Monnalisa
Oct 14 2004, 17:24
Allievo e maestro
 http://www.grammartips.homestead.com/
di SERGIO LUZZATTO Sostiene il buono storico: abbasso la posta elettronica! Se infatti - nella routine quotidiana dei più - le email semplificano parecchio la vita, la comunicazione per via telematica, anziché cartacea, va condannando a morte una fonte particolarmente cara a quanti lavorano alla ricostruzione del passato: la posta elettronica è il serial-killer degli epistolari. Anche per questo - perché sappiamo che i nostri posteri non leggeranno mai le nostre lettere - capita oggi di salutare come benvenuta la pubblicazione di certi epistolari. È sicuramente il caso della corrispondenza che scambiarono, dal 1944 al 1957, due spiriti magni di un'Italia che usciva dal fascismo per sperimentare la Repubblica: Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi, le cui seicentotredici missive di quegli anni, inoltrate fra l'America e l'Italia quasi al ritmo di una alla settimana, risultano ora leggibili nel volume Dall’esilio alla Repubblica (pp. 994, 55), in una splendida edizione della Bollati Boringhieri curata da Mimmo Franzinelli, con prefazione di Mario Isnenghi. Chi abbia una qualche dimestichezza con le figure di Salvemini e di Rossi le ritrova qui disegnate con i contorni più netti e nei colori più vivaci. Di Salvemini - dell’anziano storico il quale, dalla sua cattedra di Harvard, aveva finito per apparire ad occhi americani come l'incarnazione stessa dell'antifascismo italiano - queste lettere restituiscono per intero la verve intellettuale, la stupefacente capacità di lavoro, la sboccata franchezza politica. Di Rossi - l'economista che proprio per fedeltà a personaggi come Salvemini aveva speso il meglio della vita in carcere e al confino - l'epistolario restituisce intatte l'assoluta indipendenza di giudizio, la granitica moralità, la faticosa tenacia di riformista. rid. da "Corriere della Sera, 14 ottobre 2004http://www.corriere.it/index.shtml
Monnalisa
Oct 14 2004, 20:30
Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo, 7 - 8 agosto 1916
Notte — Possa tu riposare, mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice. M’hai promesso di farti rivedere ancor più bello, mia bella belva bionda. Come passerai questi giorni e queste notti? Mi senti nella mia sciarpa azzurra, speranza, grazia? Riposa, riposa. Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto. E avrai tanta dolcezza anche dal dimenticarti in me, qualche momento, dall’avermi dinanzi come qualcosa a cui la tua dedizione sia sacra, fertile e sacra. Ho tanta fede, Dino. Mi sento ancora così forte, per questo scambio del nostro sangue.
Tua,
Sibilla (da Sibilla Aleramo a Dino Campana)
Monnalisa
Oct 15 2004, 14:51
A Giuseppina Beauharnais, Primavera 1797
Non Vi amo più; al contrario, Vi detesto. Siete una disgraziata, realmente perversa, realmente stupida, una vera e propria Cenerentola. Non mi scrivete mai, non amate vostro marito! Ben conoscete il piacere che le Vostre lettere gli procurano, eppure non riuscite nemmeno a buttar giù in un attimo una mezza dozzina di righe. Che cosa fate tutto il giorno, Signora? Che tipo di affari così vitali Vi privano del tempo per scrivere al Vostro fedele amante? Quale pensiero può essere così invadente da mettere da parte l’amore, l’amore tenero e costante che gli avevate promesso? Chi può essere questo meraviglioso nuovo amante che Vi porta via ogni momento, decide della Vostra giornata e Vi impedisce di dedicare la Vostra attenzione a Vostro marito? Attenta Giuseppina: una bella notte le porte saranno distrutte e là io sarò. In verità, amor mio, sono preoccupato di non avere Vostre notizie, scrivetemi immediatamente una lettera di quattro pagine con quelle deliziose parole che riempiono il mio cuore di emozione e di gioia. Spero di tenerVi tra la braccia quanto prima, quando spargerò su di Voi milioni di baci, brucianti come il sole dell’equatore.
