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Forum di politica, cultura, società: 2005

Roderigo
Emozioni/La “scienza del sentimento”
in un saggio di Dylan Evans. E una riflessione


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Ma nel villaggio globale
è difficile essere felici


di LUIGI CANCRINI

ESISTE una scienza del sentimento? In un piccolo libro pubblicato in italiano da Laterza (Emozioni, 14 euro) Dylan Evans dice di sì. Sfidando il pregiudizio (o la presunzione?) dei letterati e degli psicoterapeuti. Riportando direttamente a Darwin ed all’evoluzionismo i fondamenti di una ricerca che ci mette di fronte alle grandi protagoniste del nostro mondo interno. A quelle intorno a cui si articola il nostro star bene e il nostro star male. A quelle che decidono del nostro destino molto di più di quanto non lo faccia il nostro tentativo, continuamente incompleto, di pensare e di conoscere la realtà. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non sa comprendere, diceva Pascal, e l’esperienza conferma ogni giorno che è lui a comandare nel mondo e nella nostra vita. Anche a livello di quelle che sembrano e non sono grandi scelte strategiche dei gruppi che governano o credono di governare il mondo. Un mondo segnato ogni giorno di più dall’irrazionalità di queste scelte.

Definire le emozioni

Il primo tentativo da intraprendere quando si vuol fare un discorso scientifico sulle emozioni riguarda la loro identificazione e lo studio della loro distribuzione. L'osservazione fondamentale cui ci troviamo di fronte partendo da questo semplice obiettivo è la necessità di distinguere alcune emozioni fondamentali e molto semplici (la gioia e la rabbia, la paura e il disgusto, la sofferenza e la sorpresa) da altre emozioni, che Evans chiama cognitive superiori, più complesse delle precedenti (l'amore e la colpa, la vergogna e l'orgoglio, l'invidia e la gelosia), caratteristiche di fasi più evolute dello sviluppo personale. Dire che tutte queste emozioni sono universali ed innate significa dire che esse sono evidenti (gli antropologi lo hanno confermato studiando i comportamenti che le esprimono) in tutti gli esseri umani, di tutte le razze e di tutte le culture: dando un contributo fondamentale all'idea per cui gli esseri umani appartengono tutti (dovrebbero sentire di appartenere tutti) ad un'unica grande famiglia.

Emozioni ed evoluzione

Quando abbiamo paura, si dice, ci si rizzano i capelli in testa. Perché? Perché al tempo in cui di capelli ne avevamo tanti, orripilare (drizzare i peli) ci faceva sembrare più grandi e spaventava i nostri nemici. Le spalline delle uniformi che tanto piacciono ai generali (lo ha dimostrato Krabl Eisenfeldt) danno alle loro spalle una forma che ripete quella disegnata dalla paura e dal tentativo di far paura al nemico nel momento dell’attacco sulle spalle degli scimpanzé. Piangere è un modo di dimostrare la sofferenza con cui il bambino (l’adulto) attira le cure della madre (dell’altro). La funzione svolta dal manifestarsi delle emozioni, insomma, è sempre ben riconoscibile in termini evolutivi (le emozioni ed il loro manifestarsi erano e sono utili alla sopravvivenza del singolo e della specie) quando si ragiona sulle emozioni fondamentali. Al modo in cui è immediatamente chiaro, a chi osserva, il ruolo fondamentale svolto nello sviluppo e nel mantenimento dei sintomi interpersonali dalle emozioni cognitive superiori. Passare dalla ricerca di gioia immediatamente collegata al piacere dei sensi a quella più difficile e più duratura legata alla realizzazione di un amore romantico, vivere e diventare sensibili ai suggerimenti dell'invidia, della gelosia o del senso di colpa significa entrare nel pieno della commedia umana. Significa vivere, avere una storia da raccontare, disegnare se stessi e la propria identità personale. Significa, quasi inevitabilmente, permettere agli altri di capire quello che ci succede prima ancora che ce ne rendiamo conto noi. Renderci alternativamente protagonisti e vittime del gioco in cui tutti siamo comunque immersi.

Emozioni e morale

Il cielo stellato sopra di me, diceva Kant, la legge morale dentro di me. D'accordo con lui, i moderni studiosi delle emozioni insistono sull'idea per cui le facoltà morali che la maggior parte di noi possiede e che mancano ad alcune persone disturbate (i disturbi cosiddetti antisociali di personalità: in carcere e fuori del carcere, nei ghetti e nell'alta finanza) «sono basate non già su una serie di regole, come le istruzioni in un programma di computer, ma su emozioni come la simpatia, il senso di colpa, l'orgoglio». Il che vuol dire, in pratica, che lo sviluppo delle facoltà morali del bambino dipende dal suo equilibrio affettivo, non dalle regole che a lui vengono insegnate. Comportarsi in modo morale è vantaggioso, del resto, anche dal punto di vista della specie, se alla storia dell'uomo si guarda in termini evoluzionistici. Se si riflette, cioè, sul nesso stretto che esiste fra prevalere relativo dell'aggressività e catastrofi che si abbattono sul genere umano.

