità di vincere sta nel saper attaccare. Ci si difende quando le forze sono insufficienti, e si attacca quando sono sovrabbondanti. Chi è abile nel difendersi è come se si occultasse nelle nove profondità della terra, e chi è abile nell’attaccare è come se piombasse giù dai nove cieli.

[…]

Sun Tzu, L’arte della guerra



 
Vecchio 16-06-2007, 11.32.34
foglie di acqua
 



Se devo pensare al momento più duro della mia vita, se devo isolare un attimo della mia esistenza e stupidamente attaccargli il cartellino del più duro di tutti, devo attaccarlo a quei sei o sette minuti lassù su quel ring, quella quarta e quinta ripresa. La Capra non era più quel ragazzo sordo con la fronte come un muro e gli occhi bui che faceva il pugile, la Capra era d'un tratto la vita stessa, che mi aveva preso e portato fuori da quel mondo di balocchi in cui ero un fenomeno e vedevo i colpi al ralenti, e vestita dei panni di quel ragazzino aveva preso a darmi tante di quelle botte da farmi chiedere pietà. Saltellavo in giro per il ring e azzardavo qualche diretto e quel nodo di muscoli mi seguiva come un cane rabbioso abbassandosi sul tronco e sparandomi addosso cazzotti forti come legnate, al fegato, al costato, al mento, sui guantoni e sulle spalle quando andava fuori misura. Mi stava davanti ansimando, poi faceva un mezzo passo da una parte e lasciava andare una serie esplosiva di tre colpi da sfondare una porta, per fortuna il più delle volte non così precisa, e per fortuna quella parte di me che ancora portava i panni del pugile riuscì a non aprirsi a quella secchiata di rabbia.
Due riprese e una lezione da bastare una vita. Ma anche lui sbagliò, e alla sesta ripresa anche lui era stanco. Mi aveva riempito di pugni ed ero sempre lì che gli balzellavo in qualche modo di fronte, e non ero andato giù, e avevo dimostrato, fisico o no, colletto di pollo o no, che ero capace di rimanere in piedi. (...)

Ripresi a fare ciò che sapevo fare, ma come tutti gli altri, faticando: un diretto dopo l'altro. Sinistro, sinistro, schivata, giro, giro, sinistro destro sinistro. Lui mi stava di fronte, scattava con la testa a destra e a sinistra, aspettava una delle mie serie e mi veniva sotto, lasciava andare due colpi duri come legnate, e mentre si allontanava io gli riappiccicavo addosso due diretti, senza nemmeno respirare, sperando di raccattare da qualche parte le forze, sperando che quelle due pale di piombo che avevo attaccate alle spalle continuassero a fare il loro mestiere e non mi lasciassero a piedi come una gomma bucata (...)
Ma aveva ragione Gustavo, la Capra crollò nella trappola di chi vuole troppo. Era stato un grande incontro, ed eravamo ormai nelle mani del giudice. Io l'avevo capito, ma lui no, lui voleva la stoccata finale, lui voleva garantirsi il risultato e chiarire una volta per tutte chi davvero era il più forte: tentò di fregarmi là dove non me l'aspettavo, su un diretto destro, lungo e veloce dritto al mento. E devo essere onesto: qualche ripresa prima forse me l'avrebbe fatta, forse davvero non mi sarei aspettato quella saetta diretta al mento, veloce come un treno. Ma non a quel punto, non a pochi secondi dalla fine, non quando ormai aveva poca importanza se mi aspettavo qualcosa o meno, ché tanto mi proteggevo da tutto; non quando ormai era più lento di quel che credeva, e prevedibile. Lo vidi quasi partire quel destro, e vorrei poter dire che ebbi la prontezza di fare perno sul piede e portare la combinazione decisiva, ma seppure sia esattamente quello che feci, accadde puramente per riflesso automatico, come se fosse qualcun altro a comandarmi. Non so, forse è questo il talento, qualcosa che ci sfugge di mano e di cui volente o meno siamo schiavi.
La Capra aspettò due miei sinistri, schivò da una parte, portò un montante sinistro al fegato, fece un piccolo passo indietro e lasciò partire questo diretto destro a pieno braccio, da manuale. La mia gamba destra ruotò dietro facendo perno sulla sinistra, mentre un montante secco andava dritto al mento della Capra da sotto il suo braccio, seguito a ruota da un gancio destro che fece volare la Capra dietro contro le corde (...) e un missile si staccò dal mio volto arrivato non so da dove e affondò come una saetta sul mento del mio avversario, che sbalzò via, spalmato per terra a un metro di distanza. L'arbitro mi spinse via e mi mandò all'angolo, poi prese a contare.


Pietro Grossi Boxe, in Pugni, 2006.
 
Vecchio 28-08-2007, 10.51.38
foglie di acqua
 
Forse non sarà la collocazione appropriata, ma quando ho letto questo articolo mi è venuto in mente questo topic.





La confessione di Grass
un atto letterario



Constantin Brancusi, Colonna senza fine, 1937-38, Tirgu Jiu, Romania


La difficile arte di dire «fine»


JAVIER CERCAS


Ormai eravamo tutti convinti d’aver ascoltato la parola fine sul tormentone della scorsa estate, ma ho il piacere di comunicarvi che ci sbagliamo. Il tormentone della scorsa estate è stato l’annuncio, avvenuto prima della pubblicazione delle sue memorie, che Günter Grass aveva militato, in gioventù, nelle SS; visto che buona parte dell’opera di Grass indaga sull’incapacità dei tedeschi di metabolizzare il proprio passato nazista e dato che buona parte della sua vita pubblica è stata consacrata a denunciare quest’incapacità, è naturale che alcuni abbiano pensato che Grass non fosse, poi, tanto diverso da una specie di Vito Corleone che avesse trascorso l’esistenza a denunciare le prepotenze della mafia. A un anno dalla confessione sembrava che su questo fatto fosse stato detto tutto il possibile, finché Timothy Garton Ash non ci ha tolto questa convinzione.

