L'Archivio di Met@forum.it
Forum di politica, cultura, società: 2005

Roderigo
In nome dell'«integrazione» e della «sicurezza»

Le parole per dire il mito dell'identità

L'ultima trovata dei Paesi Bassi, dimentichi della passata tolleranza verso gli «stranieri», è l'intenzione di imporre l'uso della lingua olandese per le preghiere in tutte le moschee.

CAMILLA LAI

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Una moschea in Olanda


Dall'alto del minareto un muezzin chiama a raccolta i fedeli per la preghiera in una lingua a loro del tutto sconosciuta. La scena si ripete all'interno della moschea, con il religioso che parla di fronte a una platea smarrita e incapace di comprendere le sue parole, nonostante tutti i presenti siano musulmani. Una scena che potrebbe sembrare assurda, e per certi versi lo è, ma che rischia di verificarsi molto presto nelle circa 500 moschee presenti in Olanda. Imporre l'uso della lingua olandese nelle moschee e vietare l'arabo è infatti l'ultima novità inventata all'Aja per complicare la vita ai suoi immigrati. Ufficialmente - e per ora - si tratta solo di un'indicazione fornita dal Consiglio per le questioni sociali (un organismo che ha il compito di dare indicazioni al governo) per aumentare il «grado di integrazione» degli stranieri presenti nel paese, ma altro non è che l'ennesimo giro di vite nei loro confronti. Da tempo infatti l'Aja sta adottando politiche sempre più restrittive verso gli stranieri, tanto che di recente hanno protestato perfino i dipendenti dei numerosi organismi internazionali che si trovano sul suo territorio, dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, alla Corte internazionale di giustizia, alla Corte penale internazionale.

Fabbrichiamoci gli imam

L'ultimo colpo all'ormai dimenticata tolleranza del passato arriva appunto dal tentativo di imporre la lingua olandese in tutte le cerimonie che si svolgono nelle moschee, presentata come «promozione» per l'inserimento sociale degli immigrati. Non solo: sempre il Consiglio suggerisce anche la creazione di una filiera olandese per la formazione degli imam, visto che attualmente arrivano tutti dall'estero.

Quello della lingua è un problema su cui il governo di centrodestra, e in particolare la ministra liberale per l'immigrazione e l'integrazione Rita Verdonk, insiste ormai da mesi. Gli stranieri rappresentano una minoranza nella realtà olandese. Su sedici milioni di abitanti, nel 2000 erano 944 mila, pari al 5,8% della popolazione. Il problema, per loro, è che non parlano (o non parlano bene) l'olandese, idioma tra l'altro particolarmente difficile. Secondo un rapporto preparato dal solito Consiglio per le questioni sociali, ben 500 mila immigrati di prima generazione non parlerebbero sufficientemente bene l'olandese, e per questo non sarebbero pienamente integrati nella società. In realtà, dietro la scusa dell'integrazione si nasconde la volontà di mettere un argine all'arrivo di stranieri nel paese dei tulipani. Volontà che si è accentuata ancor più dopo l'omicidio, nel novembre scorso, del regista Theo Van Gogh per mano di un giovane estremista islamico di origine marocchina.

La lingua, e più in generale la conoscenza degli usi e della cultura olandese, sono quindi divenuti un requisito necessario per chiunque, in futuro, vorrà entrare in Olanda. «Abbiamo il diritto di aspettarci che le persone che desiderano vivere nei Paesi Bassi dimostrino il proprio impegno», ha dichiarato all'inizio di febbraio Rita Verdonk. Per far questo, il governo ha anche proposto alla fine dello scorso anno l'introduzione di un test di lingua e cultura olandese per gli aspiranti immigrati, senza superare il quale diventa impossibile per un extracomunitario entrare in Olanda. Se il parlamento approverà la legge, infatti, prima di poter vedere i canali di Amsterdam l'immigrato dovrà aver superato l'esame di «idoneità», possibile solo dopo l'acquisto (45 euro) di un apposito kit preparato dal governo. Grazie ad esso, disponibile in 13 lingue, i «candidati» potranno imparare come funzionano le istituzioni democratiche del paese che si prepara ad accoglierli, oltre a conoscerne la storia, da Guglielmo d'Orange ad Anna Frank. Senza dimenticare, ovviamente, la lingua.

E' previsto che l'esame sia sostenuto nel proprio paese, presso l'ambasciata olandese e dopo aver pagato 350 euro. Il test di lingua sarà invece condotto al telefono e a giudicare l'«impegno» dell'immigrato sarà un computer che formulerà domande e ascolterà le risposte. E se uno fallisce? Nessun problema, la bocciatura non precluderà la possibilità di arrivare un giorno in Olanda: naturalmente dopo aver pagato altri 350 euro e aver superato il benedetto esame. Chiaro che una simile misura abbia come obiettivo principale quello di scoraggiare gli «stranieri»: già i 350 euro per accedere al test sono infatti proibitivi per la stragrande maggioranza di coloro che vorrebbero partire e probabilmente avrà come prima conseguenza un aumento dell'immigrazione clandestina.

