daniela la notturna
Dec 12 2003, 13:48
12 dicembre 2003 http://www.ilmanifesto.it«Io non ci torno» Fuga dall'Iraq
«Pronto, cosa rischio se mi sparo su un piede?» Le chiamate alla hotline telefonica di assistenza ai soldati sono cresciute del 70%, militari e familiari chiedono informazioni sui rischi della renitenza. Almeno 1700 soldati avrebbero già gettato la divisa. Sono gli «awol», absent without leave, assenti senza permesso. Rischiano 5 anni e la perdita dell'assistenza medica (3 anni a chi li nasconde). La fuga dalle caserme ha riaperto persino la «canadian way», la strada seguita dai disertori del Vietnam. Ora si chiama Freedom underground
JOHN ANDREW MANISCO
Sta diventando un'emorragia. Secondo il settimanale satirico francese Le Canard Enchaine, 1700 soldati americani hanno abbandonato le loro postazioni in Iraq o non sono ritornati alle loro basi negli Stati uniti dopo le consuete due settimane di licenza con i familiari. La fonte della notizia riportata dal settimanale è un agente del servizio segreto francese che a sua volta l'ha saputo da «un collega americano». Ma non sono solo i perfidi spioni transalpini a parlare del fenomeno della diserzione, che sta raggiungendo livelli mai visti dalla guerra in Vietnam. Anche negli Stati uniti le famiglie dei militari e varie associazioni di veterani denunciano una crescita del fenomeno che viene ignorata dai media. Secondo la GI Rights Hotline, un servizio telefonico nazionale di sostegno legale per i soldati, le chiamate dei familiari della truppa, di militari che telefonano direttamente dall'Iraq e anche di quelli in licenza negli Usa per le due settimane di riposo sono aumentate del 70% dalla fine di settembre. Praticamente tutti chiedono informazioni sulle consequenze legali dell'acusa di essere awol, acronimo di absent without leave (assente senza permesso). E' il nome tecnico della diserzione. «Che cosa succederà se decido semplicemente di non ritornare in Iraq?» è una delle domande più frequenti, secondo gli operatori del servizio telefonico. Un altro che chiamava direttamente dall'Iraq dopo aver aspettato ore per il suo turno ad un telefono satellitare ha spiegato la sua soluzione per essere rimandato a casa: «Io mi sparerò al piede. Che mi può succedere?»
Il fenomeno preoccupa assai i vertici del Pentagono, che adesso cercano di convincere gran parte dei soldati che stanno per usufruire delle due settimane di r&r (riposo e ricreazione) di passarle in Germania o in Italia. «I militari sanno quanto sia bassa la morale dei soldati» ha dichiarato Teresa Panepinto, coordinatrice della GI Rights Hotline, «e sono preoccupati del fatto che queste persone andranno a casa e non ritorneranno in Iraq». A contribuire al basso livello del morale tra le truppe di occupazione in Iraq sono i lunghi periodi di servizio, il rancio schifoso con cui sono nutriti a otto mesi dalla fine ufficiale della guerra, le armi scadenti che non funzionano, la mancanza di munizioni e giubbetti antiproiettile e le menzogne sulle ragioni della guerra con cui devono fare i conti quotidianamente come «sitting turkeys» (tacchini imobbili), bersagli facili in mezzo a una popolazione inferocita dai soprusi. Più di 400 sono i morti ufficiali, e oltre diecimila feriti stanno intasando gli ospedali militari negli Usa.
A far infuriare i loro familiari, finora fonte garantita di voti per la destra estremista del partito repubblicano, sono stati i tagli voluti dall'amministrazione Bush nelle paghe dei soldati in missione di guerra, i tagli alle loro pensioni, alla loro assicurazione medica, alle agevolazioni per le famiglie che vivono nelle basi americane e i tagli ai servizi dei veterani di questa e di tutte le guerre passate. Inoltre centinaia di famiglie sono state costrette a comprare di tasca propria giubbetti antiproiettile e inviarli ai loro parenti in Iraq.
