schmit
Jan 19 2004, 13:03
 Assisti cosciente,giorno dopo giorno, che hai vissuto, vivi e vuoi ancora vivere perche’ non senti di aver completato tutto quello che nella vita ti sei programmato di fare, non c'è mai tempo sufficiente per fare tutto... Il tuo corpo finalmente non è piu' desiderabile da un "solo" punto di vista, ma lascia lo spazio per farti desiderare da altri punti di vista. La tua mente, mai trascurata insieme al corpo,risente meno del tempo. E' stupendo vedere con gli occhi dell'anima, tutto ti appare diverso, anche due vecchietti possono essere giovani. Se hai l'anima giovane, anche sul corpo che invecchia, sarai in grado di scherzare. Dare e ricevere amore sara' per te cosi' facile che ti chiederai come hai fatto a non capirlo prima. Bisognerebbe nascere vecchi e tornare ad essere nati. Le tue conquiste saranno raggiungibili facilmente , camminerai spedito, senza quegli enormi sassi della stoltezza giovanile, che ti facevano arrestare il cammino. Farai ancora incontri e ti accorgerai che saranno proprio i giovani a cercarti ,per attingere dalla tua esperienza, senza che questa abbia l'aspetto di insegnamento. La vecchiaia è il tempo del "piacere del dare", la gioventu’ "del piacere di ricevere". E... quando te ne andrai, nessuno ti dimentichera’ di coloro che, anche per un attimo, si sono incontrati con te, perche' tu hai saputo facilitare l'incontro. Rimarrai per sempre nel loro cuore e in loro continuerai a vivere. Le frasi che mi hanno colpito: Non smettiamo di giocare perche' diventiamo vecchi,ma diventiamo vecchi quando smettiamo di giocare. "Tutto è relativo" Frase famosa di Einstein: Un vecchio che rompe uno specchio sara' felice che gli rimangono ancora sette anni di disgrazie. Proverbio popolare: Ad essere giovani, si impara da vecchi. letizia schmit
Monnalisa
Jan 19 2004, 13:12
| QUOTE (schmit @ 19 gennaio 2004, 13:03) | (...) Bisognerebbe nascere vecchi e tornare ad essere nati. (...) La vecchiaia è il tempo del "piacere del dare", la gioventu’ "del piacere di ricevere". E... quando te ne andrai, nessuno ti dimentichera’ (...). Rimarrai per sempre nel loro cuore e in loro continuerai a vivere. (...) Proverbio popolare: Ad essere giovani, si impara da vecchi.
letizia schmit |
Per la riflessione poetica e bella che hai espresso sopra, e in particolare per le frasi che ho quotato, grazie...
Monnalisa
Jan 19 2004, 13:15
Vecchiaia: l’immagine esterna e l’immagine interna. Essere anziani secondo Simone de Beauvoir
 www.comune.granarolo-dellemilia.bo.it/ granarolo/avvisi/...Simone de Beauvoir, nella sua opera “La terza età” del 1970, affronta con un approccio antropologico-storico la condizione della vecchiaia, approfondendo due punti di vista: quello esteriore, cioè come la vecchiaia si presenta agli altri, e quello interiore, cioè il modo in cui la vecchiaia è assunta dal soggetto che la vive. Nella prima parte viene esposta un’analisi dettagliata della vecchiaia come fenomeno biologico con conseguenze psicologiche, e come fenomeno sociale, cioè l’autrice esamina quale ruolo l’anziano ricopra di volta in volta nelle società primitive, storiche e contemporanee. Nella seconda parte dell’opera si considera la vecchiaia come fenomeno che ha una sua propria dimensione esistenziale; quindi cerca di descrivere come l’uomo anziano introietti il suo rapporto col proprio corpo, col tempo e con gli altri. Quest’opera, vuole essere una denuncia provocatoria della condizione della vecchiaia vissuta tuttora con grande difficoltà e con forte rischio di povertà ed emarginazione, in una civiltà che si definisce avanzata. L’analisi storica che la de Beauvoir fa delle diverse civiltà, da quelle primitive a quelle contemporanee, ci permette di sottoporre a critica il mito, secondo il quale in un tempo, non meglio definito, l’anziano viveva una condizione migliore dell’attuale, perché era amato e curato dalla famiglia, considerato e rispettato dalla comunità nel suo ruolo di custode della memoria del suo popolo. Nota l’autrice: “Una desolata enumerazione delle infermità della vecchiaia la ritroveremo in tutti i tempi, ed