In un articolo pubblicato sul The New York Review of Books, Garton Ash ci racconta che quando, un anno fa, è scoppiato lo scandalo, un amico - un tedesco del quale non fa il nome e che ha quasi la stessa età di Grass - gli ha detto: «Sai, io su questa storia ho una teoria: in realtà Grass non è mai stato nelle SS; si è solo convinto d’esserci stato». La teoria fa luce, meglio di qualsiasi altra, su come sia impossibile, per i tedeschi, relazionarsi con il loro impossibile passato, a patto, però, che uno sia sufficientemente spericolato nell’immaginare le premesse dalle quali partirebbe.

Perché Günter Grass imputerebbe falsamente a se stesso un passato così orribile? Una spiegazione - la più povera, la più verosimile - sarebbe di carattere strettamente clinico: preso dall’ossessione di denunciare il passato nazista dei suoi compatrioti, Grass perde la ragione e ricorda un passato fittizio.

Esiste, indubbiamente, un’altra spiegazione: la confessione di Grass è l’atto più radicalmente letterario che lo scrittore abbia mai compiuto: stanco di denunciare vanamente l’ingannevole amnesia dei tedeschi, Grass inventa una propria ingannevole amnesia per dimostrare loro, con la sua vita, quanto non è riuscito a dimostrare con i suoi libri. Inutile dire che questa spiegazione è la più elegante, la più persuasiva e la più ambiziosa, ma la teoria non sarebbe perfetta se l’amico non avesse sconsigliato Garton Ash dal pubblicarla: «Se lo farai Grass ti denuncerà per aver sostenuto che non ha mai fatto parte delle SS». Del resto, forse, non è mai stato sufficientemente sottolineato lo humour che permea l’opera di Grass, anche se il miglior mot d’ésprit contenuto nelle sue memorie è involontario; Grass enumera una serie di motivi per i quali ha scritto il suo libro; l’ultimo è questo: «Per mettere la parola fine».

Tutti eravamo convinti d’aver ascoltato la parola fine sul tormentone di quest’estate - il sequestro della rivista El Juevesordinato dal giudice Del Olmo - ma anche in questo caso ci sbagliavamo. Sino a nuovo ordine, la parola fine l’ha pronunciata il pittore Perico Pastor. In un manifesto redatto da lui solo e da lui solo firmato, dopo aver ricordato che il giudice ha definito la posizione amorosa illustrata in copertina \ come «chiaramente denigrante e oggettivamente infamante», Pastor scrive: «Noi firmatari confessiamo senza vergogna che abbiamo goduto e siamo disposti a godere della summenzionata posizione sempre che l’occasione e la partner ce lo consentano, e ci sentiamo offesi dalla definizione del giudice. Non abbiamo nulla contro le posizioni più tradizionali che, peraltro, pratichiamo; sebbene il giudice sia assolutamente padrone di non praticare una posizione che a noi ha dato tante soddisfazioni, non dovrebbe consentire che il suo ardore missionario lo porti a travalicare le proprie funzioni e a immischiarsi nell’altrui intimità». Certo è possibile che il giudice, nello scrivere la sua sentenza, pensasse alle memorabili parole con le quali, tre secoli fa, lord Chesterton metteva in guardia il figlio rispetto alla pratica dell’atto sessuale: «Il piacere è momentaneo. Il costo è esorbitante. La posizione è ridicola».

Sino a nuovo ordine, il grande evento sportivo dell’estate è stato la fine del Gran Premio d’Europa di Formula 1 quando Fernando Alonso, dopo aver battuto Felipe Massa con un sorpasso da suicidio in una delle ultime curve del circuito, l’ha rimproverato d’averlo urtato durante la manovra, cosa che ha provocato l’irata risposta di Massa e un violento alterco tra i due piloti. Anche su questo incidente si è detto tutto, ma, sino a questo momento, l’ultima parola l’ha pronunciata Sofocle quasi 25 secoli fa. In un passaggio dell’Aiace, Atena, tutta felice, dice al proprio pupillo Ulisse che il suo nemico Aiace è stato vittima d’una maledizione e che dovrà subire terribili disgrazie; ecco, allora, le parole che Sofocle mette in bocca a Ulisse: «Quest’uomo sfortunato può anche essere mio nemico, eppure ne provo compassione se lo vedo piegato dalle avversità. In realtà i miei pensieri vanno più a me che a lui, perché mi rendo conto che tutti noi che viviamo su questa terra altro non siamo se non fantasmi o ombre senza corpo» . Le parole di Ulisse ci commuovono per la stessa ragione per cui il gesto di Alonso ci umilia perché non c’è nulla di più consueto e di più vile che accanirsi su un avversario ormai a terra e perché, invece di comportarsi come il nobile e pietoso Ulisse, Alonso ha scelto di comportarsi come la saggia e sanguinaria Atena.


28/8/2007


http://www.lastampa.it/






L’articolo è presente nella testata El Pais con il titolo La última palabra



Powered by vBulletin versione 3.6.8
Copyright ©2000 - 2007, Jelsoft Enterprises Ltd.
Metaforum.it, 2003 - 2007