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Forum di politica, cultura, società: 2006

Alex Svoboda
RAZZISMO - Da Wikipedia:

Con il termine razzismo si intendono due fenomeni diversi:

in senso proprio: un insieme di teorie che sostengono che la razza umana è in realtà un insieme di razze, biologicamente differenti, e gerarchiamente ineguali. Tra i fondatori di questa teoria, che nel XIX sebbe una triste dignità "scientifica" (al punto da venire oggi chiamata dagli storici "razzismo scientifico"), fu l'aristocratico francese Joseph-Arthur de Gobineau, autore di un Essai sur l'inégalité des races humaines (Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane, 1853-1855).
in senso colloquiale si definisce normalmente razzismo ogni atteggiamento di intolleranza (che può tradursi in minacce, discriminazione, violenza e perfino assassinio) verso gruppi di persone identificabili dall'esterno (e in alcuni casi addirittura unicamente dall'estetrno) attraverso la loro cultura, religione, etnia, sesso, sessualità, aspetto fisico o altre caratteristiche. In tale senso, però, sarebbero più precisi, anche se sono raramente usati nel linguaggio corrente, termini come "xenofobia" o meglio ancora "etnocentrismo".

......

Tesi dominante oggi, che tenta di spiegare le cause del razzismo organizzato e scientifico, è quella utilitarista: il razzismo cioè nascerebbe prevalentemente da motivi di utilità politica, a difesa dei privilegi, dell'economia e del potere di una fazione contro l'altra.

Il razzismo "individuale" invece è considerato dalla psicologia un grave disturbo mentale di tipo narcisistico, come anche la xenofobia.

Fattore da considerare in una prospettiva storica, è che il razzismo è un fenomeno relativamente recente ed è strettamente connesso all'età coloniale, quando le grandi potenze europee svilupparono ideologie razziste per risolvere la dissonanza tra valori cristiani di eguaglianza e carità e lo sfruttamento delle popolazioni indigene in America come in Africa.

Prima di quest'epoca la xenofobia può esprimersi direttamente come tale: l'altro è inferiore in quanto "non è come noi" e ci è "quindi" ostile (in greco antico "xenos" significa sia "straniero" che "nemico"), perché parla una lingua diversa dalla nostra ("barbaro" in greco significa letteralmetne "il balbettante"), perché non professa la nostra religione, perché non si veste come noi (in molte lingue i concetti di "straniero", "strano" ed "estraneo" hanno la stessa radice linguistica, che in italiano è quella del latino "extra": "che viene da fuori").

Tuttavia la società antica preferisce stratificare l'umanità in base a concetti castali, più che razziali: il nobile è ovviamente superiore al plebeo, e il plebeo libero è superiore allo schiavo. Ed ovviamente le caratteristiche dell'individuo inferiore (il suo modo di parlare, di vestire, di comportarsi) "giustificano" pienamente la sua condizione sociale inferiore. Inoltre non va dimenticato che per la gran parte le società premoderne (come ancora molte delle società moderne) sono sessiste, ritenendo cioè che tutti i maschi della razza umana siano biologicamente superiori (più forti, più intelligenti, più morali...), per il solo fatto di essere tali, a tutte le femmine della razza umana.

Ciò detto, la mentalità premoderna non si sarebbe sognata di giudicare uno schiavo bianco superiore a un nobile - ad esempio - arabo in base alla sua sola appartenenza ad una presunta "razza". Se si cercava una superiorità, essa veniva trovata nella cultura, nell'etnia, nella religione: ogni cristiano è superiore ad ogni infedele, dunque anche uno schiavo cristiano è, moralmente (ma non socialmente!), superiore a un principe mussulmano. Ma se il principe mussulmano si converte al cristianesimo, viene meno tale inferiorità e prevale nuovamente la superiorità sociale di casta.

La società premoderna considera insomma la "razza" non come un dato immutabile e di primo piano, ma come un dato transitorio e secondario, destinato ad annacquarsi col passare delle generazioni: si ebbero così papi discendenti da famiglie ebraiche convertite, o bastardi di nobili generati con schiave negre (quindi mulatti) legittimati dai loro genitori (per esempio, Alessandro de' Medici detto "il Moro"), come pure ex schiavi "mori" nordafricani (come per esempio Leone Medici/Leone Africano) adottati da nobili famiglie.