è importante sottolineare come questo tema (nelle opere letterarie) sia ricorrente. Anche se il significato e il valore che vengono attribuiti alla vecchiaia variano tra una società e l’altra, cionondimeno essa rimane un fatto extrastorico che suscita un certo numero di reazioni identiche” . In questa scrupolosa esposizione scopriamo così che la vecchiaia è stata una condizione infelice, temuta, spesso vissuta nella miseria più totale, oppure odiata dai discendenti, tanto da originare comportamenti che oggi non esiteremmo a definire criminali. Leggiamo con sdegno della sorte di vecchi abbandonati a se stessi dai loro figli, lasciati morire di fame, maltrattati, oltraggiati da adulti e ragazzi, e questo non soltanto nelle civiltà primitive a matrice nomade, ma anche nella società moderna della Francia dell’800. In sostanza, si può concludere che l’immagine dell’anziano quale emerge da questo studio, è quella segnata da fattori di tipo economico: l’anziano riesce a garantirsi una vecchiaia degnamente assistita nella sua fragilità soltanto là dove possiede un potere contrattuale, che può essere di natura politica o economica; quando cioè le sue condizioni gli garantiscono la sopravvivenza economica, familiare o sociale. L'autrice afferma che “la condizione del vecchio non è mai una sua conquista, ma essa è tale per concessione altrui… A seconda delle sue possibilità e dei suoi interessi, è la collettività che decide della sorte dei vecchi, e questi la subiscono anche quando si credono i più forti” . Estratto da: http://www.interware.it/tsr/cultura/anziani/Beauvoir.htm
daniela la notturna
Jan 19 2004, 14:14
La vita è meravigliosa proprio perchè non è mai uguale e i cambiamenti continui ti consentono di afferrare ciò che di diverso le stagioni della tua esistenza ti offrono. Anche la vecchiaia è un periodo molto affascinante e, come tutte le stagioni della vita, diventa un incubo solo quando si smette di sognare. Complimenti, cara Letizia! Il thread da te aperto e introdotto in modo solare offre molti spunti di riflessione non solo per quanto riguarda la vecchiaia, ma soprattutto per imparare a vivere la vita in modo profondo e saggio.
schmit
Jan 20 2004, 11:02
Hai fatto una bella disamina Monna su questa condizione,aiutata anche dal pensiero della Beauvoir,che condivido in parte. E' pur vero che la condizione di vecchi si puo' godere meglio in quelle societa' che hanno tenuto conto di questo momento,che, fortunatamente per giustizia naturale arriva per tutti. La condizione piu' difficile da vivere è quella infantile e quella della vecchiaia,quindi spetterebbe a ciascuno di noi e soprattutto agli uomini di governo,costruire per loro un mondo adeguato,non è poi tanto difficile se si pensa che qualsiasi cosa si faccia per questi due momenti ,ne usufruiremo tutti. Questo, per cio' che riguarda la condizione fisica. Per quella spirituale,credo che molto dipenda da come ci siamo programmati (brutta parola) nel corso dell'esistenza...Se facciamo una disamina di quei popoli ad alta civilta',in questo momento penso ai pellirossa,il capo della comunita' era l'anziano che per esperienza aveva accumulato molta conoscenza,ma anche per far questo ci vuole una comunita' che riconosca questi valori e li coltivi e li faccia coltivare ai propri figli. Noi viviamo in un epoca nella quale l'unico valore considerato è il danaro e spenderlo in cose che ti danno,quando te le danno, il piacere di un momento,perche' appena lo hai soddisfatto,la tua mente sara' gia' protesa a raggiungere altri traguardi godibili altrettanto velocemente e superficialmente. La nostra civilta' è quella del benessere inteso come forma godereccia, del piacere, per cui chi intralcia queste mete è da demolire,vedi:genitori,insegnanti bambini e vecchi etc etc Questo è il mio pensiero,ma puo' darsi che mi sbagli e non lo voglio commerciare come unico e vero letizia schmit
schmit
Jan 20 2004, 11:27
