Monnalisa
Apr 2 2005, 22:05
CITTA' DEL VATICANO - Il Papa è morto. Erano le 21,37. Con il rituale secolare il cardinale camerlengo, Eduardo Martinez Somalo ha riconosciuto formalmente il suo decesso chiamandolo tre volte con il nome di battesimo. Poi, un secondo funzionario, il maestro di camera, ha sfilato l'anello del pescatore dal dito del Pontefice. Giovanni Paolo II è morto, il suo regno si è chiuso. In pochi secondi la notizia ha fatto il giro del mondo, quasi in contemporanea con l'annuncio ufficiale del capo della Sala stampa vaticana Joaquin Navarro Valls: poche parole: "Il Santo Padre è deceduto questa sera alle 21,37 nel suo appartamento privato. Si sono messe in moto le procedure previste nella costituzione apostolica 'Universi dominici gregis' promulgata da Giovanni Paolo II il 22 febbraio del 1996". Sono le 22,10 quando tutto il mondo sa della morte di Wojtyla. In Piazza San Pietro che raccoglie da due giorni decine di migliaia di persone l'annuncio viene dato da Radio Vaticana. Un applauso lunghissimo. Poi piomba un silenzio assoluto. Le campane di tutta Roma battono i rintocchi funebri. Il camerlengo ha dato quindi contestualmente la notizia della morte al decano del Sacro Collegio, cardinale Joseph Ratzinger, quindi al vicario, cardinale Camillo Ruini. Succede alla fine di una giornata di preghiera e speranza, segnata dall'ultimo messaggio lasciato dal Papa. A piccoli gesti, con i movimenti delle labbra si è fatto capire. E ha mandato un messaggio ai suoi giovani: "Vi ho cercato, siete venuti da me, e per questo vi ringrazio", (2 aprile 2005) http://www.repubblica.it/
Monnalisa
Apr 2 2005, 23:11
Roma, Basilica di San Giovanni, agosto 2000L'annuncio della morte del Santo Padre in piazza San Pietro è stato accolto con un lungo applauso. In molti stanno piangendo altri continuano a guardare la finestra al terzo piano del palazzo apostolico che è stata accesa. Sta suonando la campana della basilica. I fedeli riuniti in piazza San Pietro recitano l'Eterno riposo. I prelati che sono sul sagrato hanno invitato al silenzio "per accompagnare il Papa in questi suoi primi passi in cielo". Dopo il lungo applauso su Piazza San Pietro è seguito il rintocco della campane in tutta Roma per l'addio a Giovanni Paolo II. E poi sulla piazza è calato il silenzio. E' tutta illuminata questa notte la Basilica di San Pietro. Le luci sono accese sia nell'appartamento papale che negli uffici e nella galleria che porta alla Cappella Sistina. Intanto, sulla piazza continua il flusso di fedeli che si reca a pregare per il papa in un surreale silenzio. A Palazzo Chigi, a Palazzo Madama e a Montecitorio, la bandiera tricolore e quella dell'Unione Europea sono state poste a mezz'asta poco dopo la notizia della scomparsa del Pontefice. Bandiere a mezz'asta anche al Quirinale. I rintocchi della grande campana di Sigismondo, a Cracovia, hanno annunciato la morte del Papa. La notizia era già arrivata verso le 22 e la gente si è immediatamente riversata per le strade, affollando il piazzale davanti all'arcivescovado e la collina dell'antica cattedrale del castello del Wawel. 2 aprile 2005 http://www.repubblica.it/
Monnalisa
Apr 2 2005, 23:29
Monnalisa
Apr 2 2005, 23:57
Monnalisa
Apr 3 2005, 00:07
Monnalisa
Apr 5 2005, 00:09
Le porte aperte ai fedeli prima del previsto per l'omaggio alla salma La salma del Papa traslata in San Pietro Impressionante serpentone di folla che si snoda lungo via della Conciliazione fino a Castel Sant'Angelo. Distribuita acqua  ROMA - La salma di Giovanni Paolo II ha lasciato per sempre il palazzo Apostolico. Dopo aver ricevuto la benedizione in latino dal cardinale camerlengo Martinez Somalo il feretro è stato portato a spalla in processione verso la basilica di San Pietro adagiato su una semplice tavola di legno rivestita con seta rossa. Il contrasto non potrebbe essere più forte: l'uomo che tutti ormai chiamano «Giovanni Paolo il Grande» portato su una «tavolaccia». Dodici «sediari» l'hanno caricata sulle loro spalle. I cardinali con le porpore e la cotta bianca precedevano il corpo del Pontefice in processione, seguiti dal camerlengo con la mitria sul capo e il piviale. Hanno attraversato i magnifici Saloni del Palazzo Apostolico fino alla Scala Regia. E il contrasto tra la «povertà» della morte e lo sfarzo dell'ambiente diventa più forte. I primi fedeli hanno già salito la scalinata della Basilica intorno alle 19.30. La pressione della folla era talmente forte che ha richiesto l'intervento degli addetti alla sicurezza vaticana e dei giovani del servizio d' ordine. A quel punto, è stato concentito l'accesso alla basilica di San Pietro circa un'ora e mezza in anticipo rispetto all'orario previsto delle 21. Già a metà pomeriggio erano circa 200 mila, secondo le stime delle forze dell’ordine, le persone che aspettavano di salutare l’ultima volta il Papa. Giovani e meno giovani che, incuranti della stanchezza e del sole, si sono stipati dietro le transenne, lungo tutta via della Conciliazione e fino a Castel Sant’Angelo. In serata la folla era aumentata fino ad arrivare alla cifra di circa 400mila fedeli. La Provincia di Roma ha provveduto a distribuire 44mila bottiglie d'acqua, tra via della Conciliazione e via della Traspontina, ai fedeli venuti a rendere omaggio a Giovanni Paolo II. Il servizio verrà garantito per tutta la settimana. La basilica di San Pietro sarà aperta continuativamente fino a venerdì alle 10, quando ci sarà la messa funebre per il Papa. La sala stampa vaticana ha fatto sapere che la basilica sarà chiusa dalle 2 alle 5 ogni notte per la manutenzione straordinaria visto l'eccezionale afflusso di fedeli che vogliono dare l'ultimo saluto al Pontefice. Per consentire alla folla di vedere la processione e il feretro entrare in basilica erano stati preparati 4 maxischermi nella piazza e lungo via della conciliazione (due all’inizio e due a metà). Impegnati a vigilare sull’evento 4 mila tra poliziotti e carabinieri, 600 tra medici e volontari impegnati a garantire soccorsi sanitari con 50 autambulanze e 4 tendoni allestiti con attrezzature mediche. Il mondo dei mass media si è mobilitato in modo massiccio per seguire attimo dopo attimo la processione della salma del Papa che entra in basilica. Le emittenti (di tutto il mondo) impegnate sulla piazza sono ben 180, tra cui Al Jazeera e Al Arabya. Ma anche dalla Russia sono arrivati fior di anchorman: quelli delle due emittenti principali moscovite, Rtr e One Russia. Persino la tv di stato cinese, per la prima volta, è in Vaticano. 04 aprile 2005 http://www.corriere.it/
Monnalisa
Apr 5 2005, 01:22
La folla rende omaggio alla salma del papaDecine di migliaia di persone in coda a San Pietro  
Mitamit
Apr 5 2005, 12:11
Se gli uomini hanno bisogno di eroi, la Chiesa ha bisogno di Santi. L'immaginario collettivo è già all'opera... PAPA: "CON UN MIRACOLO SALVO' BAMBINO DALLA LEUCEMIA"
REPUBBLICA news delle 11:30
Continuano a susseguirsi le testimonianze di miracoli che sarebbero stati compiuti da Giovanni Paolo II. Un fedele messicano ha raccontato della guarigione completa e inspiegabile di un bambino di 4 anni, gravemente leucemico. Nel maggio del 1990, la famiglia di Heron Badillo, malato allo stadio terminale, incontro' il Pontefice all'aeroporto di Zacatecas, nel Messico nordoccidentale, grazie ai buoni uffici dell'allora vescovo della citta', Javier Lozano Barragan, oggi cardinale e responsabile della sanita' del Vaticano. "Avevamo una sola speranza: l'intervento del Papa" ha detto il padre del ragazzo, che oggi e' un universitario diciannovenne. "Le condizioni di Heron sono cambiate dopo che il Papa lo ha toccato, baciato sulla testolina calva e gli ha parlato. Allora e' cominciata la ripresa, senza bisogno di farmaci. Per noi e' stato un miracolo". I Badillo sono tornati n Vaticano l'anno scorso dove sono stati ricevuti dal Pontefice che ricordava perfettamente l'incontro a Zacatecas.
Sui giornali di questi giorni, si dice che vorranno farlo Santo per direttissima, e soprattutto Magno: un titolo molto più raro, che spetta soltanto ai Papi che hanno fatto opere - ovviamente - grandi, o Papi particolarmente importanti nella storia della Chiesa, o nella storia umana. Per cui, se non ha battuto il record della longevità, e quello della durata del pontificato - con 27 anni è terzo, dopo San Pietro (35 anni) e Pio IX (32 anni) - ne batterà sicuramente un altro: quello di Papa col NOME PIU' LUNGO DELLA STORIA: SAN GIOVANNI PAOLO SECONDO MAGNO!!!
Monnalisa
Apr 5 2005, 21:26
Chissà se i santini dedicati al futuro santo includeranno anche questa immagine in cui stringe la mano a Pinochet...
sheherazade
Apr 6 2005, 09:53
QUOTE(Monnalisa @ Apr 5 2005, 20:26) Chissà se i santini dedicati al futuro santo includeranno anche questa immagine in cui stringe la mano a Pinochet...  Provengo da un forum dove questa cosa ha scatenato una discussione che mette contro cattolici e atei..io mi considero agnostica, ma nel vero senso del termine, non solo nei confronti della religione e questo ha fatto si che che lanciassi alcune piccole provocazioni......posso provarci anche qui? Allora, i santini dove stringe la mano a pinochet...e perchè no dove la stringe a fidel castro? Poi, l'ultima mia provocazione, chiedevo perchè le stesse persone che condannano tanto sto papa per tutti gli ovvi motivi di cui si è già a lungo parlato, sono poi le stesse che condannano la fallaci per il suo accanimento contro l'islam, quando anche lei espone le sue motivazioni per tale accanimento....... Forse dietro a tale domanda non c'è nemmeno provocazione, ma solo desiderio di capire...è come voler essere solidali verso una religione notoriamente molto più repressiva di quella cattolica e condannare quest'ultima per gli errori che ha fatto noti a tutti...perchè allora questa discrepanza nei giudizi? E' dovuta a un credo diverso o a una ideologia politica diversa che non ha nulla a che vedere con la religione? Grazie a chi vorrà rispondermi.