Tutto ciò non implica accettazione del diverso: la società antica ha anzi un vero orrore per le novità e la non-conformità; implica però che la diversità motivata dall'appartenenza razziale appare ai nostri avi meno importante di altre diversità, come quelle legate al rango sociale o di altro tipo, che invece per la mentalità moderna sono meno importanti. Non a caso il razzismo in quanto ideologia pseudoscientifica sorge nel momento in cui questo antico criterio di valutazione è ormai in piena crisi dopo la Rivoluzione francese, e non è un caso che uno dei suoi fondatori, Gobineau, sostenga la superiorità della razza germanica solo per giustificare la superiorità della classe sociale che secondo lui ne discende in Francia (la nobilità, che è la classe a cui egli appartiene ed il cui monopolio assoluto del potere egli vuole giustificare in questo modo).

E sempre non a caso i primi germi del razzismo nel senso moderno si possono forse individuare nel concetto di "limpieza de sangre" ("purezza di sangue") che la nobiltà iberica propone nel tardorinascimento per respingere l'ascesa degli ebrei e dei moriscos convertiti al cristianesimo, e quindi (teoricamente) integrati nella società spagnola dell'epoca. Quindi, una volta di più, il pre-razzismo è un'ideologia escogitata da una casta endogama, e non da una "razza", intesa in senso biologico. Il concetto di "limpieza de sangre" sarebbe stato applicato anche ai danni delle popolazioni indigene dell'America prima, ed agli schiavi negri ivi importati poi, nonché degli iberici spagnoli che si erano mescolati con essi, creando una società in cui la stratificazione sociale era legata anche al gruppo etnico di appartenenza. Una società estremamente conscia dell'appartenenza razziale, al punto da conoscere non solo concetti come quello di "mulatto" o "meticcio", ma anche quelli di quarteron e octavon, cioè di persona con solo un quarto o un ottavo di sangue negro, o di zambo, cioè meticcio metà negro e metà indio, e via via con ulteriori sottodivisioni.

Paradossalmente, però, tale acuta coscienza delle differenze "razziali", che certo non è sbagliato definire "razzista", fu la reazione a un diffusissimo fenomeno di mescolamento delle razze da parte degli iberici non appartenenti alla nobilità, i cui effetti si osservano agevolmente ancora oggi in tutta l'America Latina. Non mancò neppure qualche nobile che non disdegnò il matrimonio con i discendenti della nobiltà indigena india, per acquisire maggiore legittimià nel suo dominio agli occhi della popolazione dominata.
Questo fenomeno mostra quanto il razzismo (non "scientifico") iberico fosse qualitativamente diverso dal razzismo ottocentesco, che fra i suoi primi scopi dichiarati ebbe appunto impedire il mescolamento fra le razze umane, sempre nocivo per la razza "superiore" (cioè i banchi).

Da questo punto di vista, un passo avanti verso il vero e proprio razzismo, inteso come teoria scientifica, si ebbe piuttosto negli Usa, dove nel dibattito infuocato relativo all'abolizione della schiavitù a metà del XIX secolo, uno degli argomenti azzardati dai suoi sostenitori fu che negri (e indiani) non fossero "davvero" esseri umani, ma andassero catalogati in una categoria diversa, alla quale non si potevano applicare la argomentazioni umanitarie proposte dagli abolizionisti. Non essendo i negri uomini, non aveva senso essere "umanitari" con loro.
Tale atteggiamento fu rafforzato dalle guerre indiane, per giustificare il genocidio, protratto per decenni, delle popolazioni indiane per sottrare loro le terre: gli indiani non erano "davvero" esseri umani, e quindi nemmeno a loro si applicavano le considerazioni "umanitarie".

Alex Svoboda
Razzismo Negli USA - Segue da Wikipedia

A seguito di una serie di rivolte che coinvolsero questo tipo di coloni, però, negli Usa si arrivò a fare a meno degli schiavi bianchi già nel XVIII secolo, riservando la schiavitù alle persone di origine africana, che non potevano contare, a differenza dei bianchi, di solidarietà religiose e etniche da parte di componenti liberi della società bianca dominante. In questo modo, "razza" e condizione sociale vennero a coincidere negli Usa, in modo tale che ancor oggi negli Stati Uniti è difficile separare i due concetti.