Per anni ho condotto trasmissioni radiofoniche sui problemi dei giovani,ed erano trasmissioni(le prime) dove gli stessi potevano partecipare alla conversazione con una semplice telefonata.Le telefonate erano numerose; questo vuol dire che i problemi trattati li coinvolgevano talmente tanto che si sentivano spinti a telefonare. Ma non solo, poi volevano conoscermi e con loro si istaurava una lunga amicizia,io molto piu' vecchia di loro,eppure mi dicevano che parlando con me non avvertivano la differenza di eta',con qualcuno di loro sono ancora amica e li ho visti crescere, è stata una esperienza bellissima. Ultimamente fui invitata a Caltabellotta(un paese vicino Sciacca,in Sicilia) per la raccolta delle olive,qui si usa fare un pranzo a base di cose rustiche e buonissime, finita la raccolta, dove tutti si partecipa,giovani e vecchi, ci sisiede a tavola e mangiando si conversa. Ebbene in questa occasione,mi sono accorta che i giovani erano tutti attorno a me,e ci credereste se vi dicessi che per me è stato il momento piu' bello della giornata?Mi chiedevano tante cose ed io rispondevo loro non in maniera cattedratica, ma quasi sempre prendendo spunto dalla mia esperienza. Ho spiegato loro la dottrina di alcune religioni e tra queste il buddismo,naturalmente dietro richiesta, e poi tante altre cose ancora. Perche' vi ho raccontato tutto questo? perche' i giovani non scappano dalle persone con il fisico non piu' giovane, scappano dalle persone con la mente vecchia, quella mente che puo' essere vecchia anche a vent'anni... letizia schmit
Monnalisa
Jan 20 2004, 11:39
Hai ragione, Letizia: non è tanto la vecchiaia biologica a tenere lontani gli altri, quanto quella mentale. Soprattutto giovani e giovanissimi, instaurano spesso rapporti intensi con gli anziani e, nonostante il gap generazionale, si creano legami profondi e duraturi. Leggi, se ne hai voglia, questo articolo del famoso psicoterapeuta Fulvio Scaparro (che ho avuto l'onore di avere come professore d'università) e ti accorgerai, attraverso la recensione al libro di Grossman, che l'amicizia e l'affetto tra giovani e anziani è un continuo arricchimento reciproco.Vecchi leoni
di Fulvio Scaparro
Lo scrittore David Grossman, in un suo racconto intitolato “Il duello”, parla della profonda amicizia tra un ragazzo di dodici anni, David, e un vecchio di settanta, Rosenthal. David una sera capisce d'improvviso che anche il vecchio Rosenthal "un tempo è stato giovane, ha amato, ha avuto amici e ragazze e alle feste, quando ballava con la sua Edith, era sicuro che il mondo fosse stato creato esclusivamenre per lui". E la mente del dodicenne David, che talvolta si sente scoppiare di vitalità e allegria, è attraversata da un pensiero semplice e illuminante: verrà un giorno in cui i miei figli e i miei nipoti non riusciranno a immaginarsi che io sia stato così giovane ed entusiasta. Già, perché "gli occhi della nostra infanzia conoscono quel che solo alla fine della nostra vita avremo il coraggio di vedere". L’amicizia tra David e Rosenthal si è formata nel tempo, attraverso la frequentazione in un clima non competitivo e, alla lunga, ha dato i suoi frutti: l'uno, l'anziano, ha ricordato la propria infanzia, l'altro, il ragazzo, è riuscito ad immaginare se stesso da vecchio. Con questo intendo invitare a stabilire un ponte tra giovani e anziani, a seguire la via più ardua, quella che molti ritengono addirittura impossibile: il dialogo tra generazioni distanti. Già questo è un obiettivo ambizioso, al limite dell'utopia. Dialogare non è esperienza frequente nella nostra giornata. Presuppone, infatti, che due o più persone confrontino posizioni diverse impegnandosi ad ascoltarsi con attenzione, a cercare di capire le ragioni dell'altro, a mettere in discussione e, se convinti, a modificare le proprie posizioni iniziali. Facile a dirsi, difficile da realizzare. Viviamo in un'epoca che si scambia comunicazioni in una quantità e a un ritmo senza precedenti. Ma mai come in questa nostra epoca c'è tanta solitudine, forse perché nel flusso crescente di comunicazioni il dialogo è sempre più raro. La solitudine - quella imposta e subita, non quella scelta - e il sentimento di inutilità costituiscono la "malattia" più diffusa tra gli anziani. http://www.viator.it/HTML/senior.html David Grossman Il duello Mondadori € 12,39
