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Roderigo
IL NUOVO SITO DEL DIPARTIMENTO DELLA GIUSTIZIA USA

Clicca su Internet e scopri il pedofilo della porta accanto. I dati su identità e residenza sono a disposizione di tutti i cittadini Una legge obbliga tutti i condannati per violenze contro i minori a registrarsi dopo il carcere. Ma uno su quattro sfugge ai controlli


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www.arsworld.net

Rispettiamo il diritto all'oblio

MARIO CHIAVARIO

OBIETTIVO sacrosanto, quello della massima tutela, anche preventiva, contro le molestie sessuali. Ma è la risposta giusta quella che viene dagli Stati Uniti, della creazione di un sito Internet «pro memoria», a disposizione di chiunque? Intendiamoci. Più che opportuno, in via di principio, è il tener memoria dei delitti e dei loro autori. Da noi il sistema ruota attorno al perno del casellario giudiziale, e sempre più si avverte l'esigenza di «banche dati» informatiche che lo potenzino, anche e soprattutto per far fronte al terrorismo, alla criminalità organizzata e, appunto, a crimini odiosi come la pedofilia o le violenze sessuali in genere. Di fronte a certe esigenze, parlare di un «diritto all'oblio» suona, anzitutto, come offesa, anche grave, alle vittime, reali e potenziali. Ed è giusto che le stesse cancellazioni per buona condotta dal casellario siano regolate con prudenza, e senza trascurare la gravità dei delitti commessi: così come dovrebbe accadere per ogni istituto diretto a reinserire i condannati nella vita sociale. Ma sconcerta l'idea che basti una cliccata per venire a sapere se il nostro vicino di casa ha in gioventù, e sia pur riprovevolissimamente, ecceduto in avances con una compagna di università.

Meglio, allora, le leggerezze che nel nostro Paese hanno consentito, a uno dei responsabili dell'orribile crimine del Circeo, di tornare indisturbato a commettere feroci delitti? No di certo. Ma non ci si illuda di trovare antidoto a fatti del genere offrendo indiscriminato accesso a dati della personalità, la cui pubblica conoscenza deve invece essere filtrata attentamente (come già accade, appunto, per i dati del nostro casellario). Così, si alimenta solo una perversa logica del sospetto. E se la tecnologia di oggi e di domani sembra render sin troppo facili certi percorsi, questo non è un motivo per rendere i filtri meno rigorosi. Anzi.


La Stampa 26 luglio 2005
http://www.lastampa.it
perla
QUOTE(Roderigo @ Jul 27 2005, 01:29)
IL NUOVO SITO DEL DIPARTIMENTO DELLA GIUSTIZIA USA

Clicca su Internet e scopri il pedofilo della porta accanto. I dati su identità e residenza sono a disposizione di tutti i cittadini Una legge obbliga tutti i condannati per violenze contro i minori a registrarsi dopo il carcere. Ma uno su quattro sfugge ai controlli

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Interessante problema ed analisi: personalmente mi trovo d'accordo, per una volta (ecchesaràmai!!!!) con la legislazione americana: approvo che l'identità della persona che si è resa colpevole, perchè di colpa si tratta, di violenze contro minori sia resa nota e con essa il tipo di reato. Servisse poi come deterrente, cosa di cui dubito, ahimè!, meglio ancora.

Alimentare la perversa logica del sospetto? Almeno non sarebbe basata sul look o sulle chiacchiere delle serve., come le chiamo io.

Mi stavo chiedendo però come un'analoga normativa si concilierebbe in Italia con la legge sulla privacy. Qualcuno sa dirmi qualcosa in merito?
Roderigo
COME DIFENDERSI DALLA PERSISTENZA SULLA RETE
DI DATI PERSONALI NON AGGIORNATI?


Il diritto all'oblio

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Per assicurarlo il Garante chiama Google

ANNA MASERA

Immaginatevi che qualcuno cerchi informazioni su di voi su Internet, in particolare sul motore di ricerca Google (sta diventando una mania, per informarsi rapidamente sul proprio prossimo: per un colloquio di lavoro, ma anche prima di uscire a cena con un nuovo conoscente...). Immaginatevi di essere stati oggetto di un procedimento penale per reati per i quali siete poi stati assolti con formula piena. Immaginatevi che, malgrado diversi siti Web abbiano aggiornato o rimosso le informazioni sul procedimento nei vostri confronti, nei risultati della ricerca prevalgano comunque ancora le notizie sulla vostra presunta responsabilità penale. C’è scampo alla gogna elettronica?