L'ansia del parlar bene non riguarda però solo chi si trova ancora fuori dai confini. Anche chi vive già in Olanda rischia grosso. Olandesi compresi. Stando al «piano Verdok», infatti, chiunque abbia studiato per meno di otto anni deve sottoporsi all'esame, e questo a prescindere da dove è nato. Un criterio, quello degli otto anni, introdotto proprio per evitare accuse di «discriminazione». Chi non viene ritenuto sufficientemente preparato rischia una multa di 400 euro o l'espulsione (per chi può essere espulso). Provvedimenti gravi, che però quasi spariscono di fronte al pronunciamento, nel febbraio dello scorso anno, della Camera alta olandese, che potrebbe dare il via libera all'espulsione in massa di 26 mila rifugiati politici nei prossimi tre anni, creando il panico nelle comunità immigrate. La misura, pensata e voluta come sempre dalla ministra Verdonk, è stata approvata a larga maggioranza con 87 voti contro 57, e colpisce persone provenienti per lo più da Afghanistan, Jugoslavia e Iraq e che si sono viste negare lo status di rifugiato.

Mehdy a labbra cucite

Per protesta contro l'espulsione un giovane iraniano, Mehdy Kavousi, si è cucito le labbra e gli stessi olandesi hanno manifestato in strada con gli immigrati. Dove porterà tutto questo? Considerata per anni un laboratorio di convivenza etnica, oggi l'Olanda sembra vacillare sotto la paura dello straniero. Uno stato d'animo alimentato dal «terrorismo internazionale», ma anche dal vedere interi quartieri e città trasformarsi in enclave straniere sempre più chiuse. Come Rotterdam. E' stato calcolato che nel 2024 l'Islam sarà la prima religione della città, mentre già oggi nelle scuole elementari sono stranieri due bambini su tre. Va detto, poi, che non aiutano certe forme di radicalismo religioso, di cui è esempio la moschea Al Taweed dove sono in vendita due libri in cui si predica la fustigazione in pubblico delle donne, le mutilazioni genitali femminili e lo sgozzamento degli omosessuali.

Abbandonata la strada della tolleranza e del rispetto dei diritti civili, l'Olanda ha dunque optato per la linea dura verso gli stranieri fomentando, anche attraverso un'impressionante campagna mediatica, il consolidarsi di una reazione radicale e tradizionalista nelle comunità immigrate. E scegliendo, allo stesso tempo, di trasformarsi in un pericoloso esempio per il resto dell'Europa.


il manifesto 10 aprile 2005
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Roderigo
SPUNTO

Dove batte la lingua

CARLO LANIA

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Il pretesto è la lingua, luogo ideale di conflitti per l'affermazione di una presunta purezza originaria. Così, in nome di una maggiore «integrazione» delle comunità straniere, oggi in Europa le si obbliga a imparare la lingua del paese che le ospita. Come se fosse semplice. Lo sanno bene gli immigrati italiani in Germania o negli Stati Uniti, che con il tedesco o l'inglese hanno dovuto combattere a lungo prima di riuscire anche a farsi dare un bicchiere d'acqua in un bar. Eppure oggi funziona così: per chi, extracomunitario, sogna di venire a lavorare in Europa, quello della lingua è un ostacolo con il quale si trova a dover fare i conti sempre più spesso. Oltre all'Olanda anche Germania, Gran Bretagna e Austria hanno infatti introdotto l'obbligo di lingua nelle legislazioni nazionali sull'immigrazione. E tutti minacciano di espellere chi non si adegua.

In Germania, dove vivono 7,3 milioni di stranieri, le nuove norme sono entrate in vigore a gennaio scorso e sono il risultato dell'accordo raggiunto dopo più di quattro anni di discussione tra la maggioranza rossoverde e l'opposizione conservatrice. Cuore e filosofia del nuovo testo di legge - messa più volte in evidenza - è la flessibilità del mercato del lavoro tedesco, a cui Berlino lega la sua politica di ingressi concessi sulla base delle necessità mostrate dai vari settori economici e produttivi. In sostanza gli extracomunitari saranno ammessi nel paese solo se per un determinato posto di lavoro non sarà disponibile nessun tedesco e nessun altro cittadino dell'Unione europea.

