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Forum di politica, cultura, società: 2005

Luna Scarlatta
Un Papa discusso, La tetra storia di Celestino V

Un Papa amato ed odiato.

Era il sessantesimo anniversario della liberazione di Roma, quando mi sono recata a Fumone: ma, seguendo il filo contraddittorio della nostra esistenza, fondata sull’eterno dissidio dei poli opposti che alla fine s’incontrano, parleremo della prigionia di Celestino V all’interno del Castello di Fumone, per volere di Bonifacio VIII. Una storia che risale alla fine del XIII secolo. È qui che l’arte, chiaramente godibile nel medievale Castello, si compiace amabilmente di indossare gli abiti della storia e, perché no, anche della letteratura, perché quella di Celestino è l’infausta e angosciosa avventura terrena dell’eterno Homo viator, metafora universale dell’uomo viandante, che tanto accarezza l’animo dei letterati di ogni epoca. Peccato che il viaggio di questo uomo illuminato dalla fede ascetica e dall’aura di santità, uomo peraltro al centro di accese polemiche tra Petrarca e Dante (quest’ultimo addirittura lo accusò di viltate nel suo Inferno) si svolga in senso contrario di come ci auspicheremmo: non un itinerarium di crescita, di iniziazione spirituale, non un cammino verso la conoscenza di un mondo paradisiaco, in cui la libertà di vivere sia un diritto indiscutibile dell’uomo, non un percorso dal buio dell’inconsapevolezza al raggio della verità, ma una discesa ad Inferos, dalla luce morale e spirituale alle tenebre di tre mura di pietra, che formano il claustrofobico triangolo della morte e dell’angoscia del nulla. Al centro della nostra storia campeggiano due personalità oscure, ma indubbiamente antagoniste, l’uno, Celestino, incarnazione della mitezza d’animo e della bontà, ma anche della debolezza, l’altro simbolo di malvagità, di forza e potere. Possiamo ben dire che il paese e il suo castello s’identificano in un unico volto. Entrando attraverso la Porta romana, le anime inquiete dei personaggi storici ci portano a respirare un aria visibilmente d’altri tempi. Ebbene, dopo Porta romana, bisogna salire dei larghi scalini in pietra per ritrovarsi di fronte all’ingresso del Castello, recante un’iscrizione che ricorda l’infelice vicenda di Celestino V. Il racconto inizia proprio dalla cappella circolare che Paolo VI fece erigere in onore di Celestino: questa è la prima stanza che si può visitare, una bella cupoletta a volta affrescata con colori sobri e tenui: entrando dalla piccola porticina ci si trova di fronte a un altare, che è il segno che la cappella è stata consacrata e quindi vi si può celebrare la messa: nella ricorrenza della morte di Celestino infatti vi si celebra l’ufficio funebre. Accanto a una delle pareti della cappella vi è un soffocante spazio triangolare di pietra che osservo sbigottita: è l’angusta cella in cui Celestino fu fatto rinchiudere. Secondo cronache del tempo, la cella sarebbe stata così piccola che il pontefice avrebbe usato per cuscino la predella di un altare. Fu qui che egli morì il 19 maggio 1296, dopo circa dieci mesi di prigionia e, secondo una tradizione, fu ucciso per mano di Roffredo Gaetani, nipote di Bonifacio VIII, con un chiodo infisso nel cranio.
Uscendo dalla cella, si osservano, con occhi certo sbigottiti, ben conservate in una vetrina, un dente di Celestino, un suo minuscolo frammento di cuore, e alcune filamenti delle sue vesti. Pier da Morrone, così si chiamava prima di essere eletto Papa con il nome di Celestino V, era dedito alla vita ascetica e aveva fondato nel 1251 l’ordine dei Celestini, quando, dopo una lunga vacanza del soglio pontificio di ben 27 mesi, a seguito della morte di Niccolò IV, il 4 aprile 1292 fu eletto papa nel conclave di Perugia, sotto le pressioni di Carlo II d'Angiò, re di Napoli. Dopo una breve esitazione, accettò e fu incoronato pontefice il 29 agosto 1294 con il nome di Celestino V e fissò la sua residenza a Napoli. Qui rimase in potere degli angioini, che lo circondarono di ogni sorta di onore ed ottennero da lui cariche di prelati e le leggi che a loro convenivano. Ben presto però Celestino si accorse delle trame politiche che lo circondavano e della sua inesperienza ed incapacità a reagire: sotto le pressioni del cardinale Gaetani, riunì il concistoro il 3 dicembre 1294 e decise di abdicare. Il 24 dicembre gli succedeva il Gaetani stesso con il nome di Bonifacio VIII. Pier Da Morrone intendeva riprendere la vita eremitica, ma il nuovo papa, temendo che qualcuno esortasse Celestino a tornare sui suoi passi, lo fece rinchiudere nel castello di Fumone, dove morì nel maggio del 1296. Il viaggio centrale e più emozionante inizia con la prima stanza, la cappella, e finisce con essa. Il cammino del viaggiatore virtuale ovviamente continua tra sontuose camere da pranzo, stemmi di famiglie nobiliari, ritratti degli esponenti della numerosa famiglia Longhi. Ma continuando ad aggirarsi nell’immenso castello, il nostro turista non può non ritornare con la mente a quella impressionate storia di un uomo, impreparato e ignaro dinnanzi alle congiure terrene, ma pronto dinnanzi al regno di Dio. Fu infatti beatificato nel 1313 da Clemente V.
Bluette
Molto bella la tua descrizione del Papa "eremita", Luna Scarlatta.
E' una figura che anch'io conosco bene, essendomi molto familiari le terre d'Abruzzo smile.gif

