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Forum di politica, cultura, società: 2006

amarena
Il leader radicale avanza la proposta di un incarico ufficiale
"Evitare la morte di Saddam Hussein per salvare la speranza nonviolenta del mondo"



ROMA - Una richiesta "formale" al Parlamento, "d'urgenza": è quella avanzata da Marco Pannella, che vorrebbe un incarico governativo che gli deleghi l'obiettivo di salvare Saddam Hussein dall'esecuzione capitale. E, "prima che Saddam stesso, la speranza democratica nonviolenta nei martoriati popoli ovunque oppressi nel mondo" Già tempo fa Pannella aveva avanzato la proposta di condannare l'ex dittatore iracheno all'esilio, decisione che, a suo parere, avrebbe scongiurato l'intervento in Iraq. Con la nuova richiesta si dice d'accordo il presidente della commissione Giustizia del Senato, il diessino Cesare Salvi, così come il senatore dell'Ulivo, Furio Colombo, dice di sostenere la proposta.

La nuova provocazione del leader radicale è stata lanciata oggi dai microfoni della radio del suo partito. Pannella ritiene di "avere titoli e capacità, in questa congiuntura senza possibilità di confronto alcuno, di operare per salvare, con la vita di Saddam, la vita del diritto, dei diritti, della civiltà che lui ha tentato di massacrare", affinché l'esecuzione dell'ex raìs iracheno non finisca per sacrificare "l'immagine, l'identità e la forza storica dell'alternativa liberale, democratica, laica al dominio dell'inciviltà assassina e intollerante che domina tanta parte del Medio Oriente e che ha anche ormai forza inusitata all'interno dello stesso Occidente".

Cesare Salvi - anch'esso in un'intervista a Radio Radicale - afferma di condividere la richiesta, purché avanzata "in modo molto fermo", di non eseguire la pena di morte nei confronti di Saddam. Secondo il senatore Ds, Pannella potrebbe essere una figura utile al governo italiano "per svolgere iniziative in questo senso, e non solo limitatamente al caso di Saddam". La proposta, aggiunge Salvi, è "originale, persuasiva, e credo che il governo italiano farebbe bene a valutarla in modo estremamente serio".


L'ex direttore dell'Unità, Furio Colombo, ricorda di avere già sottoscritto, "la proposta per l'esilio di Saddam, una di quelle idee che anticipano i tempi, di grandissima portata civile, utile per salvare l'Iraq evitando la guerra. Questa volta - precisa il senatore dell'Ulivo - la posizione di ha una valenza morale molto alta, simbolica" ma anche "una valenza politica: nel momento in cui speriamo che nasca una nuova epoca di equilibri e democrazia, non possiamo permettere che nasca in una pozza di sangue, sia pure di un orrendo dittatore". La salvezza di Saddam dunque, secondo Colombo, sarebbe il segno "di un cambiamento d'epoca".

(25 giugno 2006)
http://www.repubblica.it/2006/06/sezioni/p...lla-saddam.html
Roderigo
Saddam non deve morire

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BARBARA SPINELLI

Che il tiranno debba pagare per i crimini commessi contro le proprie popolazioni, e in particolare per quel delitto che dal '900 porta il nome di crimine contro l'umanità, è cosa appropriata e anche prudente da molti punti di vista: politico, giuridico, etico. Lo sforzo di ricostruire la pòlis non può fare a meno di condannare quel che in passato la distrusse. La legalità non può ricomporsi senza una nitida coscienza di come le leggi furono calpestate, e possono sempre tornare a esserlo. La distinzione fra comportamento buono e malvagio, infine, ha bisogno di esser restaurata attraverso una correlazione fra delitto e castigo.

L'uso dell'aggettivo prudente è calcolato, e con la punizione ha un rapporto forte: originariamente, la prudenza non era affatto legata a furbizia, timidezza nel giudicare, pavidità. Era virtù cardinale e significava saggezza, conoscenza, vigilanza nel fissare e interpretare le leggi: di qui la parola giurisprudenza. Nella Roma antica, juris prudentes sono gli esperti di diritto, non i titubanti. Ogni nemesi va misurata con questo metro. È prudente e saggia se su di essa si può costruire un nuovo patto tra governanti e popoli. È smisurata e imprudente se le ferite che essa vorrebbe rimarginare sono invece riaperte; se la nemesi diventa astratto furore anziché abitudine razionale a decidere in modo avvertito.

