gallonio
Dec 23 2003, 07:37
22.12.2003 Buste paga, più tasse per tutti
di Bianca Di Giovanni
Tasse più «pesanti» e inflazione che raggiunge «picchi» quasi quattro volte superiori alla media registrata dall’Istat. Stretti in questa «tenaglia» si ritrovano i lavoratori dipendenti, soprattutto nelle fasce di reddito tra i 500 e i 1.500 euro mensili. In altre parole quella classe medio-bassa che ormai da tempo denuncia la fatica del vivere quotidiano. Gli operai, gli impiegati, gli insegnanti, nonché gli ormai celebri tranvieri sanno bene che arrivare a fine mese è sempre più difficile. Ma oggi arrivano anche i numeri a confermarlo, rivelando anche dinamiche perverse all’interno della società. Per esempio quella che contrappone i dipendenti ai lavoratori autonomi. I secondi si sono avvantaggiati sui primi sia in campo fiscale, alimentando l’evasione e l’elusione, sia adottando misure inflazionistiche (aumentando i prezzi dei loro beni o delle proprie prestazioni). Ma poi gli effetti del caro-vita si sono riversati anche su di loro.
A fornire nuove e inquietanti cifre sul fronte fiscale è la Cgil, che ha rielaborato dati della Ragioneria generale dello Stato. Nel biennio 2000-2002 mentre l'Irpef dei lavoratori dipendenti è cresciuta da 81,590 miliardi di euro a 93,503 miliardi, l'Irpef dei lavoratori autonomi è scesa da 36,168 miliardi di euro a 31,375 miliardi di euro del 2002. La «forbice» è impressionante: circa 12 miliardi di euro in più da una parte, e quasi 5 miliardi in meno dall’altra. Colpa della crisi economica? Impossibile, visto che il Pil ha rallentato la sua crescita, ma non è certo diminuito. «La riduzione della pressione fiscale dal 42,4 % del 2000 al 41,6 % del 2002, vantata da Berlusconi nel corso della conferenza stampa di fine anno, riflette soltanto una preoccupante ripresa dell'evasione». Commenta così i dati Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil. Il quale individua altre «corsie preferenziali» per gli autonomi.
«Chi aderirà al concordato preventivo potrà beneficiare dell'immediata applicazione delle aliquote del 23 e 33 per cento previste a regime dalla delega fiscale, mentre i lavoratori dipendenti continueranno a pagare sugli incrementi retributivi aliquote marginali ben più elevate, che in alcuni casi toccano il 45%. Ci troviamo - conclude Lapadula - in presenza di una scelta iniqua e incostituzionale che penalizza esplicitamente il lavoro dipendente».
In realtà tutta la partita fiscale è fitta di «trappole» per le famiglie, e anche di veri e propri «buchi neri». Come quello sull’evasione e il sommerso, su cui restano assai scarse le informazioni. Basta provare ad aprire il sito del Secit (Servizio consultivo ispettivo tributario), dove la Relazione sulle attività nel biennio 2001-2002 non è ancora leggibile. A quanto pare manca l’ok del ministero, e siamo già a fine 2003. «È successa la stessa cosa per il nucleo elaborazione della spesa previdenziale - aggiunge Lapadula - Ormai la nuova moda è non fornire dati».
Quanto al 2003, il tanto sbandierato primo modulo di riforma fiscale è stato quasi integralmente «mangiato» dalla mancata restituzione del fiscal drag (2,5 miliardi), senza contare che per alcune fasce di reddito il prelievo è aumentato per la prima aliquota portata al 23% (dal 18%). Tant’è che stando alle proiezioni elaborate sempre dalla Cgil, la musica non cambia: più Irpef dai dipendenti, meno dagli autonomi. L’aumento delle entrate ordinarie tanto sbandierato dal governo «pesa» in gran parte sulle spalle di impiegati, operai e pensionati, i quali continueranno a pagare una tassa sul Tfr «maggiorata» rispetto agli altri redditi. Senza contare che l’aumento cui allude l’esecutivo è tutto da dimostrare, visto che a novembre mancavano 80 miliardi per raggiungere il target che l’esecutivo si è dato per fine anno (circa 303 miliardi di entrate tributarie, contro gli oltre 382 fissati nella relazione previsionale).
