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Forum di politica, cultura, società: 2006

alessandra
La filosofia come cura

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“Meditazioni riminesi” VIII Argomenti di pratica filosofica - Teatro degli Atti, Via Cairoli Rimini Dal 12 febbraio al 26 marzo 2006 ore 17

La Biblioteca Civica Gambalunga con il patrocinio dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici presenta:

Esiste un’arte di vivere? In che cosa consiste, su cosa si basa? Cosa significa orientarsi nel mondo? Cosa significa cura? Quante e quali malattie possono esistere? Cosa significa malattia dell’esistere?

La cura di sé può prescindere dall'altro e dal mondo storico?

Questi alcuni degli interrogativi che sottostanno alla tornata di conferenze dell'edizione 2006, l'ottava, delle “Meditazioni riminesi”, ancora una volta proposte come luogo di riflessione filosofica e antropologica sulla contemporaneità.

Con espressione più sintetica si può dire che questi incontri 2006 investono una costante del pensiero occidentale, quella che si esprime nella “filosofia pratica”, cioè in quel processo che ha a che fare con la prassi, con l'agire, con la dimensione della scelta, con i conflitti e la loro risoluzione o la loro persistenza patogena.

Lo spunto è offerto dalla nascita e sviluppo di veri e propri studi di “consulenza filosofica” che, richiamandosi allo spirito maieutico della filosofia nell'antica grecia, intendono porsi in alternativa alle pratiche psicoterapeutiche diffuse nel sostegno a quanti si trovano nella necessità di fronteggiare dilemmi spinosi della più svariata natura.

Nel contempo l'occasione si presta a collocare il tema “terapeutico” entro la più vasta cornice fornita dalle filosofie del Novecento a partire dalla formulazione del concetto di cura che in Heidegger assume un significato molto esteso e complesso (sorge) che investe le multiformi relazioni implicate nell'essere nel mondo.

A questo fine sono stati convocati alcuni dei più importanti studiosi che, non solo in Italia, hanno affrontato tali questioni a partire da impostazioni ed esperienze diversi.




Questo il programma di massima:

domenica 12 febbraio
MARIA BETTETINI, Cura dell’anima: prima di Agostino e dopo Freud

domenica 19 febbraio
NERI POLLASTRI, La ricerca come stile di vita. La consulenza e le pratiche filosofiche

domenica 26 febbraio
PIER ALDO ROVATTI, L'esercizio del silenzio

domenica 5 marzo
PIER LUIGI CELLI, L'ombra dell'impresa

domenica 12 marzo
FRANCO VOLPI, Conoscenza di sé e cura di sé. Filosofia pratica, arte del vivere ed estetica dell'esistenza

domenica 19 marzo
VINCENZO VITIELLO, Il senso della pratica filosofica, oggi

domenica 26 marzo
CARLO AUGUSTO VIANO, Cura della testa, cura del cuore


Il ciclo è riconosciuto dall'Autorità scolastica come attività di aggiornamento.

Ingresso libero.


Informazioni presso Direzione Biblioteca Civica Gambalunga di Rimini (tel.0541/704486).

Estherina prettyprincess
Mia zia ( generatrice del mostro di Lucynda)
sostiene che di filosofare solo i finocchi ne hanno facoltà frech11.gif
( Che pensiero profondo , si è strapazzata a partorirlo!) frech11.gif
alessandra
Umberto Galimberti:
Se un filosofo ti prende in cura
Tratto da “la Repubblica”, 15 dicembre 2004