È così dai tempi del sacrificio di Ifigenia e della distruzione di Troia (due azioni smisurate per cui Agamennone pagò) ma è anche così nei processi per crimini contro l'umanità del secolo scorso e del nostro, compreso il processo a Saddam Hussein che lunedì è culminato nella richiesta, da parte del pubblico ministero, della condanna a impiccagione. I delitti di Saddam non sono in discussione - non mancano le prove - né è in discussione il principio secondo cui il politico e in genere l'uomo sono responsabili e capaci solo se sono imputabili. In discussione è l'utilità-saggezza dell'esecuzione. Tutto fa pensare che questa prudenza fatta di saggia conoscenza sia assente, in un processo che non è né interamente iracheno né interamente americano. Che domini la hybris, euforizzante valicatrice di limiti.

C'è hybris nelle parole di Paul Berman, lo studioso Usa che ha approvato la guerra, che viene dal Sessantotto, e che non vede i fallimenti dell'operazione bellica. Pur essendo un avversario della pena di morte, Berman giudica opportuna l'esecuzione di Saddam, perché a questo deve approdare il processo: a «impartire una lezione di storia ai giovani iracheni e soprattutto all'Occidente», poco mobilitatosi in Iraq. La condanna a morte serve quasi più a noi che a loro, e comunque è catartica: «Giustiziare Saddam è soprattutto un gesto simbolico per placare il popolo iracheno da lui oppresso e martoriato. Proprio come successe ad Adolf Eichmann, giustiziato nel '62 da Israele» (Corriere della Sera, 21-6). La natura primordiale di questa catarsi (un popolo che si placa e s'appaga col sangue ha qualcosa di inumano, o troppo-umano) è messa in luce da chi avversa l'esecuzione: tra essi Alan Dershowitz, giurista americano. Intervistato da Maurizio Molinari, egli sostiene che l'esecuzione non avrà effetti benefici sulla guerriglia, e anzi l'infiammerà: invece di trasformare Saddam in martire, meglio «condannarlo all'ergastolo» e fare in modo che sia «dimenticato da tutto e da tutti» (La Stampa, 20-6).

Un parallelo storico che si fa spesso è quello con i processi di Norimberga, e col caso Eichmann. Ma la storia insegna e non insegna, i paralleli possono aiutare ma anche peccare di astrattezze ossessive, e la memoria stessa è un ibrido, è morte-vita: è viva se ripensata alla luce di quel che siamo e facciamo oggi, è morta se usata come pretesto per regolare conti che spesso concernono più noi delle reali vittime. È viva se del passato si evocano anche gli episodi oscuri: non solo Norimberga ma anche l'esecuzione di Ceausescu, non solo Eichmann ma anche Piazzale Loreto. I processi per crimini contro l'umanità, nazionali o internazionali, possono sfociare in vendetta, con effetti tremendi. Equiparare il processo a Saddam a quello di Eichmann è arbitrario, perché le differenze svaniscono e un'unica cosa - la peggiore - resta ad accomunarli: il rito che placa nel sangue l'ira del collettivo.

Preconizzare l'esecuzione di Saddam rischia d'impedire una memoria risanatrice, e questo per due ragioni. In primo luogo non tiene conto che le circostanze sono radicalmente diverse. L'Iraq non è la Germania del '45 né l'Israele del '61-62: non è uno Stato di diritto in costruzione o ricostruzione, ma un Paese su cui s'è abbattuta una guerra inizialmente illegale, menzognera, senza fini né fine, e proprio per questo è una nazione in preda, oggi, a una guerra civile e a una pulizia etnica di cui son colpevoli sunniti, sciiti e curdi. Inoltre Saddam non è paragonabile a Hitler: è un tiranno cruento di cui l'Iraq è stato liberato, ma non minacciava direttamente l'Occidente come descritto in principio da Bush e da Blair. Proprio quando commise i crimini più efferati, l'Occidente l'aveva prediletto. Il tribunale stesso che lo giudica, concepito da Bremer quando presiedeva l'Autorità Provvisoria di Coalizione, esiste grazie all'assistenza Usa. Lo storico Ian Kershaw ricordò fin dal dicembre 2003, sul Guardian, che Baghdad non era Bonn: «La sconfitta e l'occupazione, in Germania, erano largamente accettate».