Monnalisa
Apr 6 2005, 13:09
Per cominciare, posso provare a risponderti io per quello che mi riguarda. Non è la provocazione la molla che mi spinge ad evidenziare i punti deboli e le contraddizioni del lungo pontificato di Giovanni Paolo II, ma il fatto che il mondo cattolico, ora che è morto, vorrebbe fare di lui un santo ad ogni costo, anche negando o minimizzando i molteplici punti oscuri che hanno caratterizzato il suo operato. Sul poco edificante sfruttamento mediatico dell'evento abbiamo già detto (> qui)... ma nessuna voce, nel mondo cattolico, si è levata per rilevare gli eccessi di esibizionismo ed isteria collettiva che questa morte ha raggiunto. Tra l'altro, esclusivamente in Italia, dato che il resto del mondo cristiano ha manifestato dolore con ben altri accenti. Quanto all'operato del papa, è vero che oltre a Pinochet ha stretto la mano anche a Fidel, ma tra i due dittatori c'è qualche differenza sostanziale... e ciò include anche la diversa considerazione in cui il pontefice teneva i due personaggi. Giovanni Paolo II incontra per la prima volta Pinochet nel 1987, durante una visita pastorale in Cile, ed entrambi si affacciano assieme da un balcone della Moneda, il palazzo presidenziale nel quale perì Salvador Allende (presidente del Cile democraticamente eletto) durante il sanguinario colpo di stato dell’11 settembre 1973, che portò al potere lo stesso Pinochet. Quando, due anni dopo, Pinochet fu catturato in Inghilterra su mandato internazionale spiccato dal giudice spagnolo Baltasàr Garzon con l’imputazione di tortura ed omicidio di cittadini spagnoli, Wojtyla stesso si preoccupò di far giungere alla Camera dei Lord la propria preferenza affinché il Regno Unito non concedesse l’estradizione dell’ex dittatore in Spagna, dove i giudici lo attendevano con le manette pronte. Per il caso “dell’ammalato” Pinochet, il papa manifestò di nuovo un'aperta preferenza dato che, sempre nel 1999, rivolse una plateale richiesta di perdono per i crimini da lui commessi, alla quale le Madres de Plaza de Mayo (l’associazione delle madri delle vittime del regime argentino) risposero con una lettera dove si auguravano che, da morto, Wojtyla non ricevesse il perdono di Dio e andasse all’inferno (Buenos Aires, 23 febbraio 1999). Facciamo un passo indietro, restando sempre in America Latina... Nel 1980 Wojtyla accorse in aiuto della giunta militare di San Salvador, minacciata dalle omelie dell’arcivescovo Oscar Romero. La tesi statunitense, sostenuta dal presidente Jimmy Carter (ora premio Nobel per la pace), era che la giunta militare salvadoregna fosse in realtà un debole governo democratico, strapazzato tra le violenze dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Le cose non stavano esattamente così, dal momento che la stessa giunta aveva preso il potere con un colpo di stato il 15 ottobre 1979, favorita dall’amministrazione Carter che vedeva nel governo precedente del Salvador, relativamente democratico e riformista, un ostacolo alla propria egemonia politica e commerciale nel Centro America. Secondo fonti ecclesiastiche, dal gennaio 1980 al mese di maggio dello stesso anno il governo salvadoregno uccise 1844 civili (alla fine dell’anno arrivarono a circa 10mila). Per Carter, tutte queste uccisioni erano da addebitare alle citate frange violente degli opposti estremismi, e ciò giustificava i generosi aiuti militari che gli Stati Uniti fornivano al governo “di centro”, impegnato in una faticosa “costruzione democratica”. Il vescovo gesuita Romero non la pensava così e il 17 febbraio 1980 scrisse una lunga lettera a Carter nella quale chiedeva di cessare l’erogazione degli aiuti in favore della giunta, che descriveva come sanguinaria e alla quale attribuiva tutte le responsabilità per la situazione di terrore e per l'uccisione di molti avversari politici. Carter andò su tutte le furie ed inviò un messo presso il papa, affinché egli stesso mettesse a tacere Romero. Nel mese di marzo del 1980, durante l’omelia domenicale, il vescovo esortò i militari a cessare di uccidere i propri connazionali, denunciando così in maniera eclatante le responsabilità del regime. Wojtyla non appoggiò le posizioni di Romero, ma anzi richiamò a Roma il superiore dei gesuiti del Centro America. Il 24 marzo 1980 Romero fu assassinato mentre diceva messa nella cattedrale di El Salvador, colpito al cuore da una fucilata proveniente dal fondo della chiesa. Anche in quel caso, Wojtyla non andò oltre la manifestazione di un formale dolore. Con questo, non intendo certo adottare il metro di "due pesi, due misure" ma non mi pare che Fidel sia molto paragonabile a Pinochet, sulla cui coscienza pesano migliaia e migliaia di morti. Anzi, mi risulta che Fidel sia piuttosto amato dal suo popolo. Né mi sento di plaudire alla santità del nostro defunto pontefice, alla luce di questi episodi ed altri numerosi punti oscuri... un altro tra i tanti, per esempio, il fatto di aver nominato santo un discutibile personaggio come José María Escrivá, fondatore dell'ancor più discutibile Opus Dei. Altri riferimenti a questo tema, trattati con maggiore ampiezza, li trovi nel topic "Wojtyla, il papa che ha fallito".
Roderigo
Apr 7 2005, 12:48
QUOTE(sheherazade @ Apr 6 2005, 09:53) Provengo da un forum dove questa cosa ha scatenato una discussione che mette contro cattolici e atei..io mi considero agnostica, ma nel vero senso del termine, non solo nei confronti della religione e questo ha fatto si che che lanciassi alcune piccole provocazioni......posso provarci anche qui? Allora, i santini dove stringe la mano a pinochet...e perchè no dove la stringe a fidel castro? Poi, l'ultima mia provocazione, chiedevo perchè le stesse persone che condannano tanto sto papa per tutti gli ovvi motivi di cui si è già a lungo parlato, sono poi le stesse che condannano la fallaci per il suo accanimento contro l'islam, quando anche lei espone le sue motivazioni per tale accanimento....... Forse dietro a tale domanda non c'è nemmeno provocazione, ma solo desiderio di capire...è come voler essere solidali verso una religione notoriamente molto più repressiva di quella cattolica e condannare quest'ultima per gli errori che ha fatto noti a tutti...perchè allora questa discrepanza nei giudizi? E' dovuta a un credo diverso o a una ideologia politica diversa che non ha nulla a che vedere con la religione? Grazie a chi vorrà rispondermi. La Chiesa in genere nel rapporto con gli stati persegue una linea che mira alla tutela dei propri diritti o dei propri privilegi. Fu così anche da parte di Giovanni Paolo II nei confronti di Pinochet e poi di Fidel Castro. Due dittatori non equiparabili. Uno espressione di un colpo di stato contro un governo liberamente eletto, l'altro di una rivoluzione indipendentista contro un governo golpista. Uno abolì la democrazia, l'altro non la promosse. La differenza tra i due si è espressa soprattutto in campo economico sociale. Il regime di Pinochet fu il laboratorio politico del neoliberismo, le sue ricette furono monetariste, privatizzatrici e provocarono come di consueto disoccupazione e riduzione drastica dell'assistenza sociale. Fidel Castro fece l'esatto contrario, portando l'assistenza sanitaria di un paese povero a livelli europei. Della differenza doveva essere consapevole anche il papa. Infatti, dei due solo Fidel Castro fu ricevuto in Vaticano. Le critiche a Wojtyla non riguardano la religione cattolica in sè, e neppure esauriscono tutto il giudizio su di lui. Gli si contesta la chiusura nei confronti delle donne, dei gay, la sua politica in materia di prevenzione contro l'aids e di arginamento della bomba demografica, il suo autoritarismo in seno alla istituzione ecclesiastica, e in generale una tendenza alla temporalizzazione del potere religioso. Però, gli si riconoscono anche alcuni importanti meriti: il dialogo interreligioso, l'opposizione alla guerra, la critica agli aspetti più sfrenati del capitalismo. Non sempre la politica ha tenuto conto delle sue indicazioni e posizioni e non sempre per ragioni di laicità come nel caso delle politica carceraria o in materia di immigrazione. Quando una persona muore, di lei si vedono solo gli aspetti positivi. Così talvoltà è anche quando muore un grande leader. Il giudizio va poi però riequilibrato e forse, prima di pensare a santificazioni e beatificazione, è meglio lasciar passare l'emozione del momento. Oriana Fallaci è molto parziale e indiscriminata nella sua battaglia. Non lotta contro gli integralismi, ma contro un solo integralismo, quello islamico, appiattendo su questo aspetto una intera religione, con un atteggiamento del tutto contrario alla convivenza. Si può distinguere nel mondo cattolico, si può distinguere nel mondo islamico. L'Islam storicamente non è stato più repressivo del cattolicesimo. Anzi, nell'impero Ottomano le minoranze erano certo più rispettate di quanto non avvenisse nell'Europa cristiana. La chiesa fu poi sconfitta dalla Rivoluzione francese, l'islam non subì un trauma di questo tipo, seguì il declino delle proprie società e l'avvento del colonialismo. La tendenza che prevale in una religione va indagata anche nel contesto storico e sociale in cui si manifesta. Se la nostra Europa piombasse in una grave e irreversibile crisi economica, anche il volto del cattolicesimo ne risentirebbe e non nel senso di una maggiore apertura. Negli Usa, il declino economico e la crescita del fanatismo religioso procedono insieme.