Maddalena
Jan 26 2004, 21:02
| QUOTE (schmit @ Jan 20 2004, 11:02) | Hai fatto una bella disamina Monna su questa condizione,aiutata anche dal pensiero della Beauvoir,che condivido in parte. E' pur vero che la condizione di vecchi si puo' godere meglio in quelle societa' che hanno tenuto conto di questo momento,che, fortunatamente per giustizia naturale arriva per tutti. La condizione piu' difficile da vivere è quella infantile e quella della vecchiaia,quindi spetterebbe a ciascuno di noi e soprattutto agli uomini di governo,costruire per loro un mondo adeguato,non è poi tanto difficile se si pensa che qualsiasi cosa si faccia per questi due momenti ,ne usufruiremo tutti. Questo, per cio' che riguarda la condizione fisica. Per quella spirituale,credo che molto dipenda da come ci siamo programmati (brutta parola) nel corso dell'esistenza...Se facciamo una disamina di quei popoli ad alta civilta',in questo momento penso ai pellirossa,il capo della comunita' era l'anziano che per esperienza aveva accumulato molta conoscenza,ma anche per far questo ci vuole una comunita' che riconosca questi valori e li coltivi e li faccia coltivare ai propri figli. Noi viviamo in un epoca nella quale l'unico valore considerato è il danaro e spenderlo in cose che ti danno,quando te le danno, il piacere di un momento,perche' appena lo hai soddisfatto,la tua mente sara' gia' protesa a raggiungere altri traguardi godibili altrettanto velocemente e superficialmente. La nostra civilta' è quella del benessere inteso come forma godereccia, del piacere, per cui chi intralcia queste mete è da demolire,vedi:genitori,insegnanti bambini e vecchi etc etc Questo è il mio pensiero,ma puo' darsi che mi sbagli e non lo voglio commerciare come unico e vero letizia schmit |
Letizia, ti ringrazio per questo bellissimo thread che hai aperto: l'ho segnalato ad una persona a me molto cara che non e' piu' nella piu' verde stagione della sua vita, e sono sicura che le tue parole gli avranno portato grande conforto.
Monnalisa
Jan 28 2004, 19:37
Oggi pomeriggio, mentre pedalavo piano verso casa al ritorno da scuola, avevo davanti a me il rosso di un bellissimo tramonto e mi è tornato in mente questo topic...
Vecchiaia = tramonto = bellezza che muta = quiete = dolcezza = raccolta di ciò che si è seminato durante il giorno (la vita)...
Difficile mettere per iscritto il filo dei miei pensieri senza scadere in banale retorica o nel già detto. Comunque, il percorso mentale che ho seguito è stato, più o meno, quello trascritto sopra...
Monnalisa
Feb 4 2004, 12:00
La giovinezza chiama la vecchiaia
Anche tu hai visto il sole, un uccello di fuoco, avanzare sulle nuvole nel cielo dorato, hai conosciuto l'invidia dell'uomo e le sue fragili passioni, hai amato e perduto. Tu, che sei vecchio, hai amato e perduto come me ciò che è bello ma nato per morire, hai tracciato i tuoi schemi nell' incalzante gelo. Ti sei scoperto il capo sotto il cielo vivo, a mezzogiorno hai camminato nella luce, assaporando la mia stessa gioia. Ci separano anni, ma non conta: la giovinezza chiama la vecchiaia attraverso gli anni spossati: <> le grida, <> <>, risponde la vecchiaia lacrimando. <>.
- Dylan Thomas -

www.waspathfinder.net/ public-transform.htm
gallonio
Feb 4 2004, 12:27
Tutto molto bello... non avevo avuto tempo di leggere attentamente questo 3d..oggi l'ho fatto. Tutto molto bello.... ma tutto realisticamente vero?? La mia esperienza attuale, ed altre precedenti, mi portano sotto gli occhi, tutti i giorni, persone anziane "incattivite", "egoiste", "maldicenti" che non accettano minimamente la condizione su riportata. Persone in cui i dati caratteriali della gioventù si esasperano in peggio, in cui l'odio e il rancore cancellano la saggezza. E, parimenti, giovani completamente disinteressati all'anziano, anzi, spesso usato per ironie e cattiverie. Persone sole, in entrambi i casi, che minimamente si incontrano. Certo non voglio generalizzare, è sempre sbagliato, ma ho la triste sensazione che le cose che dite siano l'eccezione e non la regola.