Bonaparte
Fairytale
Oct 15 2004, 15:05
Ludwig van Beethoven a una donna sconosciuta 6 luglio, di mattina Mio angelo, mio tutto, mio io. Solo poche parole per oggi e addirittura a matita (con la tua) — Non sarò sicuro del mio alloggio sino a domani; che inutile perdita di tempo è tutto ciò! — Perché quest'angoscia profonda, quando parla la necessità — il nostro amore può forse durare senza sacrifici, senza che ciascuno di noi pretenda tutto dall’altro; puoi tu mutare il fatto che tu non sei tutta mia, io non sono tutto tuo? — Oh, Dio!, rivolgi il tuo sguardo alla bella Natura e da’ pace al tuo animo per ciò che deve essere — L’amore esige tutto e ben a ragione, così è di me per te, di te per me — Ma tu dimentichi così facilmente che io debbo vivere per me e per te. Se fossimo completamente uniti, tu sentiresti questa dolorosa necessità, tanto poco quanto la sento io - Il viaggio è stato orribile. Sono arrivato qui soltanto ieri mattina alle quattro. Siccome c’erano pochi cavalli, la diligenza ha scelto un altro itinerario; ma che strada orribile! Alla penultima stazione mi hanno sconsigliato di viaggiare di notte, hanno cercato di ispirarmi paura d’un bosco ma ciò non è servito ad altro che a spronarmi — e ho avuto torto. La vettura ha finito con lo sfasciarsi su quell’orribile strada, un semplice sentiero di campagna senza fondo. Se non avessi avuto quei due postiglioni, sarei rimasto per strada — Per l’altra strada, quella solita, Esterhàzy con otto cavalli ha avuto la stessa sorte che io con quattro — Tuttavia, in un certo senso la cosa mi ha anche fatto piacere, come succede ogni volta che supero felicemente qualche ostacolo — Ora voglio passare in fretta dagli eventi estrinseci a quelli intimi. Confido che ci vedremo presto; ed anche oggi mi manca il tempo per dirti i pensieri che ho rimuginato in questi ultimi giorni sulla mia vita — Se i nostri cuori fossero sempre l’uno vicino all’altro, non mi capiterebbe certo di avere simili pensieri. II mio cuore trabocca del desiderio di dirti tante cose — Ahimè - ci sono momenti in cui sento che la parola è inadeguata — Cerca di essere serena — e sii per sempre il mio fedele unico tesoro, ii mio tutto, come io lo sono per te. Sono gli dèi che debbono provvedere, qualunque possa essere il nostro destino.Il tuo fedele Ludwig
Monnalisa
Oct 17 2004, 00:00
20 aprile.
Per un mese sono stata qui da sola — tra un altro mese sarò partita. Sarà tutto finito. Vivo con queste tre parole dinnanzi agli occhi, giorno e notte; eppure non riesco a capirle, non significano nulla per me... Cosa! Sarò partita, non ti vedrò più, non sentirò più la tua voce, non mi sveglierò più pensando: «Tra non so quante ore ci vedremo, terrà le mie mani tra le sue, i miei occhi sprofonderanno nei suoi occhi...?» Cosa ne sarà di me? Non ho più vita al di fuori di te, non ho coscienza se non del mio pensarti, dei miei sentimenti per te. Io che dominavo la vita, in realtà le vivevo a fianco, ora mi sento talmente umiliata, talmente assorta, senza più un filo di volontà e di identità! Il mio unico desiderio è stare con te, sentire le mie mani nelle tue. Ah, se mai leggerai queste righe, ti renderai conto di quanto sei stato amato!
Edith
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Edith Wharton conosce nel 1908 il giornalista americano William Morton Fullerton. Pochi incontri, due o tre giorni e non di più, ma per questa donna, abituata a risolvere i problemi del cuore con la testa, sono giorni molto significativi...
