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Forum di politica, cultura, società: 2006

Roderigo
Sul filo del telefono

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GUGLIELMO RAGOZZINO

«Dieci giorni fa ho avuto un lungo , cordiale e approfondito colloquio con Tronchetti Provera e non mi aveva accennato a una ristrutturazione societaria così importante, così radicale e così diversa dalla strategia che lui stesso aveva proposto due anni fa. La mia reazione è stata di sorpresa». Chi pronuncia queste parole è un costernato Romano Prodi. Possiamo immaginare il colloquio. Tronchetti, impenetrabile come un giocatore di poker professionista, alla inevitabile domanda di Prodi sul ventilato scorporo di Tim, risponde: «Certo che no, per chi mi prende, presidente?».

In queste ore abbiamo sentito rimpiangere da molte parti l'affrettata e disinvolta privatizzazione di Telecom Italia, l'impresa dove era confluito l'intero sistema telefonico nazionale. In effetti la vendita, molto criticabile, era almeno il coronamento di una strategia di cessione di industrie e banche voluta da Ciampi, ministro del Tesoro, per mettere in moto la riduzione del debito pubblico italiano. Partita male, la privatizzazione si è avvitata su se stessa; e prima Roberto Colaninno con i suoi compari; poi Tronchetti Provera con i suoi, hanno preso e ripreso il controllo di Telecom Italia, utilizzando capitale a prestito e indebitando le società del gruppo. Un meccanismo finanziario di cui in Italia si legge di solito sui giornali, avveniva da noi, senza obiezioni di sorta, senza che alcun potere notasse che il fulmine colpiva due volte lo stesso albero. La stranezza italiana era ancora più strana. Il controllo sulla società in palio era esercitato tramite una serie di scatole cinesi; e se le scatole erano praticamente vuote, a tutti i livelli vi erano però soci e interessi ben concreti.

La prima operazione è stata fatta utilizzando quel che rimaneva vivo della Olivetti, una gloriosa impresa privata italiana. La seconda, quella di Tronchetti, servendosi invece di una società ben viva, la Pirelli, un'altra impresa privata coinvolta e impoverita nelle vicende finanziarie delle tlc. Ora, potrebbe concludersi la vendita, a pezzi, delle varie parti di quello che fu il secondo gruppo manifatturiero italiano. Un bel successo per il capitalismo del nostro paese.

I sindacati temono per l'occupazione se Tim dovesse essere scorporata. Da essi ci attendiamo qualcosa di più. Ne va della loro stessa ragione di essere; non possono accettare che una dopo l'altra le imprese spariscano per tenere a livelli accettabili i dividendi degli azionisti. Perfino la Fiat che non è un gran modello di generosità, ha saputo agire diversamente. Ha insistito sul lavoro principale: fare automobili, senza rincorrere strade più facili o accordi che avrebbero avvantaggiato soprattutto o soltanto la famiglia proprietaria.

Pirelli-Telecom invece ondeggia tra una soluzione e l'altra; come osserva Prodi, solo due anni fa aveva mosso in tutt'altra direzione; ora forse si dedicherà ai film di Fox, per poi, alla prima occasione, cambiare ancora. Purché il governo non decida finalmente di porvi rimedio. Dopo quattro mesi di luna-di-miele, siamo infatti di fronte al primo serio scontro tra governo e industriali.

Telecom di recente ha anche mostrato un'altra dimensione preoccupante. I controlli sui telefoni della repubblica di cui si è parlato spesso negli ultimi mesi, sono tutti all'interno dei suoi apparati. Finora, con qualche ingenuità - forse - ci si era fidati di Telecom, già Stet, già Telefoni di stato. Ora anche su questo bisognerebbe riflettere bene, affidando il compito non proprio al governo, ma a un'autorità terza e affidabile.


il manifesto 13 settembre 2006
http://www.ilmanifesto.it



Telecom ristruttura, governo in allarme per Tim e posti di lavoro.
Il governo deve intervenire? Bloccare la vendita agli stranieri, difendere l'occupazione.
Il governo non deve intervenire. Telecom risponde solo ai suoi azionisti.
(sondaggio su Repubblica.it)
Richard
Il vecchio vizietto del "professore", il vero Prodi

Non si può dire che Romano Prodi abbia un eloquio particolarmente brillante. Ai microfoni delle tv risponde sempre come se fosse in preda a una sorta di torpidezza, che non gli fa trovar le parole. Quelle poche che alla fine recupera gli escono dalle labbra come sospinte da sbuffi e brontolii. L'oratoria al Valium si accompagna però a una discreta velocità nel mettere in piedi spericolate operazioni di ingegneria finanziario-industriale. Se c'è un affare ardito da concludere il Professore è un fulmine.

Ricorderete tutti quanto poco gli ci volle per vendere la Sme a Carlo De Benedetti, nonostante fino al giorno prima avesse giurato che mai l'avrebbe ceduta, e come in un amen abbia fissato il prezzo che – sia detto incidentalmente – era di gran lunga inferiore a quello che venne spuntato anni dopo, a svendita scampata. Rammenterete certo anche un'altra allegra operazione, quella della Cirio, ceduta in un batter di ciglia a un signore con poca arte e ancor meno parte, che la rivendette nonostante gli accordi presi gli impedissero di farlo, avviandola al disastro che è risaputo.
I due episodi mi tornano in mente in queste ore, mentre sta scoppiando il Telecomgate, ossia il pasticcio del piano di ristrutturazione della società dei telefoni messo a punto nelle stanze di Palazzo Chigi. Ufficialmente a elaborare il fantasioso progetto, in base al quale la Cassa depositi e prestiti (in parole povere, lo Stato) avrebbe dovuto comprare da Telecom il 25-30 per cento di rete, centraline e cavi telefonici, in cambio di 5 o 7 miliardi di euro,
è stato Angelo Rovati, un giovanottone di 60 anni che si è a lungo occupato di raccogliere denaro per finanziare le gite in pullman di Prodi. In America li chiamano fund raiser, raccoglitori di fondi, e Rovati di fondi per il Professore ne ha raccolti davvero parecchi. È lui che gli ha finanziato la campagna elettorale.
Adesso Rovati, ex campione di basket e fresco sposo della stilista di sinistra Chiara Boni, è consulente e consigliere del principe, pardon del premier. E come tale avrebbe stilato il piano per dare soldi a Marco Tronchetti Provera in cambio di un pezzo di rete, ma soprattutto di una longa manus infilata dentro uno dei più grossi gruppi industrial-finanziari del Paese, che in sovrappiù ha anche tre televisioni e una buona partecipazione nel Corriere della Sera.
Che Prodi brighi con le banche e con i media è noto, al punto che per la fusione tra San Paolo e il fu Banco Ambrosiano si è parlato di una Santa Romano Intesa. Ed è noto perfino che gli piacerebbe ridisegnare gli equilibri editoriali, dalla Rai giù giù fino a La7. Ma che per inseguire i sogni del Romano Impero fosse disposto a rimettere in movimento la Cassa depositi e prestiti per trasformarla nella piccola Iri, no, questo non si sapeva. Certo, ora Rovati dice che l'idea era sua, che si trattava di un innocente passatempo serale su cui s'è esercitato con un amico tra un bicchiere di lambrusco e una fetta di mortadella, così, tanto per ingannare il tempo e anche gli italiani. Prodi naturalmente non ne sapeva niente, lui se c'era, a Palazzo Chigi, dormiva.
Quello di Rovati era un gioco, consegnato su carta intestata del governo, che se realizzato sarebbe costato 14mila miliardi di vecchie lire, ma pur sempre un gioco.