Indaga sulle «tasche degli italiani» anche il Nens (l’istituto fondato da Pier Luigi Bersani e Vincenzo Visco), che nell’ultimo «Punto settimanale» propone una ricerca dell’Università di Tor Vergata sull’andamento dell’inflazione in base alle diverse tipologie di consumatori (vedi tabella). Anche qui c’è poco da gioire per chi appartiene alle fasce di reddito tra i 500 e i mille euro mensili, che mostrano i «picchi» più elevati di aumenti (oltre il 7%). Da segnalare aumenti fino a oltre l’11% per i prodotti alimentari, sempre per le stesse categorie di persone. Un dato «esplosivo» se si tiene conto del fatto che per le famiglie con redditi fino a mille euro la spesa per gli alimenti costituisce circa un terzo di quella complessiva: tra il 27 e il 30% del «paniere». Il dato scende di molto per i più ricchi. Solo il 17% del reddito finisce in cibo e bevande nelle famiglie che guadagnano tra i 2.500 e i 5.000 euro, mentre per chi è oltre quella soglia la «quota» arriva al 19%. È chiaro dunque che gli aumenti al mercato alimentare pesano molto di più sui livelli medio-bassi che sugli altri, e proprio in questo comparto si sono verificate le impennate più consistenti. Anche qui, a piangere sono i poveri.
Unitàonline
gallonio
Jan 2 2004, 12:47
L'Ires-Cgil: nel periodo '91-2003 il potere d'acquisto dei dipendenti è diminuito dello 0,5 per cento Sei milioni di lavoratori vicini alla soglia di povertà Cresce solo la produttività. Nell'ultimo decennio meno del 20% della ricchezza è andata al fattore lavorodi RICCARDO DE GENNARO ROMA - Tre milioni di lavoratori con un salario netto compreso tra i 600 e gli 800 euro, altri tre milioni circa con una busta paga un po' più consistente, ma che raggiunge a malapena i 1.000 euro. I "lavoratori poveri", coloro che pur lavorando tutti i giorni gravitano intorno alla soglia di povertà, sono sei milioni. Tanti. La stima è contenuta in uno studio dell'Ires-Cgil sulla politica dei redditi e la dinamica delle retribuzioni nel 2003, che verrà presentato nelle prossime settimane. Dallo studio emerge un fatto nuovo, particolarmente inquietante: se è vero che il "lavoratore povero" nasce come prodotto dei contratti atipici, della flessibilità, del sommerso diffuso, è altrettanto vero che oggi il fenomeno ha ormai raggiunto "anche categorie storiche del cosiddetto "made in Italy", dell'edilizia, dell'artigianato, dei servizi". Lavorano, ma hanno un livello di vita che è poco sopra quello di un disoccupato. Il rischio è che con i tagli al Welfare, lo spostamento dell'asse dei servizi dal pubblico al privato, l'aumento dell'inflazione, il numero dei lavoratori che non riescono ad arrivare a fine mese continui ad aumentare. Di qui l'urgenza, sottolinea l'Ires-Cgil, di tornare a parlare a partire dalle condizioni reali dei lavoratori e non più in termini di "media statistica". Di riaprire, dunque, la questione salariale, attraverso una nuova politica dei redditi che passi per il rilancio della concertazione e restituisca dignità al lavoro. Qual è la causa della progressiva povertà dei salari? La mancata distribuzione al fattore lavoro della produttività delle imprese. Che non è prevista, nonostante la solitaria battaglia della Fiom tra i metalmeccanici, a livello di contratto nazionale e che riguarda un numero limitato di aziende a livello di contrattazione integrativa. - Pubblicità - I risultati dei confronti internazionali sono preoccupanti. Da un'elaborazione dell'Ires-Cgil su dati Ocse e Istat emerge che nel decennio '91-2000 in Italia le retribuzioni lorde sono aumentate - in termini reali (cioè depurati dall'inflazione) - soltanto del 3,3%, a fronte di un aumento della produttività reale per addetto del 18,7%. Nello stesso periodo, in Germania le retribuzioni reali sono aumentate del 9,1% (contro una crescita della produttività per addetto del 21,1), in Francia dell'8,% (33,6), in Danimarca del 12,9 (18,9). Nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti la forbice è più ampia: negli Usa addirittura la produttività per addetto nel decennio è salita del 40%, mentre i salari reali sono cresciuti soltanto dell'1,5%. Ma nel 2003, per la prima volta dopo vent'anni, le retribuzioni di fatto sono aumentate meno dell'inflazione, determinando una perdita secca di potere d'acquisto. Nel 2003 una famiglia