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Forum di politica, cultura, società: 2005

Roderigo
Autoritratto di Bertinotti

«Voglio la fine della proprietà privata»

I simboli non bastano più, andremo al governo per contare davvero.
Il patto con Prodi dovrà essere aggiornato di continuo


ALDO CAZZULLO

«Se penso a mio padre lo rivedo nel rito della vestizione, il giorno delle elezioni: l’abito buono grigio scuro, le scarpe nere, la camicia bianca immacolata, il fiocco di seta nera alla Lavallière, e il cappello nero a larghe falde, al posto del basco di ogni giorno». Anche Enrico Bertinotti aveva il gusto del vestire. Recluta a Caporetto, spalatore di carbone sulle locomotive a vapore, fuochista, macchinista. Autodidatta e socialista, come il figlio Fausto.

L’unico leader della sinistra italiana ad aver avuto una formazione proletaria, ad aver imparato a nuotare non nel mare (visto la prima volta a 14 anni) manei navigli, a leggere non sui classici ma sulle pagine sportive dell’Avanti!, a crescere non in dimore borghesi ma in una casa di ringhiera «all’estrema periferia di Milano», a giocare non sui prati ma nelle marcite «con le bisce d’acqua che passavano tra le gambe». «Papà era un grande educatore». Due gli insegnamenti fondamentali. Un’istruzione teorica: «Quella cultura "dalla culla alla tomba", che passava per il socialismo inteso come autogestione e l’abolizione della proprietà privata». E una raccomandazione pratica: «Papà era colto ma parlatore misurato, diversamente da me. Appena salivamo sul tram o su un treno diceva: "Fausto, mi raccomando, parla poco, sai che la gente si infastidisce"».

Non gli ha dato retta. Marco Bosio, antico compagno, ha raccontato di quando a una manifestazione fascista in piazza Martiri a Novara «Fausto voleva convincere i carabinieri in tenuta antisommossa che dovevano sciogliere il corteo e appoggiare noi, di sinistra, che protestavamo. Lo fece con tale insistenza che alla fine i carabinieri non ci videro più e lo riempirono di botte. Lo portammo malconcio in un bar perché si riprendesse». E poi le interrogazioni all’istituto per periti industriali «Omar», dove si diplomò «con un paio d’anni di ritardo», parlando per ore anche se impreparato. Le cadute dalla Vespa perché guidando si girava verso il passeggero (sempre il compagno Bosio) a discutere e gesticolare.

Il soprannome dei tempi del sindacato, Malabrocca, come la maglia nera del Giro (proprio lui che era tifoso di Coppi), perché alle riunioni rimaneva sempre l’ultimo. Il resto l’abbiamo sentito di persona in questi anni. Quando disse di voler essere un monopattino; di amare penne e matite, Hammet e Chandler, impermeabili e vestiti usati, il Florian di Venezia e il Grand Hotel dell’isola Borromea, il jazz e La battaglia di Algeri, i portaocchiali e la lozione da barbiere professionista Floid; di avere una casetta di 40 metri quadri a Dolceacqua; di portare in tasca solo pochi euro «perché al resto pensa mia moglie Lella»; di aver rinunciato all’unico capo in cachemere mai posseduto; di aver chiamato il figlio Duccio come Duccio Galimberti.

E poi quando una giuria di 14 giornaliste parlamentari lo elesse «il più virile» insieme con D’Alema, «il più gentile» insieme con Fini e «il più elegante», da solo (le lettrici di Anna lo designarono invece «il più vanesio», davanti a Berlusconi); quattro signore di Bologna fondarono il fan club «Bertinotti ti amo»; e Ambra Angiolini lo accolse in tv urlacchiando «Fausto quando mi piaci!» (ma forse era Boncompagni in cuffia). E ancora quando invitò a bruciare le cravatte di Hermes per protesta contro i test nucleari francesi, o giustificò l’assalto di José Bové ai McDonald’s («Rifondazione preferisce la cucina mediterranea » fece anche scrivere in un comunicato). Il Parolaio Rosso, lo chiamò Giampaolo Pansa. Finché dimostrò di saper non solo parlare, ma anche fare. E di non essere affatto votato alla sconfitta.