Fairytale
Oct 17 2004, 01:56
Caterina II a Grigorij Potemkin
Mia bellezza, mio caro cui nessun re somiglia, sono piena di affetto e tenerezza per te e avrai la mia protezione finché vivrò. Devi essere, credo, ancora più bello dopo il bagno. Ma — cosa strana — non ti amo affatto. Credimi, mia gioia, non ti posso più soffrire. E possibile? Di’ a Michail Potëmkin che sei caduto in disgrazia. Non annunciarglielo all’improvviso: morrebbe dal dispiacere. Beckoj oggi mi ha fatto una promessa. Non ti offendere, non ti dirò quale. Il barone Freederichs per quanto sia malizioso non dirà nulla a tuo cognato. Non riesco a immaginare come entrerà nell’ex sala da biliardo. Delle due l’una: o morirò dal ridere o diventerò rossa come un gambero. Bisognerà forse ammetterlo a cena per fare da contraltare a Elagin? Ti prego anima mia, non introdurre in mia presenza molte persone come lui. Sostituiscono una buona traspirazione. Ascolta mia bellezza di marmo, mi sono svegliata molto allegra e non provo alcuna tenerezza per te; cuor mio, lo stile deve variare e per questo dico che non ho tenerezza. Mi capisci? Addio, mia gioia.
Fairytale
Oct 21 2004, 12:18
Legata affettivamente alla scrittrice Virginia Woolf, che a lei si ispirò per il romanzo Orlando, Vita Sackville - West (1892-1962), aristocratica ed eccentrica, fu autrice di poesie, biografie, libri di viaggio e romanzi psicologici (Ogni passione spenta, 1931) e scritti sul giardinaggio.
http://lang.sbsun.com/projects
La lettera è datata 21 gennaio 1926.
Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia. Avevo composto per te una bellissima lettera, nelle ore da incubo della mia notte insonne, ed è sfuggita: mi manchi e basta, in un modo molto semplice, disperato e umano. Tu, con tutte le tue lettere non mute, non scriveresti mai una frase elementare come questa; forse non la sentiresti nemmeno. Tuttavia credo che ti accorgerai di un piccolo vuoto. Ma lo rivestiresti di una frase tanto squisita che perderebbe un po’ della sua realtà. Mentre per me è una cosa fortissima: mi manchi ancor più di quanto credessi: ed ero pronta, a sentire la tua mancanza, e molto. Così, in realtà, questa lettera è solo uno strillo di dolore. E incredibile quanto sei diventata essenziale per me. Suppongo che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere. Maledetta te, creatura viziata; non riuscirò a farmi amare di più, da te, scoprendomi così — ma oh mia cara, non posso essere furba e scostante, con te: ti amo troppo, per farlo. Troppo sinceramente. Non hai idea di quanto possa essere scostante, con la gente che non amo. Ne ho fatta un’arte raffinata. Ma tu hai abbattuto le mie difese. Non che ne sia davvero risentita. Comunque, non ti tedierò oltre. Siamo ripartiti, il treno balla di nuovo. Dovrò scrivere dalle stazioni - che per fortuna nella pianura lombarda sono molte. Venezia. Le stazioni erano molte, ma non avevo calcolato che l’Orient Express non si ferma. Ed eccoci a Venezia per dieci minuti soltanto, ben poco tempo per tentare di scrivere. Neanche il tempo per comprare un francobollo italiano, quindi dovrò imbucare a Trieste. In Svizzera le cascate erano gelate, dure tende di ghiaccio iridescente appese alla roccia; molto bello. E l’Italia tutta ammantata di neve. Stiamo per ripartire. Dovrò aspettare fino a Trieste, domattina. Per favore perdonami di aver scritto una lettera così infelice. Vita