Quest'ultimo caso ha fatto infuriare anche i membri del congresso, che hanno interrogato l'amministratore civile delle forze armate Les Brownlee. «Gli eventi dopo la fine delle grandi operazioni belliche - ha dichiarato Brownlee - si sono rivelati diversi dalle nostre aspettative e questo ha contribuito a creare problemi». E' probabile che la visita lampo del presidente Bush a Baghdad, quella in cui ha sfoggiato un tacchino di plastica davanti alle telecamere, sia stata, oltre a una operazione di pubbliche relazioni per la campagna elettorale, un disperato tentativo di sollevare il morale dei soldati.
La sanzione per diserzione in tempi di guerra è ancora la pena di morte ma l'ultima volta che è stata applicata dal Pentagono fu durante la seconda guerra mondiale. Oggi chi diserta rischia al massimo 5 anni di prigione in un carcere militare, la sospensione del salario, della pensione, dell'assicurazione e un congedo disonorevole dalle forze armate. Dopo che un soldato è awol per più di 30 giorni le forze armate lo considerano un disertore. Viene emanato un mandato di cattura federale che autorizza la polizia locale, statale e federale ad arrestarlo. Ospitare un disertore è illegale e può essere punito con un massimo di tre anni di prigione. Ma secondo molti familiari il rischio vale la candela. Considerando l'alto numero di suicidi già registrati tra le truppe in Iraq, Carl Rising-Moore, un veterano della guerra in Vietnam, sostiene i soldati che vogliono disertare. Intervistato dal settimanale di Indianapolis Nuvo, ha dichiarato: «Quando sento di queste donne e uomini che si ammazzerebbero pur di fuggire, il mio dovere come veterano e come leale americano è di combattere il mio governo in ogni maniera nonviolenta possibile». Rising-Moore considera la situazione in Iraq simile a quella che fu in Vietnam: «Se tutto il resto fallisce, la gente dovrebbe disertare proprio come fece George Bush durante la guerra in Vietnam». Il presidente «Chickenhawk» Bush (falco-gallina è il nomignolo dato ai neo conservatori più aguerriti di questa amministrazione come Cheney, Wolfowitz, Perle e lo stesso Bush Jr., che non hanno mai rischiato la vita in una guerra) riuscì ad iscriversi nella Guardia nazionale del Texas saltando una lunga lista d'attesa grazie ai contatti del padre. Nel giugno del 1970 era pilota dell'unità «Champagne» della Guardia insieme ai figli dell'elite del Texas. Tra il maggio 1972 e l'ottobre 1973 sparì. I critici lo accusano di aver disertato ma non gli vennero mai applicate sanzioni di alcun tipo.
Esistono persone in tutti gli Stati uniti pronte a ospitare disertori e aiutarli a scappare in Canada: «Il popolo canadese - assicura Rising-Moore - è pronto ad accoglierli». La legge canadese autorizza i funzionari dell'immigrazione in ogni punto di entrata nel paese a decidere se concedere lo status di asilo politico ad ogni individuo caso per caso. Rising-Moore è ora in Canada, organizzando quello che lui chiama «Freedom underground» , una cosa simile alla «ferrovia clandestina» durante la guerra nel Vietnam che vide dai 30 ai 40 mila disertori americani emigrare in Canada.
daniela la notturna
Dec 12 2003, 13:57
Mio figlio, la guerra, il suicidio Nick O'Rourke combatte in Iraq per mesi, poi va in licenza e tenta di uccidersi. Viene ricoverato, poi arrestato per diserzione e simulazione, infine espulso. Parla la madre Peggy: «E' colpa loro»
PATRICIA LOMBROSO
NEW YORK
Il soldato di fanteria Nick O'Rourke, di 24 anni, da febbraio a fine agosto viene spedito in Iraq. In prima linea, per le operazioni più rischiose, con il plotone d'assalto della 82esima brigata di base a Fort Bragg, in Carolina del nord. Torna in patria in licenza. Pur di non far ritorno alla guerra decide, alla sua partenza fissata per il 22 settembre, di tentare il suicidio. E' uno dei tanti che l'hanno fatto. Alcuni riescono. Il Pentagono punisce gli altri con la corte marziale, per il crimine di diserzione. Nick O'Rourke viene trasferito dall'esercito in un ospedale militare, rinchiuso nel reparto psichiatrico, tenuto sotto continuo controllo per «tentato suicidio». Gli vengono somministrati tranquillanti e antidepressivi di ogni tipo. E comincia la sua odissea. Dopo un certo periodo viene prelevato dall'unità psichiatrica, gli vengono messe le manette ai polsi, viene tradotto alla base militare di Fort Bragg e incarcerato in attesa di essere giudicato dalla corte marziale per abbandono del servizio, diserzione, simulazione di suicidio.
