
rivisto ierisera, davvero gustoso ritratto della provincia italiana, bellissima Silvia Dionisio e poi la colonna sonora di trovajoli è adorabile
Con Il commissario Pepe, gustosa commedia all'italiana girata da Ettore Scola nel 1969 a Vicenza, la capitale francese e le spezie non c'entrano proprio niente. C'entrano invece due grandi attori - uno noto, l'altro molto meno - che senz'altro hanno avuto in comune la Francia e soprattutto la cucina. La Francia perché tre anni dopo questo film furono chiamati da Marco Ferreri a recitare nel film francese (e molto amato dai francesi) La grande abbuffata, in cui i protagonisti si chiudono in una casa mangiando in continuazione fino a morire. La cucina perché seppero affermarsi anche come gastronomi autodidatti (e forse proprio per questo Ferreri li volle per il suo film).
Stiamo parlando di Ugo Tognazzi e di Giuseppe Maffioli.
Attori e gastronomi
Tognazzi non ha certo bisogno di presentazioni: diremo solo che il suo personaggio, Antonio Pepe, è un colto, disilluso e un po' annoiato commissario di polizia di una piccola provincia veneta ad alto tasso di perbenismo, costretto - suo malgrado - a condurre un'indagine su un giro di case d'appuntamento di basso ed alto bordo, ma alla fine "invitato" dal questore - sempre suo malgrado - a lasciare nella lista solo i pesci piccoli, depennando quelli grossi per l'avvicinarsi delle elezioni. A lasciare invece sarà lo stesso Pepe, che brucerà il fascicolo e chiederà il trasferimento.
Giuseppe Maffioli, personalità senz'altro singolare, è conosciuto invece solo dal pubblico stracult, i fan del cinema trash nostrano. Nato in provincia di Treviso nel 1925 e scomparso alcuni anni fa, già regista teatrale negli anni Sessanta di opere del Ruzante, Maffioli è stato un bravo quanto dimenticato caratterista in una trentina di pellicole degli anni Settanta, in cui spiccano titoli come Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca, sempre di Ettore Scola, Giordano Bruno di Giuliano Montaldo e La moglie del prete di Dino Risi, oltre ad una serie di film di genere, oggi riscoperti e rivalutati come parte di quella che nell'ultima edizione della Mostra di Venezia è stata definita "la storia segreta del cinema italiano".
Il grande schermo fu comunque per Maffioli sostanzialmente una parentesi, che una volta chiusa, gli permise di dedicarsi pienamente alla sua autentica e insostituibile passione: la gastronomia (pubblicò alcuni libri sulla cucina veneta e ricevette alcuni premi).
Un disabile arrabbiato
Nel Commissario Pepe Maffioli interpreta il ruolo di un disabile arrabbiato ed emarginato, Nicola Parigi, classe 1922, invalido di guerra. Da quando al fronte nel luglio del '42 una bomba l'ha privato delle gambe, Parigi vive solo in una baracca vicino al fiume e scorrazza giorno e notte con una scoppiettante motocarrozzella per le vie e i portici del centro, mangiando lecca-lecca e urlando: «E' il 1969 e tutto va male! Le baracche crollano e i palazzi dei ricchi crescono. Il vescovo si è comprato una macchina nuova per portare in giro più velocemente la propria personalità spirituale...». Passa in mezzo ai tavolini dei bar, sfilando di mano ai clienti aperitivi e brioche, sputa sulle vetrine dei negozi di scarpe (la sua ossessione), ignora il codice della strada («In caso di incidente ho ragione io», c'è scritto dietro alla motocarrozzella).
Disprezzato da tutti, ma da tutti tollerato, Parigi sa tutto di tutti, è una vera e propria banca dati vivente dei segreti, dei vizi e dei misfatti di una comunità nella quale ognuno, soprattutto in fatto di sesso, ha qualcosa da nascondere.
