ciò a cui si assiste in questi giorni nella banlieu parigina è solo un piccolo assaggio di quel che ci attende nel prossimo futuro... l'imperversare di accuse di razzismo e xenofobia da parte dei soliti noti pervicacemente aggrappati a utopistiche visioni di integrazione ed accoglienza sta ricevendo il buon servito sono anni che se ne discute inutilmente mentre legioni di morti di fame invadono le nostre contrade, l'andazzo prelude ad un'inevitabile guerra civile
E' la vecchia storia dell'apprendista stregone che non riesce a controllare la miscellanea che ha preparato......
Ladsedj
Nov 5 2005, 21:51
...e rimandiamo tutti a casa.
Poi ci mandate i vostri baldi giovinastri che non riescono manco a ritrovare la strada di casa al sabato sera a lavorare. A fare tutti quei lavori che gli italiani non vogliono più fare.
Bossi dice: in Italia solo per lavorare. Io sono ancora più leghista di lui... in Italia per niente proprio, poi vediamo chi ci perde di più, noi o loro.
La violenza è generata da condizioni di "ingiustizia sociale" ed è funzionale alla "maturazione" di una società.
antonio57
Nov 6 2005, 03:58
Io ho un'idea alternativa alla tua (non molto originale in quanto qualcuno l'ha già purtroppo realizzata) facciamo un bel MURO alto alto con qualche città ghetto ... Si poi dovremo stare attenti a prendere gli autobus o il Metro (sai per via dei kamikaze) però cosi' non rischiamo che qualcuno ci incendi l'auto!!!
Scusate, come al solito sono distratto...
Dove eravamo rimasti?
Ah sì!
Parigi brucia, Latinamerica brucia, Iraq brucia....
Lo monno intero arde!
Speriamo almeno che gli Idioti riscoprano ....l'acqua calda!
Io intanto vado a ripassare una poesia.
QUOTE(antonio57 @ Nov 6 2005, 02:58) Io ho un'idea alternativa alla tua (non molto originale in quanto qualcuno l'ha già purtroppo realizzata) facciamo un bel MURO alto alto con qualche città ghetto ... Si poi dovremo stare attenti a prendere gli autobus o il Metro (sai per via dei kamikaze) però cosi' non rischiamo che qualcuno ci incendi l'auto!!!
Antonio, se ovviamente sottoscrivo il senso polemico della tua affermazione, devo dire che per me l'intervento di Ladsedj aveva un intento diverso da quello inteso. Comunque, detto questo, "la vecchia storia dell'apprendista stregone che non riesce a controllare la miscellanea che ha preparato..." che cita Aldo, (e che condivido, ma probabilmente in un senso diverso dal suo) proprio a qualche "vecchia storia" mi rimanda. “…Il decremento della natalità, il processo d’esaurimento della nostra energia hanno portato all’invasione del nostro territorio e del nostro sangue da parte di elementi stranieri che lottano per sottometterci. Il trionfo del loro modo di vivere coinciderebbe con la completa rovina della nostra civiltà…”. A scrivere era “Le Figaro”, l’anno era il 1893, l’oggetto dei suoi strali erano i cosiddetti “Francaises de Coni” (Francesi di Cuneo, nomignolo sprezzante affibbiato ai lavoratori italiani stagionali provenienti per lo più da Piemonte, Liguria, e Lombardia, che si affannavano nelle saline di Aigues Mortes, nel sud della Francia). Il presidente della Ligue (anche qui…) des Patriotes, lo scrittore francese Maurice Barrès, si stava impegnando (con pessimi risultati, peraltro) alla “tutela del lavoro nazionale” senza riuscire a convincere nessuno degli imprenditori locali del vantaggio di rinunciare a precari che costavano il 30 o il 40% in meno del lavoratore francese (strano, eh?). Risultato: dopo che un comitato locale aveva chiamato alla mobilitazione contro “gli affamati”, altro grazioso aggettivo che qualificava i nostri connazionali, presente anche nel post d’apertura di questo thread, nell’agosto venne compiuto un allucinante linciaggio ai danni della comunità italiana. Nove i morti secondo le cifre ufficiali del governo francese, tra i venti e i trenta secondo la stampa italiana ma la precisione del censimento non è mai stata prerogativa dei poveracci, a nessuna latitudine, e quindi dati sicuri non se n’ebbero mai. Nei giorni scorsi avevo citato un episodio analogo a New Orleans, solo tre anni prima di Aigues Mortes e ancora nel secondo novecento ne abbiamo dovuto patire di tutti i colori ai quattro angoli del pianeta. Quello che succedeva in Svizzera, Belgio e Germania è storia di trent’anni fa, ma psicologie individuali e di massa fanno di tutto per rimuoverlo proprio dando addosso a quelli che noi eravamo fino a ieri. La storia si ripete sempre: lungi da me l’idea della deregulation assoluta di un fenomeno importante come quello dell’immigrazione, ma credo che proprio le scienze sociali e la Storia siano i grandi assenti nella querelle politica che l’accompagna. A favore di egoismi sociali e interessi di bassa lega, luoghi comuni, ignoranze, pregiudizi. In questo i grugniti della Lega di Bossi e dei qualunquisti di vario tipo e genere assomigliano a quello dei razzisti americani, francesi, australiani, argentini che usavano gli stessi toni e le stesse espressioni contro immigrati (veneti, piemontesi, friulani, lombardi, liguri come me, e non solo meridionali), premessa alle persecuzioni e ai massacri che abbiamo vissuto dalle Americhe all’Australia, passando per l’Europa. Non rispettare le periferie occidentali significa semplicemente non rispettare ciò che siamo stati (e che potremmo tornare ad essere). E consegnare a qualche imbecille le chiavi della santabarbara.
Ladsedj
Nov 6 2005, 15:13
QUOTE(Daruma @ Nov 6 2005, 09:55) Parigi brucia, Latinamerica brucia, Iraq brucia....
Lo monno intero arde!
...come diceva un vecchio adagio: "In caso d'incendio...lasciar bruciare!".
vi sono un paio di considerazioni ad uso interno che è inevitabile fare... da un lato le recenti prese di posizione di un tal cofferati paiono, al di là di un demagogico benpensantismo, dimostrare una certa visione più pragmatica delle questioni sorte dall'altro le parole di un certo prodi, sedicente leader di non so cosa, prefigurano scenari, in amministrazioni ovviamente guidate dalla sinistra, del tutto ineludibili
Ragazzi/e, che ne direste se prima di gettarci a capofitto nei soliti sterili dibattiti/polemiche/risse del tipo: "E' colpa della destra, no della sinistra, no dei francesi, no dei maghrebini, anzi no, degli ebrei, ma come? degli americani, anzi dei comunisti, fascisti, nazisti, circoncisi, ariani, sfaccendati, etc etc (vado avanti? Noo, tanto lo sanno tutti che la VERA colpa è dei giapponesi, soprattutto degli ZENGAKUREN!)" , ci rivedessimo questo bel profetico filmetto di 10 anni 10 fa? Parlo ovviamente di "La Haine" di Mathieu Kassovitz con - tra gli altri - Vincent Cassel - Francia 1995 Poi ne riparliamo con un pò più di cognitio cause... ok?
QUOTE(Daruma @ Nov 6 2005, 21:15) Ragazzi/e, che ne direste se (..) ci rivedessimo questo bel profetico filmetto di 10 anni 10 fa? Parlo ovviamente di "La Haine" di Mathieu Kassovitz con - tra gli altri - Vincent Cassel - Francia 1995 Poi ne riparliamo con un pò più di cognitio cause... ok? Chi ha visto L'Odio non può non averci ripensato in questi giorni. La storia è talmente simile da provocare il classico commento "la realtà scimmiotta l'arte". Ma che quel film offra maggiore "cognitio causae" è tutt'altro che scontato a parer mio. Il film presenta situazioni e personaggi certamente plausibili ma non necessariamente obiettive né reali. Il problema di una mancata integrazione e del percorso degrado-extraterritorialità è tutt'altro che di semplice affrontamento. Così difficile che rinuncio subito ad occuparmene: ora che l'argomento è stato preso in considerazione da apprendisti muratori e celebratori pirofili sono più che certo che la soluzione sia chiarissima: impiccare Bush e Berlusconi, possibilmente in Piazzale Loreto. Questo farà fiorire gigli in tutte le periferie, troverà lavoro (contratti a tempo indeterminato, ben pagati) a tutti quanti, clandestini per primi che oltretutto voteranno alle politiche, alle amministrative e persino al consiglio condominiale. Tutte le auto bruciate torneranno a viaggiare, andando a vapore e senza inquinare, il nucleare lo faranno solo in Iran ma tanto è lontano. PS: Vincent Cassell è brutto come la morte! Perchè la Bellucci vorrà rovinare la sua discendenza?
antonio57
Nov 7 2005, 01:15
QUOTE(Krn3ll @ Nov 6 2005, 22:14) ora che l'argomento è stato preso in considerazione da apprendisti muratori e celebratori pirofili sono più che certo che la soluzione sia chiarissima: impiccare Bush e Berlusconi, possibilmente in Piazzale Loreto.