Le nostre sofferenze psichiche, i nostri disagi esistenziali dipendono sempre da conflitti interni, da traumi remoti, da coazioni a ripetere esperienze antiche e in noi consolidate come vuole la psicanalisi, o qualche volta, e magari il più delle volte, dipendono dalla nostra visione del mondo troppo angusta, troppo sclerotizzata, troppo irriflessa per consentirci da un lato di comprendere il mondo in cui viviamo e dall’altro per reperire un senso per la nostra esistenza e quindi delle buone ragioni per vivere in accordo con noi stessi? Se questa seconda ipotesi è vera, perché non prendere in considerazione una "terapia delle idee"? Alla mente le idee piacciono, anzi la mente ne ha di continuo bisogno, ne chiede di fresche, non per ritardare il declino delle funzioni cerebrali, visto che le idee non sono semplici vitamine o utili integratori, ma per comprendere e, se è il caso, cambiare il nostro modo di essere al mondo che le idee determinano e condizionano. Ma chi si prende cura delle idee oggi che le chiese sono deserte, gli insegnamenti filosofici si sono ritirati nella quiete delle aule accademiche, le pratiche psicoanalitiche hanno perso il loro referente, ossia la realtà, dal cui esame si individua per scostamento la nevrosi? Senza religione, senza filosofia, senza psicoanalisi, a trarre profitto è l’industria farmaceutica che seda l’anima e riduce l’inquietudine dell’individuo. Un’inquietudine che ha cambiato forma. Non più generata dal conflitto interiore tra passioni e ragione che, su larga o su piccola scala, era stato il campo di gioco dei riti religiosi e delle cure psicoanalitiche, il conflitto tra la propria visione del mondo e il modo in cui oggi accade il mondo. Un mondo che consegna all’individuo il senso della sua radicale impotenza. Infatti cos’è mai la mia vita e la mia realtà se la prima non è più scandita dalle dinamiche della mia esistenza e la seconda da quello spessore stabile e concreto su cui finora era possibile misurarsi, se l’una e l’altra si sono dissolte e volatilizzate in quegli unici misuratori di tutte le misure che sono la giovinezza, la bellezza, il successo, il denaro, i nuovi valori da vendere? è collassata la realtà come la tradizione ce l’aveva fatta conoscere e la nostra mente, che nella realtà aveva la sua misura sia per il suo equilibrio, sia per il suo squilibrio, non ha più referente. Il lettino psicoanalitico, ultima metafora del raccoglimento prima religioso e poi filosofico, è vuoto, e le parole che giungono alle spalle degli ultimi pazienti ancora sdraiati sono parole fuori dal mondo, perché vanno a cercare l’origine del dolore esclusivamente nella patologia e nella biografia, mentre oggi sono la geografia e la storia a disanimare l’anima, a istillare sussulti d’angoscia. L’individuo, nozione nata in Occidente con il concetto di anima, su cui l’Occidente ha costruito la sua cultura nella forma dei diritti e delle libertà individuali, non ha più molto senso se in gioco è l’indifferenza per la vita in generale, la sua sprecabilità, la sua inincidenza nell’andamento truculento del mondo. Il passato, in cui la psicoanalisi fa i suoi affondi per reperire le trame del disagio, è diventato così antiquato, diverso, quasi archeologico rispetto al presente, da non