ISRAELE-PALESTINA
Dadaismo sul monte Carmelo

www.netpar.com.br
Dadaismo sul monte Carmelo

www.netpar.com.br
Vicino ad Haifa c'è un villaggio doppio: quello arabo antico, Ein Hud, ora si chiama Ein Hod ed è abitato da una comunità di artisti ebrei; quello arabo nuovo non compare sulle carte. Nel 1953 il dadaista rumeno di origine ebraica Marcel Janko si convinse che quel villaggio arabo rimasto vuoto (gli abitanti erano accampati a breve distanza) non meritava di diventare un cumulo di macerie. Bisognava ristrutturarlo e adattarlo ad una sua idea «geniale»: ridare vita, in Israele, al movimento Dada che egli aveva contribuito a partorire nel Cabaret Voltaire di Zurigo
MICHELE GIORGIO
«Se dieci anni fa non accettò la nostra richiesta di riconoscimento un uomo di pace comeYitzhak Rabin, non vedo come potrebbe farlo ora il leader della destra Ariel Sharon». Non ha peli sulla lingua Mohammad Abu Heja, portavoce della piccola comunità palestinese di Ein Hud Al-Jadidah [Ein Hud Nuovo], a sud di Haifa, provando a descrivere lo stato d'animo degli abitanti di un villaggio arabo che esiste dagli anni cinquanta ma che non è mai apparso nella cartina geografica di Israele. «Ogni anno, quando si avvicina la data della Nakba («catastrofe», è la parola che i palestinesi usano in riferimento alla proclamazione dello Stato di Israele a metà maggio del 1948 e al dramma di centinaia di migliaia di profughi , ndr) la memoria dei più anziani corre a quel periodo, quando perdemmo tutto: la casa, la terra, i legami con amici e familiari», aggiunge Abu Heja mentre osserva le alture del Carmelo e la baia di Haifa.
Ein Hud Nuovo è un villaggio reale e, allo stesso tempo, fantasma. Proprio come altre decine di piccoli centri abitati palestinesi disseminati nello Stato ebraico, in Galilea come nel deserto del Negev, che da decenni attendono invano il riconoscimento ufficiale e di non essere più «invisibili». «Ein Hud Al-Jadidah porta il nome del nostro paese d'origine al quale rimarremo legati per sempre», spiega il portavoce.
Una sorte diversa
L'antico Ein Hud non ha subito la sorte degli oltre 400 villaggi palestinesi distrutti prima e dopo la creazione di Israele, nel 1948. Esiste ancora, ma dal 1953 porta il nome di Kefar ha-Omanim Ein Hod, in ebraico: Ein Hod, il villaggio degli artisti. Vi abita una comunità di intellettuali, pittori, scultori ebrei israeliani che occupò le abitazioni lasciate dai palestinesi, cui l'esercito non consentì mai di tornare nonostante fossero rimasti in Palestina. I veri proprietari e i loro figli ora vivono a breve distanza, a Ein Hud Al-Jadidah che lo stato rifiuta di riconoscere. Per sopravvivere si sono organizzati con generatori d'energia e pozzi d'acqua. «Non abbiamo mai abbandonato la speranza di ottenere quel che chiediamo da anni: una vita dignitosa e i servizi che vengono garantiti a tutti gli altri centri abitati», dice Abu Heja.
Intanto, la gente continua a resistere e ad aspettare tempi migliori. Tra il 1992 e il 1996, durante i governi di Yitzhak Rabin e di Shimon Peres, il riconoscimento del villaggio sembrava cosa fatta. Oltre al tanto desiderato allaccio alle reti dell'elettricità e dell'acqua, si discusse anche della costruzione di una scuola e di una strada asfaltata al posto del sentiero di collina che ancora oggi gli abitanti sono costretti a percorrere a piedi o bordo di jeep. La vittoria del leader della destra Benyamin Netanyahu nelle elezioni politiche del maggio del 1996 bloccò tutto. L'allora ministro per le infrastrutture nazionali e oggi primo ministro Ariel Sharon non tardò a manifestare la sua opposizione al riconoscimento di un villaggio che, con la sua sola esistenza, simboleggia la determinazione palestinese. La storia di Ein Hud non è legata solo all'espulsione e alla fuga di oltre 700mila palestinesi dalla loro terra nel 1948, ma corre più indietro nei secoli, fino alle crociate. La fondazione del villaggio è avvolta nel mito. Gli abitanti attribuiscono la sua origine a Husam al-Din Abu al-Haja, uno dei generali di Salah Ed-din al-Ayyubi, il Saladino. Al pari del grande condottiero islamico che mise fine ai regni crociati in Palestina, Husam viene ricordato come un valoroso combattente che cadde nella battaglia di Hittin del 1187. Prima di quell'ultimo combattimento, il Saladino ne ricompensò il coraggio assegnandogli molti ettari di terra a sud di Haifa. Qui il generale musulmano fondò Ein Hud, dove avrebbe dimorato la sua discendenza. La storia più recente è meno prestigiosa, fatta di dolore, della resistenza di 800 persone a un potere che nega loro diritti fondamentali. Nel 1953 il dadaista rumeno di origine ebraica Marcel Janko, immigrato qualche anno prima in Israele, si convinse che quel villaggio arabo rimasto vuoto (gli abitanti originari erano accampati a breve distanza) non meritava di diventare un cumulo di macerie come tanti altri. Bisognava ristrutturarlo e adattarlo ad una sua idea «geniale»: ridare vita, in Israele, al movimento Dada che egli aveva contribuito a partorire nel Cabaret Voltaire di Zurigo. Nel biennio 1951-52, l'esercito aveva usato il villaggio per addestrare i reparti speciali allo scontro casa per casa. Intendeva ridurlo in macerie perché gli abitanti originari erano «pericolosamente» rimasti in quella zona.