Soluzione forse un po' drastica ma non del tutto scartabile!!!! Ma per favore!!! questo è un problema di tutti non di destra o di sinistra...e la soluzione (sperando che una ci sia) va cercata ne con il solo esercito ne tantomeno con le manifestazioni a favore degli irregolari. ma cercando di far prevalere legalità e buon senso, e venendo a casa nostra, anche se Cofferati non mi è per nulla simpatico, (pur essendo di sinistra non ho un amore viscerale per i sindacalisti e exsindacalisti) devo dire che questa volta gli dò ragione PS Poi dimentichi un particolare su piazzale Loreto..... appesi entrambi per i piedi
Okappa, Okappa, .....no comment.... Però, Kappa, kakkyo c'entra la Bellucci? Fors'è pekkè ...la moje der Dobbermann? Ma tu n'eri pii ...Suppermenn?!? Don't you delude me, plìs!!!
Roderigo
Nov 7 2005, 16:27
Come placare quest'odio RENZO GUOLO I BAGLIORI degli incendi che illuminano le notti francesi ci mostrano i limiti dei modelli di integrazione degli immigrati sin qui adottati in Europa. Gli attentati di Londra e l´assassinio di Teo Van Gogh hanno reso evidente la crisi del multiculturalismo, sia in versione comunitarista britannica, sia in quella olandese fondata sui pilastri confessionali. Nel tentativo di riconoscere identità collettive nello spazio pubblico, entrambi lo hanno trasformato in un reticolo di comunità non comunicanti. Ora è la volta dell´edificio assimilazionista francese, basato su principi del tutto opposti, a mostrare le sue crepe. Superate le insidiose questioni poste dall´affaire del velo, separando nettamente cittadinanza e identità religiosa, sfera privata e sfera pubblica, la Francia si accorge che quel modello di stampo universalista, assai generoso in termini di accesso alla cittadinanza e di affermazione dell´uguaglianza formale, non è sufficiente a produrre integrazione tra i suoi cittadini che vivono nelle periferie. Non basta, insomma, concedere la cittadinanza se poi i diritti che ne derivano non possono essere esercitati a causa di disuguaglianze economiche e sociali che li vanificano di fatto. Contrariamente ai loro padri o "fratelli maggiori", agli incendiaires di Aulnay o Clichy non è più sufficiente l´essere francesi; essi chiedono di accedere a quello sportello della modernità che per loro appare quasi sempre chiuso. Divenuti francesi, le seconde o terze generazioni di giovani magrebini o africani che in queste notti senza notte accendono roghi che credono purificatori, non si accontentano più dell´esaltazione della loro uguaglianza formale. O di vedersi indicato a esempio di integrazione riuscita quella nazionale di calcio, che vede militare nelle sue file più figli di immigrati che di autoctoni. La spirale dell´emarginazione che li avvolge, a volte indolentemente coltivata dietro al mantenimento di identità etniche e tribali tanto rassicuranti quanto riproduttrici di marginalità sociale; spesso condizione obbligata per l´assenza di politiche pubbliche capaci di promuovere integrazione e mobilità sociale ascendente, si trasforma così in odio. Quell´odio che ci aveva mostrato già dieci anni fa nel suo film Kassowitz titolato, non a caso, La haine. Un vero e proprio pugno nello stomaco profetico per gli spettatori. Un sentimento, quello dell´odio, sfociato in gesta criminogene, in forme di jacquerie urbana alimentate non solo dai disperati senza futuro ma, anche, dalla delinquenza di quartiere decisa a regolare i conti con la tolleranza zero di Sarkozy. Una rivolta che si estende ormai fuori dai quartieri che le stesse istituzioni hanno lasciato diventare "no go areas", spazi urbani e sociali in cui fare rapide incursioni di polizia lasciati poi sostanzialmente a sé stessi. Rivolta che si allarga alle periferie dell´intero Esagono. Destinata a scavare un´ulteriore barriera tra la Francia, non solo quella profonda, e gli immigrati; a dare fiato alla xenofobia mai troppo latente. I suoi protagonisti non chiedono un diverso sistema politico ma l´accesso al mercato dei consumi; lavori meno precari, la fine della coabitazione claustrofobica nei quartieri ghetto. Insomma il loro sogno non è far riemergere la vecchia talpa che scava in nome dell´unità dei "nuovi dannati della terra", quanto quell´inclusione che nemmeno il modello renano, ormai insidiato nelle fondamenta dalla crisi fiscale dello stato e dall´ideologia dello stato minimo, sembra più poter assicurare. Nella periferizzazione delle periferie hanno giocato un ruolo essenziale fattori come la concentrazione urbana in alcuni quartieri dei gruppi etnici; un modello educativo pencolante tra un concreto tribalismo etnico e familiare e quello veicolato astrattamente dalla scuola assimilazionista; una marginalità che si è riprodotta, se non con poche eccezioni, anche sul terreno scolastico: generando così ulteriore marginalità. Condizionamento ambientale, impossibilità di uscire dal ghetto spaziale e culturale, qualità dei servizi pubblici, tutto ha riprodotto quella separatezza dalla quale molti sembrano ormai convinti che non resti che separarsi. Da questa disperata rinuncia nasce quel processo che in Francia ha visto, in questi anni, il totale abbandono della banlieu da parte dello Stato, delle forze politiche, dell´associazionismo. Ripensare l´integrazione diventa, dunque, un passo necessario per garantire la pace sociale in una società ormai senza rete. Il caso francese mostra che la sola concessione della cittadinanza formale, senza politiche sociali di sostegno che colmino il gap nelle opportunità di accesso non può placare l´odio dei nuovi casseurs. Non sarà una maglia con il nome di Thuram o Vieirà sulle spalle a rimettere in forma l´immaginario collettivo dei giovani che languono lungo i marciapiedi di Barbés. Lo scarto tra responsabilità, e scelta, individuale e vincoli di sistema appare troppo grande per essere superato da soli. Senza un intervento pubblico che affronti questi temi non solo la Francia ma l´intera Europa è destinata a diventare nei prossimi anni palcoscenico delle nuove rivolte dell´odio. Sbaglia chi ritiene che dietro a esse vi siano gruppi islamisti. Ma quelle organizzazioni islamiste che in queste ore hanno fatto da "pompiere" per spegnere l´incendio sociale, hanno esercitato nella circostanza una supplenza istituzionale; occupando il vuoto lasciato da partiti e istituzioni. Un´azione che darà loro un prestigio che non sarà facile ridimensionare. E che farà transitare in quelle file quanti cercheranno nella strada della reislamizzazione identitaria delle comunità immigrate un antidoto non solo alla microcriminalità, la droga e il carcere ma anche alla marginalità sociale. Una vera politica di integrazione diventa dunque indispensabile prima che la polarizzazione sociale si trasformi, anche, in irriducibile scontro sui valori. Repubblica 7 novembre 2005 http://www.repubblica.it
Francese
Nov 7 2005, 17:16
Scusate la mia reazione tardiva, dovevo mettere la mia macchina al garage. A parte scherzi, le ultime notti di violenze nella banlieue parigina hanno caratteristiche conosciute. Se la violenza persiste nei prossimi giorni, la Francia sarà confrontata ad un fenomeno nuovo. All'inizio, le sommosse sono emozionali e spontanee. Ma nella durata, ci sono individui che considerano che è l'occasione di segnare un territorio lottando contro le forze dell'ordine. Questi territori si autoregolano nella violenza. Più che organizzate, queste sommosse sono "instrumentalizzate". La forza del fenomeno attuale può spiegarsi anche con il "mimétisme" della violenza : è il rilancio tra giovani che vogliono provarsi reciprocamente che possono bruciare automobili. Li ancora, non c'è nulla di sorprendente.
borgorosso
Nov 8 2005, 12:44
Quanta importanza ha il fattore etnico, e quanto incide l'aspetto economico? Le lotte traggono spunto dalle origini o dalla povertà? Io punto decisamente sulla seconda ipotesi, e questo mi porta a concludere che siamo di fronte ad un fenomeno pre 9/11, per modo di dire. Abbiamo gli strumenti, Italia, Francia, Germania, GB, per risolvere questa situazione, con le ricette "classiche". Liberista, solidarista, di destra, di sinistra. In un certo senso, siamo di fronte ad un dejà vu. E' una cosa che possiamo affrontare con i soliti strumenti, a differenza del terrorismo, che dobbiamo analizzare modificando i nostri usuali percorsi.
Roderigo
Nov 8 2005, 13:08
QUOTE(borgorosso @ Nov 8 2005, 11:44) Quanta importanza ha il fattore etnico, e quanto incide l'aspetto economico? Le lotte traggono spunto dalle origini o dalla povertà? Penso che la causa fondamentale consista nella povertà. Si è arrabbiati perchè si è poveri, emarginati, esclusi dalla società dei consumi. Poi il fattore etnico offre una identità, un collante, un modo di riconoscersi uguali. I poveri tra loro non si riconoscono come soggetto collettivo, gli appartenenti ad una comunità nazionale immigrata, si. E questo consente loro di esprimersi insieme, anche se per ora solo in forme ribellistiche, prepolitiche. Questo per dire che qualsiasi politica di integrazione multietnica, per essere efficace, deve prima di tutto essere una politica di integrazione sociale. Un bel guaio nel momento in cui il neoliberismo provoca disgregazione e diseguaglianze nella stessa società dei bianchi europei.