Il castello di carte con cui giocava il fund raiser dell'Unione è andato a gambe all'aria perché Tronchetti Provera invece di mettersi nelle mani degli scommettitori d'azzardo ha preferito giocare i suoi assi.
La storia dirà se le carte del capo di Telecom saranno sufficienti per vincere la partita. Per ora si sa solo che a perderla cercando di taroccare il mazzo sono stati Prodi e i suoi consiglieri. Il presidente del Consiglio prima ha detto che del nuovo assetto di Telecom non era stato informato, poi ha aggiunto che Tronchetti Provera gli aveva riferito qualcosa ma non tutto, infine è spuntato il piano di Rovati. L'elemosiniere del premier si è assunto ogni responsabilità per quel progetto, ma siccome gli italiani non passano le loro serate a tracannare lambrusco è difficile che si bevano questa storiella. Sarà dunque opportuno che, una volta ripresosi dalla sbornia di inchini cinesi, Prodi ci racconti la verità sul Telecomgate, cercando, tra un borbottio e l'altro, di cavarsi di gola le parole giuste.

fonte:http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=118725
Matteo
Si è dimesso il Tronchetti...
Marzia
QUOTE(Matteo @ Sep 15 2006, 20:26)
Si è dimesso il Tronchetti...
*




Telecom, Tronchetti si è dimesso
Guido Rossi nominato presidente
Nel comunicato delle dimissioni attacco al presidente del Consiglio
"Negli ultimi giorni c'è stata un'ingiustificata personalizzazione della vicenda"


MILANO - Il numero uno di Telecom Italia, Marco Tronchetti Provera, si è dimesso nel corso del consiglio di amministrazione straordinario del gruppo. Al suo posto è stato nominato presidente Guido Rossi. Dimissioni "irrevocabili", quelle di Tronchetti, motivate dall'intento di "salvaguardare l'interesse dell'azienda e degli azionisti a proseguire nella gestione, in continuità con l'indirizzo strategico individuato dal consiglio". Dunque Tronchetti si fa da parte e dà una stoccata a Romano Prodi parlando di "ingiustificata personalizzazione delle vicende degli ultimi giorni" ma la società ribadisce l'indirizzo strategico che dello scontro è stato la causa. Si sacrifica quindi l'uomo che ha impersonato lo scontro con il presidente del Consiglio ma si mantengono le linee strategiche e, a metterle in atto si chiama un uomo molto vicino al centrosinistra.

La clamorosa notizia arriva poco dopo le 8 di sera e filtra dal consiglio di amministrazione straordinario di Telecom convocato in tutta fretta nella sede di Milano a piazza Affari. Insieme a Tronchetti Provera e agli altri membri del cda c'è Gilberto Benetton, vicepresidente di Olimpia, la società azionista di riferimento di Telecom (Edizione Holding, della famiglia Benetton, detiene attualmente il 20% di Olimpia a fronte del 70,46% di Pirelli).

Alle 7, quando inizia il Cda, Tronchetti Provera si presenta con le dimissioni in mano. Il Cda, racconta Luigi Fausti - ex presidente Comit e membro del cda Telecom - è costretto ad accettarle perché la decisione del capo di Telecom è irrevocabile: "Per Telecom non cambia niente - dice Fausti - speriamo vada tutto bene". Alla plancia di comando di Telecom sale dunque Guido Rossi, un presidente "di garanzia" che aveva già guidato Telecom nel corso del 1997. Rossi, spiega il cda, "ha confermato l'intenzione di svolgere il proprio mandato in continuità con le strategie e gli obiettivi già individuati dal consiglio, proseguendo nella realizzazione delle operazioni comunicate al mercato". Il ritorno del "commissario" Rossi servirà anche a garantire i rapporti burrascosi del gruppo con il governo e con le banche creditrici.

Alla vicepresidenza confermato Benetton (con Carlo Buora vicepresidente esecutivo) mentre Riccardo Ruggiero resta amministratore delegato. Resta comunque valida il piano di riassetto appena deciso. La riorganizzazione pensata da Tronchetti prevede lo scorporo della rete fissa (ultimo miglio) e di Tim e un futuro per Telecom come media company, attraverso un accordo con la NewsCorp di Rupert Murdoch per far passare i contenuti della società britannica attraverso la banda larga di Telecom. Resta aperto il nodo dell'assetto societario: Tronchetti, alla guida di Telecom dal 2001, controlla in maniera indiretta attraverso una catena di società che finisce nella holding Olimpia, circa il 18% di Telecom, mentre il resto dell'azionariato è frazionato fra fondi, banche, investitori istituzionali e piccoli azionisti. In particolare Tronchetti possiede la maggioranza di Camfin, azionista a sua volta (con il 25%) di Pirelli, il quale possiede la maggioranza della holding Olimpia, dove é presente anche la famiglia Benetton, mentre le banche sono in uscita a ottobre.

(15 settembre 2006)
Repubblica
Marzia
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Marzia
Il pasticciaccio Telecom
Valentino Parlato


A parlare di Telecom viene subito in mente il grande Gadda, quello del «Pasticciaccio brutto». In effetti in questa storia non c'è nulla di chiaro e distinto, come dicevano gli antichi.
Il pasticcio - come ha scritto Guglielmo Ragozzino su il manifesto di mercoledì scorso - comincia con la privatizzazione, fatta - ci hanno detto - per pagare i debiti dello stato, ma costruita su un'altra montagna di debiti privati. Insomma tutto il contrario di quel che ci raccontano sul mercato e la sua trasparenza, che sarebbe la base della sua efficienza. Niente di tutto questo, ma nebbia, nebbia profonda.
Ora il Tronchetti Provera, nuovo proprietario di Telecom, pare abbia deciso di vendere, ma non si sa ancora bene cosa, se tutta la Telecom o parti di essa. C'è stato - ci hanno detto - a Cernobbio un franco e cordiale colloquio tra il presidente del Consiglio Prodi e Tronchetti Provera. Ma poi quando cominciano a circolare le voci di vendita della Telecom, Romano Prodi quasi urla di essere stato ingannato e accusa il Tronchetti Provera di essere un gran bugiardo.
Ma non è finita qui perché si scopre che Angelo Rovati, consigliere economico di Prodi (Rovati si è occupato della raccolta dei fondi necessari alla campagna elettorale), aveva mandato su carta intestata della Presidenza del Consiglio a Tronchetti un piano (dice lui «artigianale») per la vendita della rete Telecom.
Prodi afferma poi che il presidente del Consiglio era all'oscuro di tutto, perché lui, Rovati, non si sa bene con quale motivazione non lo aveva informato. La colpa è tutta mia, dice Angelo Rovati, ma si guarda bene dal dimettersi dal ruolo di consigliere economico del presidente del Consiglio: forse c'è il timore di una nuova campagna elettorale?
In Italia, su tutta la stampa, non solo quella di Berlusconi e dei suoi amici, scoppia un pandemonio. All'opposizione, ma non solo, cresce la richiesta che il presidente del Consiglio vada in Parlamento a spiegare qualcosa. Il Parlamento è la sede della sovranità del popolo, così qualcuno ci aveva spiegato. Ma a questa richiesta, dalla Cina, ora vicinissima, Romano Prodi risponde: «Ma che, siamo matti? E' tutto un cumulo di chiacchiere che non va preso in considerazione». Può darsi che siano chiacchiere, ma le chiacchiere pesano e Romano Prodi avrebbe potuto essere un po' meno sprezzante. Il Parlamento è pur sempre il Parlamento.
Che dire? Che è proprio un pasticciaccio brutto, che non fa onore né alla politica, né all'imprenditoria italiana (ma c'è ancora un'imprenditoria?).
E per tutte queste considerazioni sarebbe utile che Angelo Rovati si dimettesse dall'incarico di consigliere economico del presidente del Consiglio e che Romano Prodi avesse la gentilezza di dire qualcosa, almeno qualcosa, al Parlamento italiano che, saranno pure chiacchiere, ma è piuttosto turbato.
P.S. In serata è arrivata la notizia, piuttosto forte, delle dimissioni di Marco Tronchetti Provera dalla presidenza di Telecom. Probabilmente Prodi ha vinto, ma queste dimissioni non sono lo scioglimento del pasticcio: lo elevano a potenza. Una ragione di più perché Romano Prodi intervenga in Parlamento. Viene da dire «roba da matti», ma sul serio.