offrire nessuna chiave di lettura per riorientare l’anima nell’indecifrabilità dell’oggi, dove tutte le chiavi di lettura si sono perse nel disordine del mondo. Il futuro poi ci è stato semplicemente tolto, sia quello religioso perché dio è morto, sia quello laico perché la rivoluzione è impossibile, l’utopia è lontana, la scienza progredisce in modo afinalizzato, spiazzando l’etica su cui avevamo costruito le nostre regole di condotta e conosciuto le nostre deroghe. Il futuro-promessa, che alimentava in chiave religiosa la fede nella salvezza e in chiave scientifica il progresso, si è trasformato in futuro-minaccia, e anche l’ipotesi di Freud secondo cui la consapevolezza sarebbe subentrata e avrebbe preso il posto delle forze scatenate e sconvolgenti dell’inconscio (scrive letteralmente Freud: "Dov’era l’es deve subentrare l’io. Questa è l’opera della civiltà") si è rivelato un sogno, una vuota profezia. Per usare una metafora di Umberto Eco, questo può sembrare il discorso tipico degli "apocalittici", ma quale altro discorso è possibile se gli "integrati" hanno trovato il loro rifugio tra i decerebrati a cui la televisione, lo stadio, la moda, lo shopping hanno fornito gli opportuni strumenti di rimozione e di ottundimento di sé. E chi si rifiuta di consegnarsi all’ottundimento, perché ancora dispone di una discreta consapevolezza di sé, a chi si rivolge quando incontra non questo o quel dolore, intorno a cui si affollano le psicoterapie, ma quell’essenza del dolore che è l’irreperibilità di un senso? Qui le psicoterapie non servono perché non è "patologico", come si vorrebbe far credere, porsi domande, sottoporre a verifica le proprie idee, prendere in esame la propria visione del mondo per vedere quanto c’è di angusto, di ristretto, di fossilizzato, di rigido, di coatto, di inidoneo per affrontare i cambiamenti della propria vita e i mutamenti così rapidi e imprevisti del mondo. Se non tutto il dolore è patologia, una risposta a questo genere di sofferenza e di disagio, meglio della psicoterapia, la può dare la filosofia, nata in Grecia nel V secolo a. C. non solo come conoscenza, ma come pratica di vita. Tali erano le scuole filosofiche greche prima che la filosofia, amputando se stessa, si disinteressasse della vita e divenisse solo conoscenza teorica, assestandosi su un terreno che oggi le scienze di giorno in giorno erodono. Nessuno di noi abita il mondo, ma esclusivamente la propria visione del mondo. E non è reperibile un senso della nostra esistenza se prima non perveniamo a una chiarificazione della nostra visione del mondo, responsabile del nostro modo di pensare e di agire, di gioire e di soffrire. Questa chiarificazione non è una faccenda di psicoterapia. Chi chiede una consulenza filosofica non è "malato", è solo alla ricerca di un senso. E dove è reperibile un senso, anzi il senso che, sotterraneo e ignorato, percorre la propria vita a nostra insaputa se non in quelle proposte di senso in cui propriamente consiste la filosofia e la sua storia? Fu così che nel 1981 il filosofo tedesco Gerd Achenbach aprì in Germania il primo studio di Consulenza filosofica, a cui seguì la fondazione di una Società per la pratica filosofica, divenuta poi internazionale per la sua diffusione in Olanda, Francia, Stati