Il nazionalismo tribale di Israele
Il militante pacifista: «Bisogna federare il Medioriente»
STEFANO LIBERTI
ROMA
Attivista della sinistra israeliana più radicale, Jeff Halper è il coordinatore del «Comitato israeliano contro la demolizione delle case» (Icahd) e professore di antropologia all'Università Ben Gurion. È in Italia per un giro di incontri e conferenze, che si concluderà oggi a Roma, dove è stata organizzata un'iniziativa su «Gerusalemme imprigionata» (alle 17.00 a Palazzo Valentini, via IV novembre 119/a). Ebreo americano di nascita, Halper si è trasferito a Gerusalemme nel 1973, da dove ha cominciato a combattere l'occupazione, anche opponendosi fisicamente ai bulldozer israeliani mandati a demolire le case palestinesi.
Oggi (ieri per chi legge ndr) un gruppo di coloni ha occupato una casa a Gerusalemme est. Si tratta di un episodio isolato o di parte di una strategia precisa?
Quanto accaduto non è altro che l'ultimo atto di un movimento progressivo che mira a cancellare la presenza araba a Gerusalemme. Oggi, nella parte orientale della città ci sono circa 200mila ebrei. Una cifra superiore a quella della popolazione araba. Il disegno è chiaro. Israele tende a occupare tutti i luoghi strategici per stabilire quella che io ho definito la «matrice del controllo»: una sorta di monopolio assoluto sul territorio.
I muri costruiti a Gerusalemme e nella West Bank fanno parte di questa matrice del controllo?
Assolutamente sì. Il muro è uno dei molti mezzi con cui lo stato ebraico attua il suo controllo assoluto. Ma, a differenza di quanto dicono molti, non credo che la barriera sia una bozza di confine. Semplicemente perché il concetto base per tutti i governi israeliani è che Israele è un unico, ininterrotto paese che si estende dal Giordano fino al Mediterraneo.
Tutti i governi israeliani, compreso quello di Sharon, si dicono tuttavia disposti a riconoscere uno stato palestinese...
Si tratta di opzioni insostenibili, in cui ai palestinesi non viene mai garantito uno stato degno di questo nome. Il problema, io credo, è che l'occupazione è ormai diventata irreversibile e rende la soluzione dei due stati impraticabile. Noi siamo abituati a parlare delle due parti del conflitto: israeliani e palestinesi, ma storicamente per Israele e per il movimento sionista non ci sono mai state due parti. I vari governi israeliani e il movimento sionista non hanno mai riconosciuto l'esistenza di un altro popolo nel paese, con una differente identità, storia e cultura. In Israele non si parla di palestinesi, ma di una massa indifferenziata di arabi. Per gli abitanti dello stato ebraico la West Bank e Gaza sono luoghi remoti, una sorta di spazio bianco sulla mappa geografica, in cui vivono popoli arretrati che non meritano alcuna attenzione.
Sionismo e democrazia sono allora incompatibili?
Le radici del sionismo possono essere fatte risalire a un nazionalismo di tipo tribale, simile a quello in voga nel XIX secolo nell'Europa orientale. I sionisti hanno un'idea etnica di democrazia: i diritti sono garantiti esclusivamente ad un popolo, ossia al popolo ebraico.
L'unica soluzione è allora la fine del sionismo e la creazione di uno stato bi-nazionale?
Nella situazione attuale, lo stato bi-nazionale non mi sembra una strada praticabile. Ritengo che l'unica alternativa possibile sia costituire una federazione di stati sovrani del Medioriente, che includa Israele, la Giordania, la Palestina e in futuro anche la Siria e il Libano. Il modello di riferimento è quello dell'Unione europea: un grande mercato e libertà di movimento per i cittadini. Solo in un ottica regionale è possibile apportare una soluzione stabile e duratura.
Rimarrebbe il problema delle colonie...
La questione diventerebbe irrilevante, perché nell'ottica della federazione gli abitanti degli insediamenti sarebbero solo cittadini israeliani che abitano in Palestina. Il vero problema è che Israele non percepisce se stesso come parte del Medioriente, ma si vede proteso verso l'Europa. Non si spiegherebbe altrimenti perché i suoi dirigenti hanno respinto con sdegno la proposta saudita al vertice di Beirut del 2002, con cui si offriva loro la piena normalizzazione dei rapporti con tutti gli stati arabi in cambio del ritiro delle truppe al confine del 1967.
1 aprile 2004
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