Il Manifesto
15 settembre 2006
mibaccia
"Telecom ed i suoi azionisti erano stati avvisati" 17/09/2006


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Trascorsi mesi sedici dalla mia prima e-mail sull'argomento preso in rassegna

"Azionista Telecom stai attento perchè VoIP ed unbundling potrebbero rovinarti!"17/05/2005


Marco Tronchetti Provera annuncia ai mercati la riorganizzazione del gruppo che prevede un ritorno al passato: una società per la telefonia fissa ed un'altra per quella mobile.

Quattro giorni dopo il suddetto annuncio, il CdA di Telecom Italia SpA si riunisce nuovamente.
In quella sede Tronchetti Provera rassegna le proprie dimissioni irrevocabili da presidente e Guido Rossi viene chiamato a sostituire il dimissionario top manager di fede interista.

Interferenze politiche provenienti da palazzo Chigi potrebbero essere state determinanti per far dimettere Tronchetti ma la questione dell'addio del marito di Afef Jnifen interessa solo le truppe di Berlusconi che non si sono lasciate sfuggire l'occasione per strumentalizzare la vicenda e fare un po' di casino.
Idem stanno facendo i mediocri quotidiani vicini al centro-destra.

Io, invece, mi occupo nuovamente della Telecom perchè, ancora una volta, avevo visto giusto e perchè il mio senso di responsabilità mi dice nuovamente di mettermi a disposizione dell'economia italiana che tanto bene conosco.

Spinta dall'interesse superiore di tutelare la più grande azienda italiana provvidi a fornire una consulenza gratuita e non richiesta al management Telecom che di seguito riporto:

".....in qualità di Vs. affezionato cliente mi permetto di darVi alcune dritte per evitare il peggio:
1) spendete meno in "advertising"
2) finitela di regalare un'ora di telefonate locali e 1/2 ora di interurbane
3) coinvolgete maggiormente i "dealer" (dovete sfruttare al meglio la Vostra capillare rete di vendita impostando una comunicazione pubblicitaria in grado di stimolare i clienti effettivi e potenziali a recarsi nei negozi Telecom anzichè telefonare al 187: così facendo diminuite i Call Center, fate lavorare personale che non pagate Voi, mettete in contatto i clienti con persone preparate che appartengono allo stesso territorio)
4) riducete il personale e gli emolumenti ai Vs. manager
5) create maggiori sinergie tra fonia fissa e mobile (se l'Authority ve lo consente, penso di sì, incentivate il traffico bidirezionale tra numeri Telecom e Tim facendolo costare significativamente meno rispetto a quello tra numeri Tim e numeri di altri operatori fissi e viceversa)
6) migliorate il profilo degli addetti ai Call Center (parlando con i ragazzi si percepisce la loro scarsa preparazione tecnica)
7) monitorate maggiormente la "customer unsatisfaction" ed i "feedback" che vi mandano i Vostri clienti (lo scrivente ha sottoscritto un contratto Alice flat nell'ottobre 2004; dopo 15 giorni il 187 mi diceva che il collegamento era disponibile ma non riuscivo a collegarmi; trascorsi due mesi i Vs. tecnici sono intervenuti remotamente mettendomi in condizione di navigare; nel frattempo mi era già pervenuta fattura per i mesi durante i quali il collegamento non era disponibile; poi mi avete inviato il contratto via e-mail di un Vostro cliente che risiede nel mio Comune; ho segnalato l'anomalia per telefono, fax e mail chiedendoVi l'invio del contratto da me effettivamente sottoscritto; mi avete inviato nuovamente il contratto sbagliato; ad oggi non ho ancora ricevuto quello giusto!)
8) con i risparmi generati dalle attività 1), 2), 3) e 4) potrete diminuire i prezzi....."

Il board Telecom decise di non applicare il mio piano industriale elaborato in una "mezzoretta", di molto migliore di quello "artigianale" fatto da Angelo Rovati che però è subito piaciuto.

Il fardello dell'enorme debito comincia a diventare insostenibile ma i miei suggerimenti sono sempre validi.

Lascino perdere lor signori gli slide colorati stile tesina di laurea fatti con PowerPoint dal robusto scudiero del premier e seguano i miei consigli.

A dire il vero, nel luglio 2005, le strategie del Colosso telefonico italico sono andate, in piccola parte, nella direzione auspicata dalla scrivente.....

"Telecom rimane illuminata dalla e-mail di mibaccia e dimezza il prezzo di Alice Flat" 18/07/2005


Non mi rimane che porgere i miei migliori auguri di buon lavoro al nuovo presidente.

A proposito di Guido Rossi vi domando se siete a conoscenza di chi sia il suo santo protettore in Telecom.

Mi pongo questa domanda perchè nel 1999 l'attuale commissario straordinario della FIGC ricevette ottanta miliardi di lire da Telecom Italia SpA per una consulenza legale allo scopo di "far saltare" l'OPA Olivetti.
Per dovere di cronaca, e per quei pochi che non lo sapessero, l'esito dell'OPA fu positivo e Telecom pagò ottanta miliardi a Rossi per tentare invano di non farsi comprare dal Ragionier Colaninno da Mantova.
Se non ricordo male, Rossi ebbe a commentare l'entità del corrispettivo ricevuto da Telecom come frutto di un particolare trattamento di favore in quanto egli, pochi anni prima, era stato presidente di Telecom e di Stet.....come dire che se la stessa prestazione professionale l'avesse svolta per un'altra società dalla quale non aveva mai ricevuto incarico alcuno, Rossi avrebbe chiesto molto più di ottanta miliardi!

Molti cordiali saluti.
mibaccia




mibaccia su politica, economia e sport

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aldo
Ma siamo matti? Disse Prodi...

Ma siamo matti disse Prodi a chi lo voleva in parlamento per spiegazioni sul caso Telikom...ma poi si è visto che il matto è lui, l'opposizione lo ha costreto a presentasi in parlamento ,dopo che un elezione al senato, dove l'opposizione che ha battuto il governo ha modificato la data del dibattito dal 28 al 21...sempre piu in salita la strada per il governo Prodi...... orangerolleyes.gif
Basch
Davvero Prodi ha detto "ma siamo matti"?? Mi era sfuggita! Ma pensa un po' te! biggrin.gif

Meno male che era Berlusconi a snobbare il parlamento! Se una dichiarazione simile fosse uscita dalla sua bocca sai gli articoli polemici sui vari Repubblica e Corriere! Sai le accuse di essere contro il parlamento! Di essere antidemocratico! Sai le analogie con Mussolini!