E' vero Gallonio,sono eccezioni,ma dicendolo,speriamo che il numero si ingrossi
Monnalisa
Feb 4 2004, 19:56
| QUOTE (gallonio @ Feb 4 2004, 12:27) | Tutto molto bello.... ma tutto realisticamente vero?? La mia esperienza attuale, ed altre precedenti, mi portano sotto gli occhi, tutti i giorni, persone anziane "incattivite", "egoiste", "maldicenti" che non accettano minimamente la condizione su riportata.
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Caro Gallonio, quello che dici è proprio vero ed è ciò che accade nella maggioranza dei casi. I vecchi sono assai pesanti da accudire... nel migliore dei casi, brontoloni, irriconoscenti, egoisti e - come dici tu - spesso 'incattiviti' per le ragioni più diverse.
Ma... nella loro condizione di anzianità (prima di tutto biologica), l'unica cosa cui possono ancora appellarsi - quando funziona a dovere - è la memoria. Ora non c’è più forza e non c’e più voglia, senza contare che - spesso - mancano le energie per reagire, per vivere e per fare.
Queste persone che ora ciondolano per casa in attesa di una visita o di una telefonata e che ingannano il tempo ascoltando la radio o guardando la tv, un tempo erano attive. Avevano un lavoro, amavano la musica, la lettura, la poesia e l’arte... amavano se stessi e la vita. Ora, i loro passi incerti si appoggiano ad un bastone... gli occhi non vedono più così bene per leggere o andare al cinema o a teatro (e poi, quanti avrebbero la forza o l'energia di farlo?)... le mani tremano e sono troppo incerte per riempire una tela bianca e per fare centinaia di altre cose.
Certo: bisogna vivere, bisogna lottare e combattere contro gli anni che passano, gli acciacchi, la malinconia e la solitudine, lo stordimento che procura un corpo che cambia e che spesso non sostiene più i ritmi della mente e i bisogni del cuore. Ma è difficile... credo che essere anziani sia spesso una lotta, specialmente quando le condizioni di salute sono avverse o addirittura tragiche. Nella maggioranza dei casi, la vecchiaia è una sorta di rassegnazione, uno stato di torpore, un pretesto dietro il quale ci si ripara per non vivere.
Comprarsi un vestito, prepararsi un buon pranzo, regalarsi un libro, un concerto o una cena romantica con la propria compagna (quando c'è), sono cose che non hanno più senso: appartengono ad un tempo lontano, tutte già fatte o già dette. E poco importa se la vita regala altri anni da vivere: la vecchiaia diventa solo un’attesa. Non si ha più voglia di un nuovo inizio, né l'energia di imparare nuove cose.
Ciò accade anche quando si ha ancora una mente giovane, quando si avrebbe tanto da dire e da fare, altri anni da riempire, altri gesti ed emozioni da realizzare. Ma è arduo, credo, dare un senso alla propria esistenza quando ti senti tagliato fuori; quando la malattia si abbatte su di te e ti ricorda quanto sei fragile; quando la tua pelle diventa come un sottile strato di pergamena ed il tuo corpo il fantasma di quello che era un tempo.
Cos'altro può sopravvivere, in queste condizioni, oltre la rabbia e la rassegnazione?
gallonio
Feb 4 2004, 21:35
cose giustissime, quelle che dici.. Lisa ma dov'è il confine fra accettabile e non accettabile..?? dove il punto in cui puoi dire...fino a qui sì.. dopo no...? quale il limite oltre il quale le situazioni non sono gestibili.. se non a prezzo troppo alto..? So che non c'è una risposta univoca, e che ogni caso fa storia a se... e forse è per questo che non riesco a esprimere un concetto generale su argomenti di questo tipo.. l'unica considerazione generale che mi viene è che in questo mondo sempre più globalizzato, sempre più in comunicazione, sempre più interattivo....le persone, anziani, adulti, giovani....sono sempre più, irrimedialmente, sole...
daniela la notturna
Feb 4 2004, 22:17
Si parla tanto di solitudine come se fosse un male moderno, io credo che in qualsiasi epoca ci siano state persone che abbiano sofferto di solitudine, diciamo che, forse, in altri periodi storici c'era meno tempo per riflettere e la vita media durava di meno...Credo che uno degli errori maggiori dell'uomo contemporaneo sia analizzare tutto e lasciarsi sfuggire la vita, non vivere in modo semplice e non godere di piccole cose o di semplici gesti quotidiani... Secondo me, una persona che riesce a stare bene con se stessa non si sente mai sola.
