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Roderigo
DALLE MEMORIE DI UN LEADER MENSCEVICO GEORGIANO, RISCOPERTE IN FRANCIA, UNA IMMAGINE INEDITA DEL FUTURO DITTATORE

E Stalin è un bravo ragazzo

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Nel 1905 era per tutti il compagno Koba: un giovane intelligente, colto, politicamente agguerrito, affabile e gentile con i rivali. Diceva l'essenziale con «semplicità sconcertante», in 15 minuti ribaltava le sorti di un confronto.

DOMENICO QUIRICO - corrispondente da PARIGI

Incolto, subdolo, feroce, un bruto assetato di potere: chi non riconosce il padre dei popoli, lo Stalin consegnato alla deprecazione immortale dai suoi avversari più feroci, cioè Trockij e i suoi discepoli? Eppure sotto le insondabili acque di una biografia si nascondono vortici ancora sconosciuti. Quel paio di occhietti guizzanti, da serpente, che spedivano con un battito di ciglia milioni di uomini nel gulag a spaccare legname e a scavare inutili canali, hanno ancora in serbo qualche sorpresa. «Le Chahiers d'histoire sociale» non sono certo una rivista sospettabile di revisionismo bolscevico: eppure hanno tratto dall'oblio un documento, le memorie di un rivoluzionario georgiano, che nessuno ha mai utilizzato nelle biografie del dittatore, neppure Souvarine o Isaac Deutscher. Peccato. Si sbozza in gioventù, un uomo diverso, colto, gentile con i rivali, politicamente agguerrito; e già con le caratteristiche che ne avrebbero garantito la terribile carriera, ovvero la «tuerdost», la durezza, la vera virtù del bolscevico.

Bisogna risalire il corso della memoria fino all'anno 1905 in Georgia: rivoluzionari che sognano sovvertimenti a base di tritolo e dinamite e poliziotti implacabili, riunioni clandestine e pogrom, il vespro destinato a durare fino al 1917 di un impero tarlato e arrogante. Si discuteva, si congiurava e si uccideva, la Russia era uno di quei luoghi in cui la vita era merce di scarso valore. In attesa di saldare i conti con lo zar e la sua aristocrazia i rivoluzionari si scannavano tra di loro, ferocemente, menscevichi contro bolscevichi, per contendersi le anime ancora incerte e confuse delle «masse». Ogni miniera, ogni fabbrica è una pedina da conquistare a colpi di astruse questioni del materialismo dialettico.

Khariton Chavichvily è parte di questa intellighenzia gioiosamente prestata alle fosche incombenze della illegalità rivoluzionaria. Un leader menscevico di primo piano. La polizia zarista lo spedì poi al bagno penale nel 1908. Ma questi zar erano inetti anche come carcerieri. Evaderà per fuggire in Svizzera e diventare amico di Plekanov, Liebknecht e Jaures, insomma la créme della rivoluzione europea. A Chavichvily nel 1905 affidarono un compito, cercare di arginare l'offensiva dei bolscevichi: quegli scismatici sconsiderati guadagnavano consensi, erano ovunque, pattuglie di apostoli instancabili sempre a caccia di nuovi adepti. «Attento a un giovanotto dal fascino felino - lo avvertirono - si chiama Koba, è il vero capo, i suoi lo adorano, un avversario difficile, ti darà dei guai».

Il futuro padre dei popoli non aveva ancora i baffoni che mettevano in parentesi la bocca tumida, ma aveva già conquistato i galloni del primo arresto con conseguente esilio in Siberia; amava nei ritagli la bella moglie di un elettricista, Olga, donna di languidi e pericolosi amori rivoluzionari. La guerra tra i due partiti era senza quartiere, da Batum a Koutais ogni assemblea si trasformava in fornace, ex seminaristi e studenti arrivavano a riforzare la fanteria degli oratori meno acculturati. La diffidenza sulle grinte del proletariato era una bandiera fissa, allora si usavano tutti i mezzi per prevalere. Un oratore bolscevico del gruppo di Koba, ad esempio, trionfò sul rivale gridando: «Compagni, leggete cosa diceva Marx a pagina126 del Capitale: che i menscevichi sono controrivoluzionari borghesi». Peccato che Marx fosse morto 40 anni prima della nascita dei menscevichi!