di tre persone con due redditi medi da lavoro dipendente ha perso potere d'acquisto per 720 euro: causa la flessione della retribuzione e la mancata restituzione del fiscal drag. Nel 2003 gli italiani risultano di fatto più poveri dello 0,5% rispetto al '91. "Tra il '96 e il 2001 si recupera potere d'acquisto, ma negli ultimi tre anni - dice Megale - è ripreso il declino, i lavoratori non hanno più visto un centesimo di produttività. Il governo Berlusconi ha adottato una sorta di riduzione programmata e strutturale dei salari". C'è qualcosa che non funziona nella redistribuzione del reddito: i meccanismi sembrano girare al contrario. Le retribuzioni lorde pesano attualmente sul Pil per il 30%, ma erano pari al 36% nell'82. I profitti, invece, sono aumentati, in rapporto al Pil, di cinque punti percentuali: oggi, insieme ai redditi netti da lavoro autonomo, pesano per il 31,9% del Pil. Lo si può dire anche così: "Nell'ultimo decennio - scrive l'Ires - meno del 20% della ricchezza prodotta è andata al lavoro, contro oltre l'80% finito a profitti e tasse". Significa che la concertazione non è stata favorevole ai lavoratori. "Va ripristinata, ma rivista", dice il presidente Ires, Agostino Megale. Il quale ammette che "la vecchia politica dei redditi non funziona più: bisogna fissare un'inflazione programmata più vicina a quella reale e mantenere i salari al di sopra dell'inflazione redistribuendo al lavoro oltre il 50 per cento degli incrementi della produttività". Lo slogan dell'Ires è infatti questo: "Fare crescere la produttività e darne di più al lavoro". L'Ires chiede "politiche contrattuali che rivalutino il lavoro operaio pagando di più disagi e flessibilità", politiche fiscali che sostengano la crescita dei redditi bassi, l'introduzione di un indice di riferimento al paniere reale delle famiglie, più vicino del paniere Istat ai consumi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. L'Ires-Cgil fa questo esempio: "Due pensionati con un reddito familiare di 16mila euro hanno avuto un'inflazione del 4-5 per cento". (2 gennaio 2004) Repubblica
Roderigo
Jan 3 2004, 23:26
Ires-Cgil: in Italia ci sono 6 milioni di buste paga sotto il livello di sussistenza C'era una volta il salario Fa. Seba. Salari e stipendi da fame. Per anni è stato uno slogan. E ora è proprio la realtà delle cose. Circa sei milioni di lavoratori italiani si trovano "al limite" della cosiddetta soglia di povertà (circa 823 euro al mese per un nucleo famigliare di due persone). A dirlo sono i dati di uno studio dell'Ires-Cgil sulla politica dei redditi e la dinamica delle retribuzioni nel 2003. Lo studio verrà presentato nelle prossime settimane. Ieri "la Repubblica" ne ha dato una anticipazione. Non si tratta di disoccupati, né di precari o pensionati, ma di lavoratori in carne ed ossa. Prendono ogni mese una busta paga che somiglia a un colabrodo. I "buchi" se li mangia il profitto e la rendita. Ancora una volta non è uno slogan. Sono i dati a parlare: se nel 1982 la quota di salari sul prodotto interno lordo era del 36%, oggi questa fetta di "ricchezza nazionale" si è abbassata al 30%. Il resto, ovviamente, è andato al capitale e alla rendita. Secondo i manuali di economia i capitalisti avrebbero dovuto almeno destinare queste risorse agli investimenti. E invece non è andata proprio così. Ma questo è un altro discorso. Quello che conta è che attualmente in Italia ci sono tre milioni di lavoratori con un salario netto compreso tra i 600 e gli 800 euro e altri tre milioni circa con una busta paga un po' più consistente, ma che raggiunge a stento i 1.000 euro. Se si fa un confronto con gli andamenti europei viene fuori la particolare situazione dei lavoratori italiani. Come viene spiegato nella prima tabella qui a fianco, dal 91 al 2000 le buste paga hanno percepito soltanto il 3,3% di quell'aumento di produttività che invece è stato del 18,7%: ciò corrisponde a poco più di un terzo dei loro colleghi tedeschi. Secondo l'Ires-Cgil, «per la prima volta dopo vent'anni, le retribuzioni di fatto sono aumentate meno dell'inflazione, determinando una perdita secca di potere d'acquisto». Nel 2003, la perdita è stata di 720 euro per una famiglia di tre persone con due redditi medi da lavoro dipedente. Nel 2003, quindi, gli italiani risultano di fatto più