The Keith Haring Show
di Antonio Carnevale

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Una grande mostra, alla Triennale di Milano (fino al 29 gennaio), offre uno sguardo d'insieme sul celebre artista americano. Con più di cento dipinti, quaranta disegni, numerose sculture, opere su carta di grande formato e un film

Nelle sue opere si muovono tutti. Bambini e piramidi, cani e lampadine, pupazzetti e figure stilizzate. I soggetti s'irradiano di tratti che li fanno vibrare. Le opere si mettono in movimento.

L'arte di Keith Haring è stata dinamica come frenetica è stata la sua vita. A vent'anni lascia la scuola d'arte per viaggiare in autostop per tutta l'America. All'inizio degli anni Ottanta si ferma a New York. E' qui che il suo stile prende la forma definitiva. La città è una tela ideale per le sue composizioni che sgorgano spontanee (e illegali) sui cartelloni pubblicitari, sui muri, sui vagoni della metropolitana, su qualsiasi oggetto gli capiti a tiro.

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"Mi è sempre più chiaro che l'arte non è un'attività elitaria riservata a pochi: l'arte è per tutti, questo è il fine a cui voglio lavorare". La sua arte doveva essere popolare. Pop Art. Come quella di Warhol e Basquiat, che lo coinvolgono nel vortice creativo della Factory, l'enorme fabbrica-laboratorio che Andy Warhol aveva istituito e trasformato in una comune di artisti, pubblicitari, scrittori, musicisti e creativi d'ogni estrazione.

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Incoraggiato da Warhol, Haring matura artisticamente. Gli anni Ottanta sono gli anni del successo. Soldi e arte popolare. Lusso e beneficenza. Le contraddizioni degli anni d'oro dell'edonismo convivono senza note stonate nella vita di Haring. Vola in Concorde tra l'America e l'Europa. A Parigi dorme al Ritz. Beve Champagne millesimato. Le sue opere valgono migliaia di dollari e sono ambite dai maggiori collezionisti. Nel frattempo, però, dipinge anche gratuitamente opere pubbliche. Quelle realizzate in ospedali, comunità per bambini, orfanotrofi e istituti di carità sono più di 50 in tutto il mondo.

La consacrazione definitiva avviene nel 1986 quando Haring apre a New York il suo celebre arte-negozio, il Pop Shop. Vi si vende di tutto: magliette, giocattoli, bottoni, oggetti per la casa. Ogni pezzo è dipinto con i suoi inconfondibili personaggi. I prezzi sono politici. Ma se l'arte è per tutti, è anche per la pubblicità. La lezione di Warhol gli permette di non snobbare una celebre marca di wodka cui concede di ospitare i suoi omini vibranti.

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Successo commerciale e impegno sociale sono le due facce della carriera di Haring. Una carriera rapida e folgorante, che ha preso forma nell'arco di soli dieci anni, dal 1980 al 1990. "Nella mia vita ho fatto un sacco di cose, ho guadagnato un sacco di soldi e mi sono divertito molto. Ma ho anche vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non prenderò l'Aids io, non lo prenderà nessuno". Lo diceva nel 1987. Due anni dopo, creava la Keith Haring Foundation, un'organizzazione a scopo benefico che si occupa di problemi sociali legati all'Aids e all'infanzia. L'anno seguente Haring moriva di Aids, poco dopo aver dipinto l'ultima e per lui più significativa opera: un grande murale colorato sulla Parete della chiesa di S. Antonio a Pisa.

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Il percorso espositivo della mostra "The Keith Haring Show" dà corpo ad ogni tappa dell'attività creativa dell'artista. E soprattutto al concetto di "all over", secondo cui "l'arte deve poter essere per tutti e dappertutto". Tra le tele di grandi dimensioni in rassegna alcune raggiungono i dieci metri di base o di altezza, tra queste le scenografie realizzate per la discoteca Palladium di New York, tempio della vita notturna negli anni '80. In mostra anche le famose "subway drawings", le maschere "primitive" e cubiste, i grandi vasi di terracotta, le sculture totemiche in legno pittogrammate e quelle in metallo con i suoi omini realizzati con colori primari, le statue in gesso del David di Michelangelo o Madame Pompadour.

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