Da un punto di vista strettamente professionale noterei che il fenomeno in atto in Francia ha dei precedenti assolutamente compatibili nelle diverse sommosse che hanno incendiato (anche letteralmente) le periferie e non solo di diversi grandi centri urbani negli ultimi decenni, a partire dalle sommosse di Los Angeles fino alle rivolte nei sobborghi di Londra sotto la Tatcher.
La multietnicità urbana (specie quando è caratterizzata da ampie porzioni di clandestinità) e le disparità economiche "razziali" che ne conseguono offrono una miscela che facilmente trova espressioni esplosive. Così come favorisce la nascita di sottoculture urbane di tipo aggregativo-criminale che vivono e crescono su traffici illeciti di vario genere. Quando il ragazzotto viene arrestato e non spaccia più, madre e fratellini non hanno i soldi per comperare il latte, quindi la polizia li “minaccia” costantemente. Di qui la percezione (assolutamente reale) della polizia come “nemico” e il conseguente stato di tensione. Fino all’analisi tutto piuttosto semplice e comprensibile, assai meno semplice è trovare il modo di gestire e risolvere queste dinamiche. “Integrazione” non è una parola magica e chi ha avuto occasione di entrare in contatto con individui che compongono questo strato sociale di “non-integrati” penso ammetterà che tra di essi molti (non tutti eh, ma molti davvero) non sembrano affatto intenzionati ad integrarsi in alcun modo. È, alla rovescia, il “problema” delle donne afgane che il burka non se lo vogliono togliere, manco se metti in prigione tutti i talebani e dai loro diritti d’ogni sorta.
Le sottoculture urbane, specie quelle delle seconde o terze generazioni di immigrati, sono rocciose peggio dell’Everest e resistenti alle insidie della Santa Integrazione peggio che il villaggio di Asterix all’Impero Romano.
L’aspetto desolante che esce da una osservazione ravvicinata del fenomeno è che i giovanotti che bruciano macchine e scuole non sono affatto quei poveri diseredati della terra che chiedono giustizia, ma soltanto dei poveri diseredati che vivendo di traffici illeciti stanno in trincea tutta la vita contro la polizia, e adesso che ne hanno l’occasione vogliono sfogarsi e bruciare qualcosa (e magari ammazzare qualche poliziotto, il loro “nemico” naturale).
Poi sì, va bene, più istruzione, più lavoro, più assistenza, più giustizia, meno discriminazioni e certamente tra trent’anni i ragazzi di periferia saranno integrati e non accopperanno di botte pensionati nei garage. Ma nel frattempo, questi qui, dove li mettiamo?
Ho un'idea che metterà d'accordo Isoica e antonio57: tutti appesi (per i piedi, va bene antonio) accanto a Bush e Berlusconi in Piazzale Loreto! Vabbé bisognerà metter su parecchi sostegni e magari l'aria puzzerà un poco, ma poi sai che sempreverdi vengon su dalle aiuole la prossima primavera?
-- PS Cassel è brutto come la fame, non ci piove. Daruma: le delusioni fan parte della vita: accettalo.
borgorosso
Nov 8 2005, 20:06
QUOTE(Krn3ll @ Nov 8 2005, 16:38) 1. La multietnicità urbana (specie quando è caratterizzata da ampie porzioni di clandestinità) e le disparità economiche "razziali" che ne conseguono offrono una miscela che facilmente trova espressioni esplosive. Nei casi che hai portato ad esempio: Londra / Los Angeles / adesso Parigi la componente clandestinità non esiste. Sono francesi. Di prima generazione, ma francesi. Vanno a votare etc etc. Di cosa stiamo parlando allora? QUOTE(Krn3ll @ Nov 8 2005, 16:38) “Integrazione” non è una parola magica e chi ha avuto occasione di entrare in contatto con individui che compongono questo strato sociale di “non-integrati” penso ammetterà che tra di essi molti (non tutti eh, ma molti davvero) non sembrano affatto intenzionati ad integrarsi in alcun modo. L'integrazione è una parola vuota, occorre riempirla di contenuti. Gli immigrati non vogliono integrarsi? E chi l'ha detto? Dove sta scritto? In quale %?. Tutti quelli che conosco io, vogliono integrarsi eccome. Non sarà statistica, ma è esperienza di vita. La mia ragazza è serbo-bosniaco-croata  e ti assicuro che si è integrata perfettamente. Poi, se mangiare la pitta o i cevapcici (o come diavolo si scrive) è un esempio di scarsa integrazione... vedi te. QUOTE(Krn3ll @ Nov 8 2005, 16:38) Le sottoculture urbane, specie quelle delle seconde o terze generazioni di immigrati, sono rocciose peggio dell’Everest e resistenti alle insidie della Santa Integrazione peggio che il villaggio di Asterix all’Impero Romano. A quali comunità fai riferimento? I cubani in Florida?
odiano l'Occidente, odiano i bianchi, vogliono tutto e subito...un'infarinatura di ribellismo anarcoide concentrato nel 'morte al flic' auto in fiamme come simbolo dei pasciuti borghesotti francesi, scuole in fiamme come avamposti del dominio culturale e dell'oppressione della disciplina, negozi in fiamme come forma di rifiuto della logica mercantile...e per finire un'identità collettiva comune, un senso di appartenenza che travalica la nazionalità l'approccio sociologico non necessita di molti parametri per individuare le cause scatenanti altro discorso riguarda chi fomenta, cavalca o ci guadagna
QUOTE(borgorosso @ Nov 8 2005, 19:06) (..) A quali comunità fai riferimento? I cubani in Florida? No, facevo riferimento in particolare ai ragazzi che compogono le bande di Los Angeles, in particolare ai messicani (in gran parte clandestini o figli di clandestini non naturalizzati) sui cui casi ho avuto occasione di lavorare. O alle bande di giovani albanesi, che si danno da fare nel nord Italia in particolare. Non ho mai lavorato su casi francesi, e non conosco nei dettagli la situazione lì, anche se mi è successo, in vacanza a Parigi, di partecipare ad un arresto in metropolitana. Un clandestino che spacciava franchi falsi ai turisti. A proposito, com'è il cevapcici? Mai assaggiato.
Francese
Nov 9 2005, 09:10
QUOTE(borgorosso @ Nov 8 2005, 19:06) L'integrazione è una parola vuota, occorre riempirla di contenuti. Gli immigrati non vogliono integrarsi? E chi l'ha detto? Dove sta scritto? In quale %?. Tutti quelli che conosco io, vogliono integrarsi eccome. Non sarà statistica, ma è esperienza di vita. La mia ragazza è serbo-bosniaco-croata  e ti assicuro che si è integrata perfettamente. Poi, se mangiare la pitta o i cevapcici (o come diavolo si scrive) è un esempio di scarsa integrazione... vedi te. A quali comunità fai riferimento? I cubani in Florida? Il problema è che la parola stessa di integrazione da fastidio a questi giovani perche sono francesi. Sono figli di immigrati terza generazione. Perche debbono integrarsi allora che sono gia francesi?