Invece queste parole vengono dette da Prodi e... TUTTI ZITTI! flirt.gif
Roderigo
Se fosse stato Berlusconi a snobbare il parlamento, nella sua maggioranza sarebbero stati tutti zitti davvero. Se Prodi invece cambia idea, è perchè una parte della sua stessa coalizione non lo ha assecondato.

TELECOM: BERTINOTTI, OBBLIGATORIO CHE GOVERNO RIFERISCA
CAPIGRUPPO CAMERA DOMANI ALLE 11, CONFRONTO ADEGUATO A IMPORTANZA TEMA


Roma, 18 set. (Adnkronos) - ''E' obbligatorio, e' obbligatorio'', e non semplicemente utile, che il governo riferisca in Parlamento sul caso Telecom. Lo ha detto il presidente della Camera Fausto Bertinotti ai giornalisti a margine di un'inziativa per il commercio equo e solidale. Il presidente Bertinotti ha anche precisato che la conferenza dei Capigruppo di Monteciorio e' convocata per domani alle 11. In tale sede ''decideremo -ha aggiunto- su come organizzare nel Parlamento della Repubblica italiana una modalita' di confronto adeguata all'importanza del tema''.
Oscuro scrutare
In parlamento prima di tutti dovrebbe riferire l'ex primo ministro Quimbusconi che in 5 anni di governo ha permesso a tronchetti di fare quel cavolo che gli pare.
Trasformando per esempio la Telecom in una sorta di grande orecchio al servizio del miglior offerente.
Tanto per dirne una.....

Che cos'è tutta questa caciara?
Se proprio vuole Berlusconi o il furbetto di turno faccia una buona offerta e se la compri lui la Tim. Secondo le regole del tanto amato capitalismo.
Però con i soldi veri non a credito come quell'altro, che poi i risultati si vedono.

Vorrei infine dire ad Aldo di non sperare che Prodi cada troppo presto, altrimenti per rivedere una finanziaria decente lo sai quanto tempo dovra' passare?
Minimo 5 anni.





aldo
Oscuro scrutatore..accendi una lampadina così ci vedi meglio...Berlusconi in tutta questa faccenda non centra niente , è tutta farina del sacco dell sinistra...la sinistra con Dalema e Prodi al governo, hanno privatizzato la Telekom vendendola a a chi non ha messo una lira..se lo avese fatto Berlusconi sai i rinvii a giudizio..poi Tronchetti ,altro amico della sinistra è rimasto con il cerino acceso in mano pieno di debiti..e Prodi lo stava ricattando prometendo di farlo uscire dalle difficoltà...Prodi è sempre quel bel tipo che ha comprato Telekom serbia per cento e l'ha rivenduta per venti...ancora telefonia..e un tipo del genere dovrebbe fare la finanziaria.....aumentando le tasse sono capece pure io...il govern Berlusconi nei suoi anni di governo sia pur di poco le tasse le ha diminuite.....ma tu si vede che sei masochista ti piace chi le tasse le umenta...mentre noi italiani siamo gia tra le nazioni piu tartassate.....

Roderigo
In questi anni qualche rapporto tra Mediaset e Telecom si è sviluppato...

Telecom e Mediaset verso la fusione

E' stato il quotidiano Libero, giornale di centrodestra, molto vicino a Berlusconi, a lanciare l'indiscrezione: dopo le elezioni ci sarà una fusione tra Mediaset, la prima Tv commerciale del Paese (la prima in Italia, secondo Confalonieri), e Telecom Italia, primo gestore telefonico fisso e mobile e primo Internet provider italiano.
Lunedì è arrivata, immancabile, la smentita da parte di Telecom Italia, che però non significa nulla: pensiamo alle smentite ripetute poco prima di vendere Seat-Pg e quelle prima della fusione, ormai operativa e non più solo finanziaria, tra Tim e Telecom Italia.

La fusione sembra però una scelta obbligata per Berlusconi e Tronchetti Provera. O meglio, sarà una forte partnership finanziaria, con lo scambio di importanti partecipazioni azionarie e una stretta collaborazione industriale in settori emergenti come la Tv sul telefonino e la Tv via Adsl, in cui Mediaset ci metterebbe i contenuti e Telecom Italia le reti Internet e mobili.
Il risultato elettorale è quanto meno precario e prefigura una stagione di instabilità: Berlusconi deve cercare nuovi spazi per le sue Reti, strette tra possibili tetti (che limiterebbero la raccolta pubblicitaria, introdotti dal centrosinistra) e la fuga dei telespettatori dalla Tv generalista.

Tronchetti Provera d'altronde ha urgente bisogno di nuove risorse finanziarie per mantenere il controllo di Telecom Italia, dopo il divorzio dall'Hopa di Gnutti, l'uscita delle grandi banche e un momento in cui gli investitori sembrano ritirare la fiducia in Tronchetti e nella sua capacità di ridurre il debito e fare profitti.
Teoricamente l'attuale legge Gasparri, con i suoi pur larghi e permissivi limiti antitrust, non consentirebbe un matrimonio o una convivenza troppo stretta fra Mediaset e Telecom; ci si potrebbe trovare nel paradosso di un centrodestra che voglia cambiare la propria legge sul sistema multimediale e di un centrosinistra che invece debba difendere la Gasparri che aveva aspramente combattuto.

L'avvicinamento tra le due imprese spiegherebbe l'incredibile equidistanza di Tronchetti Provera rispetto ai suoi amici (o ex amici?) Montezemolo, Della Valle e Berlusconi, anche se dopo i risultati elettorali deve cominciare a temere che Prodi e D'Alema vogliano premere l'acceleratore sulla liberalizzazione delle Tlc.
Un'alleanza tra Mediaset e Telecom Italia avrebbe come doverosa premessa la dismissione di La7, l'unica emittente nazionale vicina al centrosinistra; ma altri gruppi come L'Espresso dell'ulivista De Benedetti potrebbero farsi sotto

Tratto da ZEUS News - www.zeusnews.it – 11/04/2006
Roderigo
La mossa di Fausto

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di RICCARDO BARENGHI

Una giornata caotica che si conclude e ricomincia senza sosta, colpi di scena uno dopo l’altro, ribaltoni temuti, ribaltini praticati, soddisfazione e malumori nella maggioranza (e anche una certa furia dall’altra parte dell’Atlantico), soddisfazione e basta dall’altra parte, visto che l’opposizione in Senato è riuscita a mettere in minoranza la maggioranza per due volte. Conclusione (provvisoria): sarà Prodi a parlare in aula del caso Telecom tra otto giorni. Prodi appunto, la giornata ha girato attorno al lui e al suo rifiuto categorico di partecipare in persona al dibattito parlamentare. Attorno a lui e attorno a Bertinotti, che ieri ha giocato una partita d’attacco usando come sponda l’opposizione.

Tanto d’attacco - «Prodi venga in aula, così il Parlamento riassume la sua autorità» - che a qualcuno è improvvisamente apparso davanti agli occhi il fantasma del ‘98: la crisi del primo governo Prodi, provocata appunto da Rifondazione e coadiuvata (secondo la vulgata sempre smentita dall’interessato) da D’Alema. Invece stavolta l’intenzione del leader di Rifondazione era opposta, una sorta di mossa del cavallo che si può sintetizzare nella battuta «salvare Prodi da Prodi». Oppure, per dirla con il capogruppo di Rifondazione a Montecitorio Gennaro Migliore, «a volte per essere pro Prodi bisogna essere contro Prodi». Pare che però Prodi non abbia affatto gradito, lui fino a ieri sera quel «pro» non se lo sentiva addosso. Tanto che la telefonata del primo pomeriggio con Bertinotti era stata piuttosto burrascosa, con il premier che accusava la sua maggioranza di averlo «lasciato solo a farlo processare dalla destra». E con il presidente della Camera che cercava di spiegargli quanto fosse «insostenibile che tu non venga qui con l’opposizione che minaccia di disertare l’aula». Alla fine il presidente del Consiglio ha accettato, o meglio ha subìto, la pressione che veniva da Roma. E non solo dal presidente della Camera ma anche da altri settori della maggioranza, compresi quelli di stretta osservanza prodiana.