Monnalisa
Feb 4 2004, 22:41
| QUOTE (daniela la notturna @ Feb 4 2004, 22:17) | | Secondo me, una persona che riesce a stare bene con se stessa non si sente mai sola. |
Non so, Daniela, se riuscissi a star bene con te stessa a 75 anni... magari, affetta da artrosi deformante e offesa nel corpo da un ictus, con la sola prospettiva, davanti a te, della morte. E, oltre a tutto ciò, se tu venissi - nei limiti del possibile - evitata o trattata con le pinze perchè sei una rompicoglioni che non fa altro che lamentarsi. Prova ad immedesimarti un attimo...
P.S. A te, Gal, risponderò con più calma: devo meditare su ciò che hai detto (e che è sacrosanto).
daniela la notturna
Feb 4 2004, 23:28
| QUOTE (Monnalisa @ Feb 4 2004, 22:41) | Non so, Daniela, se riuscissi a star bene con te stessa a 75 anni... magari, affetta da artrosi deformante e offesa nel corpo da un ictus, con la sola prospettiva, davanti a te, della morte. E, oltre a tutto ciò, se tu venissi - nei limiti del possibile - evitata o trattata con le pinze perchè sei una rompicoglioni che non fa altro che lamentarsi. Prova ad immedesimarti un attimo... |
Indubbiamente in quel caso si potrebbe davvero parlare di solitudine, ma io rispondevo ad una generalizzazione...si parlava di un aumento della solitudine per tutti e non solo per gli anziani sofferenti.
Monnalisa
Feb 4 2004, 23:51
Forse hai frainteso... in questo topic si stava parlando solo di persone anziane.
Cedo che Gallonio, nell'intervento precedente al tuo, si riferisse a persone diverse ("anziani, adulti, giovani... che soffrono"), in relazione al fatto che gestire un anziano - magari ammalato o non autosufficiente - può essere un problema che procura stanchezza e frustrazione, quindi isolamento e solitudine, anche in chi è più o meno giovane.
Monnalisa
Feb 5 2004, 01:40
| QUOTE (gallonio @ Feb 4 2004, 12:27) | La mia esperienza attuale, ed altre precedenti, mi portano sotto gli occhi, tutti i giorni, persone anziane "incattivite", "egoiste", "maldicenti" che non accettano minimamente la condizione su riportata. Persone in cui i dati caratteriali della gioventù si esasperano in peggio, in cui l'odio e il rancore cancellano la saggezza. E, parimenti, giovani completamente disinteressati all'anziano, anzi, spesso usato per ironie e cattiverie. Persone sole, in entrambi i casi, che minimamente si incontrano.