Chavichvily racconta del suo primo incontro con Koba a Tchiatouri. E' appena sceso dal treno, una voce allegra lo chiama. E' Koba. «Aveva appena lasciato alcuni suoi propagandisti che andavano nelle miniere dopo aver dato loro gli ordini, il suo saluto cortesissimo e l'interesse che mi testimoniava facevano pensare che non sapesse nulla della mia missione. Come rimasi stupefatto, chiacchierando amabilmente, nello scoprire che sapeva tutto! E' inutile dire che se i nostri incontri successivi sono sempre stati amichevoli il merito è suo».

Con quel sorriso simpaticamente felino ecco muoversi nelle pagine di questo testimone un giovane intelligente, fine autodidatta ma capace di citare la Bibbia e Checov, Napoleone e Bismarck, che ama la letteratura georgiana ma anche adora «L'ultimo dei Mohicani». Ha già una caratteristica che gli assicurerà il successo: la sua capacità di ridurre i problemi complessi con una lucida semplicità, un talento che per un politico è qualcosa di inestimabile valore. L'arte sottile ammirata da Chavichvily in Georgia un giorno gli servirà per battere i riveriti intellettuali del partito, i Bucharin e i Trockij.

Stalin osserva con attenzione le reazioni della folla e poi adegua il suo stile e le sue mosse oratorie, così i retori salivosi, i vizzi, i maldestri sono sconfitti. Il leader menscevico racconta che per cercare di abbatterlo fece arrivare «il compagno Dakito», una star socialrivoluzionaria, oratoria tribunizia, popolare «più forte di Koba». I suoi difetti erano di essere troppo sicuro di sé, di trascurare i dettagli, per lui il giovane bolscevico adoratore di Lenin era «un signor nessuno». La sala è stracolma, fitta di facce di onice e di antracite, l'atmosfera elettrica, tutti si ripromettono meraviglie da quel duello. Hanno avvertito Dakito di non parlare per primo; perchè Koba con quella sua aria civilina lascia sempre sfogare l'avversario, interviene brevemente quando operai e contadini sono stufi di parole. E vince.

Quando Dakito gli concede la parola, lui gli regala un umile sorrisone, come un allievo di fronte a un maestro: «Compagno perchè esiti ad aprire la discussione? Come puoi pensare di essere sconfitto, tu che sei un oratore formidabile e un uomo coraggioso?». Dakito, piccato, cade nella trappola. Rovescia sui minatori che hanno lavorato tutto il giorno un torrente di parole. Quando cominciano a sbuffare, il trabondante Demostene menscevico, umiliato, deve tacere. Koba si rivolge ai compagni operai e annuncia che rinuncia a replicare per non stancarli. Dalla sala (molti sono suoi sostenitori avvertiti in anticipo) chiedono a gran voce che parli. «Promise ai 'cari compagni' che non avrebbe superato il quarto d'ora - racconta Chavichvily - infatti in questo tempo seppe dire l'essenziale con semplicità sconcertante. I minatori che all'inizio della riunione erano con noi votarono un ordine del giorno che approvava la tattica bolscevica della rivoluzione...»


La Stampa 13 gennaio 2006
http://www.lastampa.it
Daruma
Interessante.

Anche Mao (Zedong) era un poeta.... ed un filosofo: pochi sanno che il suo maestro, Lidazhao, era uno studioso di Taoismo e Buddismo - grazie alla conoscenza dei quali il nostro riuscì a fregare il filosovietico Zhenduxiu - quindi cerchiamo di andare oltre i luoghi comuni.....

Non è il grado di Forza o di Intelligenza..... è il coeuranime.gif a far la differenza!

(ovvero la sua capacità di chiudersi/aprirsi!)

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