Uniti, Israele. Nel 1999 sorge anche in Italia l’Associazione Italiana di counseling filosofico, si traducono i libri di Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica e di Lou Marinoff, Platone è meglio del Prozac e Le pillole di Aristotele che avvicinano il grande pubblico alla figura del filosofo che si occupa degli individui senza proporsi come "terapeuta". Nel 2003 la Facoltà di Scienza della formazione dell’università di Catania promuove il primo Convegno di studi sulle pratiche filosofiche, mentre l’università di Venezia ha allestito un primo corso entro un più generale progetto sulle pratiche filosofiche che prevede anche l’istituzione di un master sulla materia. L’ospedale torinese Le Molinette ha affiancato un consulente filosofico allo psicologo in uno sportello d’ascolto per i propri dipendenti, mentre il Quartiere 4 del Comune di Firenze ha istituito un servizio pubblico di consulenza filosofica come ampliamento dell’offerta di servizi sociali ai cittadini. A questo punto serviva una letteratura sulla consulenza filosofica un po’più seria di quella diffusa al grande pubblico dai libri di Marinoff. E a ciò hanno provveduto l’editore Bruno Mondadori con la pubblicazione del libro di Romano Madera e Luigi Vero Tarca, La filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche, e in maniera sistematica l’editrice Apogeo che mi ha affidato la direzione di una collana di Pratiche filosofiche di cui in questi giorni sono usciti i primi tre volumi di Gerd Achenbach - La consulenza filosofica -, di Ran Lahav - Comprendere la vita - e di Neri Pollastri - Il pensiero e la vita - che è la guida più completa, oggi esistente, alla consulenza e alle pratiche filosofiche, di cui consiglio vivamente la lettura a quanti sentono un "bisogno di filosofia" o si sono persuasi, come ammonisce Platone, che "una vita che non mette se stessa alla prova, non è degna di essere vissuta". Sarà per questo che Socrate diceva di sé: "Non faccio nient’altro che andare in giro a persuadervi, giovani e vecchi, a capire che la vostra prima e maggiore preoccupazione non deve riguardare il vostro corpo o le vostre ricchezze ma la vostra anima, in modo che sia la più eccellente possibile". Per chi ha simili aspirazioni, che sono poi le aspirazioni che dovrebbe avere ogni uomo che voglia essere all’altezza della sua natura pensante, l’incontro con la consulenza filosofica potrebbe essere l’occasione che lo differenzia, che lo porta all’altezza della sua vita, nell’ottundimento del mondo.
alessandra
Mi permetto di introdurre un argomento che forse sarà già stato dibattuto sul forum, non so.
E' molto tempo che percepisco un mio bisogno e non credo solo mio, di andare oltre la psicologia, comunque di compendiarla con una visione più generale del mondo, della nostra condizione esistenziale ed è qualche tempo che colgo avanzare una tendenza in questa direzione.
Oggi in ufficio sfogliavo il numero di gennaio di Pedagogika.it e mi sono imbattuta in un articolo dal titolo "Filosofia come cura".
Corinna Albolino racconta l'esperienza di un seminario di filosofia presso il centro Franca Martini di Trento, importante struttura per la riabilitazione della sclerosi multipla.
Non è ancora disponibile sul web, ma lo sarà fra poco.