Subito dopo l'indipendenza (avvenuta nel 1776) le leggi statunitensi del 1790 sulla naturalizzazione garantivano la cittadinanza solo alle "persone bianche libere", il che significava generalmente che veniva concessa solo a coloro che erano di origine anglosassone.

Quando la popolazione americana divenne culturalmente meno omogenea, verso gli anni ’40 del XIX secolo, con l'aumento dell'immigrazione dall'Europa meridionale e orientale, negli USA si rese necessario chiarire chi fossero i "bianchi". Nacque così una suddivisione di quelli che oggi sono chiamati «caucasici» in una gerarchia di diverse razze, stabilite "scientificamente", e al cui vertice erano gli anglosassoni e i popoli nordici.

Venuta meno l'utilità economica dello schiavismo negli stati industrializzati del Nordamerica, il 1 gennaio 1863 il presidente repubblicano Abraham Lincoln abolì la schiavitù con la Proclamazione di Emancipazione (Emancipation Declaration). Gli stati agricoli del sud si confederarono a difesa della schiavitù dando inizio alla guerra di secessione americana. La schiavitù terminò nell'intera federazione con la sconfitta del sud, infine il 18 dicembre 1865 fu ratificato il tredicesimo emendamento. L'abolizione della istituzione schiavistica tuttavia rafforzò e istituzionalizzò l'ideologia razzista, e a partire dagli anni 1870, con l'affermarsi delle teorie del cosiddetto «razzismo scientifico» moltissimi stati americani introdussero leggi discriminatorie (Black Codes e leggi di Jim Crow), tra cui il reato di miscegenation (mescolanza razziale) a proibizione dei matrimoni e delle unioni interrazziali, ed ebbe inizio il fenomeno della segregazione razziale.

Nella maggior parte degli stati segregazionisti le persone che immigravano da Portogallo, Spagna, da una piccola parte della Francia meridionale (e dalla Liguria), dall'Italia meridionale, dalla Grecia, dal nordafrica e dal medio oriente, furono classificati diversamente dai «bianchi» e il termine «bianco» iniziò a identificare principalmente gli anglosassoni, i germanici e gli scandinavi. L'appartenenza alla razza bianca dei non-nordici (slavi, dinarici ecc.) era spesso messa in discussione. Ma erano soprattutto gli europei del sud, appartenenti alla presunta razza mediterranea, a sottostare alle condizioni peggiori, e in molti stati essi erano legalmente equiparati ai neri e privati, con diverse accentuazioni da stato a stato, dello status e dei diritti riservati ai soli bianchi. Persino gli irlandesi, a cui si attribuivano parziali origini mediterranee, erano oggetto di forte pregiudizio e discriminazione. Va però tenuto presente che in molti casi il preconcetto colpiva non tanto l'origine etnica, quanto la religione cattolica professata dagli immigrati "papisti", verso i quali la società puritana degli Usa conservava una fortissima ostilità.

Ad ogni modo, coloro che negli Usa le trovavano utili ai loro scopi accolsero e diffusero le teorie scientifiche razziste sfornate, nel XIX secolo, dagli scienziati europei per giustificare l'avventura colonialista, che caratterizzò la maggior parte del XIX secolo. Con una differenza, però. Gli europei usavano l'ideologia razzista per conquistare e sottomettere quasi esclusivamente popolazioni non europee (e il tabù in questo senso fu tale che i francesi arrivarono - sia pure dopo infinite polemiche - a decidere che gli ebrei che abitavano l'Algeria da loro conquistata erano da considerare europei, e concessero loro la cittadinanza francese, a differenza di quanto avvenne con gli "indigeni"). Al contrario, il razzismo statunitense, come detto, fu usato soprattutto ai danni di popolazioni abitanti nello stesso continente.



La campagna ideologica di Grant raggiungerà l'obiettivo di fare chiudere le frontiere tra il 1921 e il 1924, e a partire dal 1924 di far restringere l'immigrazione dai paesi dell'est e del sud Europa, e di ostacolare quella ebraica. Questa decisione avrebbe avuto conseguenza catastrofiche durante la Shoah, nel corso della quale gli Usa respinsero caparbiamente i profughi ebrei, accogliendone per tutta la durata dell'Olocausto meno della sola città cinese di Shanghai (30.000).