Roderigo
Apr 7 2005, 12:50
Cile e Vaticano: Una pagina imbarazzante.Caro Pinochet, il papa La benedice. di GIANNI PERELLI A vent’anni dal golpe la legittimazione più calorosa arrivò al dittatore Augusto Pinochet dalle stanze del Vaticano. 18 febbraio 1993: la privatissima ricorrenza delle sue nozze d’oro viene allietata da due lettere autografe in spagnolo che esprimono amicizia e stima e portano in calce le firme di papa Wojtyla e del segretario di Stato Angelo Sodano. «Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d’oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine», scrive senza imbarazzo il Sommo Pontefice, «con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Giovanni Paolo II.» Ancor più caloroso e prodigo di apprezzamenti è il messaggio di Sodano, che era stato nunzio apostolico in Cile dal ’77 all’88, e che nell’87 aveva perorato e organizzato la visita del papa a Santiago, trascurando le accese proteste dei circoli cattolici impegnati nella difesa dei diritti umani. Il cardinale scrive di aver ricevuto dal pontefice «il compito di far pervenire a Sua Eccellenza e alla sua distinta sposa l’autografo pontificio qui accluso, come espressione di particolare benevolenza». Aggiunge: «Sua Santità conserva il commosso ricordo del suo incontro con i membri della sua famiglia in occasione della sua straordinaria visita pastorale in Cile». E conclude, riaffermando al signor Generale, «l’espressione della mia più alta e distinta considerazione». Il Vaticano non rese pubbliche queste missive così partecipi. Né lo fece Pinochet, che pure probabilmente le aveva sollecitate. Si decise di mantenerle nell’ambito della sfera privata, per timore che l’eccesso di enfasi attizzasse nuove polemiche. Ma tre mesi dopo prevalse la vanità del dittatore. I documenti furono portati alla luce dal quotidiano cileno "El Mercurio". E furono ripresi da "Témoignage Chrétien", la rivista francese dei cattolici progressisti. Provocando «reazioni di rivolta, di tristezza e di vergogna», nel ricordo delle barbare esecuzioni e delle feroci torture perpetrate dal regime di Pinochet. Molti lettori indirizzarono al Vaticano lettere di indignazione. Un gruppo di preti-operai di Caen diede una risposta particolarmente risentita all’iniziativa del Papa e di Sodano. Opponendo al commosso ricordo di Wojtyla «l’emozione davanti alla morte del presidente Allende e di molti suoi collaboratori; davanti alla retata e al parcheggio dei sospetti nello stadio di Santiago; davanti alle dita amputate del cantante Victor Jara per impedirgli di intonare sulla sua chitarra gli accordi della libertà; davanti alle sparizioni, alle carcerazioni, alle torture». E la Fraternità e la Comunità Francescana di Béziert espressero la loro costernazione in modo lapidario: «Durante il potere di Pinochet Gesù Cristo era crocifisso ancora». Sentimenti di ripulsa che in Francia si sono riaffacciati dopo l’arresto a Londra del dittatore. E che subito dopo il recente incontro in Vaticano fra il cardinal Sodano e il sottosegretario cileno agli Esteri Mariano Fernandez, visto come un tentativo di attivare il Vaticano in soccorso di Pinochet, hanno riproposto gli inquietanti interrogativi che accompagnarono la rivelazione dei messaggi di auguri. Nel ’93, Pinochet non era più il capo dello Stato, ma solo il comandante delle Forze Armate. E Sodano era tornato già da cinque anni in Italia dove aveva preso il posto di Agostino Casaroli al vertice della diplomazia pontificia. Che ragione c’era di elargire al dittatore riconoscimenti così entusiastici, coinvolgendo anche il papa in prima persona, per una ricorrenza non così straordinaria che avrebbe al massimo meritato un asciutto telegramma di felicitazioni? La risposta, a sentire i cattolici cileni che lavoravano a Santiago per la Vicaria de la Solidaridad, un organo della curia che per sedici anni - dal ’76 al ’92 - si è battuto contro le atrocità della dittatura, è nel feeling che, nonostante le tensioni provocate dalle denunce dei sacerdoti socialmente più impegnati e dagli episodi di cronaca più scabrosi, si era instaurato fra Sodano e Pinochet. Nel conflitto fra ragion di Stato e difesa dei diritti umani, pur senza plateali favoreggiamenti, il nunzio apostolico avrebbe privilegiato il dialogo con il regime, assecondando l’ipocrita transizione che provoca ancor oggi nel Cile tante lacerazioni. Negli inevitabili scontri con Pinochet, Sodano avrebbe badato a difendere l’istituzione Chiesa più che l’incolumità delle vittime perseguitate dalla dittatura. Certo, erano tempi tremendi. Ed è probabile che l’approccio sfumato dell’ambasciatore di Wojtyla sia servito a prevenire una repressione ancor più spietata. È meno comprensibile che, come dimostra l’estrema cordialità dei messaggi augurali per le nozze d’oro, a distanza di pochi anni il Vaticano abbia rimosso le pagine più tragiche della storia cilena e si sia profuso in attestati di stima verso il carnefice. La lunga permanenza di Sodano a Santiago è coincisa con un processo di spaccatura all’interno della Chiesa cilena. Da un lato le frange più conservatrici del mondo cattolico facevano quadrato intorno alla dittatura in nome dell’anticomunismo. Dall’altro gli ambienti più aperti trasformavano la Vicaria de la Solidaridad nel vero simbolo dell’antipotere. Una divisione che nelle concitate reazioni all’arresto del generale affiora ancor oggi. Oltre la metà dei cattolici cileni teme che la soluzione di processare Pinochet in patria, per la quale si sta affannando il governo Frei, potrebbe rivelarsi una beffa alla giustizia. In Cile né la magistratura militare né quella penale (che anche dopo il ritorno della democrazia si è ben guardata dall’aprire processi alla dittatura) garantirebbero imparzialità di giudizio. E si scatenerebbe una nuova ondata di disordini. Solo un pubblico pentimento di Pinochet - ipotesi considerata inverosimile - introdurrebbe una nota di distensione, scongiurando il rischio che i mai sopiti rancori sfocino inaltrettanti regolamenti di conti. Da circa sette anni la Vicaria de la Solidaridad, che già dopo il referendum da cui uscì sconfitto Pinochet nell’88 aveva perso la funzione primaria, si è trasformata in un centro documentazione. Attraverso i suoi archivi è possibile ricostruire nei dettagli i controversi rapporti fra una Chiesa di ispirazione progressista e il generale che si richiamava anche ai principi della fede cattolica per giustificare la sua azione disterminio. Già negli anni Venti la forza della Dc cilena si sviluppa intorno alle attività umanitarie dei sacerdoti che si schierano al fianco dei poveri e lottano contro il latifondo premendo per la distribuzione della terra ai contadini. Una sensibilità immune dagli estremismi della teologia della liberazione, che nel ’70 non ostacola l’ascesa al governo del socialista Salvador Allende. In quel periodo, l’arcivescovo di Santiago Raúl Silva Henriquez, cardinale dal ’61, accoglie con benevolenza Fidel Castro che prolunga una visita di Stato in Cile per 25 giorni, e al momento del congedo gli regala una Bibbia. Dopo il colpo di stato militare (11 settembre ’73), accolto con moderato sollievo anche dalla Dc nonostante il suicidio di Allende, Henriquez prende le distanze dal regime. E il 18 settembre, una settimana dopo il golpe, in occasione della festa nazionale, impartisce una prima umiliazione a Pinochet rifiutandosi di celebrare come ogni anno il Te deum davanti alle autorità dello Stato nella cattedrale, e allestendo la cerimonia in una chiesa meno rappresentativa. Fonda poi l’8 ottobre, insieme ai responsabili delle altre fedi religiose, unComitato nazionale per la pace che si scaglia contro le malefatte del regime. Agli attacchi della stampa e alleminacce dei golpisti, il cardinale risponde alzando il tiro. E a Paolo VI, che disgustato dal clima di terrore gli offre sostegno, risponde che pensa di potercela fare da solo. Se il generale non allenterà la presa, potrebbe incorrere in una scomunica. Ma Pinochet stringe sempre più il Cile nella sua morsa. Si allentano le resistenze, si sfalda anche il fronte religioso. Nel ’75 è Henriquez che chiede aiuto a Paolo VI. Che stavolta si dichiara impotente. La guerra fredda ha procurato qualche consenso internazionale a Pinochet. Qualche mese più tardi è il tiranno a tentare un’apertura. Dopo l’uccisione d uno dei leader dell’ultrasinistra, un gruppo di marxisti si rifugia nella Nunziatura. E allora Pinochet decide di scrivere al cardinale: questo è un governo cattolico che vorrebbe buone relazioni con la Chiesa. Con lei personalmente non ci sono problemi. Il problema è il Comitato. Il cardinale intuisce che dietro le formalità si cela un ordine. Il generale non tollera più intralci. E il cardinale finge di obbedire, senza abdicare ai principi. Scompare il Comitato e al suo posto, come emanazione della sola curia cattolica, nasce agli inizi del ’76 la Vicaria de la Solidaridad. Un rifugio per le vittime del regime a cui vengono assicurati patrocinio legale e assistenza medica. In aperta sfida a Pinochet, pochi mesi dopo l’arrivo di Sodano a Santiago, Henriquez proclama il ’78 anno dei diritti umani in Cile. E indice un convegno internazionale sulla materia. Sodano si defila. E quando arriva un messaggio augurale del papa, minimizza attribuendolo al cardinale di Stato Jean Villot. I rapporti fra la curia e la chiesa si fanno particolarmente aspri nell’83, decennale del golpe. Henriquez si spinge a definire inumano il programma economico varato da Pinochet che applicando le teorie monetariste dei Chicago’s boys ha rimesso in ordine i conti dello Stato sacrificando però i programmi di assistenza sociale per le classi meno abbienti. E la giunta militare sbatte in carcere i tre sacerdoti stranieri che più avevano alzato la voce nelle proteste. Sodano chiede la loro liberazione. E i tre vengono espulsi.Per evitare fratture più traumatiche, papa Wojtyla, tramite Sodano, invita i militari a cercare risposte positive alle condizioni e alle situazioni di violenza. Pinochet, in cerca di legittimazioni, si dichiara in sintonia con le aspettative del pontefice: il governo cileno è impegnato nella creazione di un sistema democratico di ispirazione occidentale e cristiana; il messaggio di Sua Santità è uno strumento prezioso per la realizzazione di questi obiettivi. Ma appena sorge qualche contrasto con la curia di Santiago, si affretta a inviare a Roma Sergio Rillon, il funzionario governativo per le relazioni con il Vaticano, che non manca mai di sottolineare l’irritazione del generale. L’anagrafe dà intanto una mano a Pinochet. Per limiti d’età va in pensione il cardinale Henriquez. E a sostituirlo viene chiamato Juan Francisco Fresno, un arcivescovo più in sintonia con Sodano, che non si sottrarràagli scontri con la dittatura ma li condurrà in modo meno battagliero. L’84 per Sodano è un anno vissuto pericolosamente. A Santiago, nella parrocchia di San Francesco si invoca la punizione divina contro i torturatori di Stato. Colti di sorpresa, i militari dichiarano guerra alle frange sovversive della Chiesa. E consegnano a Sodano un dossier da inoltrare