Emozioni e felicità

Non c'è nel libro ma un pensiero che non ho potuto fare a meno di avere leggendolo è quello del modo in cui il dilagare del consumismo nella società in cui viviamo sta rendendo di fatto sempre più difficile il contatto con le nostre emozioni fondamentali. Viviamo, mi pare, in un'atmosfera climatizzata in cui non c'è più spazio per il caldo della gioia, per il freddo della paura, per il sole delle sorprese o per la pioggia della rabbia. Diffidiamo sempre di più, mi pare, anche di quel tipo di relazioni in cui si prendono impegni e che sono naturalmente collegate alle emozioni cognitive superiori. Vissute come un pericolo per il nostro equilibrio, le emozioni forti se ne stanno un po' lontane dal quotidiano dell'uomo moderno e tendono ad invadere gli schermi della televisione o i luoghi del suo divertimento. Vivere evitando sorprese ed emozioni è sempre più comune anche se poi, delle emozioni abbiamo tutti bisogno. E non è un caso forse, allora, che il manifestarsi della gioia si colleghi sempre di più, per un numero sempre maggiore di persone, all'esultanza del calciatore che ha fatto un goal. Al modo in cui non è un caso, forse, che una delle coincidenze più interessanti segnalate in questi ultimi anni fra eventi "emozionanti" ed infarto del miocardio sia la sfida ai rigori che decide l'esito di partite finite in parità e seguite in televisione da tanta gente. Portare le emozioni fuori di noi, su eventi non vitali, è un modo semplice, forse, di evitare dei rischi. Cadendo in una vita grigia, però, basata sul tentativo di non affezionarsi troppo agli altri e di non preoccuparsi troppo del loro destino.

Il mondo, del resto, sembra sempre meno adatto a incoraggiare la speranza di chi ha fiducia nel genere umano. Nel nostro villaggio globale, dicono le statistiche, il 75 per cento delle persone non dispone dei beni essenziali per una vita che noi riteniamo normale. La domanda che viene da farci a questo punto è: si può davvero essere felici accettando una situazione in cui gli altri, troppi altri, non possono permettersi di esserlo e noi facciamo finta di non vederli? A rispondere di no non ci sono solo dei moralisti o dei politici visionari. C'è, più semplicemente, quello che studia il funzionamento della macchina che siamo. Dell'uomo, antropologicamente considerato come il risultato di una evoluzione naturale. Dell'uomo che viene al mondo con un suo patrimonio di emozioni e di potenzialità intellettuali. Da utilizzare e da far crescere nel corso di tutta la vita.


Il Messaggero 6 febbraio 2003
Roderigo
Il ricercatore inglese Dylan Evans «fruga» nei fondamenti scientifici

Benvenute emozioni

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Paura, rabbia, amore: l'uomo contro la macchina

di MICHELA DE SANTIS

«Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce», ha scritto Blaise Pascal, per il quale sentimento e raziocinio erano due componenti distinte e contrapposte della natura umana. Una tesi che fu contestata di lì a poco dai philosophes illuministi, che tanti sforzi dedicarono alla «scienza del sentimento», considerando quest'ultimo non un ostacolo al corretto funzionamento del pensiero logico - come aveva pensato Aristotele, - bensì anzi un suo indispensabile corollario.

E' d'accordo con i pensatori Dylan Evans, ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia del King's College di Londra e autore del volume Emozioni. La scienza del sentimento (Laterza, 204 pagine, 14, 00 euro), che si propone di offrire una «mappa ragionata» dell'universo emotivo. Per prima cosa Evans distingue tre classi di emozione: le emozioni fondamentali, le emozioni specifiche di una cultura e le emozioni cognitive superiori. Le prime sono innate e appartengono a ogni individuo della specie umana indipendentemente dalla razza, dall'età, dal grado di alfabetizzazione. Queste emozioni - che gli studiosi identificano per lo più con gioia, paura, rabbia, sofferenza, sorpresa e disgusto - costituiscono una sorta di linguaggio universale che fa dell'umanità un'unica famiglia, riconoscibile tramite quelle espressioni facciali che, catalogate dall'antropologo Paul Eckman negli anni Sessanta, sono risultate essere comuni a tutte le civiltà.

A differenza delle emozioni fondamentali, che sono le medesime in ogni cultura, quelle specifiche sono legate all'appartenenza alle diverse civiltà. E' necessario, ad esempio, essere un Gururumba della Nuova Guinea per avvertire un tipo di emozione che è definita con l'espressione «essere un maiale selvatico»: coloro che ne sono investiti si aggirano furibondi trafugando ogni oggetto di poco valore che si trovi alla portata delle loro mani e aggredendo chiunque incontrino.

Quanto alle emozioni cognitive superiori, si formano in un arco di tempo più prolungato rispetto a quanto accade con le emozioni fondamentali, che invece si manifestano rapidamente come risposta istintiva a uno stimolo; esse assomigliano dunque più allo stato d'animo che all'emozione vera e propria.

