Yavin, troppo di sinistra

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Il celebre giornalista rischia il suo posto alla tv di stato perché schierato con i palestinesi. Quella verità scomoda La leggenda del giornalismo televisivo d'Israele sarebbe «colpevole» di aver raccontato in cinque puntate la realtà dei Territori occupati. E il suo «Giornale di viaggio» non va in onda sull'emittente pubblica
MICHELE GIORGIO - GERUSALEMME
Haim Yavin, la leggenda della televisione pubblica israeliana, il giornalista al quale spettò, la notte del 4 novembre di dieci anni fa, annunciare al paese la morte di Yitzhak Rabin, assassinato dall'estremista di destra Yigal Amir, rischia il suo posto al Canale 1. A chiederne la testa è l'influente Consiglio di Yesha, il braccio politico delle colonie ebraiche di «Yehuda, Shomron e Aza» (Giudea, Samaria e Gaza), ovvero Cisgiordania e Striscia di Gaza. Motivo? Yavin ha raccontato in un documentario in cinque puntate, Giornale di viaggio, la realtà dei Territori occupati, quella che non arriva sugli schermi televisivi locali ma anche italiani o americani, dove 200 mila coloni israeliani godono di ogni diritto e privilegio, impongono (armi in pugno) la loro legge e i palestinesi vivono prigionieri nella loro terra, chiusi in città che assomigliano sempre di più ai bantustan del Sudafrica dell'apartheid. A causa anche anche del «muro» in costruzione in Cisgiordania che, ad esempio, circonda completamente Qalqilya e Tulkarem. Secondo i leader di Yesha, che godono di molti sostegni nel governo e alla Knesset, Yavin non ha fatto il suo dovere di giornalista «imparziale» e si è rivelato invece un «estremista di sinistra», di fatto schierato con i palestinesi.
Eran Stenberg, portavoce dei coloni di Gush Qatif (Gaza), è addirittura giunto al punto di accusare Yavin di «antisemitismo». Le pressioni hanno già avuto un primo importante effetto. La televisione di stato, con una decisione non motivata pubblicamente, ha deciso di non mandare in onda Giornale di viaggio che, tuttavia, è stato trasmesso ieri sera da Canale 2, la tv commerciale, evidentemente molto più libera e democratica.
Yavin, 72 anni, è stato uno dei pionieri della televisione dello Stato ebraico. Il suo volto è noto a tre generazioni di israeliani e ancora oggi, nonostante l'agguerrita concorrenza delle altre reti, il suo telegiornale serale è seguito dalla maggioranza dei telespettatori. La sua professionalità non è in discussione, tranne che per i coloni, decisi a rimuoverlo dalla conduzione dei notiziari. In Giornale di viaggio, realizzato nel corso di oltre due anni con una telecamera portatile, Yavin afferma che dal 1967 in poi gli israeliani, proprio con la colonizzazione delle terre palestinesi, si sono trasformati in«occupanti brutali, in oppressori di un altro popolo». Il giornalista denuncia anche gli aiuti forniti ai coloni da tutti i governi, sia da quelli laburisti sia da quelli del Likud, spesso infrangendo le promesse fatte a livello internazionale. Yavin ha detto le cose come stanno, ha riferito fatti inconfutabili, ma è una verità scomoda, ben diversa da quella abituale, ribadita all'infinito dai media (anche stranieri) che descrive i palestinesi un «popolo di terroristi» e i coloni dei pacifici padri di famiglia che non chiedono altro di vivere in pace nella biblica terra di Israele.
Benzi Lieberman, un dirigente di Yesha, ha detto alla radio dei coloni Canale 7 - impegnata in un incessante lavoro ai fianchi del piano di evacuazione da Gaza - che Yavin ha commesso un grave sbaglio quando ha «manifestato opinioni marcatamente sinistrorse». «È evidente - ha osservato - che una persona così controversa non può continuare a presentare il telegiornale in mesi di tensione come questi che precedono il ritiro (di Israele) da Gaza». I coloni, con ogni probabilità, non riusciranno ad ottenere il licenziamento del giornalista ma certo possono metterlo in grande difficoltà di fronte ai vertici della televisione di stato.
La vicenda, in ogni caso, conferma che alcuni giornalisti israeliani, anche molto affermati come Yavin, dimostrano più coraggio di tanti loro colleghi, inclusi quelli stranieri che, nella copertura del conflitto con i palestinesi, si pongono soltanto un interrogativo: cosa fare per non pestare i piedi alle autorità.
il manifesto 01 giugno 2005
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