Il 29 settembre scorso si tiene la prima udienza davanti alla corte marziale. Gli avvocati della difesa e le organizzazioni dei diritti dei militari minacciano di rendere pubblico il suo caso. Il Pentagono ritorna sulle sua decisione di processarlo ed espelle il soldato Nick O'Rourke dall'esercito, senza paga né benefici riservati ai militari. E' un rottame quando, nel giorno del Thanksgiving torna a Delano, cittadina presso Minneapolis, nel Minnesota. «Nick non è più lo stesso» dichiara al manifesto la madre Peggy O'Rourke. Parla con forte accento irlandese. «Nick si sente un fallito, si vergogna pensando ai suoi commilitoni della 82esima divisione che continuano a morire in Iraq. Sarà difficile possa trovare un lavoro, è traumatizzato e non vuole parlare con nessuno. E' questo il trattamento che merita? Non ha fatto nulla, ha combattuto, deve essere trattato come un criminale e finire in carcere perché ha subito un tracollo emotivo per le esperienze vissute in Iraq? Eppure l'esercito dovrebbe sapere che è per colpa loro che ha tentato di uccidersi».
Ci sono altri del plotone di Nick e altrove che hanno tentato il sucidio pur di non tornare in guerra?
Sì. E sono in tanti. Qui soltanto, in Minnesota, è conosciuto il caso di un marine che pur di non partire si è sparato un colpo al braccio e uno alla gamba. Ma i marines della sua divisione sono arrivati qui a catturarlo e non ne abbiamo saputo più nulla, starà rinchiuso in un una delle tante prigioni militari, da qualche parte negli Stati uniti. Il Pentagono cerca di mettere tutto a tacere. L'unico motivo per cui mio figlio non è finito a marcire in una prigione militare è dovuto al fatto che mi sono battuta con tutte le mie forze e con tutte le risorse che avevo a disposizione. Ho rivolto appelli a politici e parlamentari, tutti inutili, ma ho trovato un grande appoggio tra gli avvocati e le organizzazioni degli obiettori di coscienza. La minaccia di rendere pubblico il caso, ora che i soldati continuano a morire in Iraq, avrebbe potuto danneggiare l'immagine dell'esercito.
Eppure l'amministrazione Bush sostiene che le truppe in Iraq hanno il morale alto.
Non è affatto vero. La 82nd Brigade airborne division è un plotone speciale dell'esercito. Viene impiegato ovunque con una permanenza di combattimento di non più di un mese, nelle operazioni d'assalto più rischiose. I comandanti hanno promesso ai soldati che dopo un mese sarebbero tornati a casa ma le date vengono continuamente differite. Molti ragazzi danno i numeri e vivono in un continuo stato di attesa, a volte senza far niente. Sono ancora lì perché mancano i soldati per rimpiazzarli. Molti hanno tentato il suicidio, dopo la missione. Il Pentagono fornisce versioni di comodo.
Quando Nick decise di arruolarsi?
Dopo l'attacco dell'11 settembre. Dopo aver tentato vari tipi di impiego, malgrado la mia opposizione, decise di rendersi utile al suo paese, nell'esercito. Sembrava convinto di voler fare carriera nell'esercito, con la promessa di uno stipendio sicuro di circa 1.200 dollari al mese e altri 200 dollari in più per «operazioni difficili», quelle a rischio di morte.
Nick sapeva che sarebbe stato mandato a combattere una guerra in Iraq?
E' giovane. Non aveva nessuna idea di cosa significasse trovarsi ad affrontare la violenza di una guerra. Credeva di adempiere ad un suo obbligo di servire la patria. Non era a favore della guerra, ma nell'esercito gli hanno fatto il lavaggio del cervello. Il suo plotone è stato spedito in Iraq il 14 febbraio scorso, con la promessa di tornare a casa dopo un mese, ma allo scadere del tempo previsto il permesso di rientro veniva continuamente revocato. Così è stato per mesi al fronte.
Una volta in prima linea Nick era ancora così fiero di stare lì a combattere?