Tra queste ultime si annovera anche l'amore romantico. Il quale, precisa Evans, non è certo un'invenzione dei poeti, ma un'emozione che, pur avendo bisogno di maggiori «condizioni speciali» per germogliare rispetto a quelle necessarie alle emozioni fondamentali, è presente nel 90 per cento delle culture umane più o meno con eguali caratteristiche: forte attrazione per una persona, stato di euforia e benessere in sua presenza, tristezza e ardente desiderio in sua assenza.

L'universalità dell'amore è dovuta al fatto che, come tutti i sentimenti, esso è un precipitato della millenaria storia dell'evoluzione. Per quanto prosaico ciò possa apparire, infatti, se oggi noi possiamo provare paura, gioia, rabbia o disgusto è solo perché queste emozioni si sono rivelate utili ai nostri progenitori nella darwiniana lotta per la sopravvivenza: se non avesse posseduto la paura, come avrebbe fatto l'uomo primitivo a mettersi al riparo dalle belve feroci? E se non avesse avuto la capacità di provare disgusto, come avrebbe fatto a distinguere il cibo commestibile da quello in putrefazione?

Avevano ragione dunque gli enciclopedisti francesi che individuarono nelle emozioni le caratteristiche peculiari dell'uomo, capaci di aggiungere alla sua intelligenza quel qualcosa in più che lo rendeva diverso da tutti gli altri animali. Ma sono le emozioni a distinguere l'uomo anche dalle macchine? Nell'età della tecnica, nella quale computer sempre più complessi non solo affiancano l'uomo nelle sue attività lavorative, ma arrivano persino a simulare una personalità e un'esistenza del tutto autonome da quelle dei loro creatori, un'indagine sulla natura dei sentimenti non può prescindere dall'inquietante domanda: le macchine possono provare emozioni?

Questa possibilità è un topos particolarmente caro agli autori dei film di fantascienza: si va dal computer «Hal 9000» di 2001. Odissea nello spazio, che prima si ribella all'equipaggio dell'astronave che controlla e poi emette grida di dolore e di paura quando i suoi circuiti vengono disattivati, ai mutanti di Blade Runner, angosciati nello scoprire che i loro ricordi non sono reali ma solo il frutto degli input inseriti in una memoria di silicio dai loro programmatori; dal robot protagonista dell'Uomo bicentenario, che ridisegna i propri circuiti in modo da poter esperire tutta la gamma delle emozioni umane, al robot bambino di A.I., Intelligenza Artificiale, che come un moderno Pinocchio sogna di trasformarsi in un suo coetaneo in carne ed ossa…

A partire dai primi anni Novanta, tuttavia, la possibilità di dotare le macchine di gioia e dolore, paura e tristezza non è solo una futuribile utopia, bensì una delle principali linee di ricerca della computer science. Gli apprendisti stregoni della cosiddetta «Informatica Affettiva» hanno già ottenuto risultati notevoli, costruendo macchine capaci di adottare comportamenti che possono essere letti come manifestazioni emotive. E' il caso, ad esempio, del famoso robot «Kismet», elaborato dai ricercatori del MIT: dotato di un «volto» con tanto di palpebre, occhi e labbra, «Kismet» può esprimere tristezza, contentezza e sorpresa. Simili esperimenti hanno infiammato il dibattito intellettuale tra filosofi, psicologi ed epistemologi, impegnati nell'arduo compito di stabilire se il fatto che un computer sia in grado di «comportarsi» come se esperisse delle emozioni permetta di affermare che la macchina stia effettivamente «provando» quelle emozioni. Per dare una risposta definitiva a questa domanda bisognerebbe prima trovare una definizione univoca della parola «emozione», ma la maggior parte degli studiosi sono convinti che questo non sia possibile, perché troppo complessa è la natura di questi processi mentali.

Li si può descrivere facendo ricorso ai meccanismi neurobiologici ad essi sottesi - ad esempio spiegando in quale area del nostro cervello risieda la nostra capacità di arrabbiarci o rattristarci, innamorarci o gioire, - oppure identificandoli con i comportamenti che tipicamente li accompagnano; si possono definire le emozioni in base ai loro scopi, oppure descrivendo i sentimenti soggettivi nei quali i più romantici ne individuano l'essenza ultima.

Solo una cosa è certa, e per capirlo non c'è bisogno di una laurea in filosofia: senza emozioni la nostra vita sarebbe miseramente vuota.


Gazzetta di Parma 1 marzo 2003
Mitamit
Forse mi ripeto, ma siamo anche qui, e soprattutto qui, al male cartesiano. Il dualismo, e la separazione, tra res extensa e res cogitans.

Ecco che i sentimenti (effetto) sono spiegati e ridotti a fenomeni di cui si ritiene di conoscerne la causa. Viene così da pensare, ad esempio, che quando avremo compreso scientificamente il sentimento della nostalgia, che a quel punto diverrà tecnicamente un sintomo, saremo in grado di prendere la giusta "medicina" e guarnine.

E la specificità, l'intenzionalità, la relazionità del sentimento che sorge in un essere umano?

gufo
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fate l'amore e non fate la scienza!
Bluette
QUOTE(gufo @ Oct 24 2005, 23:43)
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fate l'amore e non fate la scienza!


Già, ma è così affascinante occuparsene anche attraverso la scienza... a tutto spessore baby2.gif
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