poveri dello 0, 5% rispetto al '91. Sui rimedi da porre per ridare vigore ai salari, l'Ires-Cgil non si spende più di tanto. Dice solo che occorre fissare una inflazione programmata più vicina a quella reale e redistribuire al lavoro oltre il 50% degli incrementi di produttività. Già, ma come? La risposta a questo interrogativo vede oggi due scuole di pensiero: Cisl e Uil (ieri Angeletti è tornato a dire che l'accordo del '93 non va più bene), che oltre a firmare accordi al ribasso vogliono tornare a una busta paga tutta aziendale; e la Fiom-Cgil, che vuole recuperare la produttività attraverso il contratto nazionale. L'Ires-Cgil, ovviamente, evita di schierarsi. Liberazione 3 gennaio 2004http://www.liberazione.it
gallonio
Jan 5 2004, 08:08
Stipendi che davano tranquillità ora impongono umilianti rinunce Anche persone "normali" in fila per i pacchi della Caritas Poveri con mille euro al mese
è l'Italia che non ce la fa più di CONCITA DE GREGORIO
ROMA - Questa è la storia di Adele, che ha gli occhi scuri e si vergogna a raccontarla. Non c'è una ragione per la vergogna che le abbassa lo sguardo mentre parla, non la sa spiegare. Adele ha 42 anni, fa la guida turistica a Roma, il marito è artigiano, hanno una figlia di diciassette anni. "Non so dire esattamente quando e perché sia successo, nella nostra vita non è cambiato niente, solo che di colpo siamo diventati poveri".
Poveri come? "Poveri da dover nascondere a nostra figlia che se le diamo qualche euro per uscire una sera di festa noi non si cena, caffellatte e basta, e poi non si compra l'olio e nemmeno il parmigiano. Poveri non come i poveri veri, certo, ma quest'estate lei è andata in campeggio e noi per darle quei pochi soldi siamo rimasti tutta l'estate a Roma, la macchina si è rotta e ripararla costa troppo, non si può usare più".
"A Natale - continua Adele - abbiamo investito tutto su una giacca da regalarle, e così io ne avevo vista una per me all'Oviesse, costava 29 euro un bel giaccone con questo freddo mi sarebbe proprio servito, ma non l'ho preso. Il telefonino non lo usa più non possiamo pagare la ricarica. Certo, per lei sarà un'umiliazione di fronte ai compagni di scuola. A volte ho anche paura, penso che questi ragazzi siano meno abituati di noi alle rinunce, e che potrebbero aver voglia di cercare i soldi in qualche altro modo, da qualche parte".
Poveri come i poveri veri no, ma poveri di colpo rispetto a ieri, poveri da non arrivare più alla fine del mese con quel poco che prima bastava e ora no. Ai servizi sociali di Roma si sono rivolti negli ultimi mesi quattro uomini, storie identiche: 45-50 anni, lavoro fisso, 7-800 euro al mese. Separati, hanno lasciato a mogli e figli la casa coniugale, danno loro qualche soldo e non hanno con che pagare un nuovo affitto. Dormono in macchina, sono entrati nel monitoraggio della "Sala operativa sociale" del Campidoglio. La mattina si svegliano, vanno al lavoro, passano a trovare i figli, vanno a mangiare un hamburger, poi di nuovo in macchina a dormire. Se li vedi in ufficio non te lo immagini, e comunque anche loro non lo dicono: si vergognano.
La Caritas e la Comunità di Sant'Egidio segnalano come a ricevere i pasti e i pacchi del martedì (olio, formaggio, cibi in scatola) ci siano ora anche persone diverse dai senza tetto abituali: gente che ha una casa, un lavoro, una famiglia ma non ha i soldi per mangiare fino alla fine del mese. Gente "normale" dicono alla fine di molte perifrasi perché è brutto, non si può dire "normale" suona offensivo per gli altri, però così ci si capisce in fretta: sono le "famiglie della classe media a reddito fisso" di cui parlava Prodi nell'intervista di ieri a Repubblica, le famiglie che non ce la fanno "a far quadrare i conti ogni mese" di cui parlava il presidente Ciampi l'altro ieri nel messaggio di fine anno. Le famiglie tipo dei rilevamenti dell'Istat - padre madre figlio - famiglie monoreddito, gli autoferrotranvieri di Milano che guadagnano 700 euro al mese, gli autisti dei servizi pubblici a contratto che ne prendono 800, i dipendenti comunali di prima nomina che ne prendono 1000. Se i figli poi sono due, e se il reddito è uno, e se l'affitto in una grande città non costa meno di 600 euro al mese ecco che coi 400 che restano - anche a guadagnarne mille - si fa molta fatica.