in Vaticano, in cui si proclamano salvatori della patria. Scoppia poi la grana dei terroristi del Mir, presunti killer del sindaco di Santiago Carlos Urzia, che attraverso i locali dell’ambasciata francese trovano rifugio negli uffici della Nunziatura. È una brutta rogna per Sodano. Anche se il Vaticano non ha firmato la convenzione sull’asilo politico, ragioni umanitarie sconsigliano la consegna dei ribelli a un governo che non dà alcuna garanzia sulla regolarità di un processo. Sodano chiede che ai quattro venga rilasciato un salvacondotto. I militari si irrigidiscono. E l’ira dell’ammiraglio José Toribio Merino Castro si scaglia verso l’obiettivo massimo: il papa, infallibile nelle cose divine, fallibile in quelle umane È una mancanza di cortesia, è la prudente replica di Sodano che sulla sostanza però tiene duro e chiede per la prima volta aiuto legale agli avvocati della Vicaria, istituzione che ha sempre percepito pericolosamente estranea alla sua linea diplomatica. Snobbava spesso le sue ricorrenze, alle quali interveniva l’intero corpo diplomatico. E secondo i racconti che circolavano nelle comunità ecclesiali, avrebbe dissuaso un cattolico torturato dal sollecitare l’intervento della Vicaria. Nel braccio di ferro stavolta è Pinochet a cedere. Dopo circa tre mesi di battaglie legali, i quattro guerriglieri del Mir ottengono il salvacondotto e salgono su un aereo diretto in Ecuador. Ma per Sodano le insidie non sono finite. Il sacerdote francese Pierre Dubois, parroco de La Victoria (quartiere proletario della capitale), e Carlos Camus, vescovo di Linares, creano nuovi attriti col regime, lanciando anatemi dai pulpiti. Nel 1985 Sodano lancia appelli (ascoltati) per la liberazione dell’attivista dell’opposizione Carmen Hales, sequestrata e picchiata da gruppi di estrema destra. Ed entra in rotta di collisione col governo per gli editoriali anti-Pinochet della rivista cattolica "Mensaje". Ma dopo il fallito attentato a Pinochet nell’86, Sodano elabora una strategia della distensione che culmina con la visita del Papa a Santiago. Ai fedeli che esprimono indignazione, il nunzio assicura che si tratta di una missione esclusivamente pastorale. Ma anche se Wojtyla incontra esponenti dell’opposizione, il clou del viaggio è l’apparizione sul balcone presidenziale del pontefice al fianco del dittatore. La Vicaria viene invece appena sfiorata. Il Papa saluta i suoi dirigenti nel cortile antistante, senza mettere piede nei locali. Sodano lascia Santiago nel giugno ’88. E nell’accomiatarsi si dice preoccupato per «l’attuale situazione del paese, perché vedo che non vi è un profondo rispetto degli uni per gli altri.» Cinque anni dopo, a freddo, il segno del suo rispetto lo riserverà al dittatore. L’ Espresso 10 dicembre 1998
Roderigo
Apr 7 2005, 12:54
L'emozione di Fidel, il saluto in spagnolo e al termine l'annuncio della visita a CubaWojtyla e Castro: il papa e il vecchio comunista di MARCO POLITI CITTA' DEL VATICANO - E' caduto anche il 'muro dei Caraibi'. Si è aperto il dialogo fra il vecchio rivoluzionario Fidel e il papa che sconfisse il comunismo. Cuba non è più isolata e potrà godere del paterno appoggio del pontefice polacco se imboccherà la via di una piccola perestrojka: uno Stato non più ideologico, la possibilità per cittadini di ogni credo di occupare posizioni dirigenti, un avvio di pluralismo, libertà d'azione per la Chiesa e le sue organizzazioni, riconciliazione fra tutti i cubani. Il gesto che sancisce la stretta di mano fra Karol e Fidel è l'annuncio della visita papale a Cuba nel 1997. L'aver già deciso il periodo è segno speciale. "Spero di vederla presto all'Avana", ha esclamato Castro al termine dell'incontro. "La mia benedizione al popolo cubano", ha risposto fiducioso Giovanni Paolo II. L'udienza è stata corposa. Per più di mezz'ora Karol e Fidel si sono parlati a quattr'occhi. "Buenos dias", ha esordito il leader cubano. Seduti alla piccola scrivania papale, guarnita di un servizio da scrittoio in cuoio un po' demodé, senza interpreti ed assistenti, i due hanno discusso un po' di tutto. Di embargo e di pluralismo, di evoluzione del sistema e di pace, del ruolo dei cattolici e della posizione di Cuba nel mondo. Sin dal primo momento, quando i vecchi leader - quello nella veste bianca e quello nell'abito blu con cui camuffa appena la leggendaria divisa oliva - si sono stretti la mano, i monsignori vaticani e i diplomatici cubani hanno avvertito una corrente di simpatia fra i due. Fidel, che era arrivato in Vaticano in un corteo imponente di quindici macchine fra cui spiccavano una Mercedes zeppa di armati e un gippone con un uomo dei Nocs che spuntava dal tetto con il fucile mitragliatore, era francamente emozionato. Dall'attimo in cui era stato accolto nel cortile di san Damaso dalle guardie svizzere con i pennacchi rossi, gli era sembrato di vivere in un libro di storia. Ha attraversato meravigliato le splendide logge raffaellesche, con il viso grave ma gli occhi che curiosavano vivaci. Respirando l'atmosfera carica di storia. Nella Saletta del Trono - in un gesto di cortesia - lo aspettava il pontefice prima di introdurlo nella sua biblioteca privata. "E' per me un grande onore, Santità", ha esclamato il presidente cubano. "Benvenuto, grazie della sua visita", ha replicato Giovanni Paolo II.  Per tenere l'incontro su un profilo più basso il Vaticano ha pensato bene di eliminare i giornalisti già convocati, ma il piccolo trucco protocollare non ha tolto niente all'importanza dell'incontro. In modo soft, senza dare l'impressione di premere, ma con la chiarezza che i suoi interlocutori conoscono bene, il pontefice ha indicato due punti di riflessione: la normalizzazione delle condizioni di esistenza della Chiesa nel sistema cubano, il trattamento e le possibilità di azione dei credenti nella vita cubana. "Apprezzo molto il ruolo della Chiesa a Cuba - ha replicato Castro - particolarmente nell'educazione e nell'assistenza". Ma il leader cubano sapeva bene che cosa aveva in mente il papa. Un bel pacchetto di richieste, quello classico che introduce pezzi di pluralismo in un 'sistema socialista'. Possibilità per la Chiesa di avere una stampa propria, accesso alla televisione, professori cattolici nelle scuole e un'iniezione di missionari stranieri nell'isola, dove oggi su "undici milioni di abitanti operano meno di duecento fra sacerdoti e religiosi" (come ha sottolineato più tardi, con mandato papale, il portavoce Navarro). Su questi punti il presidente cubano dovrà fare delle concessioni concrete. Papa Wojtyla, accettando il suo invito, ha mostrato di avere fiducia. (Nell'89, quando Gorbaciov lo invitò a Mosca, il papa ringraziò ma non fissò una data e forse oggi se ne pente). D'altronde Fidel incassa un rinnovato impegno della Santa Sede ad agire per togliere o almeno alleggerire l'embargo americano. Al papa egli ha rivolto il ringraziamento dei cubani per la posizione chiara della Santa Sede e della condanna vaticana della legge Helms-Burton. Se ne è parlato specificamente nel colloquio fra Castro e il segretario di Stato vaticano, cardinale Sodano, che si svolto immediatamente dopo. Sono stati quarantacinque minuti di politica pura. Si è discusso ancora una volta della limitata libertà d'azione di vescovi e sacerdoti a Cuba, delle possibilità dei cattolici di prendere iniziative sociali specie nel campo caritativo, dell'evoluzione della società cubana (parola chiave per indicare una democratizzazione del regime), della riconciliazione nazionale. "Riconciliazione fra tutti i cubani dentro e fuori l'isola", ha chiosato più tardi il portavoce e tutti hanno capito che di questo capitolo fa parte la questione dei diritti umani con i suoi risvolti concreti: la situazione dei prigionieri politici. Visita alla basilica vaticana e alle tombe dei papi, giro -desideratissimo da Castro - nella cappella Sistina hanno completato il viaggio Oltretevere di Fidel. Ma il leader ha avuto un'idea speciale per chiuderlo in bellezza. Ha invitato a pranzo nel vicino Hotel Columbus un gruppo di cardinali e vescovi, che negli anni passati erano stati a Cuba. Al fuoco di un caminetto, tra riso allo champagne e spigola al sale, Fidel ha tenuto un piccolo concistoro. C'era l'ex segretario di stato Casaroli, il decano del Sacro Collegio Gantin, il cardinale Etchegaray, l'ex ministro della Sanità vaticana Angelini, il cardinale argentino Pironio e il ministro degli Esteri papale monsignor Tauran e il responsabile della commissione per l'America latina monsignor Calderon. Per due ore hanno chiacchierato rilassati, tra sorrisi e cordialità. "E' un'ora storica, viviamo nella speranza", ha commentato il cardinale africano Gantin. "Un pranzo fraterno, Castro era molto soddisfatto e contento di aver incontrato il papa", gli ha fatto eco monsignor Calderon. Castro, nel brindisi, ha elogiato la grande personalità del papa. Gantin ha risposto con un ringraziamento formale, leggendo un foglietto, ma esprimendo auguri affettuosi per l'avvenire di Cuba. Alla fine, tutti di ottimo umore. Anche Vittorio Anastasi, capocameriere di 73 anni, napoletano, era soddisfatto: "Fidel? Una persona sensibile e gentile. Se non li capiamo noi i clienti, chi può farlo?".
sheherazade
Apr 8 2005, 09:58
Grazie a entrambi per le vostre risposte Ieri comunque ho avuto una risposta breve ma che mi ha fatto pensare un po! Ero a casa di mia sorella e si stava commentando anche un po sarcasticamente sulla ressa di persone che erano a Roma, a un tratto interviene mia nipote ventenne e dice:" Beh, se lo fanno avranno i loro motivi, se fosse Vasco lo farei anche io!" Ciao
Roderigo
Apr 8 2005, 10:43
Già. E l'apprezzamento entusiastico di folle di fans nei confronti dei loro beniamini cantanti è spesso definito con il nome di "idolatria". Per Giovanni Paolo II è stata appena coniata la definizione di "papolatria".
Monnalisa
Apr 8 2005, 17:42
QUOTE(sheherazade @ Apr 8 2005, 09:58) Ero a casa di mia sorella e si stava commentando anche un po sarcasticamente sulla ressa di persone che erano a Roma, a un tratto interviene mia nipote ventenne e dice:" Beh, se lo fanno avranno i loro motivi, se fosse Vasco lo farei anche io!" Ciao In fondo, la risposta di tua nipote è abbastanza lungimirante, Sheherazade... Vedere oggi la folla da stadio, gli striscioni, gli slogan e tutto il can-can suscitato da questi funerali papali, mi viene da scuotere la testa e da pensare che la gente, in fondo, non ci mette nulla a farsi suggestionare. In Italia è sufficiente che uno muoia per trasformarsi automaticamente in un santo... e Wojtyla - vox populi - santo lo è già diventato. Tutto ciò mi fa (amaramente) riflettere su quanto l'italica gente sia mediamente profonda, riflessiva, abituata a pensare e giudicare con la propria testa, anziché con quella della tv. Non c'è nulla di che stupirsi, quindi, se la morte di un papa è capace di monopolizzare l'informazione per dieci giorni e di paralizzare un intero Paese per due, come è del tutto naturale che un personaggio come Berlusconi sia sulla breccia politica da oltre un decennio e, addirittura, faccia il presidente del consiglio.