Il detersivo della religione
Già, il sesso: il movente dell'inchiesta di cui si occupa Pepe e che lo porterà a smascherare la facciata legale e sociale dietro alla quale si nascondono numerosi giri di prostituzione: dalla modesta pensione gestita da una coppia di insospettabili anziani alla lussuosa villa della marchesa, sede di un'opera assistenziale, nella quale si organizzano festini molto particolari; dall'illustre clinico che si prende un po' troppo cura del portierone della locale squadra di calcio alla suora del convento San Giuliano che invita le trovatelle a coricarsi con lei.
Sconfitto sul piano professionale, ma non su quello morale, nel finale il commissario immagina di irrompere nel Duomo, arrestando tutta la società rispettabile che lì ogni domenica mattina si raduna, per lavare con "il detersivo della religione" la propria cattiva coscienza. Il sogno di Pepe, però, non è quello di una società senza sesso, ma di un sesso liberato dall'ipocrisia, dall'affarismo e dai condizionamenti sociali, a cui anch'egli, per il ruolo che ricopre, è costretto a ricorrere, incontrandosi segretamente con Matilde, la donna con cui ha una relazione.
E naturalmente la "società rispettabile" non mancherà di fargliela pagare, destinandogli una lettera anonima nella quale viene invitato ad indagare proprio sul lavoro di Matilde. Il commissario fa vedere la lettera a Parigi che con un po' di imbarazzo gli rivelerà che il vero lavoro della donna è presso uno studio fotografico di Milano: «C'è chi lo chiama nudo artistico e c'è chi la chiama pornografia, ma la Matilde non la fa niente de mal».
La forza dal disprezzo
Ignaro di tutto, la rivelazione ha l'effetto di una pugnalata sul commissario, ingannato dalla propria partner e "sputtanato" dalle stesse persone a cui, seppur con moral suasion, aveva fatto sapere che... la Polizia sapeva di loro e dei loro "interessi".
Pepe reagisce insultando e disprezzando Parigi (la verità fa sempre male!) che a sua volta sbotta al commissario con una replica che appare quasi un manifesto politico-esistenziale: «Per me non c'è niente di peggio che la stima della gente. Se non fossi quello che sono, cosa mi resterebbe? La compassione, la pietà, quel povero infelice, quel povero mutilato... No! La compassione, no! L'odio, sì! Quel farabutto, quel fiol de na troia! Benissimo! Io vivo del disprezzo degli altri, è in questo disprezzo che trovo la forza di vivere. E' come se mi sentissi vivo, tutto intero, valido!».
Poche battute che suggellano uno dei più riusciti personaggi comprimari della commedia all'italiana, in cui la disabilità e l'esclusione sociale vengono orgogliosamente (e a tratti anche amaramente) vissute in chiave di antagonismo e alterità.
Un Rigoletto moderno
Sotto certi aspetti, Parigi sembra discendere da Rigoletto (protagonista dell'omonima opera di Giuseppe Verdi rappresentata per la prima volta nel 1851), l'odiato e deforme beffeggiatore dei cortigiani del duca di Mantova, sul quale pesa (quasi a creare una continuità tra la propria condizione fisica e la propria vita) una maledizione: quella di Monterone rivoltosi adirato al duca che gli ha sedotto la figlia e per questo irriso da Rigoletto. Il destino maledetto di Rigoletto si avvererà nel finale, scoprendo che al posto del duca - che egli voleva uccidere tramite un sicario - verrà ammazzata Gilda, la sua unica figlia.
Da Mantova a Vicenza, dalle corti cinquecentesche all'Italia della "balena bianca": Parigi, giullare sottoproletario senza corte, è un moderno Rigoletto che a differenza dell'archetipo verdiano, realizza in coscienza politica la propria "maledizione" (aver perduto le gambe in guerra) e che anziché subirla, decide di elevarla in lotta anarchica tra l'individuo e la società. E che diversamente da Rigoletto, non ha proprio nulla da perdere. Neanche una figlia.
Articolo tratto da DM 153 - febbraio 2005. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare.
