Evanescenze
L'immagine che aveva della sua memoria era una lunga panca dove stavano sedute, strette strette, moltissime persone. Ogni volta che qualche nuovo arrivato si sedeva, inevitabilmente ne venivano espulsi altri. Quelli più deboli o forse solo quelli che, soprappensiero, in quel momento non si tenevano forte.
Alla fine dei conti aveva una panca a capienza limitata.
E dove andassero gli esclusi, non si capiva.
Sembrava restassero in una qualche zona a lei inaccessibile, da cui potevano riemergere all'improvviso, buttando fuori dalla panca qualcun altro.
Le capitava, per esempio, di avere un appuntamento ad una certa ora. Lo sapeva, magari se l'era anche scritto nell'agenda. Magari era anche una cosa importante, per lei o per qualcuno a cui lei teneva. Le succedeva poi di ricevere una telefonata, di incontrare casualmente una persona, o un pensiero improvviso le spostava l'attenzione. A quel punto l'omino sulla panca era già scomparso, volatilizzato nel nulla. Telefonava quindi per scusarsi e prendere un altro appuntamento, oppure se ne tornava semplicemente a casa, senza onorare l'impegno.
A volte qualche particolare le faceva riemergere improvvisamente il ricordo, come un nuotatore rimasto in apnea troppo a lungo; più spesso erano le persone bidonate, oppure il danno causato o ricevuto, a ricordarglielo. Chi la conosceva se n'era dovuta fare una ragione da tempo.
Un'altra cosa che a volte le capitava, era di andare a lavorare in macchina e, completamente dimentica di averlo fatto, tornare a casa in autobus per poi, il giorno dopo, convincersi che gliel'avevano rubata proprio sotto casa.
Una volta superò se stessa arrivando con l'auto fino all'igresso della piscina dove accompagnava abitualmente suo figlio. Fece un parcheggio perfetto, da manuale, tanto era in perfetto orario. Aveva ricordato tutto: il giorno, l'ora, il borsone con dentro la cuffia, il costume, l'accappatoio, lo shampoo, l'asciugacapelli. Tutto. Mancava solo una cosa che proprio non le veniva in mente. Era lì, sulla punta della lingua, ma proprio non voleva uscire. Ah, già, il figlio.
E che dire di quel giorno in cui si preparò di tutto punto, uscì di casa, raggiunse la fermata dell'autobus e mentre quello stava arrivando cominciò a chiedersi: "Ma dov'è che devo poi andare?" Cercò di concentrarsi mentre l'autobus continuava il suo inesorabile avvicinamento. Si fece prendere dal panico quando l'autista dell'automezzo aprì le porte davanti a lei. Era lì, sul marciapiede, vestita di tutto punto e aveva il vuoto nella mente. Le porte si richiusero, l'autobus ripartì e lei restò a guardarlo mentre si allontanava. Se ne tornò a casa e non seppe mai quale progetto l'avesse spinta verso quella fermata.
Quella volta, come tante altre, l'omino sulla panca della sua memoria non ci tornò più.
Non si contano le volte che usciva con il sacchetto dell'immondizia, facendogli fare lunghe passeggiate. O le ricerche affannose delle chiavi di casa, le bollette e le assicurazioni inevase, le persone incontrate e non riconosciute, le cose dimenticate ovunque.
Al supermercato spesso prendeva il carrello di altri, o deponeva i prodotti della sua lista spese in quelli di ignare signore.
Un giorno uscì da un negozio con due pesanti sacchi della spesa e un'anziana massaia dovette rincorrerla per recuperare il maltolto. Gli strappò di mano i due sacchi, guardandola severamente, e lei non seppe trovare parole per spiegare.
Un suo classico era uscire senza soldi ed entrare più volte in bar e negozi in cui non poteva comprare o consumare niente.
Ad un appuntamento galante si ritrovò con una scarpa diversa dall'altra.
La cosa peggiore che le accadeva era di svegliarsi nel buio della sua camera (come nel buio di una camera qualsiasi) e di non sapere assolutamente nulla: chi era, dov'era, che ci faceva lì, qual era il suo nome. Un blackout totale che la paralizzava. Durava pochi minuti, forse attimi, eterni attimi di puro e assoluto disorientamento. La panca era vuota, la sala d'attesa deserta e buia. Nessun indizio a cui aggrapparsi. E lei, in quel letto, non sapeva neppure se poi valesse la pena ricordare.
