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Forum di politica, cultura, società: 2005

Roderigo
Radicali e Riformisti Botta e risposta sul ruolo di Rifondazione

Un dubbio: si può governare con questi?


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FRANCO BERARDI BIFO

Caro Piero, sono diversi giorni che penso a scriverti quello che puoi leggere qui sotto. Fino a questo momento mi sono detto: aspetta. Ora non posso aspettare più. La situazione sta davvero precipitando, nel sentimento di molti che cominciano a chiedersi: ma perché debbo votare per un governo che mi manganellerà più duramente di quanto abbia fatto il governo Berlusconi. So che si tratta di un tema spinoso, ma in qualche modo occorre aprirlo. Non so se con un articolo o in che modo. Vedi tu. Io ci provo così. Fammi sapere ciao, Franco

* * *

Pur non essendo iscritto al partito della Rifondazione comunista seguo con interesse la discussione interna e ho condiviso nella loro generalità le posizioni espresse da Bertinotti all’ultimo congresso e nella fase successiva. Ho condiviso e condivido l’idea che di fronte alla devastazione sociale e istituzionale prodotta dal governo di centro-destra la priorità sia sconfiggere la coalizione guidata da Berlusconi.

Ma questo non può portarci alla subalternità nei confronti delle politiche liberiste che costituiscono l’orientamento del tutto prevalente nella coalizione di centrosinistra, nonostante le coraggiose posizioni espresse a più riprese da Romano Prodi.

So bene che il problema si è posto fin dal primo momento all’attenzione del vostro partito e che vi è da parte vostra un’attenzione vigile alla necessità di mantenere un’autonomia di giudizio e di azione sulla questione dirimente delle politiche sociali e della democrazia.

Purtroppo le cose che stanno accadendo ad esempio in Val di Susa dimostrano che si va costituendo una alleanza organica tra contenuti liberisti ed ipersviluppisti e forme autoritarie.

E’ dunque necessario, prima che sia troppo tardi, un supplemento di riflessione e di iniziativa. Occorre evitare che prenda corpo una svolta di tipo autoritario e liberista e che il centrosinistra ne divenga lo strumento. Già, ma come? chiederete voi.

Io vi scrivo da Bologna. Come sapete questa città si trova da mesi nell’occhio del ciclone: le azioni del sindaco Cofferati configurano una politica autoritaria applicata in maniera sistematica.

Non ripeterò qui la lunga litania delle sopraffazioni, ma mi limiterò alle notizie di questa mattina.

Il sindaco ha ricevuto le Rsu del’Istituto Aldini, la scuola comunale minacciata di smantellamento. I rappresentanti dei lavoratori hanno fatto presente che la decisione di chiudere tre sezioni dell’istituto professionale è stata presa ancor prima che il consiglio comunale esaminasse il bilancio e prendesse qualsivoglia decisione al proposito, e che il consiglio d’istituto è stato avvisato a cose fatte, posto di fronte ad un fatto compiuto. Si è dunque trattato di un’iniziativa unilaterale, massimamente autoritaria, oltre che di un’atto distruttivo del tessuto sociale cittadino e della scuola pubblica. A queste contestazioni il Sindaco ha reagito con assoluta indifferenza: ha detto che la decisione è già stata presa, che le difficoltà economiche impediscono di ripensarci. Punto.

Ma le notizie non finiscono qui. Contemporaneamente in città si è diffusa la notizia che una manifestazione programmata per sabato, convocata dai centri sociali contro la legge proibizionista è vietata perché sabato sabato è la giornata conclusiva del Motor Show, e in una città che santifica il sabato alle automobili e allo shopping non si può ammettere che gruppi di cittadini si incontrino per qualche altra ragione).

Fino a questo momento il vostro partito ha mantenuto sul caso Bologna un profilo basso. Evitare di esasperare i toni è stata la scelta saggiamente perseguita. Ma a questo punto io suggerisco di riesaminare la questione.

Si è comprensibilmente considerato il caso Bologna come un pericolo sulla strada dell’unità contro la destra. Ma ora è il momento di rovesciare l’ottica. Il caso Bologna non è un pericolo, bensì un’occasione.

E’ l’occasione per mettere in chiaro alcune cose che non possono rimanere sullo sfondo: prima di tutto la democrazia nelle decisioni che riguardano la vita della comunità.

Quel che succede in Val di Susa non deve ripetersi mai più, quando il centrosinistra sarà al governo. La chiusura della scuola pubblica non può essere la politica che definisce lo stile del centrosinistra. L’imposizione autoritaria di decisioni non può essere il metodo del centrosinistra.

Punti come questi sono irrinunciabili se non vogliamo che l’adesione di Rifondazione al governo di centrosinistra diventi una rinuncia definitiva ad ogni carattere di autonomia.

Di Bologna si può fare il banco di prova di un confronto sul metodo democratico e anche, in qualche misura, sulle scelte di contenuto.

Se in questa città passa la linea autoritaria di Cofferati non solo Rifondazione si troverà con le mani legate quando un governo di centrosinistra vincerà le elezioni, ma, peggio ancora, rischiamo di fallire il risultato elettorale positivo che molti danno ormai per acquisito.

Non credo che molti razzisti voteranno per Prodi solo perché a Bologna c’è un sindaco come Cofferati. Mentre è assai probabile che molti potenziali elettori di Rifondazione dicano a un certo punto: chi ha tollerato l’arroganza di Cofferati non merita il mio voto.