Dunque l’argomento principale che Bertinotti ha usato col premier è stato quello dei rapporti con l’opposizione, anzi con tutto il Parlamento. Una sorta di richiamo alla democrazia. Ma non è certo questa la ragione principale per spiegare la mossa del leader di Rifondazione, il quale ha voluto semmai segnare ancora una volta la sua impronta sul governo, gestendo la partita così da ipotecare in un certo senso il risultato finale (come fece nel ‘97 con la legge sulle 35 ore). L’obiettivo che il presidente della Camera vuole raggiungere è infatti un Prodi che venga sì in Parlamento perché così è giusto che sia, ma che soprattutto disegni a grandi linee il futuro della politica industriale, optando per una soluzione «pubblica», ossia riproponendo un ruolo dello Stato nei settori strategici del paese, rete telefonica compresa. Chi la chiama nuova Iri, chi Programmazione, chi dirigismo, in ogni caso è di questo che si sta parlando. Ne viene fuori così un Bertinotti che non vuole affatto far fuori Prodi ma che anzi cerca di salirgli in groppa per guidarlo, nel metodo (in Parlamento) e nel merito (mano pubblica nell’economia).

Che gli riesca o no è tutto da vedere, intanto perché bisognerà capire cosa pensi realmente il premier di tutta la partita, anche se la sua opzione strategica (almeno a leggere il piano scritto da Angelo Rovati che di solito sa interpretare bene il pensiero di Prodi) sembra più vicina a quella di Bertinotti che ad altre. Ma le altre non sono certamente irrilevanti, pesano e si sono fatte sentire anche ieri. Ds e Margherita non stanno certo a guardare, soprattutto i primi, peraltro non uniti come una falange macedone al proprio interno, che dell’iper-attivismo di Prodi soffrono parecchio e non vedono l’ora di ridimensionarne le ambizioni. Sia sul piano strettamente politico, la gestione troppo «personalistica e autarchica» del governo e della sua immagine (e dei suoi errori), sia su quello dell’indotto: le grandi imprese, le banche, insomma il potere economico di riferimento. Sia ovviamente anche nel merito della questione: nessun ritorno dello Stato nella gestione dell’economia.

La partita insomma è appena cominciata e rischia di essere piuttosto impegnativa per tutta l’Unione, che già fatica non poco a reggere l’urto di un’opposizione agguerrita e che segna un punto dietro l’altro. Una maggioranza debole e divisa dunque - ma questa non è una novità - ma che si trova adesso ad affrontare la prima vera prova del fuoco, due match micidiali in contemporanea e legati l’uno con l’altro dal titolo «Politica economica e industriale»: l’affare Telecom con tutti i suoi derivati, e la legge finanziaria con tutte le sue trappole. Sono campi di gioco insidiosi, dove le scelte strategiche, che già dividono questo da quello e quello da quest’altro, vengono contaminate dal bisogno di costruirsi un potere economico compiacente o un consenso elettorale compiaciuto. L’Unione corre il serio rischio di uscirne con le ossa rotte o addirittura di non uscirne affatto. Questo almeno spera Berlusconi, che infatti si è improvvisamente rianimato.


La Stampa 20 settembre 2006
http://www.lastampa.it
Basch
QUOTE
Se fosse stato Berlusconi a snobbare il parlamento, nella sua maggioranza sarebbero stati tutti zitti davvero. Se Prodi invece cambia idea, è perchè una parte della sua stessa coalizione non lo ha assecondato.

Non siete voi a dovervela vedere con i capricci di Casini e compagnia bella! Certamente quelli dell'UDC non si sarebbero stati zitti come dici!

QUOTE(Roderigo @ Sep 20 2006, 17:16)
Tratto da ZEUS News - www.zeusnews.it – 11/04/2006
*


Mi sembra di aver sentito in tv che Mediaset ha smentito ufficialmente un suo eventuale interesse per la fusione con TIM. Articolo vecchio dunque.
Roderigo
Una Yalta finanziaria intorno a Mediaset?

Il gruppo di Berlusconi è interessato a Telecom, ma per arrivarci deve superare mille ostacoli. Può farlo con l’appoggio dell’economia
(Montezemolo e De Benedetti) e dei Ds


ANDREA MILLUZZI

Dove porta la vicenda Telecom? Non è un interrogativo da poco, perché oltre ad avere come soggetto una delle poche grande aziende italiane rimaste, nasconde altri scenari di uguale importanza che riguardano la politica e l’imprenditoria. Allora cerchiamo di tirarne le fila, per quanto possibile.

Che Tim finirà sul mercato ormai è praticamente scontato. Che Telecom e la rete la seguano lo è molto meno, ma è certo che da qualche parte il gruppo dovrà riposizionarsi. Su Tim si alzano i bastioni della difesa dell’italianità e come una lepre Rupert Murdoch, proprietario di New. Co. indiziata numero uno sia per i telefonini che per il fisso, si tira fuori: «Eravamo in trattativa ma abbiamo troncato perché ci sono troppe pressioni politiche in Italia. Magari però ospitiamo azionisti italiani in Sky...». Pretendente che va, pretendente che viene e il nome è clamoroso: Mediaset. La voce inizia a circolare, poi è l’ad del gruppo Giuliano Adreani a scoprire le carte: «Sì, potrebbe essere, ma più che sui telefonini punterei sulla rete di telefonia fissa». Cioè, l’azienda di Silvio Berlusconi, il titolare del conflitto di interessi fra telecomunicazioni e politica più discusso della storia d’Italia, starebbe per comprarsi anche la telefonia? Messa così sembra impossibile, ma scava scava i tasselli si incastrano. Seguiamo la teoria de Il Foglio in edicola ieri: Berlusconi ha i soldi e le competenze per salvare l’indebitata Telecom, suo vecchio pallino, e adesso che non è più presidente del Consiglio si potrebbe dedicare anima e corpo ai suoi affari. Resta però sul piatto il macigno del suo ruolo politico (non va dimenticato che il ministro Gentiloni si appresta a riscrivere la legge Gasparri e che una legge sul conflitto di interessi sembra - sembra - imminente) e quindi gli servono sponde. E’ sempre il quotidiano di Giuliano Ferrara a suggerire una risposta: la “Yalta finanziaria”. A Berlusconi si stanno riavvicinando in tanti, dai De Benedetti a Luca Cordero di Montezemolo, lo stesso che a Vicenza in campagna elettorale troncò ogni rapporto con l’allora premier. Intorno a De Benedetti, Montezemolo e Berlusconi era nato un anno fa il fondo di consulenze per le piccole imprese M&C, di cui avrebbero avuto un ruolo anche Della Valle, la Bim e tanti altri soggetti al tempo non impegnati in progetti particolari. Adesso il fondo Carlyle di Marco, il De Benedetti jr, si è già detto interessato alla Tim, Montezemolo ha criticato il “dirigismo” del governo con le stesse parole di Berlusconi, e di Mediaset abbiamo già detto. Quindi, la Telecom in difficoltà sarebbe l’occasione per ricreare una sorta di nuova camera di compensazione del capitalismo italiano. In tutto questo anche la politica avrebbe un ruolo e qua entrano in gioco i Ds. Antonio Panzieri, europarlamentare della Quercia intervistato ieri dal Sole 24 Ore appoggiava l’ipotesi Telecom-Mediaset facendo intendere che in cambio Berlusconi avrebbe dovuto però lasciare l’agone politico. Oltre a questo c’è la necessità per i Ds di rispondere alle operazioni prodiane della fusione Intesa-San Paolo, la «nuova banca dello sviluppo», e del piano Rovati che sostanzialmente prevedeva il salvataggio della rete Telecom attraverso la cassa depositi e prestiti, di cui le Fondazioni sono azioniste di maggioranza. Va bene che Prodi ha disconosciuto il piano, va bene che Rovati si è dimesso, ma Giuseppe Guzzetti, presidente di Acri e uomo credibile, ha detto a Repubblica: «Se il supporto delle Fondazioni dovesse essere utile al Paese noi saremmo disponibili a studiare un ingresso in Telecom». E Prodi che dice «non potrei oppormi alla vendita di Tim all’estero» a chi sta parlando? A Berlusconi per intimorirlo, a Murdoch per incoraggiarlo o ai suoi alleati per minacciarli?