Roderigo
Nov 9 2005, 16:19
«Il problema non è l'islam ma l'alienazione del ghetto» www.corriere.itTariq Ramadan analizza la frattura sociale: «La repressione non serve, c'è bisogno di politiche di fiducia reciproca»O.C. Tariq Ramadan, filosofo svizzero musulmano, guarda Parigi da un osservatorio privilegiato. Da qualche mese si è trasferito a Londra dove, oltre ad insegnare (a Oxford) lavora con la speciale task force messa in piedi dal premier Tony Blair dopo le bombe del 7 luglio. Una commissione che ha, almeno in teoria, il compito di provare a riavvicinare settori di società distantissimi tra loro. Come leggi quanto sta accadendo a Parigi e nelle altre periferie francesi?Da dieci anni dico che il problema in Francia non è religioso. L'islam non c'entra e non è nemmeno un problema culturale. Milioni di cittadini francesi musulmani dimostrano ogni giorno di essere perfettamente integrati. I problemi che hanno, e che chiedono vengano affrontati, sono soprattutto di ordine sociale. La realtà delle banlieues è quella di migliaia di persone ammassate nei ghetti. I francesi sono molto critici nei confronti del modello anglosassone, dicono che il multiculturalismo ha creato ghetti etnici. Io penso che se gli inglesi hanno creato ghetti etnici, i francesi hanno creato degli alienanti ghetti economici. In Francia, ci sono persone che vivono ai margini della società. A loro vengono propinate solo grandi discussioni sull'integrazione, la laicitè, il secolarismo. Gli si spiega che devono essere parte della società ma senza ascoltarli. L'altra costante presenza nei ghetti è la polizia. Si adottano politiche molto repressive. Ma hanno bisogno, prima di tutto, di essere considerati cittadini francesi a tutti gli effetti. Ho partecipato ad un programma di Channel 4 con un deputato francese che continuava a parlare di «questi immigrati che dovrebbero capire il sistema francese». Ecco, questo è il punto: non sono immigrati. Sono cittadini. Dopo 4-5 generazioni, ancora non vengono considerati francesi. E questo è razzismo. Non è un caso che in Francia il 78% percepisca l'islam come un pericolo. Se questo è il quadro generale, bisogna cominciare a parlare di soluzioni. A partire da serie politiche sociali. Dobbiamo riconoscere che il sistema scolastico mainstream non funziona nelle banlieues. Ci sono doppi standard: c'è una scuola per i giovani francesi dei sobborghi e un'altra scuola per chi vive nelle zone residenziali. In altre parole, il sistema scolastico che dovrebbe essere strumento di uguaglianza, in realtà non fa che moltiplicare diseguaglianze. Ma nei sobborghi non ci sono servizi sociali. Perché questi sono percepiti come luoghi senza diritti. Con le conseguenze che vediamo in termini di disoccupazione, disagio. Siamo dunque di fronte, non ad un problema con l'islam, ma ad una discriminazione sociale, istituzionalizzata. La sinistra non sembra capace di fornire risposte...Purtroppo, la sinistra è totalmente scollegata da questa realtà. A tratti riesce ad aggregare chi vive nei ghetti, nei sobborghi, ma solo quando si tratta di reazioni emotive. Non riesce però a promuovere una consapevolezza, un movimento politico reale in grado di affrontare i problemi. Questo scollamento ci pone di fronte ad un serio pericolo: una frattura con una parte di società. Eppure questi giovani chiedono una sorta di rappresentanza.Esattamente. Ma a monte di tutto, c'è il fatto che non sappiamo come affrontare la questione dell'islam. Non sappiamo come porci di fronte a musulmani che sono europei. Non vogliamo accettare il fatto che l'islam è una religione europea. E poiché non abbiamo un discorso chiaro su questo, quando ci troviamo di fronte ai problemi sociali, non sappiamo che fare e non c'è alcun partito oggi, in Gran Bretagna o in Francia, in grado di ascoltare queste rivendicazioni e questo nuovo modo di definire se stesso come cittadino europeo. Il problema allora è non sapere ascoltare questi nuovi cittadini europei. Di fronte a questa nostra incapacità, continuiamo a parlare di integrazione culturale e religiosa. Diciamo quello che si deve essere e fare per essere davvero europeo. Senza vedere che per la maggior parte di questi cittadini è già un problema risolto. Che fare, dunque?Finché a prevalere sarà questo discorso di britishness, identità, francesità, si continueranno a porre le domande sbagliate. C'è un'ossessione: definisci te stesso, chiediti chi sei veramente, francese o inglese. Tutte domande che ci allontanano dalle questioni reali e cioè le politiche sociali, la giustizia, agire contro le discriminazioni. Il risultato è il bisogno di sicurezza. Dobbiamo difenderci da questi criminali, come li ha definiti il ministro francese. Bisogna sviluppare politica forte in tre campi: scuola, politiche sociali e partnership sul territorio. Bisogna costruire, quello che ho chiamato un movimento nazionale di iniziative locali, dove costruire spazi di fiducia reciproca. il manifesto 8 novembre 2005 http://www.ilmanifesto.it
borgorosso
Nov 9 2005, 16:50
QUOTE(Krn3ll @ Nov 8 2005, 23:38) A proposito, com'è il cevapcici? Mai assaggiato. Se ami la carne... uno spettacolo Mi si scusi l'OT
QUOTE(borgorosso @ Nov 8 2005, 11:44) Quanta importanza ha il fattore etnico, e quanto incide l'aspetto economico? Le lotte traggono spunto dalle origini o dalla povertà? Io punto decisamente sulla seconda ipotesi, e questo mi porta a concludere che siamo di fronte ad un fenomeno pre 9/11, per modo di dire. Abbiamo gli strumenti, Italia, Francia, Germania, GB, per risolvere questa situazione, con le ricette "classiche". Liberista, solidarista, di destra, di sinistra. In un certo senso, siamo di fronte ad un dejà vu. E' una cosa che possiamo affrontare con i soliti strumenti, a differenza del terrorismo, che dobbiamo analizzare modificando i nostri usuali percorsi. Tutto semplice e facile...perchè non ci abbiamo pensato prima....basta eliminare la fame del mondo, dare a tutti uno stipendio garantito...aprire le porte a tutti i milioni di immigrati che vogliono entrare in Europa....fornirli di casa auto e conto in banca e forse, dico forse non ci daranno piu nessun problema...ma se ci pensavo prima...ma se me lo dicevi prima......
Roderigo
Nov 10 2005, 17:24
Stranieri e povertà www.corriere.itdi CHIARA SARACENO Italia come la Francia? Non credo che le parole preoccupate di Prodi sul degrado di molte nostre periferie intendessero proporre questa identificazione. La rivolta dei figli, la terza generazione, di coloro che sono immigrati in Francia diversi decenni fa è la rivolta di chi sperimenta sulla propria pelle il fallimento di una promessa di integrazione: di diventare pienamente cittadini francesi non solo sulla carta, ma nella eguaglianza pratica delle possibilità, se non nei risultati. Nasce dal doppio sradicamento che è il rischio della terza generazione di immigrati in ogni paese: privi di legami e identificazione, salvo che eventualmente ideologica, con i paesi di provenienza di genitori e nonni, ma ancora alle soglie della piena cittadinanza, da cui in pratica li allontana ogni giorno la chiusura falsamente omogenea dei quartieri dove sono concentrati non (non più) perché immigrati, ma perché poveri, disoccupati, per il fallimento del percorso di mobilità sociale che aveva spinto la prima generazione a emigrare e a sopportare ogni sacrificio. Che c'entra allora l'Italia? Noi non siamo ancora alla terza generazione di immigrati e la seconda sta appena muovendo i primi passi, salutata giustamente come segnale di integrazione. Di più, l'immigrazione in Italia è meno omogenea che in Francia, un fenomeno che in parte attenua i rischi di forte etnicizzazione di interi quartieri cittadini. Anche se questi fenomeni ci sono nelle grandi città, a Bologna come a Torino. Riguardano più i centri storici degradati che non le periferie. In alcuni quartieri delle grandi città ci sono più bambini immigrati che autoctoni, non solo perché i primi sono più numerosi in quel quartiere, ma perché man mano che il loro numero aumenta i genitori autoctoni si sentono a disagio a mandare i figli alla stessa scuola. Non si tratta solo e neppure prevalentemente di razzismo. E' lo stesso fenomeno per cui, quando in un nido di infanzia il tasso di bambini proveniente da famiglie disagiate è percepito come troppo alto, i genitori degli altri bambini preferiscono non iscriverli, anche se i posti non mancano. Temono, a ragione o a torto, che i loro bambini ne soffrano. Il risultato è che chi rimane sperimenta un concentrato delle caratteristiche considerate meno desiderabili, con un conseguente impoverimento del capitale sociale. Le periferie di cui ha parlato Prodi rappresentano proprio questa situazione di «esclusione interna», degli autoctoni, a seguito di una concentrazione anomala di disagi di ogni tipo. Molte di queste concentrazioni sono state create dalle stesse politiche sociali, con le migliori intenzioni. Negli Anni Sessanta e Settanta interi quartieri sono stati costruiti ex novo alle periferie delle città per dare una casa a prezzi popolari a chi non la aveva, o era alloggiato in condizioni precarie. Successivamente, le stesse graduatorie per l'accesso alle case popolari sono state travolte dalle decisioni emergenziali (sfratti, casi sociali), che hanno ulteriormente complicato il quadro sociale degli abitanti di quei quartieri, in cui anche la normalità quotidiana può richiedere un lavoro paziente e una sorveglianza costante. Con il senno di poi, oggi tutti ammettono che si è trattato di una politica non solo sbagliata, ma controproducente, anche quando, nei casi più illuminati, sono stati fatti grandi investimenti per portarvi il verde, le scuole, le biblioteche. Ma intanto intere generazioni vi sono cresciute e non sempre sono riuscite ad uscirne. In alcune città vivere in uno di quei quartieri è uno stigma sociale che, a torto o a ragione, rende difficile anche essere riconosciuto come una persona onesta, un lavoratore affidabile. Ed è noto che in alcuni casi, soprattutto ma non solo al Sud, abbandonati dagli amministratori, stanno sotto il controllo della malavita. Le rivolte che periodicamente scoppiano nelle nostre periferie sono organizzate dalle cosche criminali contro la polizia per proteggere qualcuno dei propri. Anche in questo caso emerge in modo chiaro come le politiche di sicurezza, intese come politiche di controllo e civilizzazione del territorio, siano una parte importante delle politiche sociali, per gli autoctoni come per gli immigrati. Il problema dell'Italia, quindi, non è solo e innanzittutto, almeno per ora, il fallimento della integrazione degli immigrati, ma della integrazione di significativi gruppi di autoctoni. Questo fallimento, esemplarmente rappresentato dalle periferie di cui parla Prodi, non depone a favore della nostra capacità di integrazione di chi, oltre a essere povero, è anche straniero. La questione di come affrontare nel medio e lungo periodo l'integrazione degli immigrati getta luce sui nodi irrisolti della mancata integrazione autoctona dei gruppi svantaggiati: nella scuola, nelle politiche abitative, nel lavoro. La Stampa 08 novembre 2005 http://www.lastampa.it
Ma in fondo resta IL problema: la multietnicità urbana applicata a diseguaglianze economiche aggravate ed ideologizzate dal fattore razziale sono la premessa ideale a bufere di questo genere. Nelle periferie occidentali vivono milioni di persone “importate” da un bisogno solo contingente di mano d’opera a basso costo che non “pianifica” le conseguenze sociali delle generazioni a seguire. Le “catene migratorie”, a loro volta, inseguono l’opportunità immediata per folle di poveracci premiando il bisogno immediato e il suo tramite criminale. Però...non basta mica per spiegare il casino mistico della banlieue: ci sono ENNE altri problemi mica da ridere, ne tratterò due soltanto.