«In questo tempo —dice ritoccando la relazione con cui oggi al Lido di Venezia aprirà il congresso — ho corso dei rischi pazzeschi». La rottura con Prodi e la scissione. «Non una scissione laica, come le altre. Una crociata. La fecero per distruggerci. Delenda Carthago. Un’operazione eterodiretta con un unico obiettivo: cancellarci », dai tg dell’Ulivo a Nanni Moretti, il quale dopo le elezioni del 2001 disse da Cannes: «Non capisco perché Berlusconi ringrazi tutti gli italiani quando dovrebbe ringraziarne uno solo. Bertinotti ».

Lui però aveva appena vinto un’altra scommessa: sopravvivere, superare il 4% mentre Cossutta («non abbiamo più rapporti ») si fermava al 2, vedere il centrosinistra sconfitto e dimostrare che con Rifondazione al Senato si sarebbe vinto. L’ultimo grande rischio fu proprio quando Moretti e Cofferati gli insidiarono la leadership della sinistra radicale. «Ma io questo non l’ho mai pensato. Che potevano fare? Fondare un altro partito laburista? Prendersi il partito diD’Alema e Fassino? Impossibile». Così lui è arrivato all’accordo con Prodi. Finirà come l’altra volta? La trattativa infinita? La rottura?

Bertinotti alza la testa dalla relazione. Tossisce. Si infila un maglioncino, non di cachemire. «Rispetto al ’96 è cambiato tutto. Allora c’era la desertificazione sociale, il silenzio della piazza, la stasi dei movimenti. E c’erano due forze distinte, lontanissime, ognuna con il suo programma. Stavolta è diverso. Al centro della scena ci sono i movimenti. Le politiche neoliberiste sono fallite. Il governo Berlusconi ha riacceso la lotta sociale. Stavolta il programma si farà insieme. E non ci accontenteremo di simboli, di bandiere, come l’altra volta: le 35 ore, la scala mobile, la patrimoniale. Stavolta non si tratta di influenzare alcune scelte, ma di dare l’ispirazione generale, di improntare tutta la politica del governo».

Dice così perché è alla vigilia di un congresso difficile, con quasi metà partito contrario all’accordo con Prodi. «No. La lealtà al programma è importante. Ma il programma lo scriveremo anche noi. E i movimenti non sarannomessi di fronte al fatto compiuto; saranno interpellati prima». Nessuna cambiale in bianco: «Il patto sarà aggiornato, corretto, revisionato nel tempo. Sempre ascoltando i movimenti, i sindacati. Vivremo nel clima della riforma. Produrremo democrazia e partecipazione: una, dieci, mille Puglie; mille Vendola. E poi stavolta al governo ci saremo anche noi». Lei? «No, non io. E’ escluso. Ci saranno politici, e personalità». Lei tra cinque anni dove sarà? «Guardi, io ho quasi 65 anni. La politica ha i suoi tempi, e il mio non è eterno. Gli incarichi operativi non sono a vita».

E’ cambiato tutto anche rispetto all’ultimo congresso, Rimini 2002. Allora Bertinotti faticò a imporre a tutti i delegati la condanna di Stalin, di cui il comunismo sovietico si era liberato già nel ’56, quando Fausto perdeva il suo primo anno all’istituto Omar di Novara. Nel frattempo ha fondato sulla tomba di Rosa Luxembourg il partito della sinistra europea, criticato Castro («ma resto convinto che Fidel fu profeta quando al processo intentatogli da Batista urlò "la storia mi assolverà" »), marciato con i cattolici («però non ho rivelato nulla di nuovo: al tempo di mio padre, ai cortei nuziali o funebri i socialisti si fermavano sul sagrato; io sono uno che entra in chiesa»). Rifondazione oggi non è più solo comunista. «Diciamo che il comunismo è come una grande opera d’arte, imprigionato in un involucro che ne ha preso la forma e l’ha formato; e noi oggi dobbiamo liberare l’originale a picconate. O forse no, anche questa è un’immagine novecentesca. Diciamo piuttosto che la penso come Frei Betto: tra libertà, democrazia e socialismo, tutte parole usurate, la parola più fresca è ancora socialismo.