Prima che il tutto diventi una moda commerciale new-age per ricchi annoiati ed acchiappato e ridotto a brandelli dai soliti cialtroni di turno, mi piace pensare che sia un ottima idea.
astronave
QUOTE
Se un filosofo ti prende in cura
Certo Galimberti sembra quanto di meglio ci sia sul mercato della chiacchera, ma qualcuno ha mai trovato una qualsiasi INDICAZIONE nei sui articoli e nei suoi scritti?
E poi non bisogna alimentare la confusione tra "male di vivere" e "malattia", che è tutt'altra cosa.
astronave
alessandra
Nemmeno io trovo Galimberti particolarmente geniale, nè credo proprio che a botte di filosofia si pretenda di curare la sclerosi multipla e altre patologie, buttando a mare medicina, psicologia e psichiatria:
Ugualmente penso che il "mal di vivere" colga persone "sane" ed ovviamente più spesso persone affette da patologie svariate, senza che questo possa ascriversi alla sintomatologia ragionevolmente e scientificamente ascrivibile alle stesse.
Spesso si ricorre in questi casi alla psicologia, in molti casi alla religione.
L'una attenta al mondo interno ed alle relazioni, l'altra a dare un senso a quello che sembra non averlo.
Trovo che la filosofia potrebbe egregiamente dare più respiro ad entrambe e, se permettete, aggiungerei pure la sociologia se ben fatta. A volte a leggere un libro di Zygmun Bauman si aprono vie...va beh, ci sarebbe tanto da dire, ma ora la condanna a cui mi sono sottoposta mi richiama giustamente all'ordine.
Bye!
Estherina prettyprincess
Il filosofare, per mia madre, è il Signor Farmaco .
Si, a volte le spara grosse (come sostiene la cuginastra) è allora camuffiamo le risate. Però, per lo meno, quando le facciamo notare le cannonate ( accusandola di "essersi strapazzata non poco a concepirle per poi partorirle di botto) , punzecchiandola all'inverosimile-cioé andando a scovare proprio il pelo nell'uovo in ogni sua affermazione
lei dimentica, anche se per poco, la consapevolezza della sua immane sofferenza
anche se dentro di lei la ferita sempre aperta la renderà vulnerabile, esposta alle intemperie che in qualsiasi momento potrebbero incrementare la "soglia" del suo dolore,
per lo meno la sua speculazione è un balsamo che non annienterà quella lesione ,ma la disinfetterà, facendola sentire meglio.
e ... che dire se ne compiace lei stessa, sganasciandosi ancora più di noi. Dai suoi discorsi non di rado trapelano però perle di saggezza. L'ultimissima di oggi?
"C'è chi nasce per studiare e chi nasce per essere studiato"
Este appartiene alla seconda categoria, su questo non ci piove ... anche se ho la netta sensazione che la seconda parte della dedica fosse indirizzata a entrambe.
Però ... ad Este calza meglio! biggrin.gif frech11.gif
astronave
Forse ha ragione Very Important Princesses a scherzarci su. Io invece me la sono presa, e non con l'idea di coltivare un interesse per la filosofia, che ho insegnato per quindici anni al liceo. Me la prendevo con la ambiguità radicale di Galimberti, del suo articolo, e non solo del titolo, che inserisce l'idea che le "sofferenze psichiche" siano curabili con indagini filosofiche. Cioè parlavo del fatto che "il filosofo ti prende in cura" fa pensare ad una capacità tecnico-terapeutica della filosofia, specificatamente nei confronti della malattia mentale.
Inolte segnalavo il fatto che, secondo me, ancora una volta, il discorrere di Galimberti è fondalmentamente mistificatorio, falsamente critico; in realtà del tutto omologato ai meccanismi esistenti.
alessandra
Ma a parte Gailmberti, che comunque è utile per avere il polso del pensiero critico/omologato e quindi della capacità dei meccanismi esistenti di evolvere senza sostanzialmente cambiare, non credi che la filosofia possa finalmente tentare di smetterla di essere ridotta ad un sapere fra i tanti, tornare a riflettere sulla propria finalità storica e divenire il principio logico che governa tutte le scienze?
L'amore per la "saggezza", prevedeva inderogabilmente una ricaduta sulla qualità della vita degli uomini. Era la regola prima.
Quello che cercavo di dire precedentemente, è che sento sempre più la mancanza di un principio, non che uniformi, ma che dia un senso, una ragione, una logica, un più ampio respiro anche alla ricerca ed all'applicazione scientifica.
Prima era la religione, il mito, poi la filosofia ha trovato una via nuova, ma si è lasciata sfuggire la scienza. Se ne è separata.
L'uomo, di fronte ad una scienza sempre più parcellizzata e dedita al qui ed ora, al contatto della quale trova sempre più difficile trarne i fondamenti e gli obiettivi, rischia di trovare le risposte alle proprie domande solo nella religione. Che è sempre lì, sotto mille vesti, pronta a imporre i suoi principii e a dettare le proprie regole.
L'amore per la saggezza...potrebbe disinnescare questo meccanismo?
astronave
In questi termini sono perfettamente d'accordo! atb_foto.gif
Bluette
QUOTE(astronave @ Mar 17 2006, 12:38)
Certo Galimberti sembra quanto di meglio ci sia sul mercato della chiacchera, ma qualcuno ha mai trovato una qualsiasi INDICAZIONE nei sui articoli e nei suoi scritti?
E poi non bisogna alimentare la confusione tra "male di vivere" e "malattia", che è tutt'altra cosa.
astronave