Per Elsa de' Giorgi (...) Amor mio. Tutte le lettere ora mi viene da cominciarle con l' elemento climatico-atmosferico ma non è una cosa da scherzare. Qui si vive sotto un cielo caliginoso, un freddo che serpeggia nelle ossa, un' aria da finimondo. Se ne parla poco, ma la coscienza che un terribile cataclisma atomico sia stato scatenato e sia ormai impossibile salvarci, s' affaccia all' animo di tutti. Da anni vivevo nella completa ignoranza della pioggia e del sole; ora questo inizio dell' inverno alla fine di maggio mi riempie di un nervosismo che non conoscevo finora. (...) La tua lontanza s' inserisce in questa situazione come qualcosa di simbolico. La tua identificazione col sole non è casuale. Bisogna che ti raggiunga al più presto e che questa tristezza, che non è, direi, psicologica ma quasi metafisica, si dissipi... Dopo questa lettera arrivo io. Ti abbraccio e desidero. (...) Guarda come riesci a influenzarmi anche nel giudizio sulle cose mie, non influenzarmi cambiandomi idee, ma ridandomi il senso di che cosa è vivo e mandandomi a monte impostazioni statiche di stile di vita, mettendo tutto al vaglio della tua folgorante verità umana, verità di donna, verità di amante. In treno ho pensato e scritto una poesia: Amore, dieci anni fa ero nei partigiani. Se non oggi domani ci scannavano uno a uno. E la cosa più esaltante di tutto quel che uno viveva era che chi lo viveva non era un altro, ero io. Amore, dieci anni dopo - che dono, o vita! - sono il tuo amante. E' terribile come la guerra, la felicità che mi dai. E la cosa più esaltante di quel che provo fra le tue braccia è quando penso che chi ti abbraccia non è che sia un altro, sono io. (...) Mia cara, eccomi qui e appena arrivato mi sono trovato di fronte a un piccolo tentativo scandalistico da parte dell'Espresso che spero d' aver fatto in tempo ad evitare. M' hanno mandato la bozza dell' articolo per la manifestazione delle fiabe e alla fine dell' articolo, che è piuttosto lungo, tirano fuori la dedica a Raggio di sole e che a via Veneto la sera si discuteva su chi era Raggio di sole. Furono suggeriti molti nomi, ma soltanto a sera tarda, dopo molte discussioni, ad un tavolo di letterati fu trovata la risposta esatta: Elsa de' Giorgi. Raggio di sole è infatti l' anagramma quasi esatto del tuo nome, manca solo la "e" . Ho mandato subito un telegramma lampo a Benedetti raccomandandomi alla sua cortesia perché elimini la parte finale. E ho telefonato a Carlo perché telefonasse subito e si interessasse della cosa, magari soltanto facendo togliere il nome. Non so però se si è ancora in tempo, o se il numero è stato già stampato. Me lo sentivo che qualcosa combinavano. Spero soltanto che il mandarmi le bozze (per due giorni avevo inutilmente dato loro la caccia per riuscire a leggere l' articolo) sia stato fatto per vedere se protestavo. Sulla bozza il titolo non c' è e anche questo potrebbe essere uno scherzo di questo tipo. (Però, questa dell' anagramma è una scoperta loro, a cui noi non avevamo mai pensato, e che corrisponde alla verità! E se distogliamo il pensiero per un momento dalle implicazioni legali e giornalistiche è molto bello). Italo Calvino
Bluette
Oct 22 2004, 02:13
"Risposi a un annuncio del "Diàrio de Notìcias". Avevo 19 anni, ero allegra, sveglia, indipendente e, contro la volontà dei miei familiari, decisi di trovare un impiego. Così Ophelia Queiroz si trovò a lavorare nello stesso ufficio di Fernando Pessoa. "Tutto cominciò con sguardi, bigliettini, messaggi che mi lasciava di soppiatto sullla scrivania". Ed era già il "namoro", come si chiama in portoghese quel vago periodo che precede il fidanzamento ufficiale. Queste lettere testimonieranno la profonda, irriducibile, irrealtà in cui Pessoa sapeva lasciar precipitare ogni evento della sua vita personale, come se già questa locuzione fosse per lui un'incongruità. E tale era. (Antonio Tabucchi) 29 novembre 1920
