Palestina, silurato il patriarca greco

Rivolta dei vescovi contro il loro capo che ha venduto agli ebrei proprietà di Gerusalemme est: è persona non grata, si consideri licenziato. Il ministero degli esteri di Atene: rispetti la chiesa, sia pronto ad assumersi le sue responsabilità

MICHELANGELO COCCO

Al termine di un lungo braccio di ferro l'hanno dichiarato «persona non grata» e gli hanno detto che lo considerano «licenziato». Con un comunicato all'agenzia Associated press tredici vescovi e 25 archimandriti della chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme hanno annunciato ieri il siluramento del loro patriarca, Irineos I, finito nella bufera per lo scandalo delle proprietà immobiliari della Città santa che avrebbe venduto a un gruppo di coloni ebrei. Il patriarca, un 67enne dell'isola di Samo in Terrasanta dal 1953, non ha commentato gli ultimi sviluppi della vicenda, ma qualche giorno fa aveva dichiarato che quelli che cercano di farlo fuori sono «vermi e spazzatura», aggiungendo che «il fango di cui mi ricoprono è fresco, ma cadrà quando sarà asciutto». Molto diverso il parere di Dimitri Diliani, a capo della coalizione dei cristiani palestinesi, secondo cui «la rivolta dei vescovi rappresenta un atto storico di disobbedienza» che creerà ulteriori pressioni su Irineos I, constringendo il Sacro sinodo, a cui spetta l'ultima parola, a rimuoverlo dall'incarico.

Quando era nemico d'Israele

All'inizio di questa settimana un'inchiesta del quotidiano israeliano Ha'aretz ha chiarito i contorni dell'affaire nel quale è rimasto intrappolato il patriarca. Ha venduto - circostanza che lui continua a negare - immobili all'interno della Porta di Jaffa (nella città vecchia) a una compagnia ebraica legata ai coloni, per dimostrare - oltre che per far soldi, molti milioni di dollari secondo la stampa israeliana - al governo Sharon di non simpatizzare per i palestinesi. I contratti sono stati firmati da Nikos Papadimos, un amministratore dei beni del patriarcato di cui da tre mesi non si hanno più notizie: da allora è ricercato in Grecia, accusato di essere fuggito con 600mila euro di fondi della chiesa nelle tasche. Di fatto tecnicamente quelle di Irineos e Papadimos non sono vendite, ma leasing di 99 anni, come è avvenuto per tutte le proprietà cedute dal patriarcato negli ultimi tempi. In pratica però questi leasing hanno tutti gli effetti di una vendita. Per questo i palestinesi sono infuriati con Irineos, per aver fatto cadere in mano ebraica proprietà che sorgono a Gerusalemme est, che nei negoziati per gli accordi di pace hanno sempre ritenuto capitale del futuro stato di Palestina.

E dire che il governo israeliano, con un ostruzionismo durato quattro mesi, aveva cercato d'impedire l'elezione, il 13 agosto 2001, di Irineos, ritenuto troppo filo-palestinese. Con il patriarca precedente, Diodoros I, lo stato ebraico era riucito ad acquistare porzioni significative di terra dalla chiesa greco-ortodossa, non ultime quelle dove attualmente sorgono le residenze del presidente Moshe Katsav e del premier Ariel Sharon, sempre a Gerusalemme. Irineos era invece inizialmente osteggiato a tal punto che il quotidiano Maariv, con una serie di articoli apparsi tra il dicembre 2002 e il gennaio 2004 - l'aveva accusato pubblicamente di aver espresso, in due lettere spedite all'allora presidente palestinese Yasser Arafat, chiari sentimenti antisemiti. Lui aveva provato a difendesi chiedendo un risarcimento di 4milioni di shequel, ma poi era stato costretto a ritirare la causa e a pagare 10.000 shequel di spese processuali al giornale israeliano.

Da settimane invece il patriarca se la deve vedere proprio con i palestinesi: il 24 aprile, mentre usciva dal Santo sepolcro al termine della celebrazione delle Palme, un gruppo di dimostranti lo ha accusato di essere come «Giuda Iscariota». Ieri il ministero degli esteri greco, per bocca del vice-ministro Panagiotis Skandalakis, l'ha invitato «ad assumersi le sue responsabilità per riguardo del prestigio del patriarcato». Per i vescovi che l'hanno «licenziato», che fanno anche parte del Sinodo che potrebbe destituirlo, è «incorregibilmente preso da una sindrome di menzogne, di religiosa distorsione, di degradazione del ruolo del patriarcato e di gestione irresponsabile delle proprietà del patriarcato». Per questo, insistono, se ne deve andare.


il manifesto 6 maggio 2005
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