Rai, esce Bonolis entra Cencelli
di CURZIO MALTESE
LA RAI perde Bonolis e ritrova Cencelli. E' vero che la lottizzazione a viale Mazzini non è mai passata di moda. Ma il nuovo consiglio d'amministrazione della tv di Stato è un vero trionfo della tessera di partito come non s'era mai visto neppure nella prima repubblica. Sette partiti, sette tessere, sette nomi col trattino d'appartenenza. Dopo tredici anni in cui una minima decenza imponeva di nominare nella prima azienda culturale del Paese intellettuali e non portaborse o portavoce di segreterie, la stagione dei professori si è chiusa per lasciare il posto alla più sfacciata e svaccata partitocrazia.
Da oggi la Rai è guidata da un parlamentino in scala formato del quale fanno parte una funzionaria leghista, Giovanna Bianchi Clerici, l'ex ministro Urbani, appena silurato e quindi da piazzare, il redivivo Staderini per l'Udc, il responsabile comunicazione dei Ds Carlo Rognoni, e ben tre ex direttori di giornali di partito, Malgieri (An), Curzi (Rifondazione) e Rizzo Nervo (Margherita).
E' il bingo della politica pura. Forlani, Andreotti e Craxi non avrebbero saputo fare di meglio. Però almeno non rompevano l'anima tutti i giorni e da anni con la retorica dell'antipolitica, le ironie sul "teatrino", le sparate sul "palazzo" e su "Roma ladrona", la pretesa di essere manageriali ed europeisti. Ma dove in Europa s'è mai vista una tv pubblica direttamente gestita dalle segreterie di partito? Va bene che "no, non è la Bbc" e neppure il servizio pubblico francese, tedesco o spagnolo, ma questa abbuffata da anni Ottanta è un ridicolo salto all'indietro. Al di là dei nomi, dei curricula e delle persone, che sono sempre rispettabili. Per quanto alcuni faranno molto rimpiangere i pur criticatissimi Demattè e Donzelli e Sellerio, Cavani e Siciliano, Cardini e Rumi.
E' grottesco il metodo, antistorico, nostalgico. Complice una legge truffaldina come la Gasparri che oltre alla bufala del digitale terrestre ha spacciato agli italiani per modernità il ritorno al manuale Cencelli. Non si poteva ottenere altro dalle nomine fatte nell'attuale commissione di vigilanza sulla Rai.
Nei cinque anni della tv di regime la commissione di vigilanza ha dormito lunghi sonni. Non a caso, per completare il capolavoro, si pensa ora di nominare presidente della Rai il diessino Claudio Petruccioli, oggi presidente della commissione di "non" vigilanza. La destra ha già annunciato che lo voterebbe molto volentieri, la sinistra un po' meno. Quella del presidente e soprattutto del nuovo direttore generale sarà l'ultima e decisiva battaglia di viale Mazzini e quindi, per non sbagliare, il centrosinistra si presenta diviso. In teoria li nomina il ministero del Tesoro, in pratica dovrebbero essere decisi da un accordo fra maggioranza e opposizione.
Molti nell'Ulivo sono ben disposti a ripetere il felice esperimento del "presidente di garanzia", con Petruccioli al posto di Lucia Annunziata. Altri e fra questi Romano Prodi puntano a nominare un "pacchetto di garanzia" che comprende sia il presidente sia il direttore generale. Per la buona ragione che il presidente parla e il direttore generale invece comanda.
Da un anno Cattaneo, per esempio, decide tutto o quasi in assenza di un presidente e spesso senza neppure informare il consiglio d'amministrazione, com'è stato nel caso ultimo della rinuncia all'esclusiva dei mondiali di calcio, una cosetta da nulla.
In attesa di sapere chi vincerà, godiamoci l'edificante spettacolo della corsa all'ultima poltrona Rai in pieno stile assalto alla diligenza. Serve a distrarsi dalla dura realtà, la recessione, gli scioperi, l'incerto futuro di molte aziende, Rai compresa. Senza più Bonolis, senza mondiali di calcio, senza idee, sempre più fuori dal mercato mondiale delle televisioni, ma finalmente con tutte le caselle di partito al posto giusto.
Repubblica 18 maggio 2005
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