John Donne (1612)
Ho sempre amato questo animale, per la sua l’intelligenza, per i suoi legami familiari e per la memoria, leggendo questo articolo lo amo ancora di più!
Una foto eccezionale mostra un gesto di incoraggiamento e solidarietà tra pachidermi. La prova che l'altruismo e l'empatia, ma anche la capacità di immedesimarsi negli altri, travalicano i confini della nostra specie
Cuore di elefante

Questa foto è stata scattata dallo zoologo kenyota lain Douglas Hamilton.
Eleanor è la matriarca di un gruppo di elefanti africani. Vecchissima, sta morendo. Gli altri cercano di rimetterla in piedi, di risollevarla con le zampe, di incoraggiarla
Danilo Mainardi
Cuore di elefante

Questa foto è stata scattata dallo zoologo kenyota lain Douglas Hamilton.
Eleanor è la matriarca di un gruppo di elefanti africani. Vecchissima, sta morendo. Gli altri cercano di rimetterla in piedi, di risollevarla con le zampe, di incoraggiarla
Danilo Mainardi
La matriarca è crollata, è giunta la sua ora e non ce la fa più. Non riesce nemmeno a reggersi in piedi. Probabilmente ha più di 60 anni e la vita è sempre più faticosa, difficile. Non è sola però, accanto ha la sua grande famiglia. Le elefantesse, che da sempre l'hanno avuta per guida, percepiscono la sua sofferenza e cercano di aiutarla in ogni modo. Con le zampe, con la proboscide e perfino, con delicatezza, con le zanne si sforzano invano di rimetterla in piedi. La scena, recentemente documentata in Kenya, è toccante.
Conosco bene comportamenti del genere, avendoli incontrati spesso. Di solito però a essere in difficoltà non è un adulto, bensì gli elefantini che, impantanati mentre si abbeverano, vengono dalla madre, dalla nonna o da qualche zia volenterosa rialzati e allontanati dalla trappola fangosa che altrimenti li inghiottirebbe.
La scena è toccante, dunque, e ovviamente mi riferivo a noi spettatori: siamo noi umani quelli capaci di empatia. Siamo noi che, talora scavalcando i confini della nostra specie, sappiamo emotivamente partecipare agli accadimenti altrui mettendoci in sintonia con eventi che, in senso stretto, non ci riguardano.
Ebbene, ora sappiamo che anche gli elefanti possono essere empatici e, con loro, altri animali che sono insieme sociali e intelligenti. Perché proprio queste, la socialità e l'intelligenza, sono le qualità che li rendono capaci di azioni altruistiche e di tant'altro ancora.
Parlando di elefanti, comunque, è giusto che mi soffermi innanzitutto sul loro grande altruismo. Questi animali, africani e indiani, passano la vita all'interno di una socialità fondata sul matriarcato e sui legami di parentela. Al vertice della gerarchia c'è sempre una vecchia femmina, appunto la matriarca, circondata da figlie, nipoti e da adolescenti e giovani di entrambi i sessi.
I maschi adulti, invece, se ne stanno al margine. Talora se ne vanno solitari e contattano il gruppo solo quando qualche femmina è in estro. Ingaggiano allora tenzoni rituali e la femmina assiste interessata in funzione della scelta che farà.
Vivono a lungo gli elefanti. Hanno una memoria formidabile e sviluppano rapporti fortemente personalizzati. Definiscono così la loro socialità ed è in quest'ambito che si sviluppa il loro speciale altruismo. Speciale perché, se un qualche tipo di altruismo è presente in molti animali, purché sociali, quello degli elefanti ha qualcosa in più che cercherò di spiegare.
Gli studi di sociobiologia dimostrano che un animale sociale che aiuta un suo simile può, per vie diverse, avvantaggiare la sopravvivenza dei propri geni nelle generazioni che seguiranno.