Il Novecento non lascia solo macerie; è il secolo in cui le masse danno la scalata al cielo». Lei sogna ancora il comunismo ideale? «No. La mia è l’utopia concreta di Bloch. L’ispirazione a essere liberi e uguali. La critica alle basi materiali dell’ineguaglianza e dell’alienazione, che hanno assunto le forme della globalizzazione ma portano ancora il nome terribile di capitalismo. E la base da rimuovere restano i rapporti di proprietà ». Un obiettivo da lungo periodo. «Certo: la proprietà privata non si può abrogare per decreto. Ma è un obiettivo». Su questo, Fausto Bertinotti ha dato ascolto al padre Enrico.E pazienza per i 40 metri quadrati a Dolceacqua.


Roderigo
Messaggio anacronistico e terrorista


Caro Bertinotti, credo che affermazioni come quelle riportate dal "Corriere" non facciano altro che favorire Berlusconi, regalando tanti, troppi voti al centro destra, un lusso che non possiamo e non dobbiamo permetterci.

«Autoritratto di Bertinotti. "Voglio la fine della proprietà privata" I simboli non bastano più, andremo al governo per contare davvero. Il patto con Prodi dovrà essere aggiornato di continuo
Per cui sarebbe moralmente più onesto, Onorevole Bertinotti, appoggiare apertamente Berlusconi, piuttosto che inviare messaggi "anacronistici" e "terroristici", ad una società dove la maggior parte delle famiglie sono proprietarie della casa che abitano, uomini e donne che hanno lavorato duro per anni per riuscire a comprare la casa e che sono terrorizzati solo all'idea di perderla. Uomini e donne che pur di non correre il rischio di perderla, sarebbero disposti a votare anche Berlusconi, che tanti danni ha fatto al nostro paese e che tanti ancora può farne.

Piuttosto proporrei di ripristinare la tassa di successioni per le grandi eredità!
Piuttosto proporrei di combattere "realmente" gli evasori fiscali!
Piuttosto proporrei leggi che evitano la distrazione di grandi capitali!
Piuttosto proporrei leggi più severe per il falso in bilancio!
Piuttosto proporrei più investimenti in ricerca, innovazione e cultura!
Piuttosto proporrei più stato sociale!
Piuttosto proporrei più edilizia pubblica!
Piuttosto proporrei meno burocrazia!
Piuttosto proporrei più sicurezza e certezza della pena per i colpevoli!
Piuttosto proporrei più lavoro, meno flessibile ma più efficiente che salvaguardi chi lavori e perseguiti chi ruba lo stipendio!
Piuttosto proporrei una politica che salvaguardi l'ambiente!
Piuttosto proporrei una politica di sviluppo delle energie rinnovabili che contrasti la politica del centrodestra che chiede di ripensare al nucleare (una follia)!
Piuttosto proporrei più scuola, più impresa, più sviluppo!»
Vede, caro Onorevole Bertinotti di slogan più sensati ce ne sono tanti, per cui mi viene da chiederle "ma Lei da che parte sta? ".

