Però, quel Breznev,
la nostalgia al tempo di Putin

Un terzo dei russi vorrebbe tornare negli Anni Settanta
ANNA ZAFESOVA - MOSCA
la nostalgia al tempo di Putin

Un terzo dei russi vorrebbe tornare negli Anni Settanta
ANNA ZAFESOVA - MOSCA
Era l’epoca delle barzellette politiche, delle vacanze sul Mar Nero, della vodka a fiumi, delle Olimpiadi a Mosca, delle conquiste spaziali, dei cantautori, della casa nuova, della superpotenza temuta in tutto il mondo e del pattinaggio su ghiaccio. Era anche la stagione dei dissidenti, dell’invasione dell’Afghanistan, delle code nei negozi Gum, degli SS-20 puntati sull’Europa (e dei Pershing puntati sull’Urss), di un governo con un’età media di 75 anni, del Kgb e del razionamento del burro. A governare tutto questo c’era un uomo dalle sopracciglia folte, con il petto decorato da medaglie d’oro, la parlata delle steppe ucraine resa inintelligibile dalla semiparesi, l’abitudine a baciare in bocca i leader dei «partiti-fratelli» e lo sguardo appannato, uno zar per caso, Leonid Ilic Breznev.
Chi è venuto dopo ha bollato la sua epoca con sprezzo come «stagnazione», 18 anni (1964-1982) in cui l’Urss ha perso il treno della modernità. Ma oggi il 31% dei russi confessa di voler tornare subito a vivere in quegli anni, e il 61% li rievoca con dolce nostalgia. A 100 anni dalla nascita, Breznev torna sui teleschermi russi, e il suo biascicare che una volta provocava irriverenti risate oggi suscita un sorriso commosso, come per il nonno un po’ rimbambito ma amato. Ha sbancato l’audience il documentario del brillante Leonid Parfionov, che con garbo e ironia racconta il breznevismo: l’amore per le medaglie, fino a diventare «quattro volte eroe dell’Urss» e collezionare altre 110 onorificenze, la passione per le donne e le automobili (di preferenza berline di lusso occidentali), la debolezza per l’adulazione, il nepotismo, gli amanti e i diamanti della figlia Galina, la progressiva demenza che l’ha reso dipendente dai tranquillanti e dall’infermiera che glieli passava. Sullo stesso tono è la fiction «Breznev», sul declino di un uomo che ha fatto il suo dovere, ha cercato di non fare del male a nessuno, ha amato il suo Paese, ha combattutto i tedeschi, ha goduto la vita e ora piange nella sua limousine, impotenza di fronte alla morte. I carri armati a Praga e in Afghanistan, la repressione del dissenso e il graduale collasso dell’economia pianificata («L’economia dev’essere economica», diceva Breznev), tutto è dimenticato, e i moscoviti si affollano alla mostra del fotografo personale dell’ex leader: foto ufficiali e scatti in famiglia, che Vladimir Musaelian per anni non sapeva a chi proporre, e che ora si guadagnano l’onore del Museo storico, sulla piazza Rossa. Perfino nell’Ucraina «arancione» il centenario viene celebrato con l’inaugurazione a Dneprodzerzhinsk, patria di Breznev, di un monumento.
Una nostalgia inspiegabile a cui non si riesce a trovare una giustificazione. Per Parfionov, è il rimpianto degli ex sovietici per l’unico periodo della loro storia senza guerre, collettivizzazioni, purghe e riforme: «Non era un bolscevico assetato di sangue, viveva e lasciava vivere, e per la prima volta ha permesso alla gente di dedicarsi al privato, al consumo, agli hobby». A condizione di non infrangere le regole ideologiche, ovviamente, ricorda Andrej Kolesnikov dell’ufficiosa Ria-Novosti, si aveva un futuro uniformato e garantito fin dall’asilo: «Scuola, università, 120 rubli di stipendio, poi 150», vacanze col sindacato, sport e fiction in tv, una lista d’attesa di decenni per la casa e l’auto, ma almeno si potevano fare progetti a lungo termine. Un benessere povero, ma assicurato, grazie all’esplorazione del petrolio siberiano, cominciata proprio in quegli anni e diventata oggi, secondo molti commentatori, il merito storico principale di Breznev, ponendo le basi per l’attuale «superpotenza energetica» di Putin. Oggi al governo, nei media, nelle imprese, nella burocrazia, a tenere il timone è la «generazione di Breznev», nati e/o cresciuti con il nonno Leonid. E la «stagnazione» di 30 anni fa diventa il paradiso perduto da riconquistare nell’epoca della «stabilità» di zar Vladimir, che non ha a caso è l’unico leader della storia che i russi preferiscono al vecchio buon Breznev: 39% contro 31%. Petroldollari, fiction e sport in tv, libertà nel privato a condizione di non interferire nel pubblico, una guerra censurata ai confini dell’impero e dissidenti messi a tacere o in esilio, l’ostilità con l’Occidente a parole e il famelico consumo dei suoi prodotti: è l’identikit dell’epoca di Breznev, ma potrebbe essere anche la descrizione della Russia di Putin.
19 dicembre 2006
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