A rendere politicamente possibile ciò fu il senatore del Massachusetts Henry Cabot Lodge [1]) che fu tra i più fanatici sostenitori della Immigration Restriction League, che si opponeva all'immigrazione dei popoli di razza mediterranea. Cabot Lodge trovò il modo di aggirare la resistenza di coloro i quali non volevano limitare gli ingressi esplicitamente in base alla razza proponendo un escamotage: vietare l'ingresso agli analfabeti e modificare le quote di ingresso, stabilendo le nuove su quelle registrate oltre trent'anni prima, nel 1890. Con questa retrodatazione la quota complessiva d'ingresso dei mediterranei che avrebbe dovuto essere di diritto pari al 45% dei richiedenti fu ridotta a meno del 15% e tenendo conto che gli italiani erano il popolo più analfabeta d'Europa (con punte massime al sud) la quota riservata agli italiani divenne di molto più esigua. Per contro fu grandemente aumentata la quota consentita dai paesi nordici.[2].

Dopo la crisi economica del 1929, con i disordini che ne seguirono e con il diffondersi del «pericolo comunista» la strategia politica cambiò e negli ex stati confederati del sud, si adottarono teorie meno rigide, ispirate in gran parte da quelle europee. Così negli anni 1930, quando in quegli stati era ormai divenuto impossibile continuare a mantenere un così alto numero di immigrati europei fuori dalla élite dei bianchi - con il rischio peraltro di pericolose coalizioni coi neri - i segregazionisti estesero i diritti a tutti i «caucasici», gruppo razziale che includeva anche i mediterranei, e che era suddiviso in «White Caucasian» (caucasica bianca: anglosassoni, scandinavi e germanici) e «Caucasian» (caucasica). Oggi il termine «caucasico» viene esteso ad indicare indistintamente i «bianchi», tuttavia la suddivisione in «white caucasian» e «caucasian» è ancora ufficialmente in vigore nei metodi statistici di catalogazione in uso presso le istituzioni di molti stati americani.

Tutte le altre presunte razze non caucasiche invece rimasero escluse dai diritti civili per altri venti anni. Sarà negli anni 1960, a seguito delle numerose battaglie condotte dai moltissimi movimenti per i diritti civili, all'insurrezionalismo di Malcolm X e alla famosa marcia pacifica di Martin Luther King, che le leggi sulla segregazione razziale dei neri negli stati del sud verranno abolite dal governo federale, a quasi cento anni dalla loro entrata in vigore. Ciò avverrà nel 1964 con l'approvazione del Civil Rights Act e nel 1965 con il Voting Rights Act.

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La mappa dell'eugenista Madison Grant nel 1916, mostra la distribuzione delle presunte "razze europee". L'Italia è divisa in due. A nord il territorio padano si compone della razza nordica (indicata in rosso) e quella alpina o celtica (in verde); a sud la presunta inferiore razza mediterranea (in giallo)Negli Usa ebbe conseguenze storiche durature, negli anni 1920, la massiccia diffusione delle teorie dell'eugenista Madison Grant che saranno più tardi la principale fonte di ispirazione per le campagne di sterilizzazione forzata ed eutanasia forzata operate dal nazionalsocialismo tedesco.
Alex Svoboda
Razzismo in Italia - Prosegue da Wikipedia

A partire dall’unificazione italiana l’establishment politico e culturale italiano influenzato dalle teorie internazionali del razzismo scientifico del positivismo e dell’eugenetica si orientò verso posizioni razziste e anti-meridionali (e molti studiosi meridionali sostennero a loro volta l’anti-meridionalismo). Di questo clima politico e culturale furono artefici tra l’altro le pubblicazioni del criminologo Cesare Lombroso (autore di saggi tendenti a dimostrare l’innata natura criminale dei meridionali e per il quale l’intero popolo del Mezzogiorno assume i connotati del delinquente atavico), le teorie di Giuseppe Sergi, Luigi Pigorini, Alfredo Niceforo (presidente della Società Italiana di Antropologia e della Società Italiana di Criminologia, che scriveva: «La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d’Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco - dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia, ecc.»), Enrico Ferri (secondo cui la minore criminalità nell’Italia settentrionale derivava dall’influenza celtica), Guglielmo Ferrero, Arcangelo Ghisleri, nonché di moltissimi altri magistrati, medici, psichiatri, uomini politici, che influenzarono grandemente l’opinione pubblica italiana e mondiale.