Dalia Paulillo via e-mail
Liberazione 5 marzo 2005
http://www.liberazione.it

Roderigo
Torniamo a parlare della questione della proprietà privata
per resistere al dilagare della logica proprietaria


FAUSTO BERTINOTTI

Cara Signora Paulillo, come vede le rispondo volentieri come lei esplicitamente mi chiede di fare, anche per fugare un equivoco. Lei fa riferimento ad una intervista che ho rilasciato a un grande quotidiano, nel corso della quale mi è stato chiesto se continuavo ad essere contro la proprietà privata. Sarebbe stata la stessa cosa se mi fosse stato chiesto se sono per il superamento del capitalismo. Ovviamente ho dato una risposta affermativa, che sottolineava un dato della mia cultura politica cui non intendo rinunciare. Ma non penso affatto che questo obiettivo sia raggiungibile in tempi brevi, tantomeno per decreto-legge, e in ogni caso non mi sogno neppure di chiedere la sua introduzione nel programma dell'Unione, cioè dello schieramento politico che vogliamo costruire tra tutte le forze di opposizione per sconfiggere Berlusconi.

Come si suole dire la questione non è all'ordine del giorno e non pretendiamo di imporla non essendovi alcuna condizione per poterlo fare. Ciò non toglie che quella prospettiva stia nella cultura politica e degli ideali del nostro partito, al quale non si può chiedere di rinunciare alla propria identità così come noi non lo chiediamo agli altri. Ma su questo ritornerò tra poco.

Forse a lei parrà curioso ma in realtà siamo molto più d'accordo di quanto lei non creda. Le parole d'ordine che lei suggerisce (con la sola eccezione della certezza della pena che già in Italia esiste, contrariamente alla propaganda delle destre, e quindi bisogna chiarire che la sicurezza dei cittadini non discende dal numero dei carcerati), sono le stesse che stanno scritte nei nostri programmi elettorali, e che personalmente ho più volte citato e spiegato in interviste, pubblici o televisi dibattiti, comizi. Quindi alla domanda un po' provocatoria che lei mi rivolge "ma lei da che parte sta? " rispondo senza dubbi: dalla sua, come da quella di tante e tanti altri che avanzano giuste esigenze e proposte. Quanto poi al problema della proprietà della casa, posso affermare di più, e anche questo sta chiaramente scritto nei nostri programmi. Non solo non vogliamo togliere la casa di abitazione a chi se la è pagata con tanti sacrifici, ma addirittura proponiamo di togliere l'Ici, l'imposta sulla casa, che ci pare ingiusta quando la casa è un bene d'uso, è cioè la "prima casa", e non una fonte di rendita. In sostanza chi abita la casa che possiede non dovrebbe pagare per quella nessuna tassa aggiuntiva, mentre chi possiede più case e da queste trae una rendita deve pagare una specifica tassazione. Quindi gli uomini e le donne che possiedono la loro casa d'abitazione hanno tutto da guadagnare a votare per noi, mentre tutto da perdere a riversare il loro voto sulle destre.

Tuttavia l'argomento che lei ha sollevato è troppo importante per cavarmela solo con qualche pur doverosa e spero chiara puntualizzazione. Credo infatti che ci faccia bene tornare a parlare della questione della proprietà in modo tutt'altro che anacronistico e tantomeno terroristico.

Non le pare infatti che siamo di fronte ad un massiccio processo di privatizzazione? Sia chiaro, se ci riferiamo in particolare al nostro paese, le responsabilità non sono solo delle destre. Tra il 1992 e il 2001, quando Berlusconi governò solo per una breve parentesi, nel nostro paese si è realizzato un volume di privatizzazioni secondo in Europa solo a quello avvenuto nell'Inghilterra della Signora Tatcher. Non si è trattato solo di vendita di intere industrie, anche se questa scelta ha portato ad impoverire il nostro paese nello scenario internazionale e a determinare un vero e proprio declino industriale. Lei giustamente afferma che bisogna puntare sulle energie rinnovabili. Ma potrà facilmente convenire che questo non è possibile senza un intervento diretto del pubblico nel campo dell'energia, mentre qui siamo di fronte ad una privatizzazione a tappe dell'Enel.

Ma ripeto, per quanto grave, non si è trattato solo di questo, ma di un rapido processo di demolizione dello stato sociale (che in fondo è stato un grande compromesso storicamente realizzatosi tra pubblico e privato), con le privatizzazioni nei settori dell'istruzione, della sanità, della previdenza che sono i tre pilastri essenziali del modello europeo di welfare state. Lei giustamente vuole più stato sociale, ma questo non si può fare se non bloccando queste privatizzazioni, facendole retrocedere e riformando il sistema dei servizi secondo le nuove esigenze dei cittadini e combattendo la burocratizzazione dello stesso.