*** Problema politico. Stiamo parlando molto poco dell’aspetto politico della vicenda, ma non è affatto secondario. Nel governo conservatore francese si stanno scontrando da tempo due linee, quella del premier de Villepin che punta alla mediazione, mentre il ministro Sarkozy ha scelto la repressione per “garantire la vivibilità”. Una settimana fa l’ho visto in tv, mentre affermava che problema si risolve con gli idranti che sparano getti d’acqua calda molto potenti. Pardonnez-moi la franchezza, il mattone nel muso glie lo avrei tirato io. Nel 2002 Sarkozy ha soppresso figura del poliziotto di quartiere, importantissimo dal punto di vista della prevenzione, che a suo giudizio “non deve fare animazione sociale” e ha poi diminuito di 300 milioni di euro il budget dei Comuni per le attività sociali ed il risanamento degli alloggi popolari. “Sarko” ha responsabilità evidenti perché sta cercando di costruire un personaggio populista, repressivo, che possa trovare ampi consensi sull’elettorato oggi schierato con Le Pen.
*** Problema Tecnico: le dimensioni e le modalità della rivolta. Per me non è solo spontaneità. Le unità di misura di queste deflagrazioni sono due: il livello di partecipazione e il livello di violenza esercitato Il primo fa da supporto al secondo: la spontaneità di un movimento popolare (e questo lo è, piaccia o no) viene incanalato, nelle sue forme estreme, da un organizzazione politica per obiettivi di breve o media durata ( e non è questo il caso), oppure s’affida a chi è già presente nel territorio e riesce ad esprimere “competenze” e capacità di controllo adeguate, ovvero la delinquenza, che secondo la mia opinione ha avuto un ruolo centrale. Il fattore "emulazione", poi, diventa importante: questa partecipazione di solito cresce quando si ha la percezione che la polizia non riesca a controllare gli avvenimenti: in quel caso anche i gruppi meno propensi allo scontro si convincono di potersi imporre, e il movimento cresce.
*** C'è un altro elemento poi, e non facciamo ipocrisie: l’estensione o l’intensità regolabili da un elemento esterno, quelli che un tempo venivano definiti “provocatori”, con obiettivi chiari e definiti. Anche la vicenda delle automobili, per me, è particolarmente odiosa e non ha precedenti della stessa ampiezza nelle rivolte americane, molto più orientate al furto che al vandalismo (oltretutto di beni appartenenti a residenti della stessa zona). Sembra fatta su misura per sollecitare la percezione diretta della minaccia alla proprietà privata, non pubblica, del bene ed è emotivamente molto utile alla domanda di repressione. Mah, io qualche dubbio ce l'ho.
Daruma
Nov 13 2005, 18:15
QUOTE(Krn3ll @ Nov 8 2005, 23:38) A proposito, com'è il cevapcici? Mai assaggiato. Il Cevapcici è una favola.... si fan grandi grigliate in gruppo e poi si fa girare "BEVANDA" (Vino+Acqua), bevendo tutti qualche sorso e passando la cuccuma al vicino in circolo, come fosse una canna... (di solito) al centro ci sono mucchi di C. e di pezzetti di pane, abbrustolito o no, cui si attinge quando l'alcool comincia a dare in testa... Si può andare avanti ore... o giorni.... ma di solito ci si ferma all'alba. Soprattutto quando si deve andare a sgobbare.....
Francese
Nov 15 2005, 09:29
QUOTE(Michi @ Nov 13 2005, 00:52) Ma in fondo resta IL problema: la multietnicità urbana applicata a diseguaglianze economiche aggravate ed ideologizzate dal fattore razziale sono la premessa ideale a bufere di questo genere. Nelle periferie occidentali vivono milioni di persone “importate” da un bisogno solo contingente di mano d’opera a basso costo che non “pianifica” le conseguenze sociali delle generazioni a seguire. Le “catene migratorie”, a loro volta, inseguono l’opportunità immediata per folle di poveracci premiando il bisogno immediato e il suo tramite criminale. Però...non basta mica per spiegare il casino mistico della banlieue: ci sono ENNE altri problemi mica da ridere, ne tratterò due soltanto. *** Problema politico. Stiamo parlando molto poco dell’aspetto politico della vicenda, ma non è affatto secondario. Nel governo conservatore francese si stanno scontrando da tempo due linee, quella del premier de Villepin che punta alla mediazione, mentre il ministro Sarkozy ha scelto la repressione per “garantire la vivibilità”. Una settimana fa l’ho visto in tv, mentre affermava che problema si risolve con gli idranti che sparano getti d’acqua calda molto potenti. Pardonnez-moi la franchezza, il mattone nel muso glie lo avrei tirato io. Nel 2002 Sarkozy ha soppresso figura del poliziotto di quartiere, importantissimo dal punto di vista della prevenzione, che a suo giudizio “non deve fare animazione sociale” e ha poi diminuito di 300 milioni di euro il budget dei Comuni per le attività sociali ed il risanamento degli alloggi popolari. “Sarko” ha responsabilità evidenti perché sta cercando di costruire un personaggio populista, repressivo, che possa trovare ampi consensi sull’elettorato oggi schierato con Le Pen. (...) Per l'integrazione, occorre essere due: Quello che arriva e che vuole integrarsi e quello che riceve. Quello che riceve non vede alcun problema se quello che arriva non impone le sue volontà. Ma in Francia, non è il caso : Si arriva e si vuole che coloro che sono in posto si spingono senza chiedere scusa. Dire che "Sarko" è il solo responsabile è andare un po troppo svelto perche la bomba è li da decenni pronta ad esplodere. Sarkozy a forse acceso involontariamente la miccia rivolgendosi a questi giovani parlando la loro lingua ("pulirò i delinquenti col idropulitrice"). Un male per un bene speriamo... Forse il problema e piu profondo e viene dall'incompatibilità tra culture islamiche e cristiane. Le "cités" dell'est parigino occupate per lo più da asiatici non sono deteriorate, i loro bambini non errano di fuori a mezzanotte, tutti si rispettano, non distruggono le scuole, locali dedicati alla gioventù, neanche bruciano macchine. Sono più intelligenti o meno manipolati dalla loro religione ?
Ladsedj
Nov 15 2005, 21:18
QUOTE(Francese @ Nov 15 2005, 08:29) Ma in Francia, non è il caso : Si arriva e si vuole che coloro che sono in posto si spingono senza chiedere scusa.
Ognuno fa i conti con la propria storia. La storia ha la memoria di un elefante, così se un giorno ti diverti in Algeria, il giorno dopo ti ritrovi la nazione a ferro e fuoco. Chi è stato? Uh...quegli estremisti degli islamici! Toh! Che sorpresa... magari la maggioranza sono pure algerini! Qualcuno pensa che il mondo sia ingiusto, e, nel breve periodo, è vero. Ma alla fine tutti i nodi vengono al pettine, e i torti fatti pagati... con gli interessi.
Roderigo
Nov 16 2005, 00:25
QUOTE(Francese @ Nov 15 2005, 08:29) Forse il problema e piu profondo e viene dall'incompatibilità tra culture islamiche e cristiane. In tal caso, il contrasto sarebbe dovuto emergere ancora più gravemente nell'impatto con la prima generazione di immigrati. Emerge invece nel confronto con la terza. Tu stesso hai scritto che non si tratta più di stranieri, bensì di francesi. Il punto è se la cittadinanza francese resta solo una acquisizione formale o riesce anche a tradursi in un inserimento sociale. Le Monde ci informa sul fatto che i giovani figli di immigrati magrebini hanno il doppio di probabilità di trovarsi senza lavoro rispetto ai figli di due genitori nati in Francia, pur avendo sulla carta la stessa nazionalità: 19,4% per gli uomini contro 10,1 e 21,7% per le donne contro 13,5. E ai figli di algerini va peggio che ai figli di tunisini e marocchini.
