Ecco perché siamo andati alla fiaccolata
per l'esistenza di Israele

www.rainews24.it
Ivan Bonfanti, Guido Caldiron, Stefania Podda
per l'esistenza di Israele

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Ivan Bonfanti, Guido Caldiron, Stefania Podda
Caro direttore
Noi alla fiaccolata per il diritto all'esistenza di Israele c'eravamo e per parecchie ragioni. La prima, fin troppo ovvia, è nell'appello che invitava in piazza chiunque creda che Israele abbia diritto ad esistere entro confini sicuri e inalienabili. Siamo d'accordo. Senza se e senza ma.
Le parole di Ahmadinejad sono espressione di un fascismo intollerante e intollerabile. Dichiarare di voler «cancellare il cancro sionista» dalla cartina geografica e dai libri di storia è l'annuncio di una guerra, l'espressione di una volontà di distruzione di un intero popolo che non si può liquidare con leggerezza o richiamandosi alla (supposta) coerenza della sinistra, se non altro per la chiarezza delle parole del presidente iraniano che parlava in un convegno dal titolo esplicito: A World without Zionism, Un mondo senza sionismo.
Nessuno vuole cancellare dalla storia l'Italia o la Francia, nessuno ha mai messo in discussione l'esistenza della Germania o dei tedeschi, neppure dopo il nazismo e l'Olocausto.
Ecco perché non è affatto scontato dire che Israele ha diritto ad esistere. Così come non è scontato affermare che il popolo palestinese ha diritto a uno Stato, anche questo libero e dai confini sicuri e inalienabili. E proprio qui sta il punto.
Perché la battaglia per difendere la vita e la libertà di una singola persona, è la battaglia per difendere la vita e la libertà di tutti.
Dunque alla fiaccolata siamo andati per coerenza. Perché siamo antifascisti, perché affermare il diritto alla vita e all'autodeterminazione del popolo israeliano vuol dire affermare il diritto alla vita e all'autodeterminazione di tutti i popoli, compreso quello palestinese.
L'unica ragione che, nei giorni scorsi, ci ha fatto dubitare dell'opportunità di essere presenti è stato il tentativo di strumentalizzarlo con la logica ricattatoria del «O con noi o contro di noi», commento che alla fine è rimasto isolato e prontamente smentito dalla maggioranza della comunità ebraica.
Ci ha tuttavia amareggiato molto la reazione scomposta di una parte della sinistra di cui ci sentiamo parte. Ci ha sconcertato il contenuto e il tono di alcuni commenti apparsi sul nostro giornale, che non hanno trovato di meglio che evocare «la lobby sionista», come se chiunque abbia ritenuto giusto essere in piazza sia un lobbysta, come se il termine «sionismo» possa essere un insulto. Non lo è. Sionismo significa appoggiare la volontà del popolo ebraico di avere un proprio Stato. Si può essere o meno sionisti, non si può mistificare la realtà.
No, caro direttore, non è stata una fiaccolata di Stato, né una manifestazione pro-Sharon. In piazza c'era soprattutto la comunità ebraica romana, quelli di destra e quelli di sinistra. In piazza c'era chi pensa che Israele abbia diritto a vivere. E ci sembra che questo non sia un tema che si possa lasciare alla destra, specie a una destra erede delle "Leggi razziali".
Al contrario, paragonare chiunque abbia risposto all'appello per l'esistenza di Israele ai sostenitori di Sharon o ai membri di uno «schieramento apertamente ostile al mondo arabo e islamico», è la stessa logica strumentale (e questa sì guerrafondaia) di chi accusa di antisemitismo chiunque critichi un governo israeliano o sostenga il diritto dei palestinesi ad avere il loro Stato.
Ricordiamo bene le accuse di chi cercava di delegittimare i cortei pacifisti («Perché non protestate anche contro il dittatore Saddam?» Perché lo diciamo da anni e oggi il tema è un altro: la guerra, le bombe, i morti) per non essere sorpresi nel ritrovare la stessa contrapposizione a sinistra. Stavolta rovesciata («Perché non si parlava anche del diritto dei palestinesi ad avere uno Stato?» Perché lo diciamo da anni e oggi il tema è un altro: le parole di Ahmadinejad, la retorica dell'odio di certi regimi).
Ci hanno accusato perfino di farci strumentalizzare, ma non ci interessa mettere i paletti contro questo o quel direttore di giornale. Non ci interessa perché l'emergenza, a nostro avviso, è la pace in Medio Oriente e il diritto di entrambi i popoli ad avere uno Stato. Chi pensa che Israele sia talmente potente da non rischiare nulla in termini di sicurezza sbaglia di grosso. L'integralismo islamico, figlio della crisi culturale e politica che ha investito il mondo arabo e soprattutto della sconfitta della sinistra in quei Paesi, è un movimento reale le cui prime vittime sono le stesse società mediorientali. Una tendenza che la guerra in Iraq e la repressione delle aspirazioni nazionali palestinesi hanno alimentato.
Ma è inutile far finta che non ci siano, tra i palestinesi e tra gli israeliani, ampi settori della popolazione e della politica che non riconoscono il diritto all'esistenza dell'altro. Lo Stato di Israele, stabilito dall'Onu nel 1948, non è riconosciuto dalla maggioranza dei Paesi arabi, che gli hanno mosso guerra il giorno dopo la risoluzione. Quello di Palestina, decretato dalle stesse Nazioni Unite nel 1967, non esiste neppure: figuriamoci.
La pace, se finalmente arriverà, passa solo per il riconoscimento reciproco e la fine della retorica dell'odio. Quello di Ahmadinejad come quello dei coloni di Kiryat Arba. E noi - almeno noi che non abbiamo morti in quei cimiteri e non siamo prigionieri della storia di guerre e tragedie che immobilizza il Medio Oriente - possiamo fare lo sforzo di dialogare senza trincee. Almeno noi lasciamo a casa l'odio.
Liberazione 5 novembre 2005
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