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Le tue parole quotate sopra, Gallonio, mostrano sfaccettature diverse di un problema che non è semplice e che, nella nostra società, è ancora lungi dal trovare una soluzione. Ora è tardi e devo andare a dormire, quindi mi limiterò a raccontarti un episodio che ho vissuto due anni fa in Grecia, mentre trascorrevo le vacanze estive su una delle tante isole del mare Egeo. Era verso la fine di luglio ed era la festa della panagia (" panaghìa" = madonna), la santa protettrice dell'isola: una festività religiosa che dura tre giorni ma che è anche occasione per divertirsi, mangiare insieme cose buone, ballare, passare una giornata in allegria. Eravamo in vacanza sulla solita isola del Dodecaneso, presso i soliti amici dove torniamo da anni... quasi di famiglia, ormai. Oltre ai festeggiamenti pubblici, ogni clan familiare organizza una propria festa privata insieme ai parenti (che arrivano da ogni parte del momdo per essere presenti) e agli amici più stretti. Tra questi ultimi, c'eravamo anche mio marito ed io, che fummo invitati dai nostri amici a prendervi parte. Ebbene, dopo una messa infinita durata ore (ma non priva di fascino, nel suo infinito salmodiare), andammo nel giardino di casa ad accendere il barbecue e preparare insieme parte delle bontà (molte erano già in bella mostra, pronte per essere divorate) da consumare per l'occasione. Mentre eravamo tutti affaccendati, la iaia (" jajà", cioè la nonna) si infilò in una porticina e poco dopo ne uscì spingendo una sedia a rotelle dov'era seduto - sommerso da maglie pesanti e coperte sulle ginocchia, nonostante il caldo - un vecchietto dall'aspetto fragilissimo: suo marito, mi spiegarono. Era il patriarca di casa, il papus (" papùs", il nonno) il quale, pur paralizzato e incapace di parlare, sorrideva e ci guardava contento. Rimase con noi tutto il tempo sulla sua sedia a rotelle, fissandoci con occhi liquidi e sorridendo di tanto in tanto, quando qualcuno lo guardava o gli avvicinava alla bocca un bocconcino prelibato. Oppure si appisolava, nonostante il fracasso dei balli indiavolati ai quali ci dedicammo dopo aver mangiato. Però era lì... e rimase con noi per molte ore. Mi spiegarono che era un giorno speciale anche per lui dato che, in genere, stava costantemente a letto, essendo gravemente invalido. Non avevano aiuti dall'esterno: erano soli (ma erano tanti) e si davano una mano a vicenda, nella vita di tutti i giorni, per gestire quel 'peso', ridotto così da 11 anni. Forse, il 'trucco' potrebbe essere proprio questo: riuscire ad equilibrare le forze, quando ci si trova di fronte a casi simili, aiutandosi vicendevolmente per non far pesare il 'fardello' su un solo familiare. In alcuni contesti sociali (soprattutto nei piccoli centri) ciò è ancora possibile, in altri lo è meno o per nulla. Buonanotte.
Monnalisa
Feb 9 2004, 11:09
http://www.educational.rai.it/lemma/testi/eta/vecchiaia.htm
 I lemmi della famiglia Età
Vecchio o anziano: la questione etimologicaIn un'epoca segnata da una diffusa ansia di restare giovani, una parola come vecchiaia è diventata quasi un tabù. Oggi non si è più vecchi ma anziani, vale a dire 'nati prima', come vuole l'etimologia. Riferendosi alla vecchiaia, a volte si ricorre al latino senior, rientrato nella nostra lingua attraverso l'inglese: si parla di tariffe 'seniores' o di 'senior card', dette anche carte d'argento con allusione ai capelli che imbiancano con l'avanzare dell'età. Vecchio deriva dal latino vetulum, diminutivo, nell'uso familiare, dell'aggettivo vetus. Questa parola era collegata a un'antichissima base che voleva dire anno o ciclo, frazione di tempo, come dimostrano parole analoghe dell'antico greco. Vetus si sarebbe poi contrapposto a novus in relazione a cose molto concrete come il vino. Con vinum vetus si indicava prima il vino dell'anno precedente e poi il vino vecchio, sinonimo di un vino eccellente che era però anche quello prossimo a deteriorarsi a causa delle tecniche enologiche primitive. È quest'ultimo il valore primario di vetus, che si conserva nel derivato italiano medievale 'vecchiaia' e nel sinonimo 'vecchiezza': la vecchiaia è, infatti, l'età del tramonto, della fine delle speranze, del declino. Un'età caratterizzata dal progressivo venir meno di qualità positive a causa del passare del tempo, percepito come qualcosa che distrugge e divora. A questo proposito si può ricordare il verso ‘ Movesi l'vecchierel canuto e bianco ’ di Francesco Petrarca, e notissimo è il proverbio ‘ gallina vecchia fa buon brodo’. Vecchio, tuttavia, non sempre equivale a vetusto, poiché gli anni accumulati non portano soltanto effetti devastanti o negativi. Un’espressione come vecchi tempi, ad esempio, può avere una valenza positiva, se manifesta una dolce nostalgia per la perduta giovinezza, e quella di un vecchio amico - spesso un amico d'infanzia - è un’amicizia che il tempo ha collaudato e reso più sicura e salda. Un altro frutto positivo del passare degli anni è, o dovrebbe essere, l'esperienza. Già per i romani i veterani erano i combattenti più ricchi di vissuto, di esperienza spesso risolutiva in situazioni difficili. Il termine senex, diversamente da vetus, indicava l'anziano ricco di esperienza, appartenente alla fascia di età opposta a quella dei più giovani. Il Consiglio degli Anziani che reggeva la Res publica - lo Stato - era il Senato, depositario del potere e delle tradizioni degli antenati. Anche chi era a capo della famiglia, in una società profondamente patriarcale, era il senior, il più anziano, o come si direbbe oggi il Vecchio, tanto più se questa famiglia era nobile, vasta e potente. Si spiega così il passaggio da seniorem all'italiano 'signore', con valore storico-politico di capo di una signoria medievale. Da signore, nella concezione piramidale propria del Medioevo, si è passati al Signore supremo, Dio.