Circostanze come queste la videro più volte in grave difficoltà.
La vita per lei era complicatissima. Non poteva nemmeno dire bugie perché, dimentica della menzogna appena profferita, si smascherava immediatamente da sola. Le evitava quindi come la peste.
Era condannata alla schiettezza forzata.
Sincera e inaffidabile, continuava ad arrampicarsi in una complessità per lei sempre più inospitale, chiedendosi esausta quale lezione avrebbe ormai dovuto imparare.
Ma nuovi arrivi trovavano continuamente posto su quella panca sempre troppo corta, e tanti altri scivolavano nella zona a lei apparentemente inaccessibile e che, d'altronde, non riusciva nemmeno a immaginare. Forse era una grande sacco, oppure un'altra sala a sua volta piena di panche, o una camerata piena di letti, o una bottiglia, o un limbo arioso dove tutto galleggiava alla rinfusa.
Si rendeva conto che certi ricordi erano lì vicino, pronti a intraprendere la lotta per un posto sulla panca. Altri invece li doveva richiamare a gran voce, con sforzi immani, oppure emergevano labilissimi da spazi lontani. Faticavano non poco a trovarsi un posto nella sala d'attesa. Allora lì dentro si scatenavano risse, disordini, ammutinamenti.
Spesso pensava alle molte persone che conosceva e che avevano panche sempre ordinate e disponibili. Capienza ampia, o perlomeno una capacità selettiva perfettamente razionale. Loro, pensava, se dimenticano qualcosa, lo fanno di proposito. Magari dicono "Oggi cosa mi dimentico?" Poi fanno una breve valutazione costi-benefici e decidono. "Senta, lei! Sì, dico a lei, con quel naso lungo. Sì, proprio lei, mi dispiace, ma sa come sono le regole. Comunque la ringrazio per la collaborazione e le ricordo che non è detto che non potrà mai più sedersi sulla mia panca. Ora però faccia posto alla signora. Grazie ancora e auguri."
Magari gli stringono anche la mano, gli danno un biglietto da visita e un ricordino, qualcosa di strano ma carino, non so: uno scacciapensieri. Forse hanno anche un registro in cui archiviano, in ordinate file di numeri, tutti gli estromessi e i nuovi arrivi.
A volte le capitava di pensare che, forse, queste persone avessero anche il controllo del limbo delle cose dimenticate. Sanno sempre dove andare a riprendere quel tizio col naso lungo. Forse di lui non si ricordano davvero, ma hanno sicuramente elaborato un sistema di risalita efficiente ed efficace.
Sì, la pensava così. E si sentiva diversa, sempre un po' fuori posto.
Con lei i soliti metodi per ricordare le cose, non funzionavano quasi mai. Appendeva biglietti ovunque, ma diventavano velocemente parte del suo consueto panorama. Come se non ci fossero. Con l'avvento dell'usa e getta, i nodi al fazzoletto erano ormai desueti. E poi si sarebbe chiesta cosa ci faceva quel nodo e cosa le doveva rammentare.
A volte puntava la sveglia, dimenticandosi però di azionare la suoneria. Possedeva anche un orologio da polso a carica meccanica, che naturalmente dimenticava di caricare, con ovvii inconvenienti per la sua già minata affidabilità.
Non era strategica. Non si comprava un orologio a pile. In passato ne aveva avuti: una volta scariche le pile, restavano nel cassetto o in fondo alla borsa, in attesa che lei si ricordasse di loro. Passavano anche mesi.
Il suo era un problema di famiglia. Suo padre e sua madre erano le persone più soprappensiero che avesse mai conosciuto. E anche suo figlio non scherzava.
Pensava con preoccupazione alla vecchiaia. Si vedeva mentre vagava senza meta per strade sconosciute, città estranee, alle prese con vigili urbani alle cui domande non sapeva rispondere mentre un giovin signore, che le ricordava forse un attore del cinema, le diceva gentile "Vieni mamma, adesso torniamo a casa. E' tutto a posto, devo solo ricordarmi dove ho parcheggiato la macchina".