Roderigo
Apr 8 2005, 19:20
QUOTE(Monnalisa @ Apr 8 2005, 17:42) Non c'è nulla di che stupirsi, quindi, se la morte di un papa è capace di monopolizzare l'informazione per dieci giorni e di paralizzare un intero Paese per due, come è del tutto naturale che un personaggio come Berlusconi sia sulla breccia politica da oltre un decennio e, addirittura, faccia il presidente del consiglio. Un accostamento blasfemo. * * * Comunque, tra gli estimatori del papa non c'è confine ideologico e annoveriamo anche il già evocato e citato leader maximo... Castro, ipocrita la presenza di Bush ai funerali del PapaL'AVANA (Reuters) - Il presidente cubano Fidel Castro ha elogiato Papa Giovanni Paolo II per essere stato un forte critico del capitalismo selvaggio durante il suo discorso ieri sera e ha dichiarato che è ipocrita da parte del presidente George W. Bush essere venuto a Roma ad assistere ai funerali. Castro ha detto che era vero che Papa Giovanni Paolo II si era opposto al comunismo, ma che negli ultimi anni aveva aspramente criticato gli abusi del capitalismo e in particolare l'imperialismo degli Stati Uniti. Il Papa visitò Cuba nel 1998. "Ora vanno a piangere sul cadavere di Giovanni Paolo II che si oppose alla guerra, si oppose al sistema imperialistico, che condannò spesso il consumismo e la brutale guerra in Iraq", ha detto Castro durante il suo messaggio televisivo. "Quanto lontano andrà questa ipocrisia. Secondo al mia opinione (la presenza di Bush) è un oltraggio alla memoria di Giovanni Paolo", ha detto. Il governo di Castro ha sorpreso molti dichiarando tre giorni di lutto e garantendo un'ampia copertura mediatica da parte della televisione di stato delle attività della chiesa cattolica dopo la morte del papa. Il presidente dell'Assemblea Ricardo Alarcon guida la delegazione cubana ai funerali. Reuters Fri April 8, 2005 7:38 AM GMT
Monnalisa
Apr 8 2005, 21:05
QUOTE(Roderigo @ Apr 8 2005, 19:20) Castro, ipocrita la presenza di Bush ai funerali del Papa
"Ora vanno a piangere sul cadavere di Giovanni Paolo II che si oppose alla guerra, si oppose al sistema imperialistico, che condannò spesso il consumismo e la brutale guerra in Iraq", ha detto Castro durante il suo messaggio televisivo.
"Quanto lontano andrà questa ipocrisia. Secondo al mia opinione (la presenza di Bush) è un oltraggio alla memoria di Giovanni Paolo", ha detto. Fidel ha ragione: meno di un anno fa (il 4 giugno 2004, per la precisione) il papa ricevette Bush criticandolo aspramente per essere stato l'artefice del conflitto in Iraq. Lo testimonia la foto sotto, già postata nella prima pagina di questo topic e riproposta qui, per ricordare l'evento. Ora, Bush viene in Italia per partecipare ai funerali del pontefice, sperando così di guadagnare consensi a livello internazionale e, soprattutto, di conquistare simpatie in patria da parte dell'ala cattolica dell'elettorato. Semplicemente rivoltante. http://www.corriere.it/
sheherazade
Apr 8 2005, 22:59
QUOTE Un accostamento blasfemo. Mica tanto blasfemo visto che sarà lui il prossimo pontefice.......hanno già deciso pure come si chiamerà......Pio Tutto
Monnalisa
Apr 8 2005, 23:06
QUOTE(sheherazade @ Apr 8 2005, 22:59) Tel chì (eccolo qui), si dice a Milano... http://www.berlusconi.net/
Monnalisa
Apr 8 2005, 23:45
Forse, Sheherazade, tua nipote troverà interessante questo breve articolo. Come ti ho già detto, la sua risposta è stata quanto mai lungimirante...
La Settimana Tanta di Massimo Gramellini A Dio piacendo, oggi insieme al Papa dovrebbe andarsene quel pizzico di delirio idolatrico che ha accompagnato questa Settimana Santa fuori stagione. L’eccezionalità del personaggio è incontestabile. La scarsità di maestri capaci di trasmettere un valore avvolgendolo nelle emozioni, pure. Ma tutto ciò c’entra assai poco con il raddoppio delle giocate al lotto, la superstizione già galoppante e l'atteggiamento turistico dei troppi che davanti alla salma anziché una preghiera hanno sfoderato un videofonino.
Intendiamoci: chi ha scelto la dimensione privata del dolore, piangendo in tinello il suo Papa fra un tg e l’altro, non è infastidito dall'omaggio che milioni di fedeli stremati hanno voluto riservare all’uomo che del corpo ha insegnato a fare un uso spirituale. Rimane invece perplesso di fronte all’enfasi con cui si è appesantito un evento già potente di suo, come testimonia la decisione assunta da un sindaco ex comunista di intitolare al Pontefice defunto la stazione ferroviaria della capitale di uno Stato confinante, quello italiano. Ma persino le esasperazioni sarebbero apparse meno indigeste se ad amplificarle non fosse intervenuta la bulimia dei media mondiali, che dai tempi della prima guerra del Golfo sembrano in grado di ingozzarsi solo di una notizia alla volta. Come gli adolescenti totalizzanti che si riempiono la stanza con i manifesti di un’unica popstar per rimpiazzarli in blocco con quelli di un’altra, la settimana dopo.
8 aprile 2005 http://www.lastampa.it/
Roderigo
Apr 8 2005, 23:53
Già...
Non nego che Karol Wojtyla abbia una avuto una personalità ed una storia che giustifichino tutto questo: una incredibile attenzione, commozione, mobilitazione per la sua scomparsa, il suo funerale, fino alla medievale "proclamazione" vox populi della sua santità. Neppure nego che intorno alla sua figura non ci sia quasi nulla, forse solo un Nelson Mandela ormai al tramonto e confinato in una regione periferica del globo, mentre per esempio Pio XII doveva misurarsi con altri personaggi di notevole levatura intellettuale e storica, in Italia De Gasperi, Togliatti, Benedetto Croce, nel mondo Roosevelt, Churchill, Stalin, tutti uomini altrettanto capaci di trasmettere un messaggio universale. Non nego tutto questo, ma è pur vero che esiste oggi una potenza mediatica che fa perdere il senso delle proporzioni, capace di elevare a star anche chi non rappresenta e non sa far nulla, senza più confine tra narrazione e creazione dell'evento. E' ancora recente il fenomeno di Loredana Lecciso. Nessun accostamento blasfemo, per carità, solo un esempio, tra i tanti possibili nell'era dei reality show.
Monnalisa
Apr 9 2005, 13:02
Intervista a Bush sull'aereo che lo riporta a casa "Mi ha colpito la reazione della folla, gli applausi""Una cerimonia straordinaria che splendore quella musica""La mia fede è più forte, Wojtyla lascia un'eredità di pace" "L'Italia si ritirerà dall'Iraq? Il premier non vuole questo" Bush ai funerali Quelli che pubblichiamo sono ampi stralci dell'intervista rilasciata ieri pomeriggio dal presidente degli Stati Uniti al pool di giornalisti che viaggiavano con lui sull'Air Force One. DALL'AIR FORCE ONE - "In primo luogo sono molto felice di aver partecipato ai funerali: non c'è mai stato dubbio che lo avrei fatto. Ieri sera all'ambasciata abbiamo dato un ricevimento per molti dei vertici della Chiesa cattolica ed erano molto grati che fossi in Italia, con Laura, mio padre, il presidente Clinton, Condy e gli altri. Ho detto loro che è un tale onore rappresentare il nostro paese ad una cerimonia in onore di un vero grande uomo. Che è e sarà sempre una grande figura storica. Sapevo che la cerimonia di Roma sarebbe stata maestosa, ma non avevo idea di quanto mi avrebbe commosso il rito in sé, la splendida musica. Mi ha colpito la limpidezza del suono in questa enorme struttura. Sembrava di essere all'interno della cattedrale ad ascoltare, le voci erano così pure. Mi è piaciuta moltissimo l'omelia. Ci hanno dato la traduzione inglese, fortunatamente. Sì, Bella. Bella. Ben fatta. Mi ha colpito la reazione della folla. Credo sia interessante notare in quali momenti la folla ha applaudito: uno in particolare, quando sua eminenza ha parlato del rapporto di Sua Santità con i giovani del mondo, e a quella frase c'è stata un'esplosione di entusiasmo. Credo che la cosa che ha colpito di più tutta la nostra delegazione sia stata l'immagine finale della cassa semplice - una delle tre, legno, piombo e legno - trasportata e tenuta in modo da mostrare il sigillo, e poi il fatto che sia uscito il sole. Sarà uno dei momenti più alti della mia presidenza, aver partecipato a questa grande cerimonia". Bill Clinton, il suo predecessore, ha sostenuto che il Papa lascerà un'eredità eterogenea, pur essendo un grand'uomo. Dato che sulla guerra la sua opinione si è discostata molto da quella del Pontefice, anche lei è del parere che sia un'eredità mista? "Credo che Giovanni Paolo II lascerà una chiara ed eccellente eredità di pace, pietà ed una forte eredità di limpida impostazione morale". Quando era seduto, circondato da quell'incredibile numero di leader mondiali, con chi ha parlato, chi ha visto? "Al mio arrivo, insieme a Laura, abbiamo stretto la mano a chi ci stava accanto. Jacques Chirac e signora erano proprio accanto. Ho passato un po' di tempo con loro. Ma non c'era molto chiacchiericcio, c'era intensa concentrazione sulla cerimonia". Cosa rappresentava la presenza di tutti queli leader? "Credo faccia parte del potere di Giovanni Paolo II. Lui credeva così profondamente nella libertà. Ho visto Lech Walesa ad esempio: mi ha colpito la quantità di bandiere polacche tra la folla, gli striscioni che chiedevano che sua santità venisse fatto santo..." Subito! "Sì "subito"" (in italiano, ndt) In che misura la lotta del Papa con la malattia al termine della sua vita e l'esempio della sua vita hanno la rafforzano nella fede? "È un chiaro esempio dell'influenza di Cristo nella vita di una persona il fatto che egli abbia mantenuto un'opinione così fiduciosa, ottimistica e chiara nelle difficoltà - nel suo caso difficoltà legate alla salute. Molti cristiani derivano forza e fiducia dalla vista di sua Santità negli ultimi stadi della sua vita". Pensa che la aiuterà nei mesi e negli anni a venire, nella sua vita? "Credo che tutti siamo toccati in modi diversi, se siamo in un cammino di fede. Sì, credo l'esempio di Papa Giovanni Paolo II servirà, sarà un momento della mia vita che rafforzerà la mia fede e la mia convinzione. Non riguarda solo me, ma milioni di persone di cui ha toccato la vita. Credo che siamo stati testimoni forse del più grande funerale della storia dell'umanità. Non ne sono certo, ma so che qualcuno ha detto che potrebbe essere così". Può parlarci della sua cena con il premier Berlusconi? Avete parlato, in particolare dell'Iraq e del funzionario dell'intelligence ucciso dagli americani? "Sì, e ancora una volta ho espresso il mio rammarico e ho assicurato Berlusconi che l'indagine verrà condotta apertamente, in modo trasparente". Berlusconi le ha detto che è problematico per lui mantenere il consenso alla presenza delle truppe italiane in Iraq? "No, ha ribadito l'impegno - già dato in passato - a portare a termine la missione, per aiutare gli iracheni a respingere quella minoranza (di terroristi). Berlusconi sa quello che so io: che prima lo si fa, prima le nostre truppe potranno tornare a casa. Ma è anche consapevole che quello che non vogliamo è andar via in anticipo, prima di aver completato l'opera. Ora che il nuovo governo è sul punto di essere insediato, ci attendiamo di collaborare su molti temi e su molti fronti. Ma sul fronte della sicurezza bisogna essere certi che la catena di comando interna alle forze armate, e tra governo civile e forze armate, sia forte ed efficace e in grado di reggere". L'italia sta per ritirare 3000 uomini, credo in autunno. Sarete in grado di ovviare a questo ritiro? "Non so perché lei sostenga ciò...". Pensavo fosse questo il numero dei militari italiani in Iraq... "Ne hanno 3.300 ora e lei dice che ne ritireranno 3000 entro l'autunno? Quello che ho sentito io è che il primo ministro vuole portare a termine la missione, con noi". (Traduzione di Emilia Benghi) (9 aprile 2005) http://www.repubblica.it/
