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Forum di politica, cultura, società: 2006

Hatman
due righe di un intervista pubblicata ne l'Espresso dal titolo "Professione Vagabondo"....per me sante santissime parole, mi sembra il ritratto di certe persone che conosco molto da vicino, con cui abbiamo avuto anche qualche scontro sul tema...

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D: Parlava della ricerca del piacere. Il piacere di viaggiare?

R: No. Lo scopo del turista, e stiamo parlando del turista in africa e nei paesi poveri del sud, è paradossale: evitare accuratamente di conoscere il paese in cui trascorre le vacanze, la sua lingua, e la sua gente e dove sta spendendo i suoi soldi. Il turista evita i mezzi di trasporto degli "indigeni" perchè li giudica sporchi, lenti, insicuri.
Del resto, il turista non vuole avere contatto con la gente del luogo ( se non con i necessari servitori dell'albergo) perchè ha paura di malattie o che gli vengano chiesti dei soldi.
E' una paura che prevale su ogni curiosità, Gli interessa il cibo, il vino, le comodità, la piscina la terrazza, il sole.


Il turista è un uomo del Nord che cerca il sole.
Ho incontrato persone che hanno viaggiato da Città del Capo fino al Cairo, senza alcuno contatto con la popolazione locale.


D: In "Il Negus" lei racconta di un vertice dei capi di stato africani ad Addis Abeba, nelgi anni 60, dove i resti del pranzo ufficiale vengono portati a una massa di poveri che li masticano in silenzio, fuori dal recinto del palazzo.
E' una metafora dell'arroganza di ogni potere e dell'umilta dei diseredati.
Oggi sono i turisti gli arroganti?

R: Il turismo di lusso di massa ha cambiato i connotati delle società in Africa.
E' nata una classe dei servitori dei turisti, gelosa del prorpio status.
E' una classe che assomiglia a quella dei cortigiani dei re di una volta: gente che vive di quello che resta del pranzo dei padroni e che scaccia via i veri poveri, quelli che non hanno niente.
In questo contesto, il turista è il nuovo simbolo della arroganza.

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alessandra
Ho discusso più volte anch'io sull'argomento ed ho esperienze di viaggio, anche se poche purtroppo, però variegate.
Ho sempre aborrito le vacanze in villaggio turistico, ma quando mi si propose una settimana a Zanzibar ad un prezzo stracciato, caddi in tentazione.
Quando dopo due giorni decisi di abbandonare il villaggio dorato e vedermi l'isola come dicevo io, l'amica che era con me, cadde in uno stato febbrile e dissenteria di disdicevole gravità e mi toccò quindi restare a bordo piscina ad accudirla.
Un'altra settimana a prezzi da saldo mi toccò a Sharm El Scheik, il turistificio dove se non stai almeno in acqua a vedere i pesci, non sai cos'altro fare. Trovai miriadi di persone che invece stavano in piscina e poi giravano avanti e indietro nei centri commerciali.
Se ora mi chiedono se sono mai stata in Africa, rispondo di no. Ed è la verità.
A parte l'Europa che anche se solo in piccola parte, ho girato come piace a me, l'unico viaggio in terre lontane che posso definire tale, è stato in Vietnam.
Una combinazione fortunata perchè raggiunsi con mio figlio il mio allora marito impegnato in quei luoghi per lavoro e che aveva deciso di prendersi un mese di vacanza per vedersi il Vietnam insieme a noi.
Le frontiere erano appena state aperte e potemmo vedere un paese che già dopo qualche anno mi si dice è molto cambiato da allora.
Decidemmo di restare al Nord, avevamo solo un mese e volevamo viaggiare con calma. Oltre allo stupore ed alla commozione per la bellezza di quei luoghi, il sentimento che mi accompagnò quasi incessantemente era l'imbarazzo per la posizione di potere e di arroganza che anche involontariamente la nostra presenza evocava.
Qualsiasi cosa facevamo, in qualsiasi modo ci comportavamo, quell'imbarazzo non mi abbandonò mai.
Potemmo permetterci di pagare quattro ottimi stipendi ( il doppio a ciascuno) per un mese intero ad un autista ed un interprete e mantenere entrambi in giro con noi per tutto un mese. Un imbarazzo inaudito.
Potemmo permetterci un fuoristrada. Un imbarazzo stratosferico.
Potemmo entrare nelle case di molte persone che ci accoglievano come fossimo dei re. Sarei sprofondata. Una volta mi sono anche messa a piangere.
Mi sentivo a disagio con i miei abiti diversi ed i miei soldi anche sui mezzi pubblici e nelle bettole a mangiare riso e zuppa sugli sgabelli e mi sarei sentita così anche se mi fossi spogliata di tutto. Ero una privilegiata turista occidentale e dopo pochi giorni me ne sarei tornata nel mio mondo privilegiato.
Vedemmo però con loro, l'autista e l'interprete, un Vietnam non solo di natura, ma fatto di gente. Grazie a loro ne conoscemmo molta e conoscemmo loro.
Chai aveva guidato camion carichi di esplosivo sul sentiero di Ho Chi Minh, ma non intendeva affatto parlarne e non conosceva il giorno in cui era nato. Parlava molto poco ed in realtà era un funzionario che il Comitato Popolare ci aveva messo alle costole per chissà quali timori. Divenne molto amico di mio figlio che allora aveva sei anni e poi si affezionò anche a noi e noi a lui. Venne poi anche in Italia a trovarci.
Tornati nella casa dove lavorava mio marito, scoprimmo che la signora profumatamente pagata dall'organizzazione per fare le pulizie, aveva "appaltato" il lavoro ad un'altra per una paga da fame.
Il significato di tutto ciò mi colse sempre più impreparata e mi sentii molto male all'idea di alimentare inevitabili dinamiche del genere.
Durante tutto quel viaggio ragionai su quell'imbarazzo che a volte diventava anche molto doloroso e giunsi alla conclusione che è un "fastidio" che è giusto tenersi e farci i conti. Una vergogna che non ci deve mai abbandonare.
Almeno ci si comporta con cautela, attenzione e con l'intelligenza di cui si è capaci.
Chiudersi in un villaggio per non vedere la povertà e per non sentire quella fitta che inevitabilmente ci coglie, è un'arroganza colpevole anche di ipocrisia.
Conviene stare a casa.


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