Non furono posizioni isolate, al contrario era la convinzione «scientifica» della quasi totalità degli uomini di cultura europei, nonché dei ceti dominanti e dell’opinione pubblica dell’epoca. Già nel 1876 la tesi razzista fu pienamente avallata dalla commissione parlamentare d’inchiesta sulla Sicilia che concluse: «la Sicilia s’avvicina forse più che qualunque altra parte d’Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia v’è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d’animo rapida e violenta». Cioè le stesse caratteristiche «psico-genetiche» che, con lo stesso identico linguaggio, i razzisti di tutto il mondo attribuivano alla cosiddetta «razza» nera. E di questo erano accusati i mediterranei: di essere «meticci», discendenti di popolazioni preistoriche di razza africana e semitica.

Questo clima determinò tre cose:

Subito fin dall’unità fu attuata una politica di tipo coloniale nei confronti del sud (spesso descritto nei giornali dell’epoca come l’«Africa italiana»), che ha portato quello che prima dell’unità era lo stato più ricco e sviluppato d’Italia (il Regno delle Due Sicilie) alla povertà quasi assoluta.
Il sud fu politicamente abbandonato alla criminalità poiché essa venne considerata inestirpabile, essendo intrinseca a una cultura inferiore e primitiva, frutto di un popolo che oltre ad essere «reo» di avere avuto influenze genetiche negroidi e semitiche era un popolo di «criminali nati» secondo la terminologia del Lombroso.
Furono smantellate molte industrie e infrastrutture del sud per poi ricostruirle al nord. Questo anche perché si riteneva che i settentrionali, per indole razziale, clima, temperamento e superiore civiltà «bianca» fossero più idonei a comprendere e gestire l’economia della nazione.
L’accettazione già nel 1876 della teoria dell’esistenza di almeno due razze in Italia: la eurasica (padana e «ariana») e la euroafricana (centro-meridionale e afro-semita), contribuì in modo determinante alla nascita di un diffuso razzismo anti-meridionale nel nord Italia e in tutto il mondo. Basandosi sulle dichiarazioni degli scienziati italiani molti Stati degli USA hanno dato luogo a forme esplicite di apartheid nei confronti dei meridionali (in particolare gli stati di Alabama, Georgia, Louisiana). Più in generale gli immigrati italiani venivano separati al loro arrivo a Ellis Island (New York) e computati in due diversi registri: mediterranei da una parte e nordici dall'altra. Divisione ufficialmente avallata dalla Commissione Dillingham del Senato degli Stati Uniti[3] che nel 1911 ribadì la «rilevanza dell'immissione di caratteri genetici negroidi nel popolo napoletano e siciliano, non solo in spiegazione dell'aspetto fisico, ma anche del carattere e delle inclinazioni»[4].
Alex Svoboda
La tratta dei Neri - Dalle Ricerche del Liceo Berchet
http://pop.liceoberchet.it/ricerche/

La tratta dei neri, ossia il commercio di schiavi africani, iniziò subito dopo la scoperta dell’America, ma assunse dimensioni impressionanti nel XVII/XVIII secolo.

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Fin dal Medioevo gli Arabi commerciavano in schiavi africani, che erano destinati all’esercito o agli harem dell’impero ottomano. Fra gli Europei, i primi mercanti di schiavi neri furono i Portoghesi, presto seguiti da tutti i paesi che avevano colonie in America. Gli schiavi erano impegnati soprattutto nel massacrante lavoro delle miniere e delle piantagioni (di tabacco, canna da zucchero, cacao, caffè, cotone).

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In un primo momento i coloni provarono a servirsi delle popolazioni indigene dell’America, ma gli Indios erano pochi, indeboliti dalla fame e dalle malattie, e non resistevano alla fatica, Furono impiegati anche degli europei, soprattutto criminali condannati al lavoro forzato, ma anche adulti e bambini rapiti. Il loro numero, tuttavia, rimaneva sempre insufficiente. La manodopera nera invece non solo resisteva ai climi caldi, ma costava poco e sembrava inesauribile.

All’inizio gli schiavi erano catturati dagli stessi negrieri, che circondavano di sorpresa i loro villaggi e tendevano reti nelle foreste per intrappolarli, proprio come se fossero stati animali.