Galimberti non mi dispiace quando fa filosofia, ma spesso non mi piace quando si atteggia a psicanalista, risultando o banale o, come sa essere da sempre la psicanalisi con le sue spiegazioni, poco accessibile e distante dalla gente.

La filosofia, come la religione e la psicologia, rappresenta uno dei tanti percorsi di ricerca individuale, favorendo in qualche modo l'auto-osservazione, che poi alla fine costituisce la vera e propria cura ed è diversa dall'introspezione.
Ciò ha un riscontro di validità ed efficacia solo in ambito esistenzialistico e tutt'al più nevrotico. Uno psicotico nel leggere un libro di filosofia inserirebbe le proprie interpretazioni nel suo sistema di coerenza interna, fino a confermarlo e rafforzarlo (una delle caratteristiche della psicosi è la concretezza, quindi la mancanza di capacità d'astrazione e di flessibilità nel mutare il proprio punto di vista).

Perciò non è tanto la disponibilità a filosofeggiare che conta, quanto il modo come si fa.
"Chi chiede una consulenza filosofica non è "malato", è solo alla ricerca di un senso. E dove è reperibile un senso, anzi il senso che, sotterraneo e ignorato, percorre la propria vita a nostra insaputa se non in quelle proposte di senso in cui propriamente consiste la filosofia e la sua storia?", afferma Galimberti. Se nella filosofia risiede la verità, sia pure la nostra verità narrativa, è il modo con il quale si utilizza ad essere prioritario nel lenire la sofferenza, o lenisce o altrimenti potrebbe dare una mano ad aprire il baratro. Perciò non è l'unico strumento possibile, non in termini di specificità, se non altro.

Ma al di là di questo, Galimberti afferma che attualmente nè la filosofia, nè la religione, nè la psicanalisi offrono un valido contributo come oggetto di ricerca "personale" (tra virgolette perchè "l'inquietudine" di cui parla è sempre un fatto personale, dal momento che a risolverla siamo sempre noi con noi stessi).
La filosofia è sempre stato un elemento di elite, se si esclude la saggezza popolana. La vera caduta è stata subita invece dalla fede religiosa e in questo può avere ragione, mentre non mi trova d'accordo in merito alla psicologia, anche se la sua trattazione si limita alla psicanalisi e forse solo ad un certo tipo di psicanalisti.

QUOTE(alessandra @ Mar 17 2006, 01:46)
Qui le psicoterapie non servono perché non è "patologico", come si vorrebbe far credere, porsi domande, sottoporre a verifica le proprie idee, prendere in esame la propria visione del mondo per vedere quanto c’è di angusto, di ristretto, di fossilizzato, di rigido, di coatto, di inidoneo per affrontare i cambiamenti della propria vita e i mutamenti così rapidi e imprevisti del mondo.

Lo scopo della psicoterapia è proprio quello invece di aiutare le persone ad auto-osservarsi, nel tentativo di ridurre le discrepanze, fino al raggiungimento di un assetto più solido ed equilibrato dell'immagine di sè, al di là di una definizione di patologia, ma sulla base della presenza di disagio e sofferenza interna.
Per lo più la concezione di patologico è presente nella mente di chi la teme.
alessandra
Vedila da un altro punto di vista.
La filosofia potrebbe tornare ad avere "cura del tutto", anche della psicologia e della psichiatria, come di tutte le altre discipline e scienze che di fatto da lei sono derivate.
Con possibili vantaggi anche per gli psicotici.
Filosofia non come cura, ma che ha cura del tutto, disinteressatamente finalizzata al vivere bene.
Riconosco che il problema è il riconoscimento da parte degli scienziati, degli studiosi delle varie discipline, oltre che dei potentati economici che indirizzano la ricerca, di questo ruolo meta-scientifico della filosofia.
E la stessa accademia filosofica attuale, dovrebbe probabilmente interrogarsi lungamente sulle motivazioni per cui questo non accada già.
E poi, quando tutti saranno d'accordo, l'impresa più ardua sarà liberarsi degli opinionisti. Fino all'ultimo di loro, compresa quindi alessandra biggrin.gif
Bluette
QUOTE(alessandra @ Mar 29 2006, 00:19)
Vedila da un altro punto di vista.

Temo che Galimberti non si riferisse a questo, ma al filosofare della gente comune come soluzione alla sofferenza e mi sono limitata a commentare il pensiero che espone nell'articolo.
E' ovvio che la filosofia nel senso di cui parli è fondamentale. D'altra parte per esempio gli epistemologi sono veri e propri filosofi.
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