Liberazione 9 dicembre 2005
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Roderigo
Radicali e Riformisti/2

Il governo non è un luogo: è un mezzo

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di PIERO SANSONETTI

Caro Franco, la questione che tu poni non mi sembra spinosa. Qualcosa di più: oggi è la questione delle questioni. Provo a tradurla e a riassumerla in una (lunga) domanda: come può una forza politica che si oppone al potere regolatore del mercato, che vuole rovesciare il liberismo - le opere e il pensiero del liberismo - che aspira a una forte redistribuzione delle ricchezze a favore dei più poveri, che chiede meno profitti e più diritti, che non crede nel mito dello “sviluppismo” e del “Pil imperatore” (imperatore del nostro lavoro e delle nostre menti) - cioè una forza politica che radica la sua identità nell’essere sempre stata alla larga dal “pensiero unico” - come può, dunque, una forza con queste caratteristiche, e queste idee, fare maggioranza - e governo - assieme a partiti, gruppi, classi e ceti sociali, che non hanno mai rinunciato al pensiero unico, che costruiscono i propri progetti attorno all’idea della “competitività” e del “liberismo sostenibile”?

Vedi, Franco, credo che se la domanda fosse questa - secca, senza ”allegati“ - la risposta sarebbe semplice: non può.

Però la politica - come sappiamo - è sempre una cosa molto complessa, le domande non sono mai secche, i progetti e le idee non sono segni chiari e dritti sulla carta. Allora io provo a rovesciare la domanda che ho appena fatto. E a chiedere: come può una forza politica che ha in mente l’urgenza di fermare la dittatura del mercato, e di rilanciare lo sviluppo democratico - arrestato, anzi rovesciato dalla globalizzazione, dalle sue necessità economiche e militari - come può non porsi il problema di partecipare al governo?

Esiste la possibilità di una politica seria, radicale, di trasformazione della società - del potere, dell’economia, delle relazioni sociali - che possa esprimersi rinunciando alla leva del governo?

Io vorrei provare a tenere insieme le due domande e le due risposte, anche se sono in contrasto tra loro. Credo che se riusciamo a interpretare bene questo contrasto, e a farlo diventare la nostra forza - non la nostra “spina” - troviamo la via giusta per esercitare il ruolo di sinistra di alternativa in un governo di coalizione che comprende ampi settori centristi e di sinistra moderata.

In che modo si tengono insieme? Penso che gli imperativi categorici siano due. Il primo è avere ben chiaro che il governo non è un “luogo” dove si va ma un “arnese” che si usa. Non si “va” al governo: si “usa” il governo. E può essere uno strumento straordinario, perché dà la possibilità di impedire il trionfo del liberismo e di avviare riforme concrete, che offrano una risposta alle battaglie aperte in questi cinque anni dal movimento, e che finora hanno portato a pochi risultati concreti. (La differenza tra questo movimento no-global e, ad esempio, il sessantotto, è tutta qui: nella difficoltà ad ottenere risultati, a imporre cambiamenti allo Stato e alla società).

Il secondo imperativo categorico è - lo definisco con uno slogan - “la lotta”. La sinistra, voglio dire, sta nel governo e adersice a una colazione, in piena lealtà e sulla base di programmi concordati, ma anche - e soprattutto - con questa particolarità: è l’interprete e il garante del conflitto e dello sviluppo della democrazia. Cioè, attraverso il conflitto, si pone l’obiettivo di smontare il decisionismo, il cofferatismo, l’idea che un programma è qualcosa di immobile e statico, che riguarda i poteri e l’establishment e che si attua lontano dalla gente, dalle popolazioni, dalle discussioni, dalle battaglie sociali e di massa.

Se la sinistra, nella coalizione, saprà garantire il conflitto - cioè, diciamolo chiaramente: garantire la democrazia, impedire che sia messa in mora - riuscirà a svolgere un compito molto più grande della sua semplice forza elettorale.

Tu mi racconti di Bologna, dove la svolta cofferatiana ci pone problemi enormi e credo che richieda - hai ragione - una accelerazione politica della sinistra. Però parliamo anche della val di Susa, dove il governo e una parte consistente del centrosinistra avrebbe voluto con un atto autoritario imporre una scelta sciagurata ma “lucrosa”, chiesta a gran voce dai poteri forti. In val di Susa la sinistra è riuscita a dare sponda a una grandiosa lotta di massa, che dopo settimane di silenzio ha rotto il muro dell’isolamento, e ha profilato l’idea di una vittoria possibile. Nel centrosinistra si sono aperte delle crepe, avanzano dubbi, dissensi. Se riusciremo a impedire questa pazzìa, pericolosissima e massimamente dispendiosa, del tunnel sotto il monte, non sarà un risultato da poco, tipare?

Riprendiamo da qui la nostra discussione. Cancelliamo le prime due domande che ho fatto e accenniamone una terza: è possibile far parte di un’alleanza di governo senza rinunciare alle proprie idee e alle proprie lotte? Cioè, è possibile avere una idea del potere - e sperimentarla - del tutto nuova e lontanissima da quello schema novecentesco, un po’ putchista e decisionista, che, in gran parte, ancora appartiene alla destra e alla sinistra moderata? La sifda è tutta qui. Mi pare una gran sfida.


Liberazione 9 dicembre 2005
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