Questo non è però l'unico obiettivo della legge. Il provvedimento si preoccupa infatti anche di imporre nuovi comportamenti sociali. Ai cittadini extracomunitari viene infatti chiesto di dimostrare la loro disponibilità a integrarsi nella società che li ospita e uno dei modi indicati è appunto l'obbligo di frequentare corsi di lingua, cultura e civilizzazione tedesca, pagati fortunatamente della Stato federale. In caso di rifiuto sono previste delle sanzioni che possono andare dalla diminuzione fino al 10% dei sussidi sociali alla negazione di proroga del permesso di soggiorno.

Uguale la strada imboccata dalla Gran Bretagna con la sua nuova legge sull'immigrazione. Il sistema inglese, presentato nel febbraio scorso dal ministro degli Interni Charles Clarke, privilegia gli stranieri capaci di dare un contributo significativo all'economia britannica (come i laureati), oppure in grado di ricoprire posti per i quali il numero di lavoratori britannici non è sufficiente. Per stabilirsi in Gran Bretagna, ancora una volta gi stranieri dovranno dimostrare di sapere l'inglese e superare un test sulla cultura e i costumi del Paese. Come in Olanda, anche in Gran Bretagna viene posta particolarmente attenzione ai religiosi stranieri, in modo particolare se islamici. Nel febbraio del 2004 l'allora ministro degli Interni David Blunkett, in occasione dell'estradizione negli Stati uniti del predicatore islamico Abu Hamza sospettato di terrorismo, chiese esplicitamente che i religiosi conoscessero l'inglese per poter esercitare.

Infine l'Austria. Un disegno di legge presentato tre anni fa dal governo di centrodestra prevede l'obbligo di conoscenza del tedesco per tutti gli stranieri arrivati nel Paese dopo il 1 gennaio 1998 e non solo per quelli provenienti da Europa dell'Est, Asia e Africa, ma anche Stati uniti e Canada. Il «patto di integrazione», come venne chiamato i provvedimento, prevede inoltre che le spese per i corsi di lingua siano al 50% a carico dello Stato e concede quattro anni di tempo agli stranieri per superare i test di lingua. Pena la sospensione degli assegni sociali e di altri benefici, ma anche misure più severe come il ritiro del permesso di soggiorno o, addirittura, l'espulsione.


il manifesto 10 aprile 2005
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Roderigo
Slang, la rivolta della lingua viva

Intervista a Feridun Zaimoglu, lo scrittore che ha dato la parola alla seconda generazione di immigrati turchi in Germania: «L'ossessione di un linguaggio puro è strumento per la costruzione l'eterno straniero»

LUCA TOMASSINI

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Feridun Zaimoglu


Sembra a disagio, Feridun Zaimoglu, nel suntuoso appartamento messogli a disposizione per i prossimi otto mesi dalla Accademia tedesca di Villa Massimo, a Roma. Enfant terrible della letteratura della nuova Germania, insignito a febbraio del prestigioso e ufficialissimo premio von Chamisso, è noto al grande pubblico italiano per «Schiuma», edito nel '97 nella collana «Stile libero» di Einaudi. Un racconto di confine, nel quale prendevano la parola i «kanaki», come con disprezzo è spesso chiamata quella seconda generazione di immigrati turchi, quella schiuma o «feccia» della società che ha fatto della sua lingua ibrida, ribelle, un vero e proprio strumento di lotta culturale. «Sì - esordisce- è stata ed è una vera e propria battaglia, anche sul terreno politico. Nonostante nelle nostre opere non ci sia traccia dell'esplicito impegno civile delle vecchie generazioni, il contenuto politico dello svelare questo rimosso della società tedesca è stato fin da subito evidente. Per loro noi siamo arrivati dal nulla, pieni di idee pazzesche, affamati di godimento, criminalmente fuori dai loro schemi».

Fin dal tuo primo libro, intitolato non a caso «Kanak Sprak», il linguaggio assume un ruolo di rottura, contestazione. Perché?

Cosa ci dicono ovunque in Europa? Per diventare parte delle nostre comunità dovete essere come degli specchi, che riflettono l'identità degli autoctoni. Ma quando guardo in quello specchio io vedo solo me stesso, un me stesso deformato, mostruoso. Per questo l'argot nel quale scriviamo le nostre storie è a sua volta mostruoso. Affermiamo che il tedesco che impariamo a scuola non è abbastanza per noi, non parla di noi. Nel linguaggio dei videoclip, nei dialetti della strada, nelle assurde traduzioni letterali dal turco noi ritroviamo noi stessi. La nostra lingua è la lingua di coloro che non desiderano solamente il successo o la tranquillità.