Perciò anche comportamenti che apparentemente non favoriscono chi li compie vengono selezionati a favore. Il vantaggio evolutivo per l'altruista può derivare dal fatto che l'individuo aiutato è un parente (si parla di kin selection); o, in alternativa, perché nel tempo l'altruismo può venire con buona certezza ricambiato (altruismo reciproco).
In pochi animali, dotati di consapevolezza di sé e degli altri, certo gli elefanti, ma lo stesso vale per le grandi scimmie e per i delfini, l'altruismo può travalicare le istruzioni genetiche tingendosi di una partecipazione emotiva facilmente leggibile nel loro comportamento, specie in quell'area comunicativa che Charles Darwin descrisse come «l'espressione delle emozioni».
Anche perciò si può, su base puramente descrittiva, parlare di capacità empatiche di certi animali.
Vale la pena, al proposito, ricordare un'importante scoperta fatta in Italia: l'empatia trova la sua sede in quei neuroni specchio evidenziati di recente dal neurofisiologo parmigiano Giacomo Rizzolatti. Sono, questi neuroni, cellule che specificamente consentono al cervello di percepire il significato dei comportamenti altrui.
Scrivono Rizzolatti e Sinigaglia nel loro saggio So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio (Cortina editore): «Se non esistessero potremmo al massimo disporre di una rappresentazione sensoriale, di una raffigurazione per così dire pittorica del comportamento altrui, ma questa non ci permetterebbe mai di sapere ciò che gli altri stanno davvero vivendo.
Mai si potrebbero intuire le intenzioni altrui, né le motivazioni né le emozioni». E sarebbe proprio la presumibile presenza anche negli elefanti dei neuroni specchio che consentirebbe loro quell'empatia che li porta a esprimere un altruismo così speciale perché partecipato, mirato e personalizzato.
Il recente episodio delle elefantesse che, come premurose badanti, soccorrono la loro matriarca rientra senz'altro nel caso dell'altruismo rivolto verso parenti. In questi animali, però, è noto anche l'altruismo reciproco. Da tempo si sapeva che gruppi separati si passavano informazioni coordinando gli spostamenti anche se si trovavano a distanza di chilometri. Se infatti un gruppo scopriva una sorgente d'acqua, dopo un po' un altro lo raggiungeva come se fosse stato avvertito.
S'era perfino, e senza alcuna prova, parlato di telepatia. Si scoprì poi che gli elefanti sanno emettere suoni a bassa frequenza, per noi non udibili ma per loro ben percepibili, e ora sappiamo che è attraverso questi infrasuoni che si passano informazioni anche battendo ritmicamente una delle loro grandi zampe sul terreno, come se utilizzassero un codice.
E siccome i differenti gruppi non sono tra loro parenti, risulta chiaro che è l'altro meccanismo, quello, sui tempi lunghi, del mutuo soccorso che conferisce un vantaggio evolutivo anche a questa singolare abitudine. Ho trattato fin qui dell'altruismo. Gli elefanti però, con l'intelligenza, la consapevolezza e la memoria che possiedono, sanno fare (purtroppo) anche altro.
Se per qualche motivo vengono perseguitati da esseri umani, il che capita sempre più spesso, includono la nostra immagine tra quelle dei nemici. Sempre più spesso perciò succede che, senza motivo apparente, perfino le altrimenti miti elefantesse si trasformino in terribili macchine da guerra.
È d'altronde una vita sempre più infelice quella che trascorrono questi immensi animali: abbattimenti (per l'avorio ma non solo) distruttivi della loro socialità, della loro sicurezza, dei loro affetti, per non parlare della brutale e progressiva riduzione del loro spazio vitale.
Sì, i pochi elefanti rimasti sono davvero messi male, costretti come sono dal nostro agire sconsiderato a reagire, talora, di conseguenza. E sarà forse questione, ancora una volta, d'empatia, ma come si fa, poveretti, a non compiangerli?
http://www.panorama.it