Comunque sia, regge questo scenario di un nuovo centro politico-finanziario contrapposto a un polo più interventista, capeggiato da Prodi, di cui fanno parte anche i sindacati e l’ala sinistra del governo? «Sì, regge, anche se non credo allo scambio Telecom-Berlusconi fuori dalla politica. - risponde Giorgio Cremaschi, segretario della Fiom - E’ certo che stiamo di nuovo assistendo alla ricomposizione dei poteri forti (Montezemolo, De Benedetti, Berlusconi) che ha scatenato una reazione contro Prodi che ha superato i confini delle coalizioni come si sono presentate alle elezioni. Paradossalmente in questo momento i Ds sono all’estrema destra del governo. E’ chiaro che ormai siamo alla resa dei conti, basta leggere l’intervista di Mario Monti su Repubblica di oggi (ieri, Ndr) per capire che si sta andando verso il commissariamento di Prodi da parte del grande capitale privato. Con tanti saluti alla rottura di Vicenza». Le parole di Monti hanno colpito anche il direttore de Il Riformista, Paolo Franchi, «perché danno l’idea di un clima: lo sappiamo tutti che alla fine di questa legislatura, a prescindere da quando sarà, lo scenario politico non sarà quello con cui siamo arrivati alle elezioni. Quello che avviene al centro di entrambi gli schieramenti porta a questo». Che Telecom possa essere il prodromo di questa operazione però Franchi lo esclude: «Non credo che l’operazione con Mediaset possa andare in porto perché creerebbe un terremoto politico per 10mila motivi diversi, fra cui la leadership del centro-destra e un imbarazzo gigantesco nel centro-sinistra. Certo, che Mediaset voglia Telecom diventa ogni giorno più evidente, ma mi fermerei qua». Molto più prudente Nicola Rossi, economista Ds: «Senza i numeri non si può parlare, restiamo solo nel campo delle ipotesi. Posso solo dire che ogni volta che delle operazioni imprenditoriali sono state volute, spinte o suggerite dalla politica sono costate molto ai cittadini in termini di costi e regolamenti. Per questo - conclude Rossi - sono allucinanti le posizioni di chi all’interno della maggioranza reclama l’intervento dello Stato in Telecom».


Liberazione 21 settembre 2006
http://www.liberazione.it
Roderigo
Tutto quel che volevate sapere sul caso Telecom

Quali sono gli 'interessi di Tronchetti Provera? e quelli dei consumatori? Perché sono state fatte le operazioni di accorpamento e poi di scorporo di Tim e Telecom? Come intervengono i governi per tutelare l'interesse generale nei «monopoli naturali»? Dodici domande - e dodici risposte - sulla questione che sta dominando il dibattito politico italiano

FRANCO CARLINI

Qual è l'interesse di Tronchetti Provera, oggi?
Deve assolutamente tamponare i debiti accumulati (41 miliardi di euro) che derivano dalla scalata iniziale a Telecom Italia e nello stesso tempo deve risollevare un appannato prestigio di manager. I due obiettivi sono in parziale contraddizione: vendendo altri pezzi del suo sistema industriale può sanare, ma questo comporta un ridimensionamento.

Qual è il suo controllo azionario su Telecom Italia?
Questa la catena di controllo: Marco Tronchetti Provera spa (61%) - Gpi (50,1%) - Camfin (25%) - Pirelli & C. (57%) - Olimpia (18%) - Telecom Italia. In pratica Tronchetti Provera comanda in Telecom Italia con un capitale attorno all'uno per cento.

Qual è l'interesse delle banche?
Devono recuperare i soldi prestati, ma non possono correre il rischio che il debitore fallisca, perché perderebbero tutto. Anche per questo Banca Intesa nei giorni scorsi si è affrettata a dire che non ha timori sulla solvibilità di Telecom. In ogni caso le due maggiori banche creditrici hanno deciso nei mesi scorsi di esercitare il loro diritto di riavere alla scadenza concordata i prestiti fatti a suo tempo a Tronchetti per scalare Telecom Italia.

Come pensa di salvarsi Telecom?
Nell'estate Tronchetti Provera ha giocato contemporaneamente quattro carte, segno di estrema urgenza: (1) ha tentato un accordo con Murdoch per un suo ingresso azionario in Telecom, tentativo non riuscito o rinviato che per ora ha portato solo a un accordo per la cessione di diritti tv di Fox. (2) Ha esplorato le condizioni per far crescere La7 tv, che potrebbe vedere l'ingresso del gruppo Rcs se cadesse il divieto agli editori di giornali di possedere tv. Perché ciò accada occorre un atto del governo, che è interessato a un terzo polo tv. (3) Ha proposto e ottenuto dal Cda di ri-separare Tim da Telecom Italia, per poterla poi valorizzare a parte (venderla). (4) Ha proposto e ottenuto dal Cda di destinare a una società separata la rete di telefonia fissa; anche qui, per valorizzare tale asset, peraltro strategico.

Perché nel dicembre del 2004 era stato deciso di accorpare Tim dentro Telecom?
Per realizzare la famosa convergenza tra telefonia fissa e mobile e drenare il ragguardevole flusso di cassa di Tim con cui coprire i debiti. Ma l'acquisizione di Tim, che era una società separata, ha prodotto nuovi debiti per 15 miliardi.

Perché scorporare la rete fissa in una società separata?
Di questo progetto in Telecom si discute da mesi, secondo le due ipotesi delineate nel memorandum Rovati che sta facendo scandalo. Lo scorporo permetterebbe di tagliare via ogni obiezione sul monopolio delle infrastrutture e lascerebbe libertà commerciale a Telecom. Che poi venga passata allo stato è questione relativamente secondaria e solo ideologica. Ma ci sono problemi: la nuova società affitterebbe i suoi servizi a tutti, anche a Telecom, che si troverebbe a pagare un canone dove oggi viaggia gratis sui cavi suoi. E poi la società di rete potrebbe non avere i capitali o non essere incentivata (in quanto monopolista) a potenziare la rete stessa. Il rischio è che, come con la rete ferroviaria, le prestazioni rapidamente peggiorino, anziché migliorare verso la banda larga e larghissima.