Ophelinha, la ringrazio per la lettera. Essa mi ha portato dolore e sollievo allo stesso tempo. Dolore perchè queste cose addolorano sempre, sollievo, perchè in verità, l'unica soluzione è questa: non prolungare oltre una situazione che ormai non trova più una giustificazione nell'amore, nè da una parte, nè dall'altra. Da parte mia, almeno, resta una stima profonda, un'amicizia inalterabile. Lei non mi negherà altrettanto, vero? Nè lei Ophelinha, nè io, abbiamo colpa di tutto questo. Solo il Destino ne avrebbe la colpa, se il Destino fosse una persona a cui attribuire le colpe. Il Tempo che invecchia i volti e i capelli, invecchia anche , ma ancora più rapidamente, gli affetti violenti. La maggior parte della gente, per la sua stupidità, riesce a non acoorgersene e crede di continuare ad amare perchè ha contratto l'abitudine di sentire se stessa che ama. Se non fosse così, non ci sarebbe al mondo gente felice. Le creature superiori, tuttavia, sono private della possibilità di codesta illusione, perchè non possono credere che l'amore sia duraturo, nè, quando sentono che essso è finito, si sbagliano interpretando come amore la stima, o la gratitudine che esso ha lasciato. Queste cose fanno soffrire, ma poi il dolore passa. Se la stessa vita, che è tutto, passa, perchè non dovrebbero passare l'amore, il dolore e tutte le altre cose che sono parte della vita? Nella sua lettera è ingiusta con me, ma la comprendo e la scuso. Certo l'ha scritta con irritazione, forse persino con dolore; ma la maggior parte della gente -uomini e donne- avrebbe scritto, nel suo caso, in un tono ancor più acerbo e in termini ancora più ingiusti. Ma lei, Ophelinha, ha un meraviglioso carattere, e perfino la sua irritazione non riesce ad essere cattiva. Quando si sposerà, se non avrà la felicità che si merita, certamente non sarà colpa sua. Quanto a me... L'amore è passato. Ma le mantengo un affetto inalterabile, e non dimenticherò mai, -mai, lo creda- nè la sua figurina graziosa e i suoi modi da ragazzina, nè la sua tenerezza, la sua dedizione, la sua adorabile indole, può essere che mi sbagli e che queste qualità che le attribuisco fossero una mia illusione; ma non credo che lo fossero, nè se lo sono state, sarei villano ad attribuirgliele. Non so che cosa desidera che le restituisca: lettere o che altro ancora. Io preferirei non restituirle niente, conservare le sue lettere come il ricordo vivo di un passato morto come ogni passato; come un qualcosa di commovente in una vita quale la mia, in cui l'avanzare degli anni va di pari passo con l'avanzare nell'infelicità e nella delusione. Le chiedo di non fare come la gente comune, che è sempre grossolana: che non giri la testa quando c'incontreremo; nè abbia di me un ricordo in cui ci sia spazio per il rancore. La prego, siamo l'uno con l'altro come due persone che si conoscono dall'infanzia e, sebbene nella vita adulta seguano altre strade e altri affetti, conservano sempre, in una piega dell'animo, il ricordo proofondo del loro amore antico e inutile. Per quanto forse "altri affetti" e "altre strade" possano concernere lei, Ophelinda, non certo me stesso. Il mio destino appartiene ad altra Legge, della cui esistenza lei è all'oscuro, ed è subordinato sempre più all'obbedienza a Maestri che non permettono e non perdonano. Ma non è necessario che capisca quanto dico. Basta che mi conservi affettuosamente nel suo ricordo, come io, sempre, la conserverò nel mio.
