Una vita all’italiana

di MASSIMO GRAMELLINI

di MASSIMO GRAMELLINI
Non sappiamo se quello espresso ieri dalla Nazionale sia «il grande calcio pulito» decantato dal commissario straordinario Guido Rossi. Di sicuro è l'unico che ci riesce bene: il piccolo calcio all'italiana. Brutto da vedere, ma efficace e soprattutto fatto in casa, con ingredienti semplici come la prudenza e la furbizia.
I simboli dell'Italia nel mondo non sono soltanto il Colosseo, la Ferrari, i film di Fellini e il vino rosso. C'è anche l'immagine di dieci maglie azzurre chiuse a riccio davanti a un portiere che rimbalza da un palo all'altro come Nembo Kid, finché una di loro, la più astuta e veloce, schizza proditoriamente oltre la marea degli avversari e corre a infilzarli in «contropiede», parola inventata non a caso da un italiano, uno che ogni tanto si vergognava di esserlo, ma non al punto da dimenticarsene: il sommo Gianni Brera. Quanto sarebbero piaciuti al Maestro gli «acciaccapesta inenarrabili» che ieri si consumavano dalle parti di Buffon. E non avrebbe mancato di sottolineare una coincidenza forse solo apparente: che proprio nel giorno in cui l'Italia prendeva coscienza delle proprie miserie, deferendo alla giustizia sportiva alcuni dei club più potenti, i suoi atleti ritrovavano la vera identità nazionale, racchiusa in un Dna forgiato dai millenni: il Difensivismo.
Il Difensivismo non è solo un modo di giocare, ma di vivere. Consiste nel lasciare agli altri l'onere di programmare i grandi scenari, riservandosi un ruolo di disturbatori estemporanei e creativi. Se costringi un italiano a dare le carte, o le trucca, o si annoia, o combina pasticci. Ma se lo sgravi dalla responsabilità di condurre il gioco, con quel che riceve riuscirà a compiere miracoli. La prima volta che degli italiani rinnegarono questo sacro precetto fu durante le guerre puniche, a Canne. Quando il console Varrone, progenitore di tutti i Sacchi della storia, schierò le truppe romane con uno sciagurato 4-3-3 che la cavalleria di Annibale perforò senza scampo. Perché si tornasse al Catenaccio, unica possibile filosofia di un popolo in eterna emergenza, dovette arrivare Quinto Fabio Massimo, detto infatti il Temporeggiatore. Lui sapeva anche prima di Lippi che alle nazioni, e alle nazionali, puoi fare di tutto tranne che cambiargli il carattere. Giulio Cesare si limitò a perfezionare i suoi schemi: difesa rigida, centrocampo ringhioso, ali veloci e al centro una centuria di inzaghini agili e furbi, atti all'azione di perforamento e di disturbo. Purtroppo la mamma di Varrone da noi è sempre incinta. Mentre gli stranieri ci criticano, ma ci copiano e vincono, come la Grecia scarsissima degli Europei 2004, in Italia ogni tanto si alza qualcuno a spiegare che non siamo abbastanza moderni e che bisogna dare spettacolo, ohibò. Allora puoi star sicuro che si perde: per di più senza dare spettacolo alcuno, se non quello ridicolo di chi presume da sé comportamenti che non gli appartengono.
Intendiamoci, si è perso anche giocando in difesa, come in Corea con Trapattoni, perché neppure il catenaccio può trasformare dei brocchi in campioni. Si limita a tirar fuori dagli italiani il meglio di quello che hanno. Se possono contare su Conti, Rossi e Tardelli, gli fa vincere il Mondiale. Se invece ci sono solo Inzaghi e un Totti così così, li porta comunque alla finalissima degli Europei 2000 o agli ottavi di questa avventura tedesca.
D'accordo, non sarà il massimo della meraviglia vincere con il colpo di testa di uno stopper e un golletto in contropiede. E ci sono divertimenti più gaudiosi che vedere la propria squadra difendersi a fatica contro avversari stanchi e ridotti in dieci. Ma l'essenza di un popolo non tiene conto dei giudizi emotivi. Gli esperimenti genetici sono belli finché si scherza: le due punte, i tre fantasisti, gli schemi d'attacco. Cose da brasiliani presuntuosi o da dirigenti megalomani e da ieri deferiti. Noi siamo un altro mondo: inquieti, tignosi, incapaci di fare gioco di squadra, ma spietati nello sfruttare quello altrui. Inferiori sotto ogni punto di vista, tranne che nella coscienza dei nostri limiti, quando le circostanze ci obbligano a prenderne atto. La nostra suprema abilità consiste nel saper creare un continuo stato d'emergenza che ci induca a restare fedeli a una missione che, in politica come nel calcio, non consiste nell'inseguire il cambiamento con persone logore e anziane, ma nel lanciare dei giovani che continuino a tener fede al passato.
La Stampa 23 giugno 2006
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