Francesco Pizzetti, presidente dell’Authority e garante italiano per la protezione dei dati personali, torna sul tema, già caro al suo predecessore Stefano Rodotà, del diritto all’oblío. Con un’iniziativa insolita e unica in Europa: ha scritto direttamente al quartier generale di Google in California, invitando la casa madre statunitense del motore ad individuare possibili soluzioni per risolvere il problema della permanenza in rete di informazioni personali che restano consultabili e sono a volte predominanti nei risultati della ricerca, malgrado siano state corrette, perché superate o non più rispondenti alla realtà dei fatti, presso i «siti Web sorgente» dai quali le pagine sono state estratte.

«Le informazioni presenti nei motori di ricerca devono essere aggiornate», sostiene Pizzetti. «Il diritto delle persone ad essere rappresentate su Internet con informazioni esatte deve essere sempre garantito in Rete, anche fuori delle pagine Web che per prime pubblicano i dati. Altrimenti il rischio, in alcuni casi, è quello di arrecare seri danni agli interessati». L'intervento del Garante arriva in seguito alla lamentela di una cittadina italiana vittima delle cosiddette copie «cache» di pagine Web conservate nella versione italiana del motore di ricerca Google. Infatti, con i motori di ricerca il diritto all’oblio è difficile da tutelare perché copiano tutte le pagine Web salvate: anche quelle non aggiornate o non più disponibili. Una misura utile quando ci sono problemi tecnici momentanei, o per by-passare la censura. Ma l’altra faccia della medaglia è quella di una Rete da cui è difficile districarsi.

Google Italia ha risposto a Pizzetti di non poter intervenire autonomamente sui server, sui quali può operare solo la casa madre negli Usa. L'Autorità, prendendo atto della disponibilità anticipata da Google Italia, ha così deciso di rivolgersi direttamente alla sede californiana di Mountain View. Il problema? E’ che se ne preoccupa solo l'Unione Europea. Mentre Internet, si sa, è globale. Negli Usa non sono applicabili le norme europee, e anzi c’è un «diritto alla memoria». Non solo. E’ una caratteristica peculiare del Web quella di raccogliere e mettere a disposizione proprio la memoria storica. Materiale che chi vede nella Rete una nuova prospettiva sociale si augura sia sempre reso disponibile e che i motori di ricerca siano sempre più capaci di indicizzare, per consentirne un accesso più agevole.

E’ un equilibrio delicato. Peraltro, non solo su Internet. L’estate scorsa, a seguito della rimessa in onda di un processo penale trasmesso in tv 16 anni prima che ritraeva una donna mentre reagiva alla richiesta di condanna, il Garante per la Privacy aveva imposto il divieto di ulteriore diffusione delle immagini: soprattutto poiché si trattava di persona non protagonista principale dei fatti. Alla donna, ormai inserita in un contesto diverso, il Garante aveva riconosciuto la lesione del suo diritto di veder rispettata la propria rinnovata dimensione sociale successivamente alla vicenda. E’ un problema che tocca soprattutto i media e i giornalisti: che devono farsi carico di tutelare i privati cittadini e non trattarli alla stessa stregua dei personaggi pubblici. Ma è indubbio che la questione del cosiddetto «diritto all'oblío» è diventata particolarmente rilevante in Internet, dove con i motori di ricerca si possono riportare in vita notizie che i vecchi giornali avrebbero dopo un po' di tempo confinato negli archivi polverosi delle società editrici e di qualche biblioteca.

Come trovare e garantire il «diritto di uscita», cioè la possibilità di sfuggire alla cessione progressiva dei propri dati personali e alla loro presenza perenne in Rete? Secondo il Garante per la Privacy, senza un governo con regole mondiali condivise, la Rete rimane un Far West e perde credibilità e opportunità. Ma si prospetta una lunga battaglia internazionale.

Nel frattempo, i media possono puntare all’aggiornamento professionale dei giornalisti, che nell’era della digitalizzazione delle informazioni devono saper distinguere le bufale e le notizie datate; mentre i privati cittadini possono adottare gli strumenti tecnici già disponibili per auto-proteggersi. Le carte di pagamento scalari che consentono di pagare un servizio senza che all'acquisto sia associato il proprio nome e i propri dati, i software crittografici come «Pretty good privacy» o i sistemi che anonimizzano le identità come «Anonymizer» sono le tecniche collaudate da tempo dai «pirati» per coprire le loro tracce: ormai non c'è più bisogno di essere esperti per usarle. Ci sono Paesi che ne proibiscono l’utilizzo: a riprova del fatto che la tecnologia non è solo dalla parte di chi ci vuole spiare.


La Stampa 9 aprile 2006
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