Ma vi è ancora di peggio. La logica proprietaria, quando ci riferiamo al sistema nel suo complesso, è diventata sempre più pervasiva e onnivora. Se guardiamo il problema su scala mondiale, cioè agli effetti concreti della globalizzazione capitalistica, vediamo che tutto è sottoposto, almeno come linea di tendenza, alla logica proprietaria. Non più solo la terra e i mezzi di produzione, ma l'acqua, il genoma, gli organi umani, la conoscenza e l'elenco potrebbe continuare. La tendenza di questo capitalismo è di trasformare tutto il valore d'uso in valore di scambio. Ciò che un tempo pareva sfuggire a questo ciclo oggi vi viene inserito a forza e il mondo ci appare come il luogo di una gigantesca mercificazione. In questo quadro salvare l'ambiente, come lei giustamente chiede, rimane solo una petizione di principio inapplicata. Bisogna resistere al dilagare della logica proprietaria proprio per salvare il nostro pianeta.

Per questo nel dibattito politico e intellettuale è nata questa grande riflessione sui "beni comuni". Se ne è parlato nei vari Forum sociali mondiali, poiché giustamente il termine comune è riferito all'intera umanità. Questi beni, per potere essere definiti tali, devono avere alcune caratteristiche, primo fra tutti quella della insostituibilità, nel senso che nessuna persona ne può fare a meno e nello stesso tempo non hanno surrogati. L'esempio dell'acqua esprime bene questo concetto e si tratta purtroppo di un esempio concreto, visto che la privatizzazione dell'acqua non avviene solo nelle periferie del mondo per colpa di un capitalismo rapace ma un po' primitivo, ma anche nelle grandi e moderne città, compreso quelle del nostro paese. La lotta contro questa appropriazione assume quindi un rilievo di grande attualità e valenza strategica. Essa costituisce anche un'acquisizione per diversi aspetti nuova rispetto alla tradizionale opposizione alla proprietà privata del movimento operaio e comunista.

Dobbiamo, cioè, attuare una resistenza contro la privatizzazione, cominciando col definire beni che non possono nella maniera più assoluta e senza eccezione alcuna cadere in mano ai privati. Anzi la loro proprietà, la loro gestione e il loro controllo devono essere pubblici.

Questo non significa riproporre carrozzoni burocratici. Come si è già visto in tanti esempi, come quello dei trasporti londinesi, per citarne uno dei più famosi e clamorosi, la privatizzazione non comporta maggiore efficienza da nessun punto di vista, mentre è possibile e necessario costruire percorsi di democrazia partecipativa anche nella gestione di questi beni.

Dobbiamo quindi fare il contrario del capitalismo, cioè allargare il campo del valore d'uso rispetto a quello di scambio. Questo significa essere contro la mercificazione.

Un intellettuale italiano osservava tempo fa che il nichilismo potrebbe anche essere definito come la tendenza a ridurre tutto al valore di scambio.

Da questo punto di vista il fondamentalismo del mercato, del calcolo economico, della profittabilità, della riduzione all'estremo del costo del lavoro, della logica proprietaria è un perfetto esempio di nichilismo. Le sue vittime sono l'umanità, la natura, il mondo.

Ecco allora che vale proprio la pena tornare a parlare di superamento del capitalismo e della logica proprietaria come un processo storico, non certo come un pezzo di programma di un governo di coalizione. Il capitalismo e la proprietà privata hanno esaurito da tempo la loro "spinta propulsiva". La semplice statalizzazione si è rivelata una risposta insufficiente. Il progresso umano deve passare per altre strade. Noi «cerchiamo ancora», come ci invitava a fare un grande economista come Claudio Napoleoni.

Liberazione 5 marzo 2005
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