Roderigo
Apr 10 2005, 01:04
La Casa Biancacorrispondente da NEW YORK - MAURIZIO MOLINARI George W. Bush rimprovera Bill Clinton, ma è contestato da Jimmy Carter. Il funerali di Giovanni Paolo II lasciano una scia di tensioni fra il presidente degli Stati Uniti e i suoi predecessori democratici. George W. Bush non ha gradito il comportamento di Clinton durante la missione romana. Se la consegna della Casa Bianca a tutta la delegazione Usa era quella del basso profilo mediatico, Bill ha fatto di testa propria: prima arrivando a bordo dell'Air Force One ha definito l'eredità del Papa «controversa» perché «durante un pontificato accentratore il numero dei preti non è cresciuto», poi una volta arrivato a Roma ha rilasciato a Brian Williams della Nbc un'intervista a tutto campo su Giovanni Paolo II e l'America. Il rimbrotto è arrivato con una dichiarazione di Scott McClellan, portavoce della Casa Bianca: «Il focus deve essere tutto sul Santo Padre, è un momento di lutto, di celebrazione di un grande leader, per questo il presidente non ha fatto dichiarazioni pubbliche, ma Clinton ha dato un'intervista alla tv Nbc». A confemare l'irritazione è stato lo stesso George W. Bush che, appena partito da Roma con l'Air Force One, ha interrotto il silenzio stampa per smentire Bill Clinton sull'«eredità controversa»: «Giovanni Paolo II ha lasciato una chiara e forte eredità di pace e compassione». Rimarcando subito dopo: «Desidero che per definire l'eredità del Papa si adoperi l'aggettivo "forte"». «La partecipazione ai funerali è stato uno dei momenti più alti della mia presidenza - ha poi aggiunto - ha rafforzato il mio credere in un Dio vivente, quando ho visto il corpo del Papa ho sentito una forte sensazione di pace, non c'è alcun dubbio in me nel fatto che Cristo Signore sia stato inviato dall'Onnipotente». A seguire le indicazioni del protocollo, distinguendosi da Clinton, è stato invece l'ex presidente Bush, padre di George W., che durante la permanenza a Roma è stato pressoché invisibile ai media. Da qui il dubbio di una crisi in vista nel recente rapporto di amicizia fra Clinton e Bush padre, riuniti in un tandem d'azione da George W. all'indomani della tragedia dello tsunami in Asia per proiettare nel mondo l'immagine di un'America unita. L'altro fronte di polemica presidenziale è quello di Jimmy Carter, non partito per Roma sebbene sia stato l'unico ad aver ricevuto Giovanni Paolo II alla Casa Bianca. «Non averlo incluso nella delegazione ufficiale è stata una vergogna - ha tuonato sul "Washington Post" Zbignew Brzezinki, già consigliere per la sicurezza di Carter - si tratta di una cosa scandalosa, probabilmente motivata dal fatto che la Casa Bianca è risentita con Carter per via del discorso che fece alla Convention democratica di Boston» quando criticò duramente la scelta di Bush di lanciare l'attacco all'Iraq. L'altro ex presidente Usa ancora in vita, Gerald Ford, per ragioni di salute non sarebbe potuto partire, ma Carter aveva avuto il via libera dei dottori e già si sentiva parte della delegazione ufficiale quando fu Andrew Card, capo di gabinetto di Bush, a chiamarlo dando vita ad una serie di incomprensioni terminate con l'annuncio in cui fu Carter che rinunciò a partire. La Stampa 10 aprile 2005 http://www.lastampa.it
Monnalisa
Apr 10 2005, 13:44
L'ombelico del mondo di Barbara Spinelli  C’ERA una specie di follia, nella determinazione con cui tanti uomini nel mondo hanno deciso di confluire in massa verso Roma, per rendere omaggio a Giovanni Paolo II appena scomparso dalla terra. Follia che precede il discorso razionale, la parola articolata. Follia di chi non smette di sognare quel che ha intuito di notte, e il suo mattino è un prolungamento del tempo notturno e del suo vedere speciale. Prima ancora di cercare un messaggio religioso, prima di riconoscersi nella Chiesa cattolica e nei suoi riti, tanti uomini e tantissimi giovani hanno amato il Papa per come egli ha dato spazio a questa follia, che è primordiale nell’umanità e nel nascere della sua sapienza, nella storia delle grandi religioni e in quella della filosofia. «Io vi ho cercato, e adesso voi siete venuti da me. Vi ringrazio»: queste parole, che il Papa agonizzante ha rivolto ai giovani riuniti sotto la sua finestra, hanno il soffio di arcaici riti. Dioniso e Orfeo organizzavano in tal modo le loro cerimonie di iniziazione. Nei misteri eleusini si veniva in tal modo chiamati. Roma, è stato detto, è tornata magicamente a essere, lo spazio d’una settimana, caput mundi, come sulle monete del Sacro Romano Impero e come scrivevano Livio, Tacito. Per una volta ancora, come nell’Europa medievale, il latino è tornato a esser lingua universale. Ma Roma è stata qualcosa di più, nei giorni scorsi, di una capitale politica e spirituale del pianeta. È stata ombelico del mondo, come nei primordiali misteri della Grecia precristiana. È stata omphalos, pietra conica di forma ombelicale da cui tutto inizia, nella follia oracolare di Delfi: il contatto fra la terra e le potenze del sottoterra, il senso istintivo della bellezza e dei suoi colori, la sete dell’assoluto e l’enigma che il divino chiede all’uomo di sciogliere nella parola intelligibile. Omphalos come centro del mondo è un concetto non solo greco. È condiviso dalle civiltà della Mesopotamia, della Cina, dell’India. Dioniso irrompe nell’Ellade da Oriente. Orfeo viene dalla Tracia. La mondializzazione delle cerimonie cui abbiamo assistito in questi giorni ha radici negli esordi della storia d’Europa e dell’umanità. Spesso assimilata alla mania delle baccanti, la follia che si impadronisce della Grecia presocratica è condizione insostituibile della sapienza, del vedere estetico, del naturale stupore conoscitivo che precede quello che gli uomini - così Pindaro nelle Olimpiche - «imparano poi come corvi turbolenti che balbettano». La mania induce la mente a trovare la parola razionale che spiega il vero dietro l’illusorio. La follia sapiente di Dioniso prepara l’occhio a guardare con lo sguardo onniveggente di Apollo, e non sorprende che gli occhi siano stati a tal punto importanti in Giovanni Paolo II (il presidente Ciampi ha parlato dei suoi «occhi luminosi e acuti che ti scavavano nel profondo», del «suo sguardo carico di affetto che ti abbracciava prima ancora che egli alzasse le braccia», ed è vero che uno sguardo così «si conserva nel cuore per sempre»). Accanto a un pensiero esigente - anzi proprio grazie a esso - il Papa aveva anche questo: una sorta di entusiasmo vitale, al tempo stesso estetico, musicale, filosofico, religioso, che si rigenerava a ogni abbraccio fisico con i fedeli, a ogni carezza data a un bambino. È l’entusiasmo quasi panico che permette all’uomo di liberarsi del più terribile dei fardelli: il fardello della realtà, dunque della Necessità. Anche questo ha significato il Papa, per i tanti giovani accorsi verso l’omphalos di San Pietro: una porta aperta su ciò che vive accanto alla necessità. Una libertà completa, dunque imprevedibile, di esistere così profondamente da sconfinare in una condizione che è fuori dall’esistenza e che si chiama estasi. Da questo punto di vista le masse che per giorni hanno invaso Roma son state estatiche, prima ancora che religiose o cattoliche. E non stupisce che nell’estasi si siano ritrovati cattolici e musulmani, ebrei e non credenti, come mai è avvenuto in passato. Il teologo Bruno Forte ha accennato con ragione al libro di Elias Canetti su «Massa e Potere» (Il Sole 24 Ore, 7 aprile), per rilevare quel che distingue le masse del Papa dalle masse del XX secolo. Giacché siamo di fronte a un fenomeno di folla, e più precisamente di massa aperta, ma diversa dal passato. La massa chiusa non si preoccupa tanto del numero e vuole innanzitutto durare, dunque organizzare, introdurre gerarchie. Per questo mette chiari confini all’affluire di fedeli e pellegrini, per questo erige architetture circoscritte, che prendono la forma di templi e chiese. La massa aperta rompe ogni argine, spontaneamente è una massa estatica, unita dalla pura follia dell’uguaglianza. Nelle forme peggiori imita gli animali predatori e in particolare i lupi, e s’aggruma in muta. La muta è animata da volontà di potenza, di predazione. Nel secolo scorso ha assunto aspetti secolarizzati ed è divenuta massa totalitaria, nazi-fascista o comunista. Una parola la simboleggiava, mettendo sullo stesso piano il potere della moneta e della massa. La parola era: «milione». Gli aizzatori delle folle l’avevano sempre sulla bocca: sempre garantivano, vendicativi, l’avvento di «milioni e milioni» di militanti. Le masse attratte dal sarcofago di Giovanni Paolo II non avevano quest’aspirazione ad accrescersi sempre più, nonostante la colossale eccitazione numerica di giornali e telecamere. Non avevano, soprattutto, volontà di far politica, come accadeva nelle masse oceaniche del ’900 o negli integralismi pseudo-religiosi dell’oggi. Non sembravano animate da volontà di potenza, ma sembravano piuttosto attratte dal modo in cui Giovanni Paolo II aveva vissuto e proposto la propria impotenza, il proprio spogliarsi, soffrire e morire. In ogni follia quando è esperienza sapienziale e non politica c’è un enigma oracolare da intuire, e l’enigma di Giovanni Paolo II è ancora da pensare. Ma il più vicino al vero riguarda la libertà, davanti a cui il Papa ha messo un numero così grande di uomini. Lo ha detto tante volte: «Sì, è difficile credere in un mondo così. Non è il caso di nasconderlo». È «difficile vivere la purezza», o esser «leali nelle amicizie", o «uscire dalle logiche del profitto, dell’interesse personale o di gruppo». Perfino la legalità è roba difficile. Ma «si può volere», ed è questo che rende l’uomo nobile, e la vita meritevole d’esser traversata. Questo «si può volere» è la libertà, che ciascuno ha in sé e può riconoscere al diverso da sé. La pace di cui il Papa è stato campione non è che una delle possibili manifestazioni del nostro esser liberi. Il futuro non è già tutto scritto, contrariamente alla minacciosa promessa delle dittature secolarizzate o religiose. «Non si sa più quello che si deve pensare», ci lamentiamo ogni tanto, quando proprio qui è la nobiltà del presente momento storico. Nessuno dice più quel che si deve pensare, per fortuna. Ma quel che si può liberamente pensare sì, è difficile ma «si può». Nostra è l’intera responsabilità del futuro. Di fronte alle masse - anche questo è detto da Canetti - la Chiesa ha nutrito sempre immensa diffidenza. Ha messo mille ostacoli, tra sé e le folle aperte. Le ha chiuse in istituzioni e norme, per poter durare nei millenni. Ha trasformato le masse e le mute in cristalli di massa, che sono piccole scintille della primigenia follia estatica, impersonate dalle stesse chiese o dai monaci. Ha inventato un cerimoniale lentissimo, per assorbire e addomesticare la massa ancestrale. In questo la Chiesa di Roma mantiene intatta la sua eccellenza. I funerali sul sagrato di San Pietro hanno dato ordine al caos, e hanno trasformato questo caos