Emozioni/La “scienza del sentimento”
in un saggio di Dylan Evans. E una riflessione

http://vineyardmen.typepad.com
Ma nel villaggio globale
è difficile essere felici
di LUIGI CANCRINI
in un saggio di Dylan Evans. E una riflessione
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Ma nel villaggio globale
è difficile essere felici
di LUIGI CANCRINI
ESISTE una scienza del sentimento? In un piccolo libro pubblicato in italiano da Laterza (Emozioni, 14 euro) Dylan Evans dice di sì. Sfidando il pregiudizio (o la presunzione?) dei letterati e degli psicoterapeuti. Riportando direttamente a Darwin ed all’evoluzionismo i fondamenti di una ricerca che ci mette di fronte alle grandi protagoniste del nostro mondo interno. A quelle intorno a cui si articola il nostro star bene e il nostro star male. A quelle che decidono del nostro destino molto di più di quanto non lo faccia il nostro tentativo, continuamente incompleto, di pensare e di conoscere la realtà. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non sa comprendere, diceva Pascal, e l’esperienza conferma ogni giorno che è lui a comandare nel mondo e nella nostra vita. Anche a livello di quelle che sembrano e non sono grandi scelte strategiche dei gruppi che governano o credono di governare il mondo. Un mondo segnato ogni giorno di più dall’irrazionalità di queste scelte.
Definire le emozioni
Il primo tentativo da intraprendere quando si vuol fare un discorso scientifico sulle emozioni riguarda la loro identificazione e lo studio della loro distribuzione. L'osservazione fondamentale cui ci troviamo di fronte partendo da questo semplice obiettivo è la necessità di distinguere alcune emozioni fondamentali e molto semplici (la gioia e la rabbia, la paura e il disgusto, la sofferenza e la sorpresa) da altre emozioni, che Evans chiama cognitive superiori, più complesse delle precedenti (l'amore e la colpa, la vergogna e l'orgoglio, l'invidia e la gelosia), caratteristiche di fasi più evolute dello sviluppo personale. Dire che tutte queste emozioni sono universali ed innate significa dire che esse sono evidenti (gli antropologi lo hanno confermato studiando i comportamenti che le esprimono) in tutti gli esseri umani, di tutte le razze e di tutte le culture: dando un contributo fondamentale all'idea per cui gli esseri umani appartengono tutti (dovrebbero sentire di appartenere tutti) ad un'unica grande famiglia.
Emozioni ed evoluzione
Quando abbiamo paura, si dice, ci si rizzano i capelli in testa. Perché? Perché al tempo in cui di capelli ne avevamo tanti, orripilare (drizzare i peli) ci faceva sembrare più grandi e spaventava i nostri nemici. Le spalline delle uniformi che tanto piacciono ai generali (lo ha dimostrato Krabl Eisenfeldt) danno alle loro spalle una forma che ripete quella disegnata dalla paura e dal tentativo di far paura al nemico nel momento dell’attacco sulle spalle degli scimpanzé. Piangere è un modo di dimostrare la sofferenza con cui il bambino (l’adulto) attira le cure della madre (dell’altro). La funzione svolta dal manifestarsi delle emozioni, insomma, è sempre ben riconoscibile in termini evolutivi (le emozioni ed il loro manifestarsi erano e sono utili alla sopravvivenza del singolo e della specie) quando si ragiona sulle emozioni fondamentali. Al modo in cui è immediatamente chiaro, a chi osserva, il ruolo fondamentale svolto nello sviluppo e nel mantenimento dei sintomi interpersonali dalle emozioni cognitive superiori. Passare dalla ricerca di gioia immediatamente collegata al piacere dei sensi a quella più difficile e più duratura legata alla realizzazione di un amore romantico, vivere e diventare sensibili ai suggerimenti dell'invidia, della gelosia o del senso di colpa significa entrare nel pieno della commedia umana. Significa vivere, avere una storia da raccontare, disegnare se stessi e la propria identità personale. Significa, quasi inevitabilmente, permettere agli altri di capire quello che ci succede prima ancora che ce ne rendiamo conto noi. Renderci alternativamente protagonisti e vittime del gioco in cui tutti siamo comunque immersi.