Krn3ll
Nov 16 2005, 00:54
QUOTE(Roderigo @ Nov 15 2005, 23:25) (..) Le Monde ci informa sul fatto che i giovani figli di immigrati magrebini hanno il doppio di probabilità di trovarsi senza lavoro rispetto ai figli di due genitori nati in Francia, pur avendo sulla carta la stessa nazionalità: 19,4% per gli uomini contro 10,1 e 21,7% per le donne contro 13,5. E ai figli di algerini va peggio che ai figli di tunisini e marocchini. Mi insegni che i dati statistici però vanno sempre confrontati con altri fattori, Rod. Non so se questo riguarda nello specifico la situazione degli algerini in Francia, di cui so poco nulla, ma ti porto un esempio Italiano. Un mio conoscente ha una ditta di lavori edili. E' una piccola impresa familiare, lui va al lavoro con i suoi operai, ci mangia insieme e ci passa le giornate. Da diversi anni prende spesso operai immigrati, regolari ovviamente. Una sera mi raccontava che i nordafricani che ha preso si sono sempre comportati molto bene, anche meglio degli Italiani. Al contrario, gli albanesi che ha preso, e ne ha presi diversi, in maggioranza gli hanno creato una serie infinita di problemi: litigi con altri operai, litigi tra di loro, danneggiamenti, furti, lavori fatti male. Ora, non che questo significhi che TUTTI gli albanesi siano dei casinari, sono anzi certo che molti sono ottime persone. Ma se il mio conoscente ha bisogno di un operaio e sono disponibili un albanese e un nordafricano, chi credi che abbia il posto? Altro esempio, tanto per dribblare eventuali accuse di razzismo: vacanza in Grecia, primi anni ’90. Sulle isole, a luglio, pochissimi italiani, e chi mi conosceva si stupiva che io lo fossi, perché la gran parte delle persone riteneva che gli italiani fossero degli attaccabrighe, ignoranti e maleducati. La cosa mi è sembrata assai strana, tanto che pensavo fossero nomee di tipo razzista, magari strascichi culturali dell’occupazione fascista. Ad agosto, gli italiani sono arrivati in massa. Risse continue, mani addosso alle ragazze per la strada, furti a tutto andare e via dicendo. E a quel punto ero io che mi vergognavo di essere italiano. Forse, e dico forse perché come ho premesso non conosco la situazione francese nei dettagli, le forme di discriminazione sono spesso dovute a incompatibilità di tipo “culturale” - dove con cultura intendo stili di vita e atteggiamenti verso, ad esempio, il lavoro assai differenti. E in questi termini “integrazione” significa, papale papale, adeguarsi al modello culturale del paese che ci ospita - con o senza cittadinanza.
Francese
Nov 16 2005, 08:26
QUOTE(Ladsedj @ Nov 15 2005, 20:18) Ognuno fa i conti con la propria storia. La storia ha la memoria di un elefante, così se un giorno ti diverti in Algeria, il giorno dopo ti ritrovi la nazione a ferro e fuoco. Chi è stato? Uh...quegli estremisti degli islamici! Toh! Che sorpresa... magari la maggioranza sono pure algerini! Qualcuno pensa che il mondo sia ingiusto, e, nel breve periodo, è vero. Ma alla fine tutti i nodi vengono al pettine, e i torti fatti pagati... con gli interessi. Forse ma in 20 anni i francesi hanno pagato ben 100 volte gli interessi. Ora basta.
Francese
Nov 16 2005, 09:10
QUOTE(Roderigo @ Nov 15 2005, 23:25) In tal caso, il contrasto sarebbe dovuto emergere ancora più gravemente nell'impatto con la prima generazione di immigrati. Emerge invece nel confronto con la terza. Tu stesso hai scritto che non si tratta più di stranieri, bensì di francesi. Il punto è se la cittadinanza francese resta solo una acquisizione formale o riesce anche a tradursi in un inserimento sociale. Le Monde ci informa sul fatto che i giovani figli di immigrati magrebini hanno il doppio di probabilità di trovarsi senza lavoro rispetto ai figli di due genitori nati in Francia, pur avendo sulla carta la stessa nazionalità: 19,4% per gli uomini contro 10,1 e 21,7% per le donne contro 13,5. E ai figli di algerini va peggio che ai figli di tunisini e marocchini. Non si tratta più di stranieri, ma non e la loro scelta personale, forse li un altro problema. Sono francesi perche sono nati in Francia (stesso caso per me con genitori italiani). Il problema del incompatibilità tra culture è moltiplicato quando viene aggiungersi la disoccupazione di massa di queste zone magari perche alcuni imams poco scrupolosi infiammano un po di piu questi giovani senza prospettiva. Concernando il confronto tra generazioni ciò riflette il fallimento generale della politica dell'immigrazione francese. La prima generazione composta non solo di algerini ma anche italiani, spagnoli, portoghesi... era di lavoro. I loro figli hanno cominciato a conoscere la disoccupazione e i nipoti conoscono la disoccupazione di massa. L'analisi mostra che la maggior parte dei immigrati di prima generazione sono tornati al paese, vero per italiani, spagnoli...Quelli che sono rimasti ad esempio miei genitori sono perfettamente integrati come figli e nipoti. Chi sono rimati? gli immigrati di origine islamica e perche? forse perche la loro cultura (poligamia !?) permette di fare funzionare a pieno regime il generoso welfare francese (assegni familiari). Dunque quando la prima generazione era di lavoro e legittima la seconda e terza è li per sfruttare.
Roderigo
Nov 16 2005, 18:33
QUOTE(Krn3ll @ Nov 15 2005, 23:54) Mi insegni che i dati statistici però vanno sempre confrontati con altri fattori, Rod. Non so se questo riguarda nello specifico la situazione degli algerini in Francia, di cui so poco nulla, ma ti porto un esempio Italiano. Un mio conoscente ha una ditta di lavori edili. E' una piccola impresa familiare, lui va al lavoro con i suoi operai, ci mangia insieme e ci passa le giornate. Da diversi anni prende spesso operai immigrati, regolari ovviamente. Una sera mi raccontava che i nordafricani che ha preso si sono sempre comportati molto bene, anche meglio degli Italiani. Al contrario, gli albanesi che ha preso, e ne ha presi diversi, in maggioranza gli hanno creato una serie infinita di problemi: litigi con altri operai, litigi tra di loro, danneggiamenti, furti, lavori fatti male. Ora, non che questo significhi che TUTTI gli albanesi siano dei casinari, sono anzi certo che molti sono ottime persone. Ma se il mio conoscente ha bisogno di un operaio e sono disponibili un albanese e un nordafricano, chi credi che abbia il posto? (...) Forse, e dico forse perché come ho premesso non conosco la situazione francese nei dettagli, le forme di discriminazione sono spesso dovute a incompatibilità di tipo “culturale” - dove con cultura intendo stili di vita e atteggiamenti verso, ad esempio, il lavoro assai differenti. E in questi termini “integrazione” significa, papale papale, adeguarsi al modello culturale del paese che ci ospita - con o senza cittadinanza. Penso che i dati statistici possano essere rapportati anche alle aspettative delle persone coinvolte. L'influenza di questi dati sarebbe diversa se riguardasse stranieri di recente immigrazione, poichè trovarsi ai gradi inferiori nella gerarchia sociale del paese ospitante sarebbe considerato da essi stessi "normale" e quindi sopportabile. Diverso ormai il discorso per chi è ormai nipote di un immigrato. Pensiamo a cosa sarebbero Torino e Milano se in queste città i nipoti degli immigrati meridionali degli anni '50-'60 facessero la stessa vita dei loro nonni. I problemi di incompatibilità, o meglio di diversità culturale, non che non esistano, ma dovrebbero proporsi in modo più grave soprattutto nell'impatto iniziale, con i primi immigrati, che non conoscono bene la lingua, che hanno ancora intatta l'identità del paese di origine, improbabile invece possa riguardare in modo significativo chi è nato e cresciuto nel paese di accoglienza, vedendo la stessa televisione, ascoltando la stessa musica, vestendo gli stessi abiti, respirando la stessa aria degli autoctoni. L'esempio che fai, tra l'altro, è significativo. In Italia abbiamo problemi in particolare con due comunità di immigrati: gli albanesi e i romeni. Assai meno con i nordafricani. Paradossalmente, convivenza e integrazione ci risultano più difficili proprio con i due gruppi nazionali culturalmente più simili a noi.
Roderigo
Nov 16 2005, 18:39
QUOTE(Francese @ Nov 16 2005, 08:10) La prima generazione composta non solo di algerini ma anche italiani, spagnoli, portoghesi... era di lavoro. I loro figli hanno cominciato a conoscere la disoccupazione e i nipoti conoscono la disoccupazione di massa. L'analisi mostra che la maggior parte dei immigrati di prima generazione sono tornati al paese, vero per italiani, spagnoli...Quelli che sono rimasti ad esempio miei genitori sono perfettamente integrati come figli e nipoti. Chi sono rimati? gli immigrati di origine islamica e perche? forse perche la loro cultura (poligamia !?) permette di fare funzionare a pieno regime il generoso welfare francese (assegni familiari). Chi sono rimati? gli immigrati di origine islamica e perche? forse perche la loro cultura (poligamia !?) permette di fare funzionare a pieno regime il generoso welfare francese (assegni familiari). Italiani e spagnoli sono potuti tornati al paese di origine grazie allo sviluppo economico. Per gli arabi, il discorso è molto diverso: i loro paesi di provenienza sono tra i più poveri del mondo.