in musica, canto, bellezza, colori, ritmo, non diversamente da come avveniva nei misteri orfici e nella Chiesa del primo annuncio. Ma nei momenti di crisi e di angosce le masse spontanee e aperte irrompono di nuovo sulla scena. È accaduto quando Gesù pronunciò all’aperto il sermone della Montagna, scrive ancora Canetti, e «si contrappose al limitativo affaccendarsi cerimoniale del Tempio ufficiale». È accaduto nel cristianesimo paolino, con la sua ambizione a «evadere dai limiti nazionali e tribali dell’ebraismo e di diventare una fede universale per tutti gli uomini» (questo significa: cattolico). È avvenuto nel buddhismo, «che ha disprezzato l’organizzazione di casta nell’India» antica. È avvenuto, spesso, nel papato di Giovanni Paolo II. Ogni massa spontanea e aperta porta tuttavia dentro di sé i germi di fatali disgregazioni. È votata a svanire, e oggi più che mai perché nella mondiale venerazione di Giovanni Paolo II c’è un po’ di tutto: fede ortodossa e fede selvaggia, organizzazione e religiosità «fai da te». Le piazze di Roma si son annerite di entusiasti ma le chiese continuano a essere vuote in Occidente. I cristiani son sembrati per una settimana trionfanti ma sono poverissimi e debolissimi, oggi. I potenti della terra hanno sentito il dovere di mettersi a capo del pellegrinaggio verso l'ombelico del mondo ma con la follia della conoscenza hanno poco a vedere e non sono che pallidi rappresentanti del mondo della Necessità. Quanto alla Chiesa, essa è oggi davanti a un evento misterico che le toccherà decifrare, spiegare a se stessa. Anch’essa può volere ogni cosa. Può capire o non capire. Può aprire o chiudere e chiudersi. Ogni volta che l’umanità barcolla, e perde il suo centro, è l’omphalos che si rimette a cercare. È avvenuto nella Grecia antichissima, e poi nella Roma disperata e violenta del terzo secolo dopo Cristo, ai tempi delle persecuzioni. Lì fu specialmente grande la Chiesa cristiana. Seppe assorbire quel malessere immane, e s’unì al misticismo già presente nei pagani, impregnandosene. Assimilò quella follia, facendone il lievito della propria chiesa e dandole un ordine durevole. Non sarà cosa semplice far tesoro anche oggi dell’Evento, e trasformare l’omaggio a questo Papa in un omaggio al papato di Roma e alla Chiesa. Ma chi ha detto che la Chiesa e le nazioni e ciascun individuo debbano imboccare la strada facile? Di fronte a ciascuno c’è la via difficile della libertà. La via che porta alle autodistruzioni oppure alla civiltà, alla contaminazione della religione con la politica e alla religione purificata dalla politica, alle enormi decadenze o alle enormi rinascite e resurrezioni. Ed è proprio il difficile che tanti uomini in tutto il mondo hanno mostrato di amare sopra ogni altra idea e promessa, unendosi al Papa nel momento del suo trapassare. 10 aprile 2005 http://www.lastampa.it/
Monnalisa
Apr 10 2005, 14:17
I funerali del Papa: San Pietro o la Mecca? di Enrico Arosio http://www.repubblica.it/ Folle di pellegrini. Scene di disperazione. Candele. Rosari e santini. Un'adunata oceanica che evoca uomini forti e Stati totalitari. L'atto di accusa del filosofo Umberto Galimberti Gli italiani in questi giorni si dividono in due: pellegrini e telespettatori. E gli altri, i non omologati? Nel coro mediatico globale di lacrime e canti sulla morte di papa Wojtyla una voce che stride, libera e scomoda, giunge da uno dei maggiori filosofi italiani, Umberto Galimberti, che è anche psicologo di scuola junghiana. Professor Galimberti, una piccola eresia l'ho sentita oggi da una signora milanese, laureata, madre, professionista. Guardando in tv Roma invasa da folle cristiane oranti, ha detto: «Cominciano a farmi paura. Mi viene in mente la Mecca».«Sono stato anch'io telespettatore. Certo che a Roma oggi somigliamo un po' ai musulmani. Il problema è che la religione è la grande gestione dell'irrazionale. Nella religione c'è il conforto dell'emozione, la speranza, il desiderio di lenire il dolore. E questo papa ha dato una rappresentazione gigantesca del dolore. L'unica cosa davvero importante che gli riconosco è di aver rimesso in circolazione il dolore. Nell'età della Tecnica il dolore non è più un'esperienza umana, è qualcosa che è stato sospinto fuori di noi. L'uomo della modernità ha perso le categorie interpretative, addirittura le parole del dolore. Papa Wojtyla, mettendo in scena il dolore, ci ha riproposto un fatto di enorme significato». Assistendo a questo grande momento liturgico su scala mondiale qual è il disagio del laico? O forse è la solitudine del laico?«Io non mi considero laico. Non sono cristiano. Ho una mentalità greca. Il greco considera il dolore come facente parte della vita, e chiama gli uomini mortali. Mentre i cristiani fanno dipendere il dolore dalla colpa prima di renderlo strumento della redenzione. Da non cristiano non provo disagio dinanzi alle masse oranti. La religione è la più grande terapia della storia, e chi ha detto che lo psicoanalista è meglio del prete? Mi crea disagio la dimensione un po' fanatica». Una sorpresa, in un Paese che si credeva sempre più secolarizzato? «No. Questo io non l'ho mai creduto. Ho sempre saputo che l'Italia è essenzialmente il Vaticano, che la struttura di base, la psicologia dell'italiano è a sfondo religioso. Per questo siamo poco democratici, ci piacciono i fascismi, le figure che li incarnano. La nostra matrice antropologica è profondamente religiosa. Ma è una religiosità di tipo infantile, proiettiva, mitica. Ha bisogno del grande uomo, del grande personaggio per commuoversi. Vedo qualche analogia tra l'affollarsi in migliaia a un concerto all'aperto di Vasco Rossi e andare in piazza San Pietro coi papa-boys. La metafora è l'adunata di massa, ben nota al comunismo e al fascismo. Alla massa si dà uno stimolo e subito reagisce. È qualcosa di molto primitivo». Vuote le chiese, il papa ha saputo riempire le piazze. Questo, per molti, è un successo del suo pontificato.«No, questa è la dissacrazione. Il sacro vuole interiorità, e questo papa non ha espresso interiorità, ma esteriorizzazione: una Chiesa trionfante, populista, demagogica, televisiva. In qualche modo questo papa che ha combattuto i totalitarismi è rimasto anche affascinato da categorie totalitarie. Le adunate di massa le facevano Hitler, Mussolini e Stalin». A San Pietro sono spontanee.«Certo. La Chiesa ha la possibilità di lavorare sull'inconscio mentre la politica deve impiegare anche strumenti di coercizione. Freud racconta bene questa macchina. Il sentimento oceanico. La fusione totale col Padre. Un fenomeno irrazionale potentissimo. Non dimentichiamo che nei primi anni di viaggi di papa Wojtyla, nella adunate oceaniche ci scappavano i morti». L'Italia sembra un paese in sospeso: riprese a reti tv unificate, città chiuse al traffico, cinema chiusi, spazi pubblici requisiti. Una Repubblica a sovranità limitata?«Come definire un Paese in cui per anni in tutti i telegiornali ogni domenica dieci minuti erano dedicati al papa? Non accade altrove. La nostra sovranità noi dobbiamo ancora guadagnarcela». Sebastiano Vassalli osserva che i laici in Italia hanno subito fin troppo il fascino carismatico di Giovanni Paolo II. «Il carisma è bravura del papa. Ma il cedere alla dimensione carismatica è anche infantilismo delle masse. Lo concedo ai giovani, i papa-boys sono l'effetto evidente della dimensione carismatica. Ma il mondo laico non è di soli ragazzi, e in Italia sconta il fatto di essere stato a lungo anticlericale, perché con il papa in Roma non è maturata una laicità come libertà di pensiero, ma una laicità antitetica. Un laicismo molto modesto». Qual è il suo giudizio sintetico su questo papa scisso in due? Il grande politico della pace, della libertà, del dialogo interreligioso, e il reazionario sui temi di bioetica e sessualità?«Grande politico? Non mi pare. Lui ha perorato, non ha portato la pace». Gli concederà di aver contribuito a far crollare il comunismo in Polonia. Solidarnosc, padre Popieluszko...«Neppure questo. È infantile pensare che un sistema crolli per l'azione di un uomo. Il sistema sovietico è crollato per una semplice ragione: l'apparato tecnico dell'Unione Sovietica era decisamente inferiore a quello americano. È imploso per dinamiche proprie. Il papa ha favorito l'azione di Solidarnosc; ha approfittato del crollo del comunismo per far uscire la Polonia prima degli altri Stati satelliti. Punto». Lettura impopolare, di questi tempi.«Concedo al papa la condanna di certi aspetti del capitalismo, seppure in ritardo. Quando ha visto gli effetti devastanti del profitto come unico regolatore simbolico dei rapporti umani. Ma il vero peccato di Wojtyla è che non appena è salito al trono pontificio ha deciso di massacrare la teologia della liberazione in America Latina. Ha tagliato i vertici dei gesuiti, si è affratellato con le alte gerarchie di destra, se non addirittura fasciste. Non dimentichiamo, sul balcone di Santiago del Cile, Pinochet con Giovanni Paolo II. E al posto dei gesuiti si è appoggiato all'Opus Dei, un'operazione economico-finanziaria di destra vera, più che una scelta evangelica. Non solo. Ritengo Wojtyla responsabile, marginalmente, del massacro jugoslavo. Chi furono, dopo lo sfaldamento, i primi Stati a riconoscere le nazioni cattoliche Slovenia e Croazia? La Germania di Kohl e il Vaticano. Wojtyla ha canonizzato Stepinac, il cardinale di Zagabria che aveva benedetto le armi degli ustascia, i massacratori dei serbi». Cosa si aspetta dal prossimo papa?«Il depotenziamento del pontificato. Papa Wojtyla non è potuto andare in Russia, né con Gorbaciov né con Putin, ma non per i comunisti: per il veto della Chiesa ortodossa. E perché? Perché la distanza che la separa da Roma da mille anni è il primato del papa. Poi mi aspetto che riconosca l'uomo della modernità. Sulla morale sessuale, per esempio, questo papa tanto lacrimato non ha perforato alcuna coscienza. Ben pochi giovani rispettano i suoi divieti: ha fallito. Infine, per ciò che riguarda le scuse rivolte alla scienza, vorrei che il prossimo papa non chiedesse scusa su Galileo, ma sulla genetica». 10-04-2005 http://www.espressonline.it/
Monnalisa
Apr 11 2005, 00:04
Souvenir d'Italie Gli sfruttatori della "papolatria" hanno organizzato i loro commerci nelle vie laterali di San Pietro. Il souvenir più quotato - e anche il più costoso - è l'edizione speciale dell'Osservatore Romano uscita subito dopo la morte del papa. Ieri, al mercato nero, il prezzo di questo numero storico del quotidiano della Santa sede oscillava tra i 70 e i 100 euro. Il Vaticano ha così deciso di ristamparne centomila copie che costeranno il solito prezzo di 90 centesimi. I giovani della "generazione Giovanni Paolo II", che costituiscono la maggioranza della folla di fedeli, preferiscono souvenir più economici come la maglietta con la scritta "sempre vivo nel nostro cuore" (13 euro), la grande foto della salma (6 euro) o anche la visiera giallo Vaticano con su scritto Papa boys (3 euro). 8 apr 2005 http://www.italieni.it/Anche questo sotto, però, non è affatto male... che ne dite? http://conncomm.interaction-ivrea.it/
schmit
Apr 11 2005, 17:39
Non vedo perche' il Papa avrebbe dovuto negare l'essenza del Cristianesimo che dice:Ama il tuo nemico. Il cristiano non si meraviglia di vedere il Papa stringere la mano a Pinochet,si meravigliano coloro che non conoscono il Cristo.