Fino all'inizio degli anni `90' l'«immigrato ufficiale», se così posso dire, è sempre stato qualcuno che cercava in tutti i modi di integrarsi, anche attraverso l'apprendimento di una lingua presuntamente pura. E' la versione tedesca del «nigger». Noi al contrario cerchiamo di esprimere quello che siamo e il nostro linguaggio è il vero specchio della nostra vita «bastarda».

Nei Paesi Bassi una legge impone oggi agli immigrati la conoscenza dell'olandese, nella tua Germania sono stati approvati provvedimenti analoghi. Ma di quale lingua parlano le autorità?

Se sei uno straniero e arrivi in un nuovo paese parlare la lingua, quella ufficiale, ti permette di recitare la parte, di essere la marionetta che tutti desiderano tu sia. Il linguaggio è veramente la chiave per questo e non conoscerlo ti trasforma automaticamente in un problema. Prendiamo per esempio la stampa tedesca: nel migliore dei casi i giovani turchi di seconda o terza generazione sono rappresentati come spettri confinati nel limbo tra due mondi distinti. E per quale ragione? Perché non parlano turco e neanche tedesco ma una loro propria lingua. Non sorprende che un simile atteggiamento dei media si trasformi nella volontà di imporre il «germanico», ma questo provocherà senza dubbio una reazione in quanto sarà percepito come deriva poliziesca.

Come è cambiata la situazione dopo l'11 settembre e l'omicidio di Theo van Gogh?

I mass media tedeschi sono stati travolti da una vera e propria ondata di isteria. Ci raccontano la storia dello scontro di civiltà ma mentono, e mentono anche i portavoce ufficiali della nostra comunità: non raccontano della battaglia in atto anche all'interno delle comunità stesse e promuovono l'immagine del migrante come irriducibile combattente nel nome di un'identità definita, fatta di tradizioni culturali e religiose che si esprimono in una lingua altra, la cui inestitente purezza è l'immagine capovolta di quella del «tedesco ufficiale». Entrambi i fronti costruiscono così l'eterno straniero. Ma il linguaggio sfugge a queste rigide cornici, il linguaggio cambia continuamente, il linguaggio è fatto da persone che, direi, divorano le parole per poi risputarle. Questa lingua digerita dalla vita è la lingua della vita stessa e sfugge completamente ai canoni della letteratura ufficiale. E nonostante io stesso porti sul petto le medaglie della critica letteraria ufficiale e persino il mio uso del tedesco sia oramai accettato dall'establishment culturale, il nostro successo non è quello del rappresentante politico di una minoranza, non è quello dell'uomo d'affari che ha saputo cogliere le opportunità offertegli. No, è l'avere fatto irruzione nel più sacro dei templi di questa Germania: la lingua.

Il linguaggio come strumento di battaglia anche in seno alla stessa comunità degli immigrati, dunque.

Esattamente. Ci sono molti tra noi che non esito a definire propagandisti. Ci parlano di radici, di religione e appartenenza nazionale, ripetono che non saremo mai parte della comunità dei «tedeschi». Parlano del nostro malessere e indicano come unica via d'uscita l'identità dello straniero in terra cristiana. Ci dicono: «sii un mussulmano, non dimenticare da dove vieni e solo allora riuscirai a recitare la tua parte senza disagio e avere successo». La mia scrittura non piace a queste persone, la ritengono oscena, definiscono la mia lingua criminale. Esattamente come quelli che chiamo «giovani modernisti», quelli che ascoltano musica jazz e solo perché non portano o fanno portare il velo si sentono parte di quel paradiso borghese che sognano insieme ai loro coetanei tedeschi. Anche loro amano parlare pulito e su questo terreno si incontrano con i «veri tedeschi».

Cosa ha significato per la cultura ufficiale l'apparizione sulla scena dei giovani scrittori turco-tedeschi?

Dopo il `45 gli scrittori scrivevano storie sulla rinascita della società e della democrazia. Parlo di figure come quelle di Böll o Grass per intenderci. Ma i loro eredi sono diventati individualisti, hanno celebrato la morte dell'intellettuale tradizionale, con una morale, che vuole indagare la politica. Oggi questa nuova generazione dimentica la storia per scrivere storie di piccoli giovani borghesi e dei loro problemi d'amore e di comunicazione. Non mi piace la letteratura dei sentimenti da botteghino, il pop intimista, queste vicende di bei ragazzi e belle ragazze mi annoiano: viviamo tempi da hard-core!

Ottimista per il futuro?

Sì. Non potranno fermare gente come noi, perché la nostra alterità sarà il volto della Germania del futuro. E' una questione di egemonia: oggi abbiamo la possibilità di trasformare la cultura dominante. E ai kanaki italiani dico: siate dei diavoli capaci di desiderare il paradiso.


il manifesto 10 aprile 2005
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