Successivamente, quando la richiesta di schiavi divenne più pressante, alcuni re africani accettarono di collaborare con gli Europei, organizzando razzie o guerre contro le altre tribù per procurare prigionieri.

Dai luoghi di cattura all’interno del continente gli schiavi venivano incolonnati verso i porti d’imbarco. Vi giungevano in lunghe file, a volte dopo mesi di cammino, stretti l’uno all’altro da collari chiusi intorno al collo. Chi non resisteva alla lunga marcia veniva abbandonato o lasciato morire. Prima dell'imbarco gli schiavi erano marchiati con un ferro rovente e battezzati con una frettolosa cerimonia.

Iniziava poi il tormentoso viaggio verso l'America su navi stipate fino all'inverosimile, dove gli schiavi venivano ammassati in locali non più altri di un metro e mezzo, quasi privi di aria e luce . Qui, nudi e incatenati a due a due, avendo a disposizione uno spazio di non più di cinquanta centimetri ciascuno, compivano traversate che potevano durare anche due o tre mesi.

Naturalmente, la mortalità era altissima. Molti si ammalavano per il sudiciume, la facilità di contagio, l'alimentazione inadatta: alcuni, spinti dalla disperazione, si suicidavano; i più deboli e i più malati venivano lavati, rasati, lucidati con olio perché facessero bella figura e venduti all'asta al mercato. Li attendeva nelle piantagioni e nelle miniere una vita durissima e logorante, a cui si aggiungeva, spesso, la ferocia di padroni disumani.

Non sappiamo con certezza quanti schiavi neri siano stati portati in America nei tre, quattro secoli in cui si praticò la tratta. Furono certamente molti milioni, almeno dieci (ma alcuni storici calcolano cifre assai più alte).

Per l'Africa la tratta significò un' enorme catastrofe. I negrieri sceglievano di preferenza uomini e donne forti e sani, ancora in età da potersi riprodurre. A causa del loro forzato trasferimento, famiglie e villaggi furono distrutti, intere regioni si spopolarono e lo sviluppo dell'Africa fu interrotto, con conseguenze che pesano ancora oggi sull'economia del continente.

Gli europei invece trassero dal commercio e dalla colonizzazione del mondo grandi vantaggi economici e l'errata convinzione di essere superiori ad ogni altra razza, soprattutto a quella nera.

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Alex Svoboda

Razzismo, l'America fa i conti con i suoi fantasmi
Da http://spiritofamerica.blogspot.com/ Articolo del Giugno 2005

Nella solenne aula del Senato, in un piccolo tribunale del Mississippi o in un laboratorio di medicina legale a Chicago: l'America confronta in questi giorni in luoghi diversi i fantasmi del razzismo, cercando di chiudere pagine dolorose per affidarle alla Storia con qualche punto interrogativo in meno. Ma il cammino sembra ancora lungo e il traguardo, in molti casi, e' incerto.
Il Senato degli Stati Uniti e' riuscito finalmente a fare quello che sette presidenti americani e una serie di iniziative di legge per decenni non erano riusciti ad ottenere dall' assemblea: chiedere scusa per aver guardato da un'altra parte, tra il 1882 e il 1968, mentre nelle piazze e nelle strade d'America avvenivano migliaia di linciaggi destinati a restare impuniti.
Nel giorno delle scuse a Washington, in Mississippi si e' aperto il processo per l'uccisione nel 1964 di tre attivisti dei diritti civili, massacrati dal Ku Klux Klan in un'estate rovente in cui il tema del voto ai neri nel Sud divideva le coscienze e scatenava l'odio razziale. Sul banco degli imputati siede un vecchio in sedia a rotelle, Edgar Ray Killen, 80 anni, un ex pastore battista accusato di essere stato il mandante di un triplice delitto per il quale nessuno e' mai stato punito. Una vicenda che Hollywood racconto' nel 1988 con un celebre film di Alan Parker, 'Mississippi Burning', interpretato da Gene Hackman e candidato a sette Oscar.
Il movimento per i diritti civili per il quale i tre giovani avevano pagato con la vita, era stato innescato da una scintilla alcuni anni prima: l'uccisione nel 1955 sempre in Mississippi di un ragazzino nero di 12 anni, Emmett Till, colpevole di aver fischiato all'indirizzo di una giovane donna bianca. Un delitto a sua volta irrisolto, che l'Fbi sta cercando di chiarire a distanza di 50 anni. Nei giorni scorsi, la salma del piccolo Emmett e' stata esumata in un cimitero alla periferia di Chicago, per dar vita a un'autopsia a caccia di nuovi indizi (sono stati recuperati frammenti di proiettili che potrebbero aiutare le indagini).