Roderigo
Nov 16 2005, 18:45
Londra, Parigi: modelli d'integrazione in crisi
Quel nemico sempre vicino
di TOMMASO PADOA-SCHIOPPA Ieri la metropolitana di Londra, oggi la periferia di Parigi: minacce alla sicurezza della società che non esploderebbero senza la nuova immigrazione nell'Europa di oggi. Sono crisi di un particolare modello d'integrazione, il britannico o il francese? Molti rispondono di sì e sottolineano soprattutto le differenze tra caso inglese e francese: fallimento del modello multiculturale, le bombe di Londra; del modello integrazionista, i disordini di Parigi. Errori di Blair nella politica estera e militare; di Chirac nella politica economica e sociale. Rivolta sociale in Francia, etnica e religiosa in Gran Bretagna. È sorprendente la sicumera con cui in ciascun Paese i commenti locali hanno bollato gli incidenti dell'altro Paese come conseguenza del suo modello sbagliato. Certo, le differenze non sono da poco. A Londra atti terroristici accuratamente preparati e compiuti da militanti, mirati alle persone, nel cuore della capitale. In Francia rivolta spontanea, senza manifesto ideologico o religioso, indirizzata alle cose, ai margini della grande città. A Londra, giovani che vogliono morire; a Parigi, giovani che vogliono vivere. In un caso, legame diretto con l'11 settembre e la guerra all'Iraq; nell'altro, scoppio di rabbia e frustrazione sociale. I due modelli vanno sotto il nome di multiculturale e integrazionista. I loro archetipi sarebbero Stati Uniti e Francia, due Paesi a fortissima immigrazione. Nel primo modello l'immigrato conserverebbe identità e appartenenza al gruppo d'origine. L'ospitante chiederebbe all'entrante solo il rispetto della Costituzione e delle leggi; privo di una cultura propria, il Paese sarebbe un arcipelago di comunità identificate da cultura o religione o etnia o lingua. Nel secondo modello il Paese offrirebbe all’immigrato di diventare cittadino a titolo pieno, ma gli chiederebbe di spogliarsi della sua appartenenza di gruppo. In Europa, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Germania seguirebbero il modello multiculturale. Descritti così, in termini concettuali, i due modelli sembrano opposti e incompatibili, proprio come parte della stampa ce li presenta. Nella realtà, tuttavia, gli elementi comuni non sono mai mancati; e per di più le differenze oggi impallidiscono di fronte alla particolare immigrazione dell'ultimo mezzo secolo. Primo: gli elementi comuni non sono mai mancati . Anche dove lo si proclamava, il multiculturalismo era costume sociale, non ordinamento costituzionale; osservavamo società multiculturali, non Stati multiculturali. Da un lato, in America, la legislazione è la stessa per tutti e si indirizza all'individuo cittadino, non al gruppo etnico o religioso, prescrive la monogamia anche a chi, mormone o musulmano, ha un credo poligamico. Dall'altro, in Francia, la laicità dello Stato e il diritto di formare associazioni rendono libera la pratica di religioni diverse e la formazione di gruppi organizzati intorno a una comune idea, provenienza geografica, colore di pelle, costume. Le differenze non mancano, soprattutto dovute alla diversità dei sistemi scolastici e, in generale, alla più o meno pervasiva presenza dello Stato nella vita economica e sociale. Ma, pur affidandosi in misura diversa allo Stato e al corpo sociale, entrambi i modelli operano come meccanismi di assimilazione. Secondo: le differenze impallidiscono di fronte alla nuova immigrazione. Milioni anziché decine di migliaia; diversità di colore, religione, costume, non solo di lingua. Per dimensione e diversità il flusso dei nuovi venuti non ha confronto con le migrazioni intraeuropee del passato ed è tale da sconvolgere ogni modello, forse la nozione stessa di assimilazione. Anche nella Milano o nella Torino degli anni Sessanta i pugliesi da poco arrivati con la valigia di cartone vivevano negli stessi caseggiati e frequentavano gli stessi bar, diversi da quelli dei lucani; anche per essi una città ostile, bocciature a scuola, ristoranti o circoli che non li lasciavano entrare. Lo stesso per gli italiani in Belgio o in Germania. Le differenze si sciolsero in una generazione, con l'aiuto di economie che crescevano a ritmi quasi cinesi. Nelle città europee ora le differenze perdurano, e i nipoti, seconda generazione nata in Europa, sono ancor più spaesati dei padri e dei nonni. Quando ha caratteristiche di tale portata, l'incontro tra flusso migratorio e società di accoglienza è una mutazione storica; non si esaurisce in pochi anni ed è destinato a trasformare in modo duraturo economia, cultura, struttura sociale, leggi, sistemi politici dell'Europa. Nel pensare e nel prepararci a questa trasformazione non dobbiamo dimenticare che quell'incontro è dettato da una necessità , ma nello stesso tempo è frutto di una scelta e che avviene nel segno costruttivo del lavoro, non in quello distruttivo delle armi. I nuovi venuti ci hanno cercati per vivere con noi e nello stesso tempo sono stati da noi cercati, per costruire strade, pulire case, accudire malati e anziani, fare i turni di notte in fabbrica, raccogliere pomodori. Non ci hanno invasi come nemici, ciò che pure tante volte accadde nei secoli passati in quasi ogni Paese europeo; non sono stati chiamati dai nostri governi, ma dalle famiglie e dalle imprese. Quaranta anni fa l'ideologia adescatrice era la lotta di classe; oggi è l'identità etnica e religiosa. Entrambe insufficienti perché la diversità è etnica, sociale e culturale nello stesso tempo. La forte solidarietà di gruppo creata dalla vecchia ideologia di classe era cogente, ma conteneva pur sempre una elezione, una adesione libera, una via d'uscita, che mancano nel gruppo etnico, geografico e spesso perfino in quello religioso. L'ideologia della lotta di classe ha ignorato e represso le realtà etniche e culturali sino al punto da farle poi esplodere in tragedie. Ma oggi la polarizzazione sui fattori etnici e culturali impedisce di vedere e provvedere a quello che, in parte non piccola, è un malessere sociale. In un bellissimo film del 1994 («Prima della pioggia») il macedone Manchevski racconta in modo struggente come odio e ferocia si siano insinuati tra cristiani e musulmani in un villaggio dei Balcani. La vita era tranquilla tra famiglie conviventi da generazioni: acqua raccolta alla stessa fontana, aiuto reciproco nella difficoltà, ricordi comuni. Ma la caduta dalla gentilezza alla brutalità è travolgente, quasi istantanea, storce la mente e obbliga il singolo a odiare e uccidere. Il rischio che alcune città d'Europa divengano come il villaggio raccontato da Manchevski va guardato in faccia. È consolante allora, per un italiano, udire le parole umane e politiche del suo ministro dell'Interno, mentre il collega francese chiama «feccia» Rocco e i suoi fratelli. L'amico può anche essere lontano; il nemico, invece, è sempre vicino. È qualcuno con cui conviviamo, con cui abbiamo molto in comune, col quale ci siamo, fino a ieri, reciprocamente cercati e col quale dovremo ritrovarci domani. Corriere della Sera, 15 novembre 2005 http://www.corriere.it
Ladsedj
Nov 16 2005, 20:32
QUOTE(Francese @ Nov 16 2005, 07:26) Forse ma in 20 anni i francesi hanno pagato ben 100 volte gli interessi. Ora basta. Dipende da come fai i conti. Ma soprattutto da chi li fa.
Krn3ll
Nov 16 2005, 20:55
QUOTE(Roderigo @ Nov 16 2005, 17:33) (..) I problemi di incompatibilità, o meglio di diversità culturale, non che non esistano, ma dovrebbero proporsi in modo più grave soprattutto nell'impatto iniziale, con i primi immigrati, che non conoscono bene la lingua, che hanno ancora intatta l'identità del paese di origine, improbabile invece possa riguardare in modo significativo chi è nato e cresciuto nel paese di accoglienza, vedendo la stessa televisione, ascoltando la stessa musica, vestendo gli stessi abiti, respirando la stessa aria degli autoctoni. Ma è proprio questo il problema: stessa tv, non proprio stessa musica, non proprio stessi abiti, ma soprattutto PER NULLA stesse abitudini. I nipoti del meridionale, a Milano, sono di due tipologie oggi: a) quelli i cui nonni e padri si sono "intergrati", trovando un lavoro (con immensa fatica a subendo discriminazioni), spesso sposandosi con persone del nord, spesso prendendo casa in quartieri "misti". Quelli cresciuti in compagnie di ragazzi tanto del nord quanto del sud, tanto poveri quanto benestanti e via dicendo. b) quelli i cui nonni e padri non sono riusciti a integrarsi, o sono stati schiacciati dalla discriminazione, e hanno trovato di che vivere in modo illecito; magari dandosi all'alcool per la frustrazione, magari assumendo comportamenti violenti in famiglia per riaffermare un senso di controllo sulle loro vite. Quelli cresciuti all'ombra delle case popolari, rubacchiando e vendendo spinelli, spaccando il naso ai più deboli se non gli davano la merendina e oggi rubando motorini e cellulari fuori dalla scuola. Il "tamarro", insomma, che popola i vicoli di Quarto Oggiaro o del Quartiere di Via Bianchi, tanto per dirne un paio. QUOTE(Roderigo @ Nov 16 2005, 17:33) L'esempio che fai, tra l'altro, è significativo. In Italia abbiamo problemi in particolare con due comunità di immigrati: gli albanesi e i romeni. Assai meno con i nordafricani. Paradossalmente, convivenza e integrazione ci risultano più difficili proprio con i due gruppi nazionali culturalmente più simili a noi. Geograficamente più vicini, e forse in termini religiosi, ma assai meno compatibili dei nordafricani a quanto pare, per pure e semplici ragioni di “costume”. Quei ceffoni che tu consideravi invariabilmente inaccettabili e denunciabili in altro thread, in Albania sono considerati alla pari delle pacche sulle spalle.
