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Forum di politica, cultura, società: 2005

Roderigo
Ecco perché siamo andati alla fiaccolata
per l'esistenza di Israele


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www.rainews24.it

Ivan Bonfanti, Guido Caldiron, Stefania Podda


Caro direttore
Noi alla fiaccolata per il diritto all'esistenza di Israele c'eravamo e per parecchie ragioni. La prima, fin troppo ovvia, è nell'appello che invitava in piazza chiunque creda che Israele abbia diritto ad esistere entro confini sicuri e inalienabili. Siamo d'accordo. Senza se e senza ma.

Le parole di Ahmadinejad sono espressione di un fascismo intollerante e intollerabile. Dichiarare di voler «cancellare il cancro sionista» dalla cartina geografica e dai libri di storia è l'annuncio di una guerra, l'espressione di una volontà di distruzione di un intero popolo che non si può liquidare con leggerezza o richiamandosi alla (supposta) coerenza della sinistra, se non altro per la chiarezza delle parole del presidente iraniano che parlava in un convegno dal titolo esplicito: A World without Zionism, Un mondo senza sionismo.

Nessuno vuole cancellare dalla storia l'Italia o la Francia, nessuno ha mai messo in discussione l'esistenza della Germania o dei tedeschi, neppure dopo il nazismo e l'Olocausto.

Ecco perché non è affatto scontato dire che Israele ha diritto ad esistere. Così come non è scontato affermare che il popolo palestinese ha diritto a uno Stato, anche questo libero e dai confini sicuri e inalienabili. E proprio qui sta il punto.

Perché la battaglia per difendere la vita e la libertà di una singola persona, è la battaglia per difendere la vita e la libertà di tutti.

Dunque alla fiaccolata siamo andati per coerenza. Perché siamo antifascisti, perché affermare il diritto alla vita e all'autodeterminazione del popolo israeliano vuol dire affermare il diritto alla vita e all'autodeterminazione di tutti i popoli, compreso quello palestinese.

L'unica ragione che, nei giorni scorsi, ci ha fatto dubitare dell'opportunità di essere presenti è stato il tentativo di strumentalizzarlo con la logica ricattatoria del «O con noi o contro di noi», commento che alla fine è rimasto isolato e prontamente smentito dalla maggioranza della comunità ebraica.

Ci ha tuttavia amareggiato molto la reazione scomposta di una parte della sinistra di cui ci sentiamo parte. Ci ha sconcertato il contenuto e il tono di alcuni commenti apparsi sul nostro giornale, che non hanno trovato di meglio che evocare «la lobby sionista», come se chiunque abbia ritenuto giusto essere in piazza sia un lobbysta, come se il termine «sionismo» possa essere un insulto. Non lo è. Sionismo significa appoggiare la volontà del popolo ebraico di avere un proprio Stato. Si può essere o meno sionisti, non si può mistificare la realtà.

No, caro direttore, non è stata una fiaccolata di Stato, né una manifestazione pro-Sharon. In piazza c'era soprattutto la comunità ebraica romana, quelli di destra e quelli di sinistra. In piazza c'era chi pensa che Israele abbia diritto a vivere. E ci sembra che questo non sia un tema che si possa lasciare alla destra, specie a una destra erede delle "Leggi razziali".

Al contrario, paragonare chiunque abbia risposto all'appello per l'esistenza di Israele ai sostenitori di Sharon o ai membri di uno «schieramento apertamente ostile al mondo arabo e islamico», è la stessa logica strumentale (e questa sì guerrafondaia) di chi accusa di antisemitismo chiunque critichi un governo israeliano o sostenga il diritto dei palestinesi ad avere il loro Stato.

Ricordiamo bene le accuse di chi cercava di delegittimare i cortei pacifisti («Perché non protestate anche contro il dittatore Saddam?» Perché lo diciamo da anni e oggi il tema è un altro: la guerra, le bombe, i morti) per non essere sorpresi nel ritrovare la stessa contrapposizione a sinistra. Stavolta rovesciata («Perché non si parlava anche del diritto dei palestinesi ad avere uno Stato?» Perché lo diciamo da anni e oggi il tema è un altro: le parole di Ahmadinejad, la retorica dell'odio di certi regimi).

Ci hanno accusato perfino di farci strumentalizzare, ma non ci interessa mettere i paletti contro questo o quel direttore di giornale. Non ci interessa perché l'emergenza, a nostro avviso, è la pace in Medio Oriente e il diritto di entrambi i popoli ad avere uno Stato. Chi pensa che Israele sia talmente potente da non rischiare nulla in termini di sicurezza sbaglia di grosso. L'integralismo islamico, figlio della crisi culturale e politica che ha investito il mondo arabo e soprattutto della sconfitta della sinistra in quei Paesi, è un movimento reale le cui prime vittime sono le stesse società mediorientali. Una tendenza che la guerra in Iraq e la repressione delle aspirazioni nazionali palestinesi hanno alimentato.

Ma è inutile far finta che non ci siano, tra i palestinesi e tra gli israeliani, ampi settori della popolazione e della politica che non riconoscono il diritto all'esistenza dell'altro. Lo Stato di Israele, stabilito dall'Onu nel 1948, non è riconosciuto dalla maggioranza dei Paesi arabi, che gli hanno mosso guerra il giorno dopo la risoluzione. Quello di Palestina, decretato dalle stesse Nazioni Unite nel 1967, non esiste neppure: figuriamoci.