- LE SCUSE DEL SENATO: Per la camera 'alta' degli Usa, esprimere rimorso e' abbastanza raro. Una lunga campagna ha pero' permesso di portare al traguardo del voto una risoluzione che chiede scusa per 4.743 morti di linciaggi pubblici ufficialmente documentati negli Stati Uniti tra il 1882 e il 1968. Il 75% delle vittime erano neri, ma nel restante 25% c'erano anche ebrei e immigrati di varie nazionalita', compresi italiani, rimasti vittime dell'odio razziale. Lo stato che piu' di tutti fu protagonista di massacri spesso risolti in impiccaggioni di piazza e' il Mississippi, con 581 casi documentati, seguito dalla Georgia (531) e dal Texas (493).
Sette presidenti degli Usa nell'ultimo secolo hanno cercato di spingere il Senato a votare risoluzioni di censura dei linciaggi, come la Camera ha fatto in passato, ma i provvedimenti fino a oggi erano sempre falliti per i veti incrociati alimentati spesso dai senatori degli stati del Sud. ''I linciaggi sono stati una forma di terrorismo americano'', ha sentenziato in un editoriale il quotidiano Usa Today, invitando le nuove generazioni a non dimenticare e ad approfondire quel passato oscuro, magari visitando una importante mostra storica sui linciaggi appena aperta a Chicago.

Tra i protagonisti della campagna per le scuse del Senato e' stata Doria Dee Johnson, pronipote di un nero della Carolina del Sud, Anthony Crawford, che all'inizio del XX secolo aveva cominciato ad aver successo come piccolo produttore di cotone. Quando Crawford si lamento' nel 1916 per i prezzi ingiusti che i suoi concorrenti bianchi imponevano sul cotone, per tutta risposta fu linciato dalla folla, che disperse i suoi familiari e si sparti' le proprieta'. ''Furono perdite che ancora oggi perseguitano la mia famiglia, che si ritrovo' in miseria'', ha ricordato la Johnson, presente a Washington alla cerimonia in Senato. La Carolina del Sud, peraltro, non ha ancora chiesto scusa ufficialmente per quella vicenda.

- GLI INCUBI DEL MISSISSIPPI: I cadaveri dei bianchi Andrew Goodman, 24 anni e Michael Schwerner, 20, e del loro amico nero James Chaney, 21, furono trovati dall'Fbi nel 1964 dopo 44 giorni di ricerche legate a uno dei casi piu' celebri nella storia delle tensioni razziali nel sud. I colpevoli del massacro non sono mai stati individuati con certezza, anche se l'inchiesta ha fatto emergere la responsabilita' dei seguaci locali del Ku Klux Klan.

Come molti loro coetanei, Schwerner e Goodman erano scesi al sud quell'estate per sostenere il diritto al voto dei neri e registrare nuovi elettori. Complice la polizia locale - secondo l'Fbi - ai due bianchi e all'amico nero una sera fu teso un tranello e i tre giovani vennero massacrati, facendo sparire i cadaveri. Le indagini dei 'federali' vennero osteggiate in ogni modo possibile dagli amministratori locali e dalla polizia di Philadelphia, la localita' del Mississippi teatro della vicenda.
I pochi imputati portati in aula all'epoca furono processati solo per violazione dei diritti civili e quasi tutti se la cavarono con pene lievi o l'assoluzione. Tra loro c'era anche il predicatore Killen, l'ultimo sopravvissuto dei presunti killer, che da oggi, dopo 41 anni, e' di nuovo sotto processo per la prima volta con un capo d' imputazione assai piu' pesante: triplice omicidio.
Daruma
Interessante - come già detto altrove - il documentario "68, l'utopia della realtà", con imperdibili interviste a black panthers, ed episodi riguardanti Huey Newton, Stokely Carmichael e quant'altri.

Ancora più interessante "The Weather Underground", solo in DvD.

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