Fernandoda Lettere alla fidanzata di Fernando Pessoa
Bluette
Feb 5 2005, 11:02
http://www.winecountryjournal.com Jack London a... http://www.jacklondons.net Anna StrunskyOakland, 3 Aprile, 1901
Cara Anna, Ho forse detto che gli essere umani possono essere archiviati in categorie? Allora, se l’ho detto, lasciami fare una precisazione: non tutti gli essere umani. Tu mi sfuggi. Non riesco a classificarti, non riesco ad afferrarti. Posso indovinare, nove volte su dieci, a seconda delle circostanze, posso prevedere le reazioni, quelle nove volte su dieci, dalle parole o dai gesti, posso riconoscere le pulsazioni dei cuori. Ma al decimo tentativo rinuncio. Non ci arrivo. Tu sei il decimo tentativo. Mai sono esistite due anime così simili e così incomprensibilmente assortite! Possiamo andare d’accordo, certamente, e a volte capita, ma quando non siamo d’accordo,ce ne accorgiamo subito e immediatamente non usiamo più lo stesso linguaggio. Diventiamo estranei. Dio riderà della nostra pantomima. L’unico sprazzo di sensatezza in tutto questo è che siamo tutti e due generosi, abbastanza generosi per capirci. Perché è vero, spesso ci capiamo, ma in modi vaghi e confusi, per mezzo di deboli percezioni, come fantasmi, che, mentre noi diffidiamo, ci perseguitano con le loro verità. E tuttora io, per primo, non oso crederci; perché tu sei sempre quel decimo che io non posso prevedere. Sono incomprensibile ora? Non lo so, forse sì. Non riesco a trovare un linguaggio comune. Generosità, ecco cos’è. E’ la sola cosa che ci tiene uniti. Qualche volte siamo attraversati da un lampo, tu ed io, abbiamo quel qualcosa in comune che ci fa respirare insieme. Sebbene siamo così diversi. Sorrido dei tuoi entusiasmi? E’ un sorriso che si può perdonare, è un sorriso di invidia. Ho vissuto venticinque anni di repressione. Ho imparato a non essere più entusiasta. E’ una lezione dura. Incomincio ora a dimenticare, ma è così difficile. Al massimo, prima di morire, posso sperare di aver dimenticato qualcosa. Posso esultare, adesso che sto imparando, per piccole cose, per altre cose, ma per le mie cose, e per quelle segrete, doppiamente mie, non posso, non posso. Riesco a farmi capire? Riesci a sentire la mia voce? Temo di no. Ce ne sono tanti di posatori. Io sono il migliore di tutti.
Jack
Bluette
Feb 27 2005, 20:49
L’Orco e la fata Giosuè Carducci e Annie Vivanti http://www.nobel.se
Bologna, 19 febbraio 1890 Signorina, Nel mio codice poetico c’è questo articolo: – Ai preti e alle donne è vietato far versi. – Per i preti no, ma per Lei l’ho abrogato. La sua poesia, Signorina, è ciò che è (io non prendo dai critici la pretesa di imporre gli argomenti e il modo di trattarli), ma poesia è; quale dee quasi fatalmente prorompere da un temperamento di femmina lirico (caso rarissimo). E per la immediatezza della rappresentazione e per la verginità dell’espressione mi piace molto. Ciò che nel mestiere del verseggiare italiano dicesi con neologismo pedantesco la forma – un che di postumo al concetto, per lo più, un che di appiccicato, tra la posa e la smorfia, – a Lei manca. A Lei, la fisonomia dell’imagine, la tempera del colorito, la qualità della frase e l’andamento del verso vengono e spirano col movimento del fantasma e della passione che Le dan la poesia. Tutto ciò è sempre bene? Io so e Le dico che molte volte mi rapisce. E Le bacio la mano. Giosuè Carducci http://www.lib.uchicago.edu
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