Questa è la storia di Franca, che ha 38 anni due figli a scuola e fa la spesa una volta al mese all'ipermercato. Lavora al nero per una sartoria di quelle "orlo rapido". Le mandano una trentina di pantaloni al giorno, le danno trenta centesimi per orlo, al negozio lo fanno pagare dieci euro. "La cosa che veramente non capisco è questa: prendevo seicento lire a orlo e ora sono trenta centesimi, va bene. Ma il negozio al cliente faceva pagare il lavoro diecimila, e ora dieci euro. Io non posso protestare, perché trovano subito un'altra che lo fa al posto mio. Però è così: i prezzi sono raddoppiati e gli stipendi no".
Prezzi in euro e stipendi in lire. Al consumo quel che costava 30 mila lire ora costa 30 euro, la conversione è rimasta valida solo per gli stipendi. Dice Prodi: "In dieci dei dodici paesi che hanno adottato l'euro non c'è stato aumento, in Italia è mancato il più elementare controllo sulla dinamica dei prezzi. Mi chiedo dove sia finito l'ufficio creato al ministero del Tesoro per impedire che il paese fosse abbandonato nelle mani dei profittatori". Negli altri paesi d'Europa si mangia un pasto completo, in un bistrot, con meno di dieci euro. Con 6 euro e 50 a menù fisso a Barcellona, con 8 a Parigi. Cos'è successo ai nostri prezzi, chi sono i profittatori?
Nei giorni in cui l'Istat segnalava una ripresa nella crescita delle retribuzioni rispetto all'inflazione Cesare Damiano, responsabile lavoro dei Ds, mostrava una rilevazione di cui pochi giornali e nessuna tv ha dato conto: oltre un terzo dei lavoratori dipendenti, in Italia, guadagna meno di mille euro al mese. "C'è una nuova questione salariale che riguarda milioni di famiglie, sia chi ha un lavoro stabile sia i giovani che entrano nel mercato del lavoro flessibile. Un'incertezza che rischia di portare all'esasperazione sociale". L'esasperazione sociale ammutoliva piazza San Giovanni il giorno della manifestazione per le pensioni, faceva dire a un sindacalista "c'è clima da vigilia di assalto ai forni". Perché non ci sono i soldi per arrivare a fine mese, si preoccupa Ciampi, crollano i consumi ordinari e crescono le spese di lusso: si allarga la forbice tra chi ha molto e chi ha poco, come in Sudamerica. Tra chi per Natale regala ai figli Porsche giocattolo e chi cena a caffellatte la sera.
Al pranzo di Natale della comunità di Sant'Egidio il sindaco di Roma si è intrattenuto a parlare con uno degli ospiti: fino a qualche tempo fa era dirigente di una società di automobili. I servizi sociali hanno preso in cura un impiegato che viveva con moglie e tre figli nella struttura alberghiera dove lavorava da anni. Licenziato in favore di manodopera più a buon mercato, ha perso lo stipendio e l'alloggio: ha quasi 50 anni, non trova altro lavoro. Il piano di recupero alimenti in scadenza (cibi ritirati dai supermercati a pochi giorni dalla data di scadenza) quando fu pensato dal Campidoglio era destinato ai nullatenenti. Ora si è deciso di dirottarne una parte sulle famiglie monoreddito in regime di semi-indigenza. Le parole della burocrazia sono orribili, il senso è chiaro: nuovi poveri, classe media. Nel paese che implode quella che era la piccola borghesia artigiana e impiegatizia si mette in coda per i pacchi della Caritas vergognandosi di sé, nascondendolo ai figli.
Giuseppe, 42 anni, contratto flessibile in un'azienda che ripara elettrodomestici, ha chiesto a una parrocchia della zona San Giovanni se dai vestiti destinati ai bambini africani poteva per favore prendere un giaccone per suo figlio, 12. "Io non posso più comprare i giornali ma leggo ancora quelli che trovo. Vedo che per i servizi pubblici ci sono meno soldi, in Finanziaria. Vedo che stanno per aumentare i prezzi delle sigarette, della birra. Peccato, erano una consolazione. Dei biglietti aerei non m'importa, non volo. Del rincaro dell'autostrada nemmeno, la macchina non la uso più. Però la benzina: come mai aumenta, ora che l'euro vale più del dollaro e il petrolio ci costa meno? Davvero. Chi ci guadagna, vorrei sapere, sulla benzina?".
(3 gennaio 2004) Repubblica
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