Progetti politici a protagonista unico
Se il consenso è solo personale

http://www.animationusa.com/
di GIUSEPPE DE RITA
Se il consenso è solo personale

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Le turbolenze sulle candidature alle prossime elezioni regionali hanno portato alla luce la crisi profonda dei processi attraverso cui storicamente si formava il consenso politico. Sembra lontano il tempo del consenso garantito dall’appartenenza (a un partito, a un’ideologia, ad una fede); così come è lontano quello garantito dalla rappresentanza degli interessi (di classe, di ceto, di corporazione); inaspettatamente in calo di potenza anche il consenso da persuasione mediatica, quello che ha trionfato negli ultimi dodici anni. E si va affermando, in forme e modi fra il volpino ed il pasticciato, un consenso ricercato chiamando all’identificazione con una persona ed il suo più o meno consistente «progetto».
Per averne conferma basta rileggersi le tante pagine dedicate alla convinzione di Formigoni di avere centinaia di migliaia di lombardi decisi ad identificarsi con lui e con la sua esperienza di governo regionale; alla affermazione di Storace di avere ricevuto lettere da decine di migliaia di persone che si identificano con il suo progetto politico; alla affermazione di Vendola di aver innescato una piccola rivoluzione attraverso l’identificazione con il suo non usuale personaggio; alla convinzione di altri presidenti regionali (in Liguria e in Puglia, ma non solo) di poter lanciare liste civiche incardinate sul proprio rilievo personale. E, a livello nazionale, gli stessi Berlusconi e Prodi sembrano progressivamente orientati a chiedere identificazione con la loro persona e con il loro progetto più che con il loro sistema di alleanze.
Non tutti questi protagonisti dichiarano a quali appartenenze si riferiscono, quali interessi intendono rappresentare, quali programmi propongono, con quale squadra omogenea vogliano correre. Sopravanza sempre l’appello «identificatevi nel mio progetto», senza troppe preoccupazioni per i prevedibili problemi di tenuta dagli alleati più prossimi; senza troppe preoccupazioni per le possibili scivolate in una semivuota autoreferenzialità; senza troppe preoccupazioni per il rischio di mobilitare segmenti fatalmente identitari e militanti, ma minoritari; senza troppa considerazione per coloro che cercano di condensare blocchi omogenei di potenziale maggioranza. «Siamo nati per competere, l’egoismo è la nostra forza», questa sembra la bandiera dei protagonisti del consenso per identificazione.
Non serve a nulla comunque sollevare dubbi sugli effetti disgregativi che tutto ciò crea nelle leadership di governo e d’opposizione. E’ più utile invece capire quale sia la parabola evolutiva dell’attuale moda del consenso per identificazione. È una moda che è certamente frutto, forse il più estremizzato, della personalizzazione della politica che ha contraddistinto gli ultimi dodici anni; ed è stata utilizzata anche in campo non politico, solo che si ricordi la lunga identificazione di Cisl e Cgil con D’Antoni e Cofferati e la collettiva identificazione con Montezemolo nel rinnovo della presidenza di Confindustria. Dovremo quindi verosimilmente rassegnarci alla moda e semplicemente consumarne il ciclo, come stiamo smaltendo le mode vittoriose negli anni 90 con le loro semplificazioni, le loro ambizioni senza costrutto, il loro esasperato e sterile nuovismo.
Forse non dovremo aspettare tanto, specialmente se la moda porterà alla proliferazione dei potenziali protagonisti, con la conseguente frammentazione delle identità e delle proposte politiche, e l’altrettanto conseguente sfarinamento delle coesioni di schieramento. Certo aiuterebbe il processo di smaltimento se qualcuno avesse la pazienza e il coraggio di promuovere un piccolo cambiamento di identificazione: non in me e nel mio progetto, ma in noi e nel nostro progetto.