Qual è l'interesse dei consumatori?
I singoli, come le aziende clienti, hanno due esigenze, contrastanti tra di loro: prezzi bassi e buona qualità del servizio. I sistemi nazionalizzati del passato offrivano l'esatto contrario (prezzi elevati e qualità bassa). I sistemi concorrenziali hanno dato, volta per volta, esiti diversi e variabili nel tempo.

Qual è l'interesse del paese?
Nelle teorie economiche prevalenti, un paese deve crescere quanto a Pil e farlo specialmente nei settori a maggior valore. Le reti infrastrutturali (energia, trasporti, comunicazioni, acqua) sono però importanti anche perché sono il sistema nervoso di un paese, dal quale dipendono le altre attività sociali ed economiche. Hanno le caratteristiche di un bene pubblico e per questo tutti i governi «mettono il naso» in tali questioni.

Come intervengono gli stati?
La strada prevalente è quella delle Authority indipendenti che devono monitorare gli andamenti, dettare le regole e intervenire per sanzionare i comportamenti fuori regola. Le Authority interpretano gli indirizzi generali fissati nelle leggi.

Le reti sono monopoli naturali?
Quando un settore ha un'utilità generale per il paese e costi di investimento molto alti che rendono impossibile duplicare le strutture (per esempio una seconda rete ferroviaria) si parla di monopolio naturale. Non necessariamente questo significa che debba essere di proprietà dello stato e/o gestito da esso, ma sempre che debba essere sottoposto a controllo pubblico nella qualità del servizio e nelle tariffe.

In quali altri modi i governi intervengono?
Per tutti i grandi affari le industrie premono sui governi attraverso i loro lobbisti e i governi discutono con loro dei provvedimenti di legge che riguardano i diversi settori. Nei casi peggiori, come avvenne per la legge Gasparri, la lobby vincente in pratica scrive la legge. In altri casi i governi (tutti) esercitano pressioni morali sulle imprese perché tengano conto di interessi più vasti. Per esempio dei riflessi occupazionali o di questioni di sicurezza. Nella primavera di quest'anno, per esempio, il parlamento americano ha messo il veto alle vendita di 22 banchine dei porti americani alla Dubai Ports World (araba). L'affare poi è stato dirottato, con vero interventismo statalista, sulla famosa Halliburton.

Davvero Prodi ha sbagliato?
Le opinioni divergono e non solo per campi politici. La teoria prevalente sostiene che il governo deve stare fuori dalle decisioni delle aziende private e non dare suggerimenti, tantomeno chiedere modifiche ai progetti. Questo lo sostengono solo i liberisti ideologici, ma nella pratica non lo fa nessuno perché in realtà le imprese hanno sempre bisogno dello stato e viceversa. Prodi ha incontrato due volte Tronchetti Provera ricevendo una descrizione parziale dei progetti e di suo chiedendo una certa «italianità» delle operazioni previste. Quando l'annuncio è risultato molto diverso da quello dei colloqui, Prodi si è evidentemente sentito preso in giro e ha scelto una strada nuova, rendendo pubblico il contenuto delle discussioni. Per questo è stato criticato anche dalla stampa internazionale per eccesso di interventismo e turbativa dei mercati. Altri hanno apprezzato il metodo: perché rende conto all'opinione pubblica e perché indica a Tronchetti (e in generale a tutti gli interlocutori, su qualsiasi questione) che di tutto un governo è pronto a discutere, purché con limpidezza e senza reticenze. L'innovazione è stata così clamorosa che ha sconvolto persino gli alleati, abituati a trattative più soft e soprattutto ben più riservate.


il manifesto 17 settembre 2006
http://www.ilmanifesto.it
ste2510
TANTO RUMORE PER NULLA

Come il caso Telecom Serbia...Tanto rumore per nulla

Rovati: «La mia verità sul dossier Telecom» L'ex consigliere del premier: «Le carte? Ho avuto suggerimenti da Caio e da Bernabè. Prodi non sapeva nulla»


ROMA - Da qualche giorno non occupa più quella piccola stanza al primo piano di Palazzo Chigi, a pochi passi dalla sala dove ogni venerdì si celebra il rito del Consiglio dei ministri. Ma prima di parlare ha voluto aspettare, come dice lui, «che si depositassero i veleni» liberati dalla vicenda della quale è stato protagonista e che lo ha costretto alle dimissioni da consigliere del suo amico Romano Prodi. Così ora, dopo che il presidente del Consiglio ha affrontato il tumultuoso dibattito parlamentare sull'affare Telecom Italia, anche Angelo Rovati, l'autore di quel documento che ha attirato sul capo del governo l'accusa di voler rinazionalizzare la rete telefonica, è pronto a raccontare la sua versione dei fatti: «La storia è cominciata a giugno di quest'anno. Su tutti i tavoli c'era il dossier di Telecom aperto...».

Quali tavoli?
«Quelli delle banche d'affari».

Non quello del governo?
«Nelle riunioni di staff del mattino si parlava soprattutto di Ferrovie, Alitalia... Certamente capitava che si affrontasse anche la questione di Telecom. Un'azienda privata ma strategica per l'Italia, con un indebitamento elevato e i giornali che ipotizzavano varie soluzioni non dovrebbe essere oggetto di discussioni?».

Discutere è un conto, ma fare piani…
«Che piani? Durante quelle riunioni si parlava. E naturalmente la mia opinione personale, che per la rete telefonica la soluzione ideale fosse quella di scorporarla dal gestore e applicare il modello Terna, l'ho sempre sostenuta. Rimanendo quasi sempre isolato nella mia convinzione».

Anche da Prodi?
«Soprattutto da lui».

Ma lei non si demoralizzava.
«Studiavo per conto mio, che male c'è? Mi sono documentato, ho tirato giù da Internet tutti gli studi possibili e immaginabili, dalla Deutsche Bank alla Morgan Stanley: citati regolarmente come fonti nel mio documento».

Quello che lei ha definito artigianale. Davvero ha fatto tutto da solo? Si è fatto il nome di Claudio Costamagna, che però ha smentito, poi quello di Massimo Tononi. Chi è il misterioso amico esperto di telecomunicazioni che l'avrebbe aiutato?
«Siccome ero consigliere economico, spesso incontravo manager ed esperti che potevano rappresentare risorse interessanti da impiegare nelle aziende pubbliche. Era l'occasione per avere qualche autorevole opinione e qualche spunto interessante. Ho parlato a lungo con personaggi come Francesco Caio, ex amministratore delegato di Cable & Wireless. E anche con Franco Bernabè, che era stato amministratore delegato di Telecom Italia. Ma non soltanto...».

Le hanno dato suggerimenti utili?
«È stato più determinante il fatto che per tutto il mese di agosto sono stato a Roma e avendo molto tempo a disposizione, mentre Romano era impegnato a risolvere i problemi del Libano, ho messo insieme quello che avevo raccolto in questo fascicolo di 28 slides che come può vedere con i suoi occhi non è su carta intestata di Palazzo Chigi».

E pensa che questa sia una versione credibile?
«Assolutamente. È la pura verità».

Ma veniamo al punto. Com'è arrivato questo documento a Tronchetti Provera?
«Un sabato, era il 2 settembre, sono stato invitato a colazione, a Giannutri, sulla barca di un mio carissimo amico strettissimo collaboratore di Tronchetti Provera».