Ma non sono solo le circostanze a esser diverse. Son mutati in maniera profonda i criteri morali, le sensibilità. L'annientamento di intere città tedesche, operato dagli alleati per replicare a analoghe incursioni naziste, suscita un orrore che allora fu mitigato o rimosso: oggi simili annientamenti sono impossibili, solo Putin a Grozny ha fatto eccezione. Così le esecuzioni falsamente catartiche, compiute per fare della storia uno spettacolo: anch'esse sarebbero oggi non sopportabili a vedersi, soprattutto se si tengono a mente gli sgozzamenti teletrasmessi a opera di Al Qaeda o le violenze Usa a Abu Ghraib, Guantanamo, Haditha.
La questione della pena capitale in processi per crimini contro l'umanità non è in realtà nuova, e si pose con forza al processo Eichmann. Era saggio condannarlo all'impiccagione, come avvenne il 31 maggio 1962? Hannah Arendt aveva già criticato un processo fatto essenzialmente «per lo spettacolo» storico. Ma a domandare la grazia furono molti pensatori ebrei o israeliani polemici con la Arendt. Si oppose alla pena capitale Martin Buber, firmando numerosi appelli al presidente Yitzhak Ben-Zvi e al premier Ben Gurion. Si opposero con lui gli studiosi Gershom Scholem e Schmuel Hugo Bergmann, la poetessa Leah Goldberg, e perfino il pittore Yehuda Bacon, ex internato di Auschwitz e testimone nel processo. Nella lettera al presidente israeliano, Buber scrisse: «Non vogliamo che la nemesi ci trascini a nominare un boia fra di noi; se lo faremo, sarà la vittoria della nemesi, e noi non vogliamo questa vittoria». Un sacrificio così enorme - 6 milioni di ebrei - «non può esser riscattato» con una speditiva esecuzione.
Con altri argomenti, il filosofo Bergmann (nato a Praga, amico in gioventù di Kafka) mise in guardia contro l'impiccagione: «Sono assolutamente contrario alla pena di morte sotto qualsiasi forma. Che uomini esperti di legge se ne stiano seduti tranquillamente a decretare, con ragionamenti freddi e obiettivi, che un uomo debba essere impiccato (...) è ai miei occhi la peggiore crudeltà. Chi li ha autorizzati a togliere la vita, privando in tal modo il reo della possibilità di pentirsi dei suoi peccati finché è ancora in questo mondo?». Secondo Bergmann «ci sono due popoli in Israele». Il primo è isolazionista, odia lo straniero, e nutrendosi dai tempi biblici del complesso di Amalec giura vendette incessanti. Il secondo osserva il comandamento «ama il prossimo tuo come te stesso», prega: «Fa' che io dimentichi Amalec», e «il suo è un giudaismo di amore e perdono» (Ama il tuo prossimo come te stesso è quel che Dio comanda già a Mosè, in Levitico 19,18).

Tutti i popoli oscillano tra queste due possibilità, fra questi due modi di rammemorare, processare, ricostruire. In Iraq, nel pieno d'una guerra civile, con già tre avvocati di Saddam uccisi per strada, nel vuoto d'ogni legalità, il sangue è terribile lavacro. Che non placa ma accende odi. Per questo è così poco prudente chi spera in spettacolari finali storici: poco prudente in politica, etica e giustizia.



La Stampa 25 giugno 2006
http://www.lastampa.it
Hatman
meglio «condannarlo all'ergastolo» e fare in modo che sia «dimenticato da tutto e da tutti» (La Stampa, 20-6).

mettiamo da parte Eichmann,
esempio: da noi cosa sarebbe successo se Mussolini avesse avuto un futuro analogo ?
forse una sopravvivenza troppo destabilizzante?

Di fatto, mi domando : l'emergente establishment irakeno modello quisling ( per non parlare dei mandanti usa e gb) potrebbe accettare un Saddam vivo e magari in esilio con possibilità di dire la sua ? Temo di no.

Morto quest'uomo , immaginiamo il patrimonio di fatti storici che il suo popolo perderà, forse per sempre.