Nativo di Isernia (secondo la versione più accreditata dagli storici), l'eremita Pietro Angelerio da Morrone aveva scelto, come luoghi per la predicazione, quelli dell’Abruzzo interno, l’Aquilano e il circondario di Sulmona.
Di ritorno da Lione, dove il Papa aveva approvato il suo ordine dei Fratelli dello Spirito o Celestini (1274), si fermò all’Aquila per passare la notte e lì sognò la Vergine che gli ordinò di erigere una basilica sul Colle di Maggio.
Il 5 luglio 1294, dopo due anni di contrasti (successivi alla morte di papa Niccolò IV), il Conclave, riunito a Perugia, designò il monaco – fondatore di un ordine che per secoli ha avuto, per l’appunto, il nome dei Celestini – come Pontefice. Un corteo accompagnò il Papa da Sulmona all’Aquila, alla Basilica di Collemaggio, da lui stesso fatta erigere alcuni anni prima, e dove gli furono consegnati le vesti pontificali il 29 agosto 1294, davanti a una folla immensa e, soprattutto, a re Carlo d’Angiò e a Carlo Martello.
Alcuni seguaci del suo ordine trafugarono successivamente le sue spoglie mortali e le portarono nella basilica de L’Aquila di Santa Maria di Collemaggio, dove tuttora riposano.
In quei pochi mesi di pontificato, Papa Celestino lasciò alla città de L’Aquila, ma anche al mondo intero, un’eredità di grande portata. Alla fine di settembre del 1294, infatti, proprio dalla basilica di Collemaggio emanò una Bolla con la quale concedeva un’indulgenza plenaria e universale a tutta l’umanità, senza distinzioni. Un evento eccezionale, visto che accadeva in un periodo in cui il perdono era spesso legato alla speculazione e al denaro. La Bolla di San Pietro Celestino, che introduceva i concetti di pace, solidarietà e riconciliazione, poneva solo due condizioni per ottenere il perdono: l’ingresso nella basilica di Collemaggio, nell’arco di tempo compreso tra le sere del 28 e del 29 agosto di ogni anno, e l’essere “veramente pentiti e confessati”. Sei anni prima della Bolla di Bonifacio VIII, che istituiva l’Anno Santo ufficiale della Chiesa, a L'Aquila era nato il Giubileo.
Un Giubileo che, per un giorno, si ripete ogni anno. Gli Aquilani hanno sempre custodito gelosamente la Bolla della Perdonanza, oggi conservata nella cappella blindata della Torre del Palazzo Comunale. Gli antichi statuti civici vollero che, proprio perché erano stati i cittadini a proteggere il prezioso documento, fosse l’autorità civile a indire la Festa del Perdono, rispettando, comunque, il dettato di Papa Celestino.
L’autenticità del documento papale, la Bolla della Perdonanza, la cui commemorazione è accompagnata, da circa 20 anni, da una settimana di feste, concerti, rassegne, convegni e mostre, è stata confermata dal Vaticano.

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Qui la Basilica di S. Maria di Collemaggio
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