La pace, se finalmente arriverà, passa solo per il riconoscimento reciproco e la fine della retorica dell'odio. Quello di Ahmadinejad come quello dei coloni di Kiryat Arba. E noi - almeno noi che non abbiamo morti in quei cimiteri e non siamo prigionieri della storia di guerre e tragedie che immobilizza il Medio Oriente - possiamo fare lo sforzo di dialogare senza trincee. Almeno noi lasciamo a casa l'odio.


Liberazione 5 novembre 2005
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Roderigo
Ecco perché dico che era una fiaccolata
pro Sharon


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www.agenews.it

PIERO SANSONETTI


Carissimi,
mi fa piacere che voi esprimiate in forma così aperta e netta il vostro dissenso. Non riesco a concepire un modo diverso di fare politica e di fare giornalismo che quello basato sul confronto e sul dissenso. Sarò altrettanto franco.

Della vostra lettera mi ha colpito soprattutto una frase. Questa: "Nessuno vuole cancellare dalla storia l'Italia, o la Francia, nessuno ha mai messo in discussione la Germania o i tedeschi". Già. Però voi ed io sappiamo benissimo una cosa: non per tutti i popoli è così. Esistono forze potenti, esistono eserciti, esistono stati e governi che fin qui hanno impedito la nascita dello stato palestinese e hanno negato al popolo della Palestina ogni suo diritto di popolo. Lo hanno fatto violando sistematicamente tutte le risoluzioni dell'Onu e quindi travolgendo la legalità internazionale. Questa sopraffazione si è fondata sulle scelte politiche e militari dei governi israeliani (quasi tutti), e ora è consolidata dalle scelte del governo Sharon. E' impossibile non partire da qui per affrontare la questione mediorientale: l'essenza della questione mediorientale, il suo punto decisivo e imprescindibile, è il fatto che fin qui si è impedito al popolo palestinese di avere uno Stato e una terra.

Mi conoscete abbastanza per sapere che neanche mi sfiora il cervello l'idea di non condannare le frasi dissennate di Ahamadinejad. Proprio per questo - l'ho detto e l'ho scritto sul nostro giornale - sarei stato davvero favorevole ad una manifestazione bipartisan che denunciasse a voce alta le follie del Presidente iraniano, e riaffermasse il diritto del popolo di Israele e di quello della Palestina di avere un proprio Stato e di vivere pacificamente all'interno dei propri confini. Le due questioni - il diritto di Israele e quello della Palestina - non sono scindibili, per un semplice e chiarissimo motivo: Israele attualmente occupa la Palestina, e se questa occupazione non si conclude, la questione mediorientale non si può sciogliere.

Il Foglio invece non ha indetto una manifestazione bipartisan, perché si è rifiutato di sottoscrivere la parola d'ordine: via Israele dai territori occupati. Ora voi dite: pretendendo la doppia condanna si fa come quei guerrafondai che dicevano ai pacifisti: non potete manifestare contro gli Usa se non manifestate anche contro Saddam. Ma io non ricordo pacifisti che dicessero: viva Saddam. Non ricordo che nessuno si sia mai rifiutato di sottoscrivere la condanna netta e sdegnata contro quel regime infame. Così come non ricordo pacifisti o esponenti della sinistra - a partire da Rifondazione - che in questi anni non abbiano condannato in modo durissimo e chiaro il regime iraniano. Purtroppo non trovo il riscontro dall'altra parte: i gruppi, i partiti e gli intellettuali che hanno convocato la fiaccolata dell'altra sera si sono rifiutati di sottoscrivere la richiesta ad Israele del ritiro immediato.

Tutto qui. Per questo mi sembra ingenuo pensare che la manifestazione indetta da Giuliano Ferrara fosse una cosa diversa da una manifestazione - legittimissima, per carità - di sostegno al governo di Israele. E allora perché partecipare a una manifestazione di sostegno a un governo che noi critichiamo in modo aspro?

Quanto al titolo che abbiamo fatto su Liberazione ("Fiaccolata di stato") come tutti i titoli è una sintesi. Accenna a un'idea, non è un trattato. L'idea alla quale accenna è basata sull'osservazione della assoluta straordinarietà dei modi di convocazione della manifestazione: non era mai successo nella storia dell'intera Repubblica italiana, credo, che una fiaccolata fosse convocata all'unanimità da tutti i giornali (esclusi manifesto e Liberazione), da tutte le televisioni pubbliche e private, da tutti gli esponenti del governo, da tutti i partiti di maggioranza e di opposizione (esclusi Rifondazione e Pdci), eccetera eccetera. In questo mi è apparsa un po' una fiaccolata di Stato, e mi ha stupito che si realizzasse una unità così grande e robusta a difesa di un governo che sicuramente è un governo democratico, ma che in questo momento sta guidando una occupazione militare. Non è una cosa usuale assistere a una manifestazione di massa a difesa di un governo occupante e senza che si faccia neanche un cenno alle condizioni delle popolazioni che stanno subendo l'occupazione. A mia memoria, non ricordo niente di simile.

Non credo di avervi convinto, così come voi non avete convinto me. Spero solo di potere convincere voi, e tutti i participanti alla fiaccolata dell'altra sera, di un'altra cosa: la passione che mi lega al popolo palestinese e alla sua causa, e l'ostilità che io nutro verso il governo Sharon, non mi impediscono di amare in modo profondo e sincero, davvero sincero, il popolo di Israele e gli ebrei di tutto il mondo.


Liberazione 5 novembre 2005
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