Altro che dimenticarlo, il suo espiare dovrebbe essere quello di parlare, parlare parlare,certo non alle folle, ma in primis a chi dovrà pure ricostruire la storia del proprio paese un giorno o l'altro.
La verità, anche quella di saddam, vi renderà liberi....non c'è scritto così a washington?

Penso che il principio di non far assassinare Saddam ( Kelsen spiegava bene la differenza che passa tra "giustiziare" e un mero Assassinio della Santa Veme) sia meritevole, ma Pannella rovina sempre tutto con la sua malcelata smania di poltrona e riflettori....

fossi in saddam e avessi paura di morire ( qualcosa mi dice che non ne ha più di tanto) sapendo dell'uscita di pannella, mi toccherei le sacre sfere.......
Roderigo
QUOTE(Hatman @ Jun 25 2006, 22:40)
esempio: da noi cosa sarebbe successo se Mussolini avesse avuto un futuro analogo ?
forse una sopravvivenza troppo destabilizzante?
*


Accettato il paragone, bisogna poi considerare che Mussolini fu ucciso da partigiani, mentre gli alleati erano contrari alla sua esecuzione. Fosse caduto in mani inglesi o americane, il duce si sarebbe probabilmente salvato.

La morte di Saddam invece è voluta dagli aggressori dell'Iraq, e non esiste un movimento partigiano alleato ai «liberatori» che l'appoggi.

La pena capitale per l'ex dittatore iracheno sarebbe plausibile solo se decisa dalla magistratura irachena, in un quadro istituzionale indipendente e sovrano.

Dico plausibile, in verità non penso sarebbe giusto e neppure necessario.
Come giustamente dici, Saddam oltre ad essere certamente un imputato criminale è anche un testimone storico fondamentale.
Roderigo
Solo le guerre perse sono un crimine

ROBERTO ZANINI

«Lamassima pena», chiede il pubblico accusatore di Baghdad, e non potrebbe essere altrimenti. Saddam Hussein finirà sulla forca come presidente o davanti al plotone d'esecuzione come capo delle forze armate, per questo o un altro delle dozzine di capi d'imputazione che incombono su di lui: avversari soppressi, sciiti massacrati, kurdi gasati, il campionario è vasto, l'assenza di armi di distruzione di massa - radice emotivo della guerra che lo ha visto soccombere - un dettaglio insignificante. Corda o fucile insomma, due diversi accenti dell'infamia, perfettamente coincidenti sul piano del risultato: certificare con il corpo del vinto la manifesta superiorità dei vincitori, celebrarne l'ira. Hussein non è una vittima innocente, è stato despota e un assassino. Ma il suo processo ha poco a che fare con la giustizia. Le guerre non sono crimini internazionali, come gli ultimi decenni si sono incaricati di spiegarci con dovizia di sangue e di particolari. Lo sono le guerre perse ed è ciò che va in scena a Baghdad. Non è il caso di scomodare Norimberga: era un secolo fa, era un tribunale internazionale e dietro alla sbarra c'era mezzo pianeta, il satrapo della Mesopotamia è stato la spietata caricatura di un dittatore e il nazionalsocialismo un'efferata mutazione genetica dell'umanità. I patiboli non si contanoma si pesano, come le vittime di guerra e la gente nelle manifestazioni. Quello per i gerarchi e quello per il rais non si somigliano neanche un po'. Saggezza,moderazione e misericordia non informano il comportamento di un vincitore potente a cui interessa cancellare il corpo fisico del vinto, e non è nemmeno il caso di chiedere spazio a sentimenti diversi dalla vendetta. La pietà è come il coraggio, uno non se la può dare. Il rais iracheno è stato braccato come un coniglio e catturato in fondo al celebre cunicolo, i suoi figli cacciati come belve, i corpi esposti allo scherno dei cacciatori. Erano assassini, un tempo persino amici dei loro carnefici. Ma chimetterà a Saddam la corda al collo non chiuderà una partita con la storia. Ne aprirà semmai un'altra, e non è detto che sia migliore.


il manifesto 20 giugno 2006
http://www.ilmanifesto.it
Hatman
QUOTE(Roderigo @ Jun 28 2006, 23:32)

La pena capitale per l'ex dittatore iracheno sarebbe plausibile solo se decisa dalla magistratura irachena, in un quadro istituzionale indipendente e sovrano.





più esatti e precisi di cosi non è dato essere, straquoto.
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