gallonio
Feb 9 2004, 11:33
Queste tesi sono validissime, però vanno lette con due filtri importanti se vogliamo rapportarle a problemi dei nostri tempi: - oggi non esiste più una "familia" che era all'epoca lo strumento principe per gestire al meglio tali situazioni. - l'età reale cui si riferiscono le definizioni di cui sopra non è rapportabile a quella con cui oggi si identifica un anziano. Ci sono perlomeno 20/30 anni di differenza.
Monnalisa
Feb 11 2004, 20:02
| QUOTE (gallonio @ Feb 9 2004, 11:33) | 1 - oggi non esiste più una "familia" che era all'epoca lo strumento principe per gestire al meglio tali situazioni.
2 - l'età reale cui si riferiscono le definizioni di cui sopra non è rapportabile a quella con cui oggi si identifica un anziano. Ci sono perlomeno 20/30 anni di differenza. |
Ciò che dici è abbastanza vero... ma il problema, forse, non è sempre insolubile.
Cominciamo dal secondo punto. Negli ultimi due secoli, la speranza di vita alla nascita è passata dai 25 anni della metà del XVIII secolo, agli oltre 75 anni della fine del XX secolo. Agli inizi del '900, sul nostro pianeta la percentuale di popolazione con meno di 15 anni era oltre un terzo del totale; quella con più di 65 anni (che allora poteva considerarsi vecchia, considerata la speranza di vita dell'epoca), raggiungeva a stento il 5%. Nell'arco di cento anni, questo scenario è stato completamente sconvolto e continua a trasformarsi ad una velocità sempre crescente: tra un quarto di secolo gli ultraottantenni saranno 111 milioni (erano 15 nel 1950), gli ultrasessantenni un miliardo e 120 milioni (erano appena 214 milioni nel 1950). Queste le statistiche, che dimostrano con evidenza una cosa: la vecchiaia non ha più età! Vale a dire che l'aspettativa di vita va allungandosi a ritmi assai rapidi, al punto che - nell'arco di 50-80 anni - avremo una società per circa metà "anziana".
E passiamo al primo punto. Charamente, se la vecchiaia non ha più età, per identificare un individuo "anziano", non è più sufficiente considerarne soltanto l'aspetto anagrafico. Ciascuno vive la propria età in base al contesto in cui è inserito. Il benessere e, quindi, le reali condizioni di ogni persona, dipendono da fattori diversi: l'offerta del welfare in termini di strutture adeguate; la capacità-abilità di utilizzare le risorse disponibili per crearsi uno stile di vita gratificante; il rapporto con la famiglia di appartenenza, eccetera. In una parola, le esperienze individuali sono assai diversificate in base alla posizione geografica, alle condizioni economiche, al contesto socio-culturale, al supporto familiare, e via dicendo.
Ora, se è vero che il nucleo familiare ha notevolmente modificato la propria struttura negli ultimi 50 anni, è anche vero che l'incremento della popolazione anziana a livello sociale, ha portato ad un notevole incremento di servizi che prima non erano disponibili: dall'assistenza domiciliare ad un protocollo socio-sanitario anche gratuito per i meno abbienti; da iniziative per il tempo libero a strutture di ricovero per i non-autosufficienti... Certo, nei casi in cui - e si tratta della maggioranza - non c'è una grossa disponibilità economica alla base, la famiglia è costretta a farsi carico in toto della persona anziana, soprattutto se questa non è autosufficiente. Allora, il peso si fa quasi insostenibile, soprattutto se il nucleo familiare non è ampio né unito.
Non resta che chiedere una mano alle strutture sociali o domiciliari... sperando siano disponibili nella zona in cui si risiede.
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