Emozioni e morale
Il cielo stellato sopra di me, diceva Kant, la legge morale dentro di me. D'accordo con lui, i moderni studiosi delle emozioni insistono sull'idea per cui le facoltà morali che la maggior parte di noi possiede e che mancano ad alcune persone disturbate (i disturbi cosiddetti antisociali di personalità: in carcere e fuori del carcere, nei ghetti e nell'alta finanza) «sono basate non già su una serie di regole, come le istruzioni in un programma di computer, ma su emozioni come la simpatia, il senso di colpa, l'orgoglio». Il che vuol dire, in pratica, che lo sviluppo delle facoltà morali del bambino dipende dal suo equilibrio affettivo, non dalle regole che a lui vengono insegnate. Comportarsi in modo morale è vantaggioso, del resto, anche dal punto di vista della specie, se alla storia dell'uomo si guarda in termini evoluzionistici. Se si riflette, cioè, sul nesso stretto che esiste fra prevalere relativo dell'aggressività e catastrofi che si abbattono sul genere umano.
Emozioni e felicità
Non c'è nel libro ma un pensiero che non ho potuto fare a meno di avere leggendolo è quello del modo in cui il dilagare del consumismo nella società in cui viviamo sta rendendo di fatto sempre più difficile il contatto con le nostre emozioni fondamentali. Viviamo, mi pare, in un'atmosfera climatizzata in cui non c'è più spazio per il caldo della gioia, per il freddo della paura, per il sole delle sorprese o per la pioggia della rabbia. Diffidiamo sempre di più, mi pare, anche di quel tipo di relazioni in cui si prendono impegni e che sono naturalmente collegate alle emozioni cognitive superiori. Vissute come un pericolo per il nostro equilibrio, le emozioni forti se ne stanno un po' lontane dal quotidiano dell'uomo moderno e tendono ad invadere gli schermi della televisione o i luoghi del suo divertimento. Vivere evitando sorprese ed emozioni è sempre più comune anche se poi, delle emozioni abbiamo tutti bisogno. E non è un caso forse, allora, che il manifestarsi della gioia si colleghi sempre di più, per un numero sempre maggiore di persone, all'esultanza del calciatore che ha fatto un goal. Al modo in cui non è un caso, forse, che una delle coincidenze più interessanti segnalate in questi ultimi anni fra eventi "emozionanti" ed infarto del miocardio sia la sfida ai rigori che decide l'esito di partite finite in parità e seguite in televisione da tanta gente. Portare le emozioni fuori di noi, su eventi non vitali, è un modo semplice, forse, di evitare dei rischi. Cadendo in una vita grigia, però, basata sul tentativo di non affezionarsi troppo agli altri e di non preoccuparsi troppo del loro destino.
Il mondo, del resto, sembra sempre meno adatto a incoraggiare la speranza di chi ha fiducia nel genere umano. Nel nostro villaggio globale, dicono le statistiche, il 75 per cento delle persone non dispone dei beni essenziali per una vita che noi riteniamo normale. La domanda che viene da farci a questo punto è: si può davvero essere felici accettando una situazione in cui gli altri, troppi altri, non possono permettersi di esserlo e noi facciamo finta di non vederli? A rispondere di no non ci sono solo dei moralisti o dei politici visionari. C'è, più semplicemente, quello che studia il funzionamento della macchina che siamo. Dell'uomo, antropologicamente considerato come il risultato di una evoluzione naturale. Dell'uomo che viene al mondo con un suo patrimonio di emozioni e di potenzialità intellettuali. Da utilizzare e da far crescere nel corso di tutta la vita.
Il Messaggero 6 febbraio 2003