Scommetto: Giampaolo Zambeletti.
«Non mi faccia fare nomi di persone che desidero non siano inutilmente coinvolte in questa storia. Stavamo tranquillamente discutendo quando gli squilla il telefonino. Era Tronchetti Provera da Cernobbio che gli diceva dell'incontro cordiale appena avuto con Prodi. A quel punto il mio amico gli accenna al fatto che io avevo preparato un contributo per affrontare il problema dell'indebitamento della compagnia telefonica e Tronchetti risponde che gli avrebbe volentieri dato un'occhiata. Così concordiamo che io gli faccia avere il documento in maniera riservatissima. Ce ne sarebbero state solo due copie, la mia e quella per lui. Tronchetti Provera si raccomandò che la facessi avere a lui personalmente».

E lei lo fece?
«Lunedì mattina Tronchetti Provera mi manda un suo collaboratore a ritirare il tutto. Io metto il documento, che non è, ripeto, su carta intestata di Palazzo Chigi, in una busta. E siccome non sono un maleducato prendo un biglietto dal mucchio che avevo sul tavolo e ci scrivo su: grazie per la disponibilità e a presto».

Biglietto quello, sì, su carta intestata di Palazzo Chigi. «Sinceramente quando l'ho scritto non ci ho nemmeno fatto caso. Questa disattenzione è stato il mio errore, a cui poi fu attribuito un grande peso in modo strumentale. Non mi è sembrato importante, dati i rapporti e la riservatezza della cosa».

Come ha reagito Tronchetti Provera?
«Quel giorno stesso, prima di sera, ricevo una sua cortese telefonata con la quale mi ringrazia per avergli mandato le carte, mi dice che il documento gli sembra ben fatto, ma che deve essere analizzato con la dovuta ponderazione, pur segnalandomi subito che non ne condivideva gran parte. L'ho ringraziato a mia volta e ci siamo salutati».

Che cosa ha detto a Prodi?
«Proprio niente. Per me la cosa era finita lì».

Davvero Prodi non sapeva nulla?
«Assolutamente».

L'8 settembre, sei giorni dopo l'incontro di Cernobbio, il Messaggero pubblicò un articolo con la tesi che il governo era contrario alla vendita di Tim.
«Abbiamo subito smentito le affermazioni del giornale con una nota ufficiale di Palazzo Chigi, apprezzata anche dallo stesso Tronchetti Provera, in quanto sgombrava il terreno da possibili strumentalizzazioni e condizionamenti in vista del suo imminente incontro con Murdoch».

Ecco le parole di Palazzo Chigi: «Le fantasiose interpretazioni giornalistiche che attribuiscono al governo intromissioni ultimative sulle scelte e le politiche industriali di società italiane e internazionali vanno esattamente nella direzione opposta rispetto alle impostazioni di un esecutivo che ritiene importante tutelare l'autonomia e i progetti delle grandi aziende italiane». Non è un'implicita ammissione che il governo era a conoscenza dello scorporo di Tim due giorni prima del consiglio di amministrazione? «Le parole del comunicato sono assolutamente chiare e significano esattamente quello che dicono, cioè che il governo non interferisce nelle decisioni aziendali. Non sono interpretabili in altro modo».

Era venerdì. Due giorni dopo il consiglio di amministrazione di Telecom Italia delibera il piano di riassetto e Prodi va su tutte le furie.
«Il consiglio prende all'unanimità una decisione autonoma e perfettamente legittima sulla organizzazione aziendale. Ritengo che la preoccupazione del presidente del Consiglio sia nata dal fatto che soltanto un anno e mezzo prima era stata presa la decisione opposta».

Preoccupato è dire poco. Prodi si è definito «sconcertato». Quando ha saputo del suo documento e da chi?
«Gliel'ho detto io dopo che in un articolo di Mf si alludeva all'esistenza di quelle carte».

E lui?
«Diciamo che non l'ha presa bene. Conosceva le mie idee sulla rete telefonica, ma non sapeva che avevo preparato un documento e l'avevo pure mandato a Tronchetti Provera».

Allora ha pensato di dimettersi.
«Non volevo nemmeno partire per la Cina. Ma Romano ha voluto che andassi, visti anche gli impegni già fissati. Siamo arrivati in Cina e il documento è uscito sui giornali. A quel punto la faccenda è montata ancora di più».

È vero che Prodi le ha chiesto di non lasciare l'incarico?
«Sì. Ma come ho scritto nella lettera di dimissioni le strumentalizzazioni di questo episodio, la cui realtà era stata completamente travisata al solo scopo di colpire Prodi e il suo governo, le hanno rese inevitabili, Tanto più doverose mi sono sembrate dopo che Tronchetti Provera si era anche lui dimesso da Telecom. Mi sembrava naturale sgombrare il campo dai protagonisti dell'equivoco».

Replicando a Prodi, Gianfranco Fini ha citato un articolo di Repubblica secondo cui i contenuti del suo documento sarebbero arrivati anche all'orecchio di Murdoch, il quale si sarebbe convinto che il valore di Telecom sarebbe crollato con lo scorporo della rete. Avrebbe quindi preteso una valutazione esagerata di Sky Italia e l'affare sarebbe così sfumato. Non se ne sente un po' responsabile?
«Non ho mai avuto alcun rapporto con Murdoch. E il documento è stato dato ai giornali, e non certo da me, cinque giorni dopo l'incontro fra Tronchetti Provera e l'editore australiano nel Mar Egeo: come avrebbe potuto condizionarlo?».

Il suo progetto, scorporare la rete fissa e farne acquistare una parte alla Cassa depositi e prestiti era stato fatto con l'obiettivo di risolvere la crisi di Telecom Italia?
«Come si evince dal documento, le motivazioni che mi avevano indotto alla sua stesura erano quelle di voler indicare possibili soluzioni per la riduzione dell'indebitamento di una società comunque sana».

Chiamando in causa l'intervento dello Stato.
«Io non ho previsto affatto la ripubblicizzazione della rete. L'ingresso della Cassa depositi e prestiti era solo determinata dal fatto che la rete è uno dei beni più strategici e sensibili per la Nazione e la modernizzazione del Paese. Alcuni anni fa, in piena crisi Fiat, fu chiesto al ministro dell'Economia Giulio Tremonti di far intervenire la Cassa depositi e prestiti. E meno male che le banche hanno tirato fuori dal cappello il coniglio Marchionne, che purtroppo non è clonabile».

In questa vicenda sono stati fatti i nomi di Claudio Costamagna e Massimo Tononi, ex esponenti della banca d'affari Goldman Sachs. Come pensa che reagiranno quando leggeranno questa intervista? «Massimo Tononi è una persona fra quelle che stimo di più, di mestiere ora fa il sottosegretario di Stato e non lavora più alla Goldman Sachs. Costamagna è stato anche mio testimone di nozze. È un fraterno amico che ha lasciato la Goldman Sachs da nove mesi: si sta ora occupando di nuove iniziative a cui spero mi inviti ad associarmi da privato cittadino quale sono adesso».

E come la mettiamo con il dirigismo di cui è stato accusato?
«Vuole sapere come la penso? Che una delle nostre migliori risorse è Mario Draghi, che ha abolito l'obbligo di comunicazione preventiva alla Banca d'Italia per le acquisizioni bancarie, rendendo possibile un'operazione come la fusione fra Intesa e SanPaolo Imi. È l'esempio più lampante della nuova linea antidirigistica del Paese».

A proposito, come mai Prodi ha lodato quell'operazione, che pure non gli sarebbe stata comunicata prima e si è invece dichiarato «sconcertato» per le decisioni, a lui a quanto pare ugualmente ignote, di Telecom Italia?
«La differenza è che nel caso di Intesa- SanPaolo Imi nessuno aveva chiesto di incontrarlo».
Sergio Rizzo

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politic...02/rovati.shtml
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