Gatto del Cheshire
Apr 11 2005, 18:52
Eh no, Letizia, non è così semplice. La Chiesa cattolica è sempre molto attenta al significato di ogni gesto. Per questo le strette di mano a Pinochet e a Castro hanno molto sorpreso, perchè con l'interpretazione usuale potevano significare una legittimazione a due regimi opposti, ognuno con le sue colpe. Ma a guardar bene le differenze ci sono. Quello di Pinochet è stato un regime feroce, che ha torturato e ucciso migliaia di persone. Quello di Castro è solo un regime autoritario, pur con i suoi detenuti politici e le sue condanne a morte per spionaggio (proprio come farebbero molti altri paesi, USA compresi) e la Chiesa non è contraria ai regimi autoritari, anzi. E allora cosa accomuna Castro a Pinochet ? Se non l'umanità dei loro regimi, solo la libertà di religione. Se ne dovrebbe concludere che la Chiesa si limita a osteggiare i regimi che la combattono (Cina e URSS), non quelli che l'accettano, indipendentemente dalla loro umanità. Se questo è vero, allora non è più cristianesimo, ma cattolicesimo, e sono due cose diverse. E vogliamo parlare del dogmatismo cattolico che si oppone alla distribuzione dei profilattici in un'Africa che sta morendo di AIDS ?
Monnalisa
Apr 12 2005, 11:39
Punto di vista più che condivisibile il tuo, gatto... Senza contare che - per rispondere a Letizia - Woytjla non considerava affatto Pinochet un nemico (dei princìpi cristiani o della Chiesa), ma anzi si è sbilanciato più volte a suo favore, nonostante la fama sanguinaria del dittatore cileno. Lo dimostrano i numerosi interventi pubblici del pontefice a favore di Pinochet (vedi qui). La stretta di mano tra il papa e Fidel, dittatore "comunista" (ed è noto che il papa non amava affatto questa corrente politica) è invece limitata alla sua visita pastorale a Cuba nel 1997. E' facile trovare notizia di tutto ciò scorrendo le pagine precedenti di questo topic.
Monnalisa
Apr 12 2005, 11:57
Quanto alla volontà popolare di nominare santo Giovanni Paolo II, è lo stesso clero a frenare, dato che ciò incontra pareri discordi tra gli stessi cardinali. Passata l'onda di emozione (o isteria?) collettiva, la stessa Chiesa, ora, è assalita da dubbi sulla spontaneità delle manifestazioni popolari.Wojtyla santo, la petizione da Ratzinger La consegnerà al nuovo Papa. Alcuni cardinali avanzano dubbi sul grido della piazza: «Non tutto era spontaneo» Un murale dedicato al papaLuigi Accattoli La lettera dei cardinali che chiede al futuro Papa di «accelerare» per quanto possibile la beatificazione di Papa Wojtyla è nelle mani del decano Joseph Ratzinger: sarà lui a consegnarla a quello, tra loro, che verrà eletto. Della questione - nata dal grido popolare «santo, santo» durante la «messa esequiale» di venerdì - non si è parlato più ieri alla Congregazione generale dei cardinali: tutto è rimasto a sabato, quando si decise di «rimettere» la questione al futuro Papa e i più «caldi», nel desiderio di affrettare i tempi, proposero la sottoscrizione di una lettera a lui destinata. TANTE FIRME - Non sappiamo quanti l’abbiano firmata: la lettera era su un tavolo e «chi voleva» la firmava. Alla fine il camerlengo Eduardo Martínez Somalo l’ha consegnata al decano. Nessuno ha contato le firme. Le indiscrezioni dicono che le firme erano «tante», ma «non tutte». Chi non ha firmato non contesta l’idea della beatificazione di Giovanni Paolo II, ma dubita della competenza della Congregazione dei cardinali - che è un organo «provvisorio» - in questa materia e ritiene che non convenga fare «alcuna pressione» sul futuro Papa. INTERROGATIVI - Uno dei cardinali con cui abbiamo parlato ci ha detto: «Se il futuro Papa sarà uno dei firmatari, vorrà dire che dovrà tenere fede alla sua stessa firma? Se invece sarà uno che non ha firmato, dovremmo aspettarci una resistenza di principio?». I cardinali sono del parere che sul «fuoco» dell’attesa di una beatificazione per ottobre vada gettata «molta acqua». Uno che se ne intende, per l’incarico che ha ricoperto, afferma che non è «affatto verosimile» che il nuovo Papa, pur potendo farlo, decida di «beatificare Giovanni Paolo II di propria autorità e in tempi rapidissimi, dispensando dallo svolgimento di un regolare processo». L’arcivescovo Nowak, segretario della Congregazione delle cause dei santi, in un’intervista al Corriere della Sera di ieri aveva ipotizzato anche una possibile data per la proclamazione: il prossimo ottobre, in occasione della riunione a Roma del Sinodo dei vescovi. PROCESSO - Il nostro interlocutore - che vuole mantenere l’anonimato: i cardinali si sono impegnati a non rilasciare interviste - riconosce che il nuovo Papa potrà certo affrettare i tempi, come ha già fatto per Madre Teresa, e sollecitare una «corsia preferenziale» per la trattazione della causa, «ma il processo previsto dalla legge non è verosimile che venga saltato». Tra i cardinali si fa strada l’idea che il grido della piazza non fosse «del tutto spontaneo». Gli striscioni con la scritta «santo subito» erano stati già visti in più punti dell’interminabile fila fatta per tre giorni dalla gran folla di quanti volevano «rendere omaggio» al corpo del Papa. Il giorno delle esequie, poi, quegli striscioni erano in più piazze di Roma: «Dunque non tutto era spontaneo». POLONIA CAUTA - Pare che l’«organizzazione» degli striscioni e del grido - se c’è stata - non sia venuta dai polacchi. Dichiarazioni realistiche sono venute ieri da Varsavia. Il primate Glemp ha detto che il Papa polacco «è già santo» e il processo per la beatificazione «prima o poi» si farà. L’arcivescovo Jozef Michalik, presidente della conferenza episcopale, considera «poco probabile» che il processo possa «iniziare» il prossimo ottobre. 12 aprile 2005 http://www.corriere.it/
Matteo
Apr 14 2005, 15:01
Sensazioni intorno a un papa morto.
Sensazione. Tre finestre illuminate. Sotto la gente. Il rintocco delle campane. E' morto, ci han detto, un personaggio storico. E' morto l'uomo di Dio. E' morto un uomo. E spero che a Dio, l'uomo di Dio, ci sia arrivato. Vorrebbe dire che Dio, un Dio, esiste.
Sensazione. Mi sto chiedendo perchè non soffro. Mi interrogo su cosa credo. Dio? Il papa? L'infinito? il vuoto? Credere o sperare? Non piango, ma mi dispiace. Commossamente. Eppure non abbasso la voce. Rispetto. Rispetto gonfio, pieno. Per un secondo avrei potuto emozionarmi. Avrei voluto emozionarmi. Ma non l'ho fatto. perchè intorno ho una società che spende la sua esistenza per esibire lo stato d'animo al momento giusto. Nè troppo prima. Nè eccessivamente dopo. Preferisco essere riservato. Ho imparato ad essere riservato. Amare il silenzio. Trovare stupendo il non dire. Che bello non dire e intanto guardare. Pensando di avere voglia di gridare. Sentendo comunque un'emozione. Provando una sensazione che nemmeno parole come "amore" o "bene" sarebbero in grado di spiegare.
Sensazione. Tristezza. "Vediamo come è stata accolta la notizia? "Perchè ridurre tutto a una notizia? Una notizia. Che schifo dire. "una notizia". Chiudere tutto. Ermeticamente. Al freddo e lento rintocco di sette lettere. Di una foto di un vecchio. Del cordoglio dei potenti.
Sensazione. Che bello essere e sentirsi senza catene. Che gioia non essere in grado di pronunciare verità universali. Che bello non prostituire la mia intima essenza. Da imperfetto godo nel sentirmi perfetto. E intanto tendo a qualcosa. Stendendo le braccia e sforzando l'intelletto in uno sforzo vano di inconoscibile incoerenza. Capiremo nel momento più lontano dalla vita cosa sia in realtà la vita. E sarà bellissimo. Più che accarezzare i capelli della ragazza che ami. Più che ascoltare un cuore che batte. Più che capire le parole nascoste dietro uno sguardo.
Rambaldo
Apr 14 2005, 16:32
Alcune domande:
che valore religioso ha la santificazione se è decisa dagli uomini? dopo la morte (e in teoria anche in vita) non si dovrebbe esser tutti uguali? un anima santa ha più poteri di una che è in paradiso ma che non è santa? gli apostoli erano pescatori di anime, ma esisteva una gerarchia tra di loro? e una gerarchia tra predicatori e seguaci? non si è cominciato a parlare di beati, santi dopo la morte di Cristo? da chi o da dove è venuta quindi questa impostazione?
mi pare siano abbastanza.
Gatto del Cheshire
Apr 15 2005, 08:55
I santi sono la risposta data alla Chiesa alle tradizioni religiose politeistiche greco-romane. Nel mondo greco-romano c'era un arcipelago di dei maggiori e minori, semidei e altri personaggi mitici che soddisfacevano ogni esigenza religiosa. Si facevano sacrifici al dio specifico per ogni esigenza. Questo sistema religioso era duro a morire, perchè non risultava facile convingere il popolino (soprattutto) a rivolgersi direttamente a Dio, entità astratta e superiore, quando erano abituati a trattare più familiarmente con qualche dio minore, che sembrava più accessibile. Così la Chiesa si inventò i santi. E ancora oggi nel Sud nessuno si rivolge a Dio o a Gesù, ma sempre a qualche santo con particolare specializzazione per il nostro problema.
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