Non ha mai voluto parlare di ciò che stava vivendo come soldato di fanteria. Ha sempre rifiutato di descrivere nei particolari l'orrore vissuto laggiù, gli episodi agghiaccianti. Con il passare del tempo si è reso conto di quanta gente vedeva morire. Voleva tornare a casa. «Qual'è il motivo per continuare a stare qui?», scriveva. «Qui le cose peggiorano sempre più».
Come è riuscito a ottenere un permesso e tornare negli Stati uniti per due settimane?
Ottenne un permesso di emergenza per rientrare negli Usa dal 4 al 14 settembre, per la morte e il funerale del nonno. Quel periodo coincideva con la nascita di sua figlia. Al momento della sua partenza per l'Iraq, i superiori della base di Fort Bragg, in seguito alla separazione dalla moglie, insistettero per mettere la neonata in un orfanatrofio e farlo rientrare immediatamente in zona di guerra. La data del ritorno, il 22 settembre, si avvicinava. Trascorse l'intero giorno precedente senza parlare, depresso, arrabbiato, con sbalzi di umore. La mattina della partenza lo fece. Ingurgitò intere boccette di medicinali e sonniferi.
Qual è stata la reazione dei suoi superiori a Fort Bragg?
Era stato ricoverato prima in un ospedale civile e poi nel reparto psichiatrico dell'ospedale militare per veterani. Era sotto controllo per «tentato suicidio» dai medici. Viveva in uno stato di profonda depressione. Ciononostante venne impartito l'ordine di ricondurlo alla base. Venne prelevato dall'unità psichiatrica, ammanettato e scortato alla base militare di Fort Bragg.
Perché le manette?
Era accusato di aver commesso il crimine di diserzione dai suoi obblighi militari.
Per aver tentato il suicidio piuttosto che tornare in Iraq?
Per aver disertato l'obbligo di partire con il suo plotone.
Non venne messo in discussione dall'esercito il suo stato emotivo, lo stress della guerra?
Venne rinchiuso in una prigione militare della sua base, malgrado lo stato di fragilità mentale dichiarata dai medici, dove è restato con l'imputazione di diserzione e di aver inscenato un falso suicidio per evitare gli obblighi militari. Durante la prima sessione della corte marziale, il 29 settembre scorso, venne deciso di chiudere con discrezione il caso e di espellerlo dall'esercito senza dishonorable discharge, in base all'articolo 10 del codice militare. E' stato confinato nella sua base senza poter uscire per ottenere gli antidepressivi, gli è stato tolto lo stipendio, non ha l'assistenza medica riservata ai veterani. Così è tornato nel Minnesota, a casa, ma è un ragazzo decisamente diverso.
12 dicembre 2003 http://www.ilmanifesto.it
gallonio
Dec 13 2003, 09:52
12.12.2003 Monsignor Nogaro: «In Iraq partecipiamo ad una guerra. Basta, le truppe tornino a casa»
di red
«In Iraq gli italiani sono in guerra». Il vescovo di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro, un mese dopo le polemiche suscitate dall'omelia di Ruini ai funerali dei carabinieri italiani a Nassiriya, torna a parlare: per condannare «lo sciacallaggio economico mascherato da missione umanitaria» e chiede il «ritiro immediato e incondizionato» delle truppe italiane.
Nogaro - intervistato da Il Mattino - sostiene che «comunque tentiamo di giustificarla e da qualsiasi punto di vista la si guardi, quella dell'Italia in Iraq è un'azione di guerra. Una guerra che, indipendentemente dalla volontà del singolo, l'Italia combatte a fianco degli Stati Uniti e di sicuro non per nobili ideali».
Secondo il vescovo di Caserta «la pace non si porta con le armi, non si è mai visto da nessuna parte. La violenza è tutta da condannare, sia che si tratti della guerra che del terrorismo o di altre forme di resistenza armata». Nogaro chiede «il ritiro dei nostri ragazzi dall'Iraq. Non esistono soluzioni diverse dal ritiro immediato ed incondizionato. Sarebbe un segno forte nella giusta direzione per spezzare la spirale dell'odio». Non si tratterebbe, afferma, di una fuga, perchè nemmeno lo stesso patriarca cattolico di Bagdad «che sulla sua pelle ha subito e patito il regime di Saddam è favorevole alla permanenza degli eserciti stranieri in Iraq».
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