Roderigo
Nov 17 2005, 00:16
QUOTE(Krn3ll @ Nov 16 2005, 19:55) I nipoti del meridionale, a Milano, sono di due tipologie oggi: Trattandosi entrambi di meridionali, a distinguere le due tipologie, non può essere la provenienza. E' una questione sociale. QUOTE(Krn3ll @ Nov 16 2005, 19:55) Geograficamente più vicini, e forse in termini religiosi, ma assai meno compatibili dei nordafricani a quanto pare, per pure e semplici ragioni di “costume”. Quei ceffoni che tu consideravi invariabilmente inaccettabili e denunciabili in altro thread, in Albania sono considerati alla pari delle pacche sulle spalle. E dunque, sono compatibili con la tua cultura.  Piuttosto in proposito, è tra me e te che può esserci un problema di integrazione.
QUOTE(Francese @ Nov 15 2005, 08:29) Per l'integrazione, occorre essere due: Quello che arriva e che vuole integrarsi e quello che riceve... Ma questi non sono arrivati, sono già lì. Confermo quindi la mia percezione sul ruolo della delinquenza più o meno professionale e sulla possibilità d'interventi "esterni": la quantità spaventosa di automobili bruciate non può non toccare pesantemente la stessa popolazione di Grigny e quindi, di riflesso e in qualche misura, gli stessi casseurs. E più che mai strana mi sembra la sproporzione tra il vandalismo ed il furto. Ma credo che il dato FORSE più importante sia che la violenza, come mi è capitato di discutere altrove, in questo ed altri contesti è data soprattutto dall'anomia; questo è un termine inventato da Emile Durkheim, che si usa nelle scienze sociali e nella psicologia per definire quello stato, (particolarmente comune tra gli immigrati) che conduce ad una vita priva di norme per il non riconoscimento di quelle date dalla società in cui si vive, recepite non come norme " proprie" ma esterne,in quanto non applicabili al gruppo di appartenenza, avvertito come estraneo al contesto sociale di riferimento. Non riconoscendo questo, non viene riconosciuto nemmeno il quadro comportamentale-normativo vigente. L'assenza di legami con quest'ultimo non consente all'individuo di sentirsi parte integrante di un contratto sociale tra uomo e società nè di sviluppare in lui la solidarietà considerata normale tra gli individui, che viene osservata solo per i pochi che percepisce uguali o simili a lui nel gruppo esterno o apertamente antagonista. Se è vero che l'anomia è una crisi dell'individuo è anche vero però che è indice di una crisi della società che non sembra in grado di fornire all'individuo, o ai gruppi affetti da tale fenomeno, gli strumenti adatti a riconoscersi parte di un contesto più ampio tramite un'accettazione evidente e paritetica ai gruppi sociali più garantiti o tradizionalmente "acquisiti".
Krn3ll
Nov 17 2005, 06:16
QUOTE(Roderigo @ Nov 16 2005, 23:16) Trattandosi entrambi di meridionali, a distinguere le due tipologie, non può essere la provenienza. E' una questione sociale.
Beh, a dirla tutta credo che anche la provenienza sia una questione sociale, ma sono pienamente d'accordo con te. Parlo di “meridionali” perché è l'esempio che hai citato tu. I nipoti non subiscono discriminazioni *in quanto* meridionali: le subiscono in quanto alcuni dei loro nonni e genitori non sono riusciti a (o non hanno potuto) intergrarsi. Di qui i quartieri ghetto, di qui le compagnie delinquenziali, di qui il cosiddetto “labelling” e ad ultimo, il tamarro nel suo splendore. QUOTE(Roderigo @ Nov 16 2005, 23:16) E dunque, sono compatibili con la tua cultura.  Piuttosto in proposito, è tra me e te che può esserci un problema di integrazione. Non darti pensiero, sono un tipo molto tollerante
Francese
Nov 17 2005, 08:18
QUOTE(Ladsedj @ Nov 16 2005, 19:32) Dipende da come fai i conti. Ma soprattutto da chi li fa. Chi, come o quando, la puoi mettere come ti pare i francesi ci rimettano tranquillamente!!
Francese
Nov 17 2005, 08:27
QUOTE(Roderigo @ Nov 16 2005, 17:39) Italiani e spagnoli sono potuti tornati al paese di origine grazie allo sviluppo economico. Per gli arabi, il discorso è molto diverso: i loro paesi di provenienza sono tra i più poveri del mondo. Direi che erano tra i piu poveri del mondo. Anche loro sono cresciuti e la miseria non è piu quella di 40 anni fa anche nei paesi arabi (Africa del Nord). Ad Alger, capitale dell' Algeria si vive benissimo, hai tutto il conforto che potrai trovare a Roma, Parigi o Londra. Dunque cosa è sucesso? perche rimangano li? Cultura e patrimonio francese? ma se ne fregano.
QUOTE(Michi @ Nov 16 2005, 23:30) Ma credo che il dato FORSE più importante sia che la violenza, come mi è capitato di discutere altrove, in questo ed altri contesti è data soprattutto dall'anomia; questo è un termine inventato da Emile Durkheim, che si usa nelle scienze sociali e nella psicologia per definire quello stato, (particolarmente comune tra gli immigrati) che conduce ad una vita priva di norme per il non riconoscimento di quelle date dalla società in cui si vive, recepite non come norme " proprie" ma esterne,in quanto non applicabili al gruppo di appartenenza, avvertito come estraneo al contesto sociale di riferimento. Non riconoscendo questo, non viene riconosciuto nemmeno il quadro comportamentale-normativo vigente. L'assenza di legami con quest'ultimo non consente all'individuo di sentirsi parte integrante di un contratto sociale tra uomo e società nè di sviluppare in lui la solidarietà considerata normale tra gli individui, che viene osservata solo per i pochi che percepisce uguali o simili a lui nel gruppo esterno o apertamente antagonista.
Mi crea disagio intervenire in questa discussione, perché emotivamente mi coinvolge molto, a livello personale. 1) Una delle persone a me più care è un immigrato marocchino, con due figli, che si trova in prima persona a vivere il problema dell'integrazione di figli italianissimi, ma nati da padre islamico. Famiglia perfettamente integrata, grazie ad un livello culturale molto alto, ma persino dove il livello culturale è molto alto, qualche problema di integrazione c'è eccome. Figuriamoci in ambienti di povertà, semi-delinquenza e disagio sociale. 2) Ho fatto parte delle bande di quartiere delle periferie milanesi, gomito a gomito con i figli degli immigrati meridionali, e so cosa significa vivere l'"anomia" a cui Michi fa riferimento. Molti dei ragazzi che allora frequentavo e con i quali ho fatto la mia vita da cucciola adolescente oggi sono morti: chi schiantatosi in auto in una notte brava, chi per overdose di eroina, chi di AIDS e epatiti varie. La polizia - che per noi era la "celere" - era in nemico e basta. Quello che veniva arrestato per due grammi di fumo, portato in questura e lì malmenato, il giorno dopo era il nostro "eroe". E non c'era parroco che potesse farci ragionare, proponendoci tristi raccolte di vestiti per i poveri dell'Africa. I centri sociali che il comune si sforzava di mettere a nostra disposizione erano ghetti orrendi in cemento armato, volentieri ne imbrattavamo i muri e basta. I cavalcavia erano il luogo di ritrovo. Parchetti fatiscenti con due panchine i luoghi per sognare un po', con le chitarre. Qualcuno ne è uscito, qualcuno no. Cosa mi ha tirato fuori di lì e mi ha permesso di non fare la stessa fine di G., I., P., C., K., C. e altri? L'incontro con alcuni insegnanti, che non parlavano la lingua del "sistema" ma che sono stati così bravi da scendere nel campo mio, che si è innestato su una base di valori che comunque la mia famiglia mi aveva trasmesso. Quegli altri quella base non ce l'avevano e questo dipendeva molto dalle storie familiari di durezza, vita di espedienti e violenza domestica tipiche di quei gruppi che, per motivi di necessità, hanno dovuto lasciare la loro terra per provare ad innestarsi in un posto nuovo, senza l'aiuto di un cane di nessuno. Per dirla fuori dai denti, molti di quelli che non sono mai usciti da quella condizione di anomia sono ed erano figli di immigrati meridionali, o comunque figli di famiglie molto povere, "a valori 0". Allora la repressione della polizia era forte, ma l'attenzione era soprattutto sui crimini politici, ricordate? Autonomia operaia, brigate rosse... A noi ci lasciavano stare, giusto un po' di botte a uno, a turno, per ribadire il concetto. Ora in Francia, invece, il focus è diventato questo, normale che la situazione si sia così incendiata. E l'attenzione dei media soffia sul fuoco, perché immagino la soddisfazione e le risate il giorno dopo nel leggere i giornali, di chi al centro dell'attenzione non c'è mai stato: noi ci saremmo ammazzati dal ridere e ci saremmo subito messi ad organizzare i nuovi assalti per la serata, galvanizzati proprio da questa inaspettata notorietà. Se ci aggiungete che il problema focale del mondo civile, oggi, è il rapporto con le etnie musulmane, il quadro è completo. Questo fenomeno sarà sicuramente strumentalizzato, dagli imam da una parte, dai governi a "tolleranza zero" dall'altra, e le periferie francesi rischiano di innestare una miccia a livello mondiale. A meno che non si decida di affrontare seriamente, e non con i soliti strumenti tristissimi e per nulla appetibili (i centri sociali, gli oratori e balle simili) la situazione di quei ragazzi e soprattutto delle loro famiglie. Una ad una.
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