Ma Ein Hud a Janko serviva e sarebbe rimasto in piedi. La vita dell'artista era tutta concentrata su Dada. Nel 1941 si era trasferito con la famiglia nella Palestina del Mandato britannico per sfuggire alle persecuzioni naziste. E, dopo il 1948, maturò la convinzione di dover ricreare il dadaismo in Israele. La cosa divenne un'ossessione che i vecchi compagni del Cabaret Voltaire, come Tristan Tzara, non comprendevano. Giudicavano nettamente migliori le possibilità di dar continuità e sviluppo al movimento negli Stati uniti o in altri paesi occidentali. Janko vide invece in Ein Hud la Zurigo della sua giovinezza, il rifugio di emigrati politici, obiettori di coscienza, artisti, intellettuali. Spesso raccontava ad amici e ammiratori che al numero 12 della Spielgasse, la strada dove era situato il Cabaret Voltaire, viveva l'esule Lenin con la moglie. «Lo incontravamo per strada ma non sapevamo chi fosse», aggiungeva sbarrando gli occhi. Infine, Janko, nel 1953, riuscì a persuadere il governo israeliano a fare di Ein Hud un villaggio per artisti di spirito dadaista. L'uomo che aveva preso parte alla nascita di uno dei movimenti più innovativi del secolo scorso, che in Germania si era unito alla Lega di Spartaco, non venne mai sfiorato dall'idea che le case appartenevano ai palestinesi che, rimasti in quella zona, sognavano di farvi ritorno.
Janko rispondeva alzando le spalle a coloro che gli riferivano che spesso i palestinesi venivano di notte a guardare da vicino le loro case. L'esaltazione della genialità e della libertà d'espressione artistica giustificavano l'arbitrio e la legge del più forte. Un giorno decise di lanciare un appello radiofonico per esortare l'allora piccola comunità di artisti israeliani a unirsi al suo progetto di «art studio». Riscosse un grande successo e, in pochi mesi, si impegnò al massimo per adattare il villaggio alle sue idee. Prima di tutto ne trasformò il nome: da Ein Hud (in arabo, «la fonte della piscina naturale») in Ein Hod (in ebraico «la fonte della gloria»). La moschea diventò un ristorante-bar che doveva rappresentare per i nuovi abitanti ciò che il Cabaret Voltaire aveva significato per Zurigo. Negli anni successivi ad Ein Hod si tennero incontri, laboratori d'arte, dibattiti di filosofia ma anche feste e ricevimenti. Nel frattempo a un paio di chilometri di distanza, gli abitanti originari del villaggio si adattavano a vivere in rifugi di fortuna privi di ogni servizio. Muin Zaidan è un artista palestinese nato 46 anni fa a Ein Hud. Vive a Tamra, ad est di Haifa, dove risiedono altri componenti del clan degli Abu Heja. Pittore di talento, torna regolarmente in visita al villaggio originario. Nessuno degli artisti israeliani che vivono a Ein Hod gli ha mai offerto di unirsi a loro. «In genere mi fermo sulla collina a guardare dall'alto le case, poi mi spingo fin dentro il vecchio villaggio per dare un'occhiata all'abitazione dei miei genitori». Come lui anche altri abitanti, ormai anziani, di Ein Hud e i loro figli e nipoti vanno in visita a Ein Hod. Si muovono silenziosi nelle stradine alberate, cercano di non farsi notare. I residenti fanno finta di non vederli, li tollerano.
Guardare al futuro
«Dobbiamo preservare la memoria ma anche guardare al futuro, migliorare la nostra condizione. Abbiamo bisogno di tante cose, e dobbiamo continuare a lottare per ottenerle», afferma Mohammed Abu Heja. L'antico Ein Hud è ormai consegnato alla storia quindi, aggiunge, «bisogna fare dell'Ein Hud Nuovo il simbolo concreto di una battaglia per il riconoscimento di tutti i centri abitati arabi che vengono ignorati dallo stato». Il portavoce ha fondato negli anni passati il Comitato dei Quaranta, un'associazione che si batte per i diritti negati per gli oltre 40 villaggi palestinesi e beduini che non appaiono sulle mappe di Israele. «Vogliamo il riconoscimento, siamo cittadini israeliani anche noi - dice - non possiamo aspettare oltre».
Per gli abitanti di Ein Hud Nuovo andare e tornare dal lavoro è un'impresa ardua. L'unica via di accesso è un sentiero ripido che può essere percorso soltanto con jeep e automobili di grossa cilindrata. «Abbiamo pronto il progetto per una strada asfaltata lunga tre chilometri, ma le autorità non l'hanno preso in considerazione. Per loro non esistiamo, siamo fantasmi. Se non ci fossimo organizzati costruendo una scuola, i nostri figli non avrebbero potuto studiare». Insegnanti palestinesi volontari ogni giorno arrivano al villaggio a bordo di automezzi messi a disposizione dagli abitanti di Ein Hud.
«La cosa più assurda è che mentre ci viene negato il diritto ad avere una scuola pubblica governativa, il ministero dell'istruzione riconosce le classi elementari che abbiamo organizzato noi, autonomamente». Abitare nel nuovo Ein Hud significa anche vivere con la paura di ammalarsi. Un incidente, anche banale, può trasformarsi in una tragedia in una località dove non c'è alcun servizio sanitario. «Questa è la nostra vita - conclude Abu Heja - in passato è stata persino più dura. Sappiamo che sarà così ancora a lungo, ma Ein Hud alla fine rivivrà».
